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domenica 18 marzo 2018

PEREQUAZIONE TRA PENSIONI E STIPENDI DI PERSONALE IN SERVIZIO

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI Sent. 53/2018
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE PUGLIA
IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA
---------------------
Il G.U.P.
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso, iscritto al n. 32507 del registro di segreteria, proposto dal Sig.re PUGLIESE Giuseppe ( n. a Nardò il 30.8.1948 ) – rapp.to e difeso dall’avv. Franco Orlando, giusta mandato in calce al presente atto.
contro
I.N.P.S. – Gestione Ex I.N.P.D.A.P. , in persona del legale rappresentante p.t.;
Ministero degli Interni, in persona del Ministro p.t.;
Ministero dell’Istruzione – Ufficio Scolastico Provinciale di Lecce, in persona del legale
rappresentante p.t.;
per l’accertamento
del diritto alla perequazione del trattamento pensionistico.
Visto il ricorso, in epigrafe;
Esaminati gli atti e i documenti tutti della causa;
Considerato in
FATTO E DIRITTO
Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...2 di 10 03/02/2018, 13:50
L’odierna causa ripropone la questione della vigenza nell’ordinamento del principio di automatico
collegamento della misura delle pensioni al trattamento retributivo del personale in servizio.
Il suddetto principio non è, in effetti, contenuto in alcuna espressa disposizione legislativa che lo sancisca in termini generali, ma viene di volta in volta invocato quando si ponga per una categoria di pubblici dipendenti la necessità di uno speciale adeguamento del trattamento di quiescenza, in relazione ad una dinamica salariale del personale in servizio che venga a discostarsi in misura notevole dai valori economici precedentemente attribuiti e sui quali veniva calcolato il trattamento di quiescenza.
La Corte costituzionale ( sent. n. 409 del 1995 ) ha avuto occasione di affermare che i modi attraverso i quali perseguire l’obiettivo dell’aggiornamento delle pensioni dei pubblici dipendenti possono essere, in via di principio, o la riliquidazione ( allineamento delle pensioni al trattamento di attività di servizio di volta in volta disposto con apposita legge ) o la c.d. “ perequazione automatica “ consistente in un meccanismo normativamente predeterminato, che adegui periodicamente i trattamenti di quiescenza agli aumenti retributivi intervenuti mediamente nell’ambito delle categorie del lavoro dipendente.
E’ certo, comunque, che solo in casi particolari il legislatore ha ritenuto di agganciare automaticamente la pensione allo stipendio, dettando apposite disposizioni ( cfr. art. 2, comma 2°, L. 27 ottobre 1973 n. 629, recante nuove disposizioni per le pensioni privilegiate ordinarie in favore dei superstiti dei caduti nell’adempimento del dovere, appartenenti ai Corpi di Polizia ).
Va in proposito ricordato che la Sezione III Giurisdizionale Pensioni Civili, con decisione n. 49970 del 12 maggio 1982, si era in origine espressa nel senso che l’articolo 11 della L. 24 maggio 1951 n. 392 avesse introdotto nell’ordinamento il principio dell’adeguamento permanente delle pensioni del personale di magistratura alle retribuzioni dei pari grado in servizio, senza bisogno di appositi provvedimenti legislativi.
Le Sezioni Riunite della Corte dei Conti, ritenuto che detta norma non avesse valore di disposizione a
carattere generale intesa a tale automatico e permanente adeguamento pensionistico, con ordinanza n.
104 del 24 giugno 1985 avevano investito la Corte costituzionale della questione di legittimità
costituzionale della normativa nel frattempo intervenuta, che non prevedeva criteri atti a garantire
trattamenti pensionistici proporzionati alla quantità e qualità del lavoro prestato.
Con sentenza n. 501 del 21 aprile/5 maggio 1988 la Corte costituzionale, preso atto del cospicuo divario che, per il personale di magistratura, si era verificato tra pensioni e retribuzioni a seguito della L. 6 Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...
3 di 10 03/02/2018, 13:50 agosto 1984 n. 425 dopo avere affermato “ l’esigenza di un costante adeguamento “ dei due trattamenti, aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 1, 3 comma 1 e 6 della L. 17 aprile 1985 n.141 nella parte in cui avevano disposto rivalutazioni percentuali invece di assicurare l’adeguamento attraverso una apposita riliquidazione, con decorrenza 1° gennaio 1988, delle pensioni dei soggetti esclusi dai nuovi stipendi perché collocati in quiescenza anteriormente al 1° luglio 1983.
A seguito dei detta sentenza, alcuni magistrati, avendo già beneficiato della riliquidazione sulla base del trattamento spettante in applicazione della L. n.425/1984, chiesero l’ulteriore adeguamento automatico della loro pensione, come sopra liquidata, alle successive variazioni del trattamento di attività ottenute dai pari grado alle date del 1° gennaio 1989 e 1° gennaio 19990, nonché il riconoscimento del diritto all’adeguamento permanente in relazione ad ulteriori aumenti futuri, per effetto del meccanismo di incremento costante previsto dall’articolo 2 della L. 19 febbraio 1981 n. 27.
La giurisprudenza di questa Corte ( SS.RR.14 novembre 1988 n. 76/c ; Sezione del controllo 17
novembre 1988 n. 2021; Sezione III Giurisdizionale Pensioni Civili, nn. 62911, 62912 e 62913 del 20
marzo 1989 ) si pronunciò inizialmente in senso favorevole ai ricorrenti.
Secondo tale giurisprudenza si era sostanzialmente instaurato un meccanismo di aggancio automatico e perenne tra pensioni e stipendi dei magistrati.
Successivamente, però, la stessa Sezione III Giurisdizionale Pensioni Civili, con ordinanza del 21
maggio 1990, constatata l’esistenza di un vuoto legislativo che legittimasse tale principio, denunciava
l’illegittimità costituzionale della norma di cui all’articolo 2 della L. 19 febbraio 1981.
La Corte costituzionale, non condividendo la prospettata questione di legittimità costituzionale, con
ordinanza n. 95 dell’11/16 febbraio 1991 ne dichiarava la manifesta inammissibilità, rilevando che “
una sentenza atta ad innestare nella normativa pensionistica un meccanismo di adeguamento periodico concepito per il personale di servizio “, comportando varietà di scelte e molteplicità di implicazioni, sarebbe stato il risultato di attività “ certamente estranea al sindacato di costituzionalità e viceversa propria del legislatore”.
Il legislatore interveniva qualche mese dopo, con la L. 8 agosto 1991 n. 265, sottoposta, come è noto al vaglio della Corte costituzionale in più riprese e sotto diversi profili di incostituzionalità.
Con sentenza n. 42 del 28 gennaio/10 febbraio 1993 la Corte costituzionale affermava che “ il
legislatore, nell’escludere dalla riliquidazione delle pensioni l’applicabilità del meccanismo di
Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...
4 di 10 03/02/2018, 13:50 adeguamento aveva esercitato una discrezionalità sua propria “, volendo limitare gli effetti dello stesso nell’ambito esclusivo del trattamento stipendiale per il quale era stato concepito.
Nel ribadire che esula dai limiti del controllo di legittimità l’operazione additiva consistente in una mera
trasposizione dell’istituto nel settore pensionistico ( dichiarando, quindi, inammissibile la sollevata
questione di legittimità costituzionale ) la Corte osservava tuttavia che “ la radicale opzione nel senso di cristallizzare la riliquidazione alle misure stipendiali dal 1° luglio 1983, senza alcun conto, neppure
parziale, degli adeguamenti, né prima né dopo “ non può non prospettarsi come fattore di nuove e
ulteriori divaricazioni tra pensioni e stipendi, rappresentando l’ipotesi che nel medio periodo l’andamento delle retribuzioni finirà per discostarsi dalle pensioni “ ben al di là di quel ragionevole rapporto di corrispondenza, sia pure tendenziale ed imperfetto “ a suo tempo richiesto dalla stessa Corte ai sensi degli articoli 3 e 36 della Costituzione, con la ovvia conseguenza che le considerazioni svolte nella sentenza n, 501 del 1988 a proposito dell’omesso calcolo delle anzianità pregresse ben potrebbero alla mancata previsione di un qualsivoglia meccanismo di raccordo tra variazioni retributive indotte dagli aumenti del pubblico impiego e computo delle pensioni, così determinando l’esigenza di un riesame della questione di costituzionalità ( “un riesame della questione di costituzionalità si sarebbe reso necessario ove nel futuro
la divaricazione fra stipendi e pensioni si discostasse da un ragionevole rapporto di corrispondenza “ ).
Successivamente, con sentenza n. 409 del 20/27 luglio 1995, la Corte costituzionale dichiarava ancora
una volta non fondate o manifestamente infondate alcune questioni sollevate dalla sezione Giurisdizionale
Sicilia e dalla Sezione Giurisdizionale Lazio, e pur riaffermando il principio costituzionale di
proporzionalità ed adeguatezza della pensione, da garantire non soltanto con riferimento al momento del
collocamento a riposo ma anche in prosieguo, in relazione alle variazioni del potere di acquisto della
moneta, rilevava che all’attualità ( e, quindi, nel 1995 ) tutto ciò appare assicurato dai meccanismi
perequativi e rivalutativi esistenti, ribadendo che spetta al legislatore ragionevolmente soddisfare nel
tempo detta esigenza ed escludendo che questo comporti inderogabilmente un costante e periodico
allineamento delle pensioni al corrispondente trattamento di attività di servizio.
Inoltre, con ordinanza n.531 del 6/18 dicembre 2002, la Corte costituzionale interveniva nuovamente
sul tema, investita dalla Sezione Giurisdizionale Regionale Puglia, riaffermando i suddetti principi e, in
particolare, che spetta al legislatore determinare le modalità di attuazione del principio sancito
dall’articolo 38 della Costituzione - con riguardo al “ bilanciamento del complesso dei valori e degli
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interessi costituzionali coinvolti, anche in relazione alle risorse finanziarie disponibili e ai mezzi
necessari per far fronte agli impegni di spesa…con il limite comunque di assicurare “ la garanzia delle
esigenze minime di protezione della persona “ ( sentenza n. 457 del 1998 )” e aggiungendo qualcosa di
più: e cioè, che “ l’esigenza di adeguamento delle pensioni alle variazioni del costo della vita è
assicurata attraverso il meccanismo della perequazione automatica del trattamento pensionistico (
attualmente disciplinato dal d.lgs. 30 dicembre 1992 n. 503 “…. )”.
Tale meccanismo di adeguamento al costo della vita è stato considerato dalla Corte costituzionale, con
sentenza n.30 del 13/23 gennaio 2004, emessa su rimessione della Sezione Seconda Giurisdizionale
Centrale, idoneo ad assicurare il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione, e la sua validità è stata
ribadita con la recente ordinanza n. 383 dell’1/14 dicembre 2004, nella quale è stata respinta la
questione di legittimità costituzionale – sollevata dalla sezione Giurisdizionale Regionale Calabria - della
mancata previsione, ad opera della L. 141 del 1985, della riliquidazione del trattamento pensionistico dei
pubblici dipendenti collocati a riposo, a far data dal 1° gennaio 1988.
Sulla base di quanto sopra, la giurisprudenza costante della Corte dei conti è nel senso della inesistenza,
nell’ordinamento giuridico italiano, di un principio di adeguamento automatico delle pensioni alle
retribuzioni ( cfr., ad es., Sez. Reg. Lombardia 20 novembre 2002 n. 1906 ) .
Ciò premesso, deve precisarsi che la costruzione giurisprudenziale della inesistenza di un principio
costituzionale che garantisca il costante adeguamento delle pensioni al successivo trattamento economico
dell’attività di servizio risente dell’influenza esercitata in subjecta materia dalle decisioni emesse dalla
Corte costituzionale, che appartengono alla tipologia delle decisoni di rigetto.
Tale tipo di decisioni non pone particolari problemi, a differenza delle decisioni interpretative di rigetto,
contraddistinte dall’inserimento nel dispositivo delle parole “ nei sensi in motivazione “, formula con la
quale si intende esprimere il carattere condizionale della sentenza e la portata di “ doppia pronuncia “ che
essa assume.
In relazione a queste ultime, infatti, si è acceso recentemente il conflitto fra la Corte di Cassazione e la
Corte Costituzionale in ordine al problema della loro efficacia.
Hanno affermato, infatti, le Sezioni Unite penali, con la sentenza del 17 maggio 2004 n. 23016, il
seguente principio di diritto: “ Le decisoni interpretative di rigetto della Corte costituzionale non hanno
efficacia erga omnes, a differenza di quelle dichiarative dell’illegittimità costituzionale di norme, e
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pertanto determinano solo un vincolo negativo per il giudice del procedimento in cui è stata sollevata la
relativa questione “.
L’occasione è stata offerta dalla interpretazione – contrastata da molti giudici di merito e dalla stessa
Cassazione - secondo cui l’articolo 303, comma 2°, del c.p.p. non è in contrasto con il dettato
costituzionale. Si tratta della norma secondo cui, in caso di regresso del processo, per l’imputato detenuto
ricominciano a decorrere i termini della fase della custodia cautelare. Norma che la Consulta ha ritenuto
costituzionale con la sentenza n. 292 del 1998, che è interpretativa di rigetto, come le successive
ordinanze, con le quali è stata dichiarata la infondatezza ( n. 429/1999 ) o la inammissibilità ( n.
243/2003, n. 335/2003, n.59/2004 ) delle medesime questioni di legittimità costituzionale sollevate dai
giudici di merito.
Osservano le Sezioni Unite penali, nella sentenza n. 23016/2004 cit., che “ L’autonomia e l’indipendenza
del giudice nell’interpretazione della legge sono presidiate, a loro, volta dalla garanzia apprestata dalla
specifica previsione dell’articolo 101, comma 2, Costituzione, dalla quale direttamente deriva la rigida
tutela di un tale potere da possibili interferenze e condizionamenti esterni…” e che “…l’autonomia
riconosciuta dalla Costituzione ad ogni giudice non riguarda soltanto le operazioni ermeneutiche aventi
ad oggetto leggi ordinarie ed atti con forza di legge, ma si estende al contenuto e alla portata delle
disposizioni costituzionali, che si inseriscono nell’ordinamento come norme-principio, conformando i
lineamenti del sistema e ponendosi quali imprescindibili parametri di riferimento nell’interpretazione
delle disposizioni che lo costituiscono “.
Condividendo l’orientamento della Corte di Cassazione, rivendica questo Giudice a sé il compito di
interpretare in modo autonomo ed indipendente le norme costituzionali in materia pensionistica ( artt. 36 e
38 ) - a maggior ragione , come nel caso in esame , in presenza di una interpretazione della Corte
costituzionale espressa attraverso decisioni ( mere ) di rigetto, che non vincolano il giudice - giungendo
ad affermare la vigenza nel nostro ordinamento di un principio di collegamento delle pensioni alla
dinamica delle retribuzioni del settore pubblico sulla base della applicazione diretta degli artt. 36 e 38
della Costituzione.
Come è noto, nella Costituzione italiana non esiste una previsione espressa della applicazione diretta dei
diritti costituzionali nei rapporti intersoggettivi, corrispondente al § 3 dell’art. 1 della legge fondamentale
( Grundgesetz ) della Repubblica federale tedesca del 1949 , anche se questa efficacia diretta orizzontale
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- la c.d. drittwirkung – è stata ormai riconosciuta dalla Corte costituzionale ( ad es., nelle sentt. 122/1970
e 88/1979 in tema di diritto alla salute, considerato suscettibile di fondare direttamente la pretesa del
lavoratore di ottenere il risarcimento del danno determinato dalle condizioni di lavoro nell’impresa; nelle
sent. 156/1971 e 177/1984, in tema di diritto del lavoratore ad una retribuzione minima, ex art. 36 cost. ),
nonché dalla Corte dei Cassazione ( in tema di contratti: n.10511/1999; in tema di risarcimento del danno
da lesione di interesse legittimo: n. 4083/1996 e n.500/1999; in tema di risarcimento del danno alla
persona: n.7713/2000 , n.8828/2003 e 233/2003; in tema di sequestro penale: n. 3572/1995; in tema di
diritto alla salute: n. 3870/1994) e dalla dottrina.
Nel quadro della giurisprudenza costituzionale, non solo non è dato rinvenire alcuna affermazione in
contrasto con la c.d. drittwirkung dei giudici, ma plurime sono addirittura le pronunzie a quella
applicazione diffusa dei precetti costituzionali danno invece impulso.
La posizione della Corte costituzionale nei riguardi dell’istituto in esame si esprime in particolare : a)
dando l’istituto stesso per presupposto e facendovi richiamo come dato complementare di disciplina di
determinate materie ( n.333/1991 ); b) esortando anzi i giudici a farne applicazione ( n. 34/1973 ); c)
rimarcandone addirittura la necessità in determinati contesti normativi ( n.184/1986 ); d) rimovendo,
infine, ostacoli, frapposti dal legislatore ordinario, alla sua operatività ( n. 313/1990 )
Un principio equivalente a quello della c.d. drittwirkung è peraltro ricavabile per implicito dall’incipit
dell’articolo 2 della Costituzione italiana, per cui “ la Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo
“ ( cfr., Cass. 20 aprile 1994 n.3775 ).
Staccandosi dal piano puramente concettuale, ci si accorge che l’utilizzo della applicazione diretta delle
disposizioni costituzionali ( cfr., di recente, Corte cost. n. 512/2002 ) presuppone una concezione della
Costituzione vista non soltanto in posizione di difesa nei riguardi di interventi positivi del legislatore ma
come atto normativo idoneo a soddisfare in modo diretto, senza la necessaria intermediazione legislativa,
la domanda di giustizia che proviene dalla società.
La Corte costituzionale, data la natura di retribuzione differita che deve riconoscersi al trattamento
pensionistico, ha affermato, con orientamento risalente nel tempo, il principio della proporzionalità della
pensione alla quantità e qualità del lavoro prestato, nonché della sua adeguatezza alle esigenze di vita del
lavoratore della sua famiglia, nel pieno rispetto dell’art. 36 Cost. ( sentenze n. 243 del 1992; n. 96 del
1991; n. 501 del 1988; n. 173 del 1986; n. 26 del 1980 e n. 124 del 1968 ) e tuttavia ha altrettanto
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costantemente affermato che non esiste un principio costituzionale che possa garantire l’adeguamento
costante delle pensioni agli stipendi, spettando alla discrezionalità del legislatore determinare le modalità
di attuazione del principio sancito dall’art. 38 Cost. sulla base di un “ ragionevole bilanciamento del
complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti (…) compresi quelli connessi alla concreta e
attuale disponibilità delle risorse finanziarie e dei mezzi necessari per farvi fronte ai relativi impegni di
spesa “ ( sentenza n. 119 del 1991 ) - nello stesso senso, cfr. ordinanza n. 531 del 2002 e sentenze n. 457
del 1998 e n. 226 del 1993 - ma con il limite, comunque, di assicurare “ la garanzia delle esigenze
minime di protezione della persona “ ( sentenza n. 457 del 1998 ).
La stessa Corte costituzionale ha, comunque, affermato che l’eventuale verificarsi di un irragionevole
scostamento tra i due trattamenti può costituire un indice della non idoneità del meccanismo scelto dal
legislatore ad assicurare la sufficienza della pensione in relazione alle esigenze del lavoratore e della sua
famiglia ( sentenze n. 409 del 1995 e n. 226 del 1993 ) . In quest’ultima pronuncia si riporta l’attenzione
del legislatore sulla necessità di sorvegliare l’andamento del fenomeno “ al fine di evitare che esso possa
pervenire a valori critici tali che potrebbero rendere inevitabile l’intervento correttivo della Corte”.
Nella presente situazione delle pensioni del settore pubblico, pertanto, sembra non si possa individuare
più l’esercizio di una discrezionalità legislativa nell’attuare – sia pur variamente – l’adeguamento costante
tra i due tronconi del trattamento retributivo ( quello di attività e quello pensionistico ), ma che si debba
parlare di una completa negazione di quel principio di “ solidarietà “ tra lavoratori e pensionati, cui si
deve affiancare una solidarietà più ampia dell’intera collettività, come argomenta la sentenza
costituzionale n. 226/1993; si tratta di principi che - aggiunge la sentenza –se non richiedono una rigorosa
corrispondenza tra contribuzioni e prestazioni previdenziali esigono però un limite di ragionevolezza nel
legiferare che sembra nella specie del tutto obliterato, non essendoci più alcuna commisurazione delle
pensioni agli stipendi.
Né può essere dimenticato che se è vero – come la Corte costituzionale ha più volte rilevato – che il
legislatore deve farsi carico della non illimitatezza delle risorse finanziarie, è anche vero che dalla natura
retributiva del trattamento di quiescenza sembrano derivare conseguenze non trascurabili ai sensi
dell’articolo 36 della Costituzione.
Per le ragioni sopra esposte non può condividersi l’orientamento seguito dalla prevalente giurisprudenza
delle sezioni giurisdizioni e di appello della Corte dei conti.
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Del resto, con riferimento ad analogo giudizio ( n. 27894), la stessa Amministrazione degli Interni non
ha esperito appello avverso la sentenza di questo G.U.P., con cui è stato riconosciuto il diritto alla
perequazione del trattamento pensionistico, evidentemente condividendo il ragionamento contenuto nella sentenza di accoglimento.
In applicazione, quindi, degli articoli 36 e 38 della Costituzione ritiene questo Giudice, per le
considerazioni sopra espresse, che debba essere affermato il diritto del ricorrente alla perequazione del trattamento pensionistico, con aggancio ai miglioramenti economici concessi al personale di pari qualifica ed anzianità in attività di servizio.
Sulle somme in tal senso dovute spettano gli interessi legali e la rivalutazione monetaria, alle condizionidi legge.
Sussistono gravi ed eccezionali ragioni per disporre la compensazione delle spese di giudizio, in
considerazione della natura della controversia.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso n° 32507 e, per lo effetto, accerta il diritto dei ricorrenti alla perequazione della
pensione, con collegamento al trattamento stipendiale dei dipendenti di pari anzianità, oltre interessi legali
e rivalutazione monetaria nella misura di legge, nei sensi in motivazione.
Spese di giudizio compensate.
Così deciso in Bari, nella Camera di Consiglio del dieci novembre duemiladiciassette.
IL GIUDICE
F.to ( V. Raeli )
Depositata in Segreteria il 23/01/2018
Il Funzionario di Cancelleria
F.to (dott. Pasquale ARBORE)
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giovedì 8 giugno 2017

GLI EREDI DELL'INVALIDO HANNO DIRITTO - QUALE ATTO SUCCESSORIO - ALL'INDENNITÀ' DI ACCOMPAGNAMENTO DEL PARENTE INVALIDO

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 novembre 2015 – 26 gennaio 2016, n. 1323
Presidente Vivaldi – Relatore Scrima

Svolgimento del processo
II Tribunale di Brindisi, con sentenza del 9 ottobre 2012, ha rigettato l’appello proposto da L.M.A.e L. C. nei confronti di L. R. e avverso la sentenza del 5 ottobre 2006, con cui il Giudice di Pace di Brindisi aveva accolto la domanda proposta da L. R. nei confronti dei predetti suoi germani e volta alla condanna di questi ultimi al pagamento, in suo favore, ciascuno della somma di € 922,63, dai medesimi ricevuta, oltre che dall’istante, dalla Prefettura di Brindisi, quali eredi della madre Sollazzo Stella, a titolo di indennità di accompagnamento per la stessa. A fondamento della proposta domanda l’attrice aveva dedotto che le somme erogate dalla Prefettura in parti uguali tra i tre eredi sarebbero dovute spettare interamente a lei, unica ad aver provveduto all’assistenza morale e spirituale della madre, che aveva ospitato presso la sua abitazione sino al quando, nel 1996, non era deceduta mentre i convenuti, percependo e trattenendo i predetti importi, si erano arricchiti senza titolo e in suo danno.

Avverso la sentenza del Tribunale L. C. ha proposto ricorso per cassazione, illustrato da memoria, sulla base di un unico motivo.
Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Motivi della decisione
1. Con l’unico motivo si lamenta “erronea e falsa applicazione degli arts 2041 c.c., nonché dell’ars 12 ultimo comma della legge n. 118 del 1971, così come interpretato autenticamente dall’art. 1 della legge 13 dicembre 1986 n. 912; dell’art. 112 c.p.c. e dell’ars 2909 c.c.;
contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia; in relazione all’ars 360, n. 3 e 5 c.p.c.”. Il ricorrente censura la sentenza impugnata per aver il Tribunale ritenuto che correttamente il Giudice di pace, qualificandola quale domanda di arricchimento senza causa, avesse accolto la domanda attorea, sul rilievo che spettasse all’attrice l’intero importo liquidato dalla Prefettura a titolo di ratei dell’indennità di accompagnamento, in quanto tale indennità, finalizzata ad assicurare l’assistenza domestica dell’invalida, andava attribuita soltanto a L. R., avendo solo quest’ultima assicurato siffatta assistenza alla madre. Il ricorrente, richiamando al riguardo la normativa di riferimento e la giurisprudenza di legittimità, assume che, “trattandosi di diritto proprio degli eredi, ovvero di diritto riconosciuto loro per legge”,l’attribuzione delle somme in questione agli eredi dell’invalida non costituirebbe arricchimento senza causa e che la legge stessa escluderebbe che tali somme siano percepite esclusivamente dall’erede che si è fatto carico dell’assistenza dell’invalido.
1.1. Il motivo è fondato. Questa Corte ha già avuto modo di affermare che “per il disposto dell’art. 12, ultimo comma della legge 30 marzo 1971 n. 118, così come interpretato autenticamente dall’art. 1 legge 13 dicembre 1986 n. 912, gli credi dell’invalido hanno diritto alle quote della pensione d’inabilità e dell’indennità di accompagnamento maturate dalla domanda amministrativa alla morte dell’invalido avvenuta in epoca anteriore all’accertamento dell’inabilità da parte della competente commissione provinciale. (C. Cost 23 febbraio 1989 n. 61)” (Cass. 16/12/1995, n. 12879); é stato inoltre affermato che, “fermo restando che il credito inerente a prestazioni assistenziali dovute agli invalidi civili, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 196 del 1993, in applicazione di una regola analoga a quella dettata dall’art. 429, terzo comma, cod. proc. civ., è produttivo di interessi legali e di rivalutazione monetaria, qualora, peraltro, l’esistenza dei presupposti della prestazione vengaaccertata in epoca successiva alla morte dell’interessato o, comunque, la prestazione stessa venga liquidata non al diretto beneficiario, ma agli eredi, a questi ultimi, in relazione al periodo successivo al decesso del dante causa, venendo ormai in rilievo non già una situazione di assistenza sociale obbligatoria, bensì una tipica situazione successoria, non spetta la rivalutazione monetaria in base al predetto art 429 cod. proc. civ., con la conseguenza che gli eredi che intendano ottenere, per detto periodo, il risarcimento del danno ulteriore ex art. 1224, secondo comma, cod. civ., hanno l’onere di dedurre e provare il pregiudizio subito” (Cass. 29/03/2001, n. 4672; v, anche 27/10/1998, n. 10715). Alla luce della giurisprudenza di legittimità sopra richiamata, risulta evidente che il diritto alle prestazioni assistenziali dovute agli invalidi civili nasce sulla base della domanda amministrativa e della sussistenza dei presupposti normativamente previsti e, facendo parte del patrimonio dei titolare, a prescindere dal suo accertamento in sede amministrativa e o giudiziale, si trasmette per successione ereditaria anche in caso di morte dell’avente diritto
antecedente all’accertamento dei presupposti; pertanto, sia nell’ipotesi appena ricordata, sia
qualora le prestazioni in parola vengano comunque.liquidate non al diretto interessato ma ai suoi eredi, viene in rilievo non una situazione di assistenza sociale obbligatoria bensì una tipica situazione successoria. Ne consegue che, nel caso di specie, sussiste il diritto degli eredi dell’invalida alla quota dell’indennità di accompagnamento liquidata in favore di ciascuno di essi, senza che possa ravvisarsi alcun arricchimento senza causa in relazione agli eredi che non abbiano provveduto all’assistenza della predetta.
2. Stante la fondatezza dell’unico motivo proposto, il ricorso va accolto; la sentenza impugnata va, pertanto, cassata e la causa va rinviata, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al Tribunale di Brindisi, in persona di diverso magistrato, che si uniformerà al principio di diritto che precede.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al Tribunale di Brindisi, in persona di diverso magistrato. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 novembre 2015.

martedì 24 maggio 2016

RITARDO NEL RICONOSCIMENTO DELLA CAUSA DI SERVIZIO E NELLA LIQUIDAZIONE DELL'EQUO INDENNIZZO - MINISTERO DELLA DIFESA CONDANNATO

N. 00237/2016 REG.PROV.COLL.
N. 01128/2015 REG.RIC.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1128 del 2015, proposto da:
XXXXXXXX, rappresentato e difeso dagli avv. Giorgio Carta, Giovanni Carta e Giuseppe Piscitelli, con domicilio eletto presso la segreteria del T.A.R. Liguria in Genova, via dei Mille, 9;
contro
Ministero della difesa e Ministero dell'economia e delle finanze, in persona dei rispettivi ministri
pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria ex lege in
Genova, viale Brigate Partigiane, 2;
per l'ottemperanza
della sentenza n. 1689/2014 della II Sezione del T.A.R. per la Liguria.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero della difesa e del Ministero dell'economia e
delle finanze;
Vista la memoria difensiva del Ministero dell'economia e delle finanze;
Visti tutti gli atti della causa;
Visto l'art. 22, comma 8, d.lgs. 30/6/2003, n. 196;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2016 il dott. Richard Goso e udito il
difensore intervenuto per le amministrazioni resistenti, come specificato nel verbale; nessuno è
comparso per il ricorrente.
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO
Con sentenza n. 1689 del 21 novembre 2014, la seconda Sezione di questo Tribunale ha accolto il ricorso r.g. n. 785 del 2014, proposto dal signor XXXXXXXX, appuntato dei carabinieri in congedo, per l’annullamento del silenzio-rifiuto formatosi sulla richiesta volta al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio delle infermità denunciate con istanza presentata il 14 giugno 2013.
Con tale pronuncia, è stato ordinato al Ministero della difesa e al Ministero dell’economia e delle finanze di provvedere in modo espresso sull’istanza del ricorrente entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione in via amministrativa o, se anteriore, dalla notificazione della sentenza medesima.
Riferisce l’interessato che, nonostante siano trascorsi oltre tredici mesi dalla pubblicazione della sentenza, le amministrazioni intimate non hanno tuttora concluso il procedimento per il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio delle denunciate infermità e per la corresponsione dell’equo indennizzo.
Ciò premesso, con ricorso ritualmente notificato e depositato, egli chiede che venga ordinato alle stesse amministrazioni di ottemperare alle statuizioni contenute nella sentenza di accoglimento, con
l’eventuale nomina di un commissario ad acta per il caso di ulteriore inottemperanza.
E’ allegata al ricorso copia autentica della sentenza di cui si chiede l’esecuzione.
Si è costituita in giudizio l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Genova, in rappresentanza delle amministrazioni intimate.
Con memoria depositata il 17 febbraio 2016, la difesa erariale eccepisce che non potrebbero ascriversi responsabilità di sorta al Comitato di verifica per le cause di servizio che, non avendo mai
ricevuto alcuna richiesta di parere relativamente alla situazione dell’odierno ricorrente, si trova nell’impossibilità di dare luogo alle attività procedimentali di sua competenza.
Il ricorso è stato chiamato all’udienza camerale del 25 febbraio 2016 e ritenuto in decisione.
La pretesa di parte ricorrente è fondata e meritevole di accoglimento.
Con la sentenza di cui si chiede l’esecuzione, è stata accertata l’illegittimità del silenzio serbato sull’istanza di riconoscimento da causa di servizio delle infermità “discopatia cervicale c5/c6 (patologia post traumatica del rachide); gonalgia post traumatica contusiva (ginocchio dx)”.
Tale sentenza rientra nell’ambito dei provvedimenti per i quali è esperibile il giudizio di ottemperanza, ai sensi dell’art. 112, comma 2, lett. b), c.p.a.
Le amministrazioni resistenti, peraltro, non hanno contestato la ricostruzione dei fatti operata da parte ricorrente né hanno addotto elementi atti a giustificare il contegno omissivo serbato a seguito della sentenza che ha definito il giudizio di cognizione.
Come già precisato, la difesa erariale si è limitata ad eccepire il mancato coinvolgimento procedimentale del Comitato di verifica, ma tale circostanza non è stata determinata da omissioni eventualmente imputabili all’odierno ricorrente, atteso che la relativa incombenza faceva carico al Ministero della difesa, vale a dire all’Amministrazione deputata all’istruttoria della domanda di riconoscimento della causa di servizio e all’emissione del provvedimento finale.
Non ravvisandosi altre ragioni idonee a giustificare, in fatto o in diritto, l’inadempimento dell’amministrazione, va conseguentemente accolta la domanda di esecuzione della sentenza n. 1689/2014 di questo Tribunale e, per l’effetto, deve essere dichiarato l’obbligo del Ministero della difesa di dare esatta ed integrale esecuzione alla sentenza in questione, provvedendo all’istruttoria dell’istanza proposta dall’odierno ricorrente e, sulla base del parere che sarà formulato dal Comitato
di verifica per le cause di servizio, all’emissione del provvedimento finale.
A tal fine, va assegnato alla competente Amministrazione un termine di sessanta giorni per la trasmissione degli atti al Comitato di verifica, con decorrenza dalla comunicazione in via amministrativa o, se anteriore, dalla notificazione della presente sentenza.
Il provvedimento finale dovrà essere emesso entro venti giorni dalla data di ricezione del parere del
Comitato suddetto.
Sussistono, altresì, i presupposti per la nomina di un commissario ad acta, nell’ipotesi di ulteriore inottemperanza oltre i termini sopra indicati nonché per l’applicazione della penalità di mora prevista dall’art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a.
A fronte della protrazione dell’inadempimento dell’amministrazione, con riguardo ad incombenze procedimentali che non hanno carattere eccezionale né sembrano presentare aspetti di particolare complessità, va escluso, infatti, che l’applicazione della sanzione pecuniaria sia manifestamente iniquo ovvero che sussistano altre ragioni ostative, peraltro non evidenziate dalle amministrazioni resistenti.
In punto quantum, si ritiene congruo fissare la somma di € 20,00 (20 euro) per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della sentenza rispetto ai termini sopra assegnati, fino all’adempimento da parte dell’Amministrazione ovvero all’insediamento del commissario ad acta.
Le spese del presente giudizio di ottemperanza seguono la soccombenza e, tenendo conto dell’impegno defensionale connaturato alla natura della controversia, sono equitativamente liquidate nella misura indicata in dispositivo.
Dette spese vanno poste a carico del Ministero della difesa, quale amministrazione che ha omesso di
provvedere alle incombenze necessarie per dare esecuzione alla sentenza favorevole al ricorrente, e
devono essere distratte in favore dei procuratori antistatari che ne hanno fatto richiesta; le spese possono compensarsi, pertanto, tra il ricorrente e il Ministero dell’economia e delle finanze.

P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, ordina al Ministero della difesa di eseguire la sentenza di questo Tribunale n. 1689/2014, secondo le modalità e nei termini indicati in motivazione.
Nomina Commissario ad acta, per l’ipotesi di ulteriore inottemperanza oltre i termini suddetti, il Direttore Generale della Direzione Generale della previdenza militare e della leva del Ministero della difesa (PREVIMIL), con facoltà di delega ad altro funzionario del medesimo ufficio.
Fissa il compenso del Commissario ad acta, per il caso in cui si rendesse necessaria la sua opera, nell’importo di € 800,00 (ottocento euro), da porsi a carico del Ministero della difesa.
Condanna il Ministero della difesa al pagamento in favore del ricorrente, in caso di ulteriore inottemperanza, delle somme in motivazione specificate a titolo di sanzione pecuniaria ex art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a.
Condanna il Ministero della difesa a pagare ai difensori del ricorrente, quali procuratori antistatari, la somma complessiva € 400,00 (quattrocento euro) per le spese del presente giudizio, oltre IVA e CPA di legge; compensa le spese tra la parte ricorrente e il Ministero dell’economia e delle finanze.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del provvedimento, all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute del ricorrente.
Così deciso in Genova nella camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2016 con l'intervento dei magistrati:

Giuseppe Daniele, Presidente
Paolo Peruggia, Consigliere
Richard Goso, Consigliere, Estensore
L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 10/03/2016
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti interessati nei

termini indicati.

mercoledì 18 novembre 2015

SANZIONE DISCIPLINARE DELLA SOSPENSIONE DAL SERVIZIO - ILLEGITTIMITÀ' - MANCATA AFFISSIONE DEL CODICE DISCIPLINARE.

Cass. Civ. Lav. 21 luglio 2015, n. 15218 

Svolgimento del processo Con sentenza 23/2/09 la Corte d'Appello di Napoli, in riforma della pronuncia resa dal giudice di prima istanza, dichiarava l'illegittimità della sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per quattro giorni, irrogata dal Comune di Lauro nei confronti di P.A.M. con provvedimento in data 4/7/03, per violazione consistita nell'aver disatteso la specifica disposizione impartitale dal dirigente di usufruire di un protocollo interno del settore di competenza per il deposito di documentazione attinente ad una pratica relativa ad un invalido, avendo la dipendente affidato a persona estranea alla Amministrazione, i documenti da recapitare al protocollo generale. La Corte territoriale fondava il proprio convincimento essenzialmente sul rilievo della intervenuta violazione dell'obbligo di affissione del codice disciplinare sancito dalla L. 20 maggio 1970 n. 300, art. 7. Osservava che nella specie si verteva in tema di applicazione di una sanzione conservativa; che il Comune non aveva dedotto né tantomeno provato, di aver pubblicizzato mediante affissione in luogo accessibile a tutti, il codice disciplinare (così come previsto dall'art. 23 comparto regioniautonomie locali); che detto adempimento, diversamente dall'ipotesi di contestazione di comportamenti contrari agli interessi dell'impresa o ai doveri morali generalmente condivisi, era irrinunciabile, non essendo oggetto di addebito, fattispecie integranti ipotesi di reato o violazione di regole elementari di vita, bensì illeciti consistiti nella violazione di prescrizioni strettamente attinenti all'organizzazione datoriale. Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione il Comune di Lauro affidato a tre motivi. P.A.M. non ha svolto attività difensiva. Motivi della decisione Con il primo motivo si denuncia, ex art. 360 n. 3 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., art. 7 L. 20 maggio 1970 n. 300, artt. 112- 420- 421 c.p.c. nonché difetto di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 n. 5 c.p.c. Si critica la decisione impugnata per aver argomentato in ordine alla mancata allegazione della affissione in luogo accessibile a tutti, del codice disciplinare, tralasciando di considerare che in sede di memoria di costituzione nel giudizio di primo grado, era stata espressamente dedotta la circostanza della intervenuta affissione della normativa del c.c.n.l. applicabile ratione temporis relativa alle infrazioni e sanzioni disciplinari, era stata regolarmente affissa nell'Albo Pretorio, e che detta circostanza non era stata oggetto di contestazione ex adverso. Con il secondo mezzo di impugnazione, si deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., art. 7 L. 20 maggio 1970 n. 300, nonché difetto di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. Parte ricorrente stigmatizza l'argomentare dei giudici del gravame, laddove hanno reputato l'adempimento concernente l'affissione del codice disciplinare in luogo visibile a tutti, come indefettibile ai fini della validità della sanzione irrogata e si richiama all'orientamento espresso in sede di legittimità che estende l'interpretazione flessibile dell'art. 7 L. 300/70 (secondo cui la pubblicità del codice disciplinare non è necessaria se la mancanza addebitata dipende dalla violazione di norme di legge e, comunque, di doveri fondamentali del lavoratore), anche alle sanzioni disciplinari conservative. Con il terzo motivo si denuncia, ex art. 360 n. 3 c.p.c. violazione e falsa applicazione degli artt. 47 e 55 d.lgs. 30 marzo 2001 n.165 nonché dell'art. 7 L. 20 maggio 1970 n. 300. Si lamenta che la sentenza impugnata abbia tralasciato di considerare il dettato normativo di cui all'art. 47 comma 8 d.lgsl. 165/01, alla cui stregua per i contratti collettivi di lavoro nel pubblico impiego privatizzato, è prescritta la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Si osserva, quindi, che i contratti collettivi di lavoro nella P.A. sono atti normativi che configurano una categoria di fonti di diritto oggettivo ed, in quanto tali, non rendono necessario l'obbligo di procedere alla pubblica affissione. I motivi, che per presupporre la soluzione di questioni giuridiche fra loro connesse possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati. Occorre premettere che giurisprudenza di questa Corte, anche relativamente alle sanzioni disciplinari conservative - e non per le sole sanzioni espulsive - ha ritenuto che, in tutti i casi nei quali il comportamento sanzionatorio sia immediatamente percepibile dal lavoratore come illecito, perché contrario al c.d. minimo etico o a norme di rilevanza penale, non sia necessario provvedere alla affissione del codice disciplinare, in quanto il lavoratore ben può rendersi conto, anche al di là di una analitica predeterminazione dei comportamenti vietati e delle relative sanzioni da parte del codice disciplinare, della illiceità della propria condotta (vedi ex plurimis, Cass. 27 gennaio 2011 n. 1926). Da quanto esposto emerge, tuttavia, che quando la condotta contestata al lavoratore appaia violatrice non di generali obblighi di legge ma di puntuali regole comportamentali negozialmente previste e funzionali al miglior svolgimento del rapporto di lavoro, l'affissione si presenta necessaria. Orbene, in linea con tale orientamento, la Corte territoriale, muovendo dalla constatazione che, nella specie, la contestazione riguardava illeciti consistenti nella violazione di prescrizioni strettamente attinenti alla organizzazione aziendale, ha ritenuto la essenzialità della affissione del codice disciplinare. Va inoltre, considerato che, in tema di procedimento disciplinare nei confronti di dipendenti pubblici, la disposizione di cui all'art. 25, n.10, del c.c.n.l. del 6 luglio 1995 per il personale degli enti locali- prevede che al codice disciplinare deve essere data la massima pubblicità mediante affissione in luogo accessibile a tutti i dipendenti. La particolare disciplina contenuta nel CCNL di settore - di natura pubblicistica e quindi oggetto di accertamento ed interpretazione diretta da parte della Corte di Cassazione - prevede che al codice disciplinare deve essere data una particolare forma di pubblicità, che è tassativa e non può essere sostituita con altre (vedi, in tali sensi, Cass. 23 marzo 2010 n. 6976). In tale prospettiva resta superato anche il rilievo sollevato dal ricorrente con riferimento alla natura "normativa" dei contratti collettivi di lavoro nelle pubbliche amministrazione, che sono l'esito di un procedimento regolato ex lege (art. 47 d.lgsl. n. 165/01) la cui efficacia si perfezione con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Non può, infatti, ritenersi in questa sede invocabile il principio, pur enunciato da questa Corte, alla cui stregua la previsione nella disposizione di legge, pubblicata nella Gazzetta ufficiale, è sufficiente alla conoscenza da parte della generalità e rende inutile la suddetta affissione (vedi Cass. 8 gennaio 2007 n. 56). Ciò in quanto è il contenuto stesso della disposizione collettiva che disciplina la fattispecie scrutinata - relativa all'obbligo di idonea pubblicità del codice disciplinare - che palesa come inderogabile siffatto obbligo, e rende inapplicabile sia quella giurisprudenza la quale ha ritenuto non necessaria l'affissione del codice disciplinare quando la violazione è percepita come tale dal senso comune o in base ai principi generali (vedi Cass. cit. n. 6976/10), sia quell'orientamento che sulla natura "normativa" delle disposizioni collettive di comparto, fonda il giudizio di non necessità della affissione del codice disciplinare in luogo accessibile a tutti. Conclusivamente, essendo la norma pattizia chiara nel senso di negare che la pubblicazione per affissione ammetta equipollenti, deve ritenersi che la statuizione della Corte di Appello, che su detta disposizione si fonda (vedi pag. 5), è ineccepibile e si sottrae alle censure svolte. Né, onde pervenire a diverse conclusioni, può aderirsi alla tesi prospettata con il primo motivo di doglianza, secondo cui sarebbe stato onere della lavoratrice contestare la allegazione contenuta in sede di memoria di costituzione nel giudizio di primo grado, e relativa alla circostanza della intervenuta affissione della normativa del c.c.n.l. applicabile ratione temporis concernente le infrazioni e sanzioni disciplinari nell'Albo Pretorio, oltre che fornire prova contraria. Nella specie, infatti, nel ricorso introduttivo la P. ha lamentato la mancata affissione del codice disciplinare con la conseguenza che, di fronte a tale doglianza, era onere del Comune convenuto non solo contestare tale assunto, ma anche fornire la prova del relativo adempimento (vedi ex plurimis, Cass. n. 4572 del 1995), ciò che non è avvenuto. In definitiva, sotto tutti i profili delineati, il ricorso si presenta privo di pregio e va pertanto respinto. Nessuna statuizione va emessa in punto spese, non avendo l'intimata svolto attività difensiva. P.Q.M. Rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

martedì 30 giugno 2015

AUTOVELOX - VANNO REVISIONATI ANNUALMENTE. INCOSTITUZIONALE L'ART.45 DEL C.D.S. NELLA PARTE IN CUI NON PREVEDE LA REVISIONE DEGLI APPARECCHI.

Corte Costituzionale, sentenza 29 aprile – 18 giugno 2015, n. 113
Presidente Criscuolo – Redattore Carosi
Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 7 agosto 2014, iscritta al r.o. n. 206 del 2014, la Corte di cassazione, sezione seconda civile, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 45 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), in riferimento all’art. 3 della Costituzione.
La Corte rimettente riferisce che la conduttrice ed il proprietario di un’autovettura adivano il Giudice di pace di Mondovì, opponendosi al provvedimento del Prefetto di Cuneo con il quale era stato respinto il loro ricorso avverso il verbale della Polizia stradale di Cuneo per violazione dell’art. 142, comma 8, del d.lgs. n. 285 del 1992.
I ricorrenti impugnavano il citato provvedimento dinnanzi al giudice di prime cure. Si costituiva in giudizio la Prefettura, contestando l’avversa opposizione.
Il Giudice di pace di Mondovì rigettava con sentenza il ricorso, confermando il verbale e l’ordinanza del Prefetto di Cuneo.
Successivamente i citati ricorrenti proponevano appello al Tribunale ordinario di Torino e la Prefettura resisteva, chiedendo il rigetto per infondatezza.
Il Tribunale di Torino confermava l’impugnata sentenza.
In entrambi i gradi di giudizio è rimasto controverso il corretto funzionamento dell’autovelox, in relazione al quale non è stato concesso alcun accertamento.
Avverso detta decisione di appello i ricorrenti proponevano ricorso in Cassazione. Resisteva con controricorso la Prefettura di Cuneo.
In punto di rilevanza, la Corte di cassazione riferisce che, nell’ambito degli otto quesiti formulati ai sensi dell’art. 366-bis del codice di procedura civile, la soluzione del terzo e quarto motivo di ricorso imporrebbe di affrontare la problematica della necessità della verifica periodica delle apparecchiature predisposte per l’accertamento e misurazione della velocità.
A giudizio del giudice rimettente, quindi, occorre vagliare la legittimità costituzionale dell’esenzione per tali strumenti da una procedura di verifica periodica del loro funzionamento.
In particolare con il terzo motivo di ricorso si censura la «violazione o, comunque, falsa applicazione di norme di diritto, ovvero della legge 11.08.1991 n. 273, dell’art. 4 del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Dipartimento per i Trasporti Terrestri, Direttore Generale Motorizzazione n. 1123 del 16.05.2005 ed ancora delle norme internazionali UNI 30012, UNI EN 10012 e delle raccomandazioni OIML D19 e D20, [nelle quali è prevista] la taratura periodica per le apparecchiature di rilevazione della velocità – art. 360 n. 3 c.p.c.». Con il quarto motivo di ricorso, collegato al precedente, le parti ricorrenti lamentano una carenza motivazionale della impugnata sentenza in relazione ad un «fatto controverso e decisivo per il giudizio ovvero il regolare funzionamento dell’autovelox». Inoltre anche il primo ed il secondo motivo di ricorso sarebbero in via mediata coinvolti dalla soluzione della questione di legittimità costituzionale sollevata, poiché attengono alla motivazione ed all’eventuale violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 del codice civile in relazione all’art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) e all’art. 205 del d.lgs. n. 285 del 1992, quanto alla «avvenuta o meno dimostrazione» della regolarità del detto rilevatore di velocità.
Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, la Corte di cassazione  prende le mosse dal proprio consolidato orientamento secondo il quale le apparecchiature elettroniche per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità di cui all’art. 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, non devono essere sottoposte alla procedura di verifica periodica. Secondo detto orientamento possono evitarsi i «controlli previsti dalla legge n. 273 del 1991 istitutiva del sistema nazionale relativo alla verifica della taratura poiché esso attiene alla materia c.d. metrologica, che è diversa rispetto a quella della misurazione elettronica della velocità» (si cita la sentenza della Corte di cassazione, seconda sezione civile, 19 novembre 2007, n. 23978). La Corte di cassazione si sarebbe espressa in più pronunce nel senso della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 45, comma 6, e 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, 4, comma 3, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121 (Disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 168 e 345 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495 (Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada), in riferimento agli artt. 3, 24 e 97 Cost. (si citano le sentenze della Corte di cassazione, seconda sezione civile, 15 dicembre 2008, n. 29333 e n. 29334).
Il giudice rimettente ricorda come la Corte costituzionale con la sentenza n. 277 del 2007 abbia già esaminato e deciso la questione di legittimità costituzionale dell’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., ritenendo non fondata la questione per erronea individuazione da parte del giudice rimettente del termine di comparazione nel decreto del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato 28 marzo 2000, n. 182 (Regolamento recante modifica ed integrazione della disciplina della verificazione periodica degli strumenti metrici in materia di commercio e di camere di commercio), anziché nell’art. 2, comma 1, della legge 11 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura). In quella sede tuttavia la Corte costituzionale avrebbe svolto affermazioni, che indurrebbero ad una riconsiderazione della questione. In particolare, la Corte costituzionale avrebbe rilevato che il rimettente non avrebbe sperimentato l’applicazione della normativa generale del 1991 alla luce del sistema internazionale delle unità di misura SI.
Ritenuta pertanto la perdurante rilevanza della questione, e reputando ormai consolidato il diritto vivente a seguito degli uniformi e costanti indirizzi ermeneutici della Corte di cassazione, della cui legittimità costituzionale egli dubita, il rimettente assume che la norma impugnata consentirebbe, in modo del tutto irragionevole, che le apparecchiature destinate all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità possano essere utilizzate nello svolgimento di accertamenti irripetibili sulla base di una presunzione di corretto funzionamento «anche a distanza di lustri» basata sulla «sola conformità al modello omologato».
A tal fine egli prospetta il dubbio di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 3 Cost. sotto i seguenti profili: a) «per l’assoluta irragionevolezza e conseguente disuguaglianza, che [consentirebbe l’esclusione] dall’applicazione della […] normativa generale, anche internazionale, in tema di misura ricomprendente pure la velocità come unità derivata»; b) «con riguardo, come tertium comparationis, alla normativa di cui alla legge 1 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura), che prevede anche la velocità quale unità di misura derivata»; c) «con riferimento […] alla normativa comunitaria (Norme UNI EN 30012 – parte 1 come integrate da UNI EN 10012), che [prevederebbe] il dovuto e relativo adeguamento del nostro ordinamento»; d) per la palese irragionevolezza di un sistema che consente di dare certezza giuridica e inoppugnabilità ad accertamenti irripetibili – fonti di potenziali gravi conseguenze per chi vi è sottoposto – svolti da complesse apparecchiature senza che la loro efficienza e buon funzionamento siano soggette a verifica «anche a distanza di lustri».
2.– Con atto di intervento depositato il 9 dicembre 2014 si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale chiede che la questione di legittimità sollevata sia dichiarata inammissibile ovvero infondata.
L’Avvocatura generale dello Stato  osserva che in base alla normativa europea di riferimento, concernente il sistema UNI EN 30012 di cui alla direttiva 28 marzo 1983, n. 83/189/CEE (Direttiva del Consiglio che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche), recepita nel nostro ordinamento con la legge 21 giugno 1986, n. 317 (Procedura d’informazione nel settore delle norme e regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione in attuazione della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 giugno 1998, modificata dalla direttiva 98/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 luglio 1998), tutti gli strumenti di misurazione dovrebbero essere sottoposti a taratura. Inoltre la legge n. 273 del 1991 individua gli istituti metrologici primari (IMP), i quali insieme ai centri di taratura costituirebbero il relativo sistema nazionale. Detti centri provvederebbero ad eseguire tutti i controlli richiesti ai fini dell’emissione del “certificato di taratura”, non essendo consentito lo svolgimento di questa funzione né alla ditta produttrice, né a quella distributrice dell’autovelox. La citata sentenza della Corte costituzionale n. 277 del 2007 avrebbe rafforzato l’orientamento interpretativo della giurisprudenza di merito nel senso della necessità della taratura per le apparecchiature di rilevazione della velocità ai fini della validità dell’accertamento, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di cassazione anche successivamente. Da quanto rilevato, a giudizio dell’Avvocatura generale dello Stato, discenderebbe l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sollevata. Difatti, secondo il consolidato orientamento della Corte costituzionale, allorché più opzioni interpretative siano in astratto adottabili, il giudice dovrebbe scegliere l’interpretazione conforme a Costituzione (si citano le sentenze n. 192 del 2007, n. 356 del 1996 e le ordinanze n. 451 e n. 121 del 1994). Inoltre la questione proposta non dovrebbe risolversi nella prospettazione di meri dubbi ermeneutici e alla Corte costituzionale non spetterebbe il ruolo di giudice delle interpretazioni della Corte di cassazione (si citano le ordinanze n. 98 del 2006 e n. 3 del 2002).
L’inammissibilità potrebbe desumersi altresì dalla considerazione che, sulla base della stessa giurisprudenza costituzionale, l’autonomia ermeneutica del giudice delle leggi non avrebbe natura illimitata, ma dovrebbe necessariamente arrestarsi di fronte ad un orientamento interpretativo adeguatamente consolidato delle Corti superiori e tale da assumere valenza di significato obiettivo della normativa, così da concretizzare la nozione di “diritto vivente” (si cita la sentenza n. 350 del 1997).
Nel caso in esame l’orientamento secondo il quale le apparecchiature elettroniche di rilevamento della velocità non necessiterebbero ai sensi dell’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 di sottoposizione alla verifica periodica sarebbe stato ribadito in varie occasioni dalle sezioni semplici della Corte di cassazione (si citano l’ordinanza 17 settembre 2012, n. 15597 e le sentenze n. 29334 e 29333 del 2008, n. 23978 del 2007), ma contrasterebbe con il consistente orientamento di segno opposto dei giudici di merito.
La questione sarebbe inoltre manifestamente infondata, in quanto la materia dell’impiego e della manutenzione dei misuratori di velocità avrebbe una propria disciplina – specifica rispetto alle norme che regolamentano gli altri apparecchi di misura – contenuta nel decreto del Ministero dei lavori pubblici (ora Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) del 29 ottobre 1997 (Approvazione di prototipi di apparecchiature per l’accertamento dell’osservanza dei limiti di velocità e loro modalità di impiego). L’art. 4 del citato decreto ministeriale stabilendo che «Gli organi di Polizia stradale interessati all’uso delle apparecchiature per l’accertamento dell’osservanza dei limiti di velocità sono tenuti a […] rispettare le modalità di installazione e di impiego previste nei manuali d’uso», escluderebbe la necessità di un controllo periodico finalizzato alla taratura dello strumento di misura se non espressamente richiesto dal costruttore nel manuale d’uso depositato presso il Ministero dei trasporti al momento della richiesta di approvazione ovvero nel decreto di approvazione. Inoltre la verifica della corretta funzionalità e la vigilanza su eventuali anomalie e malfunzionamenti delle apparecchiature approvate dal Ministero dei trasporti impiegate esclusivamente in presenza e sotto il costante controllo di un operatore di polizia stradale sarebbe effettuata dagli stessi operatori durante tutto il servizio secondo le indicazioni fornite dal costruttore. Solo i misuratori di velocità utilizzati in modalità completamente automatica dovrebbero essere sottoposti ad una verifica metrologica presso la casa costruttrice, abilitata dalla certificazione di qualità secondo le norme ISO 9001 e seguenti, ovvero presso uno dei soggetti accreditati dal Sistema nazionale di taratura ai sensi della legge n. 273 del 1991, con cadenza almeno annuale ovvero conformemente alle indicazioni contenute nel certificato di approvazione e dalle istruzioni di funzionamento fornite dal costruttore.
Considerato in diritto
1.— Con l’ordinanza indicata in epigrafe la Corte di cassazione, seconda sezione civile, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 45 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui non prevede che le apparecchiature destinate all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura, in riferimento all’art. 3 della Costituzione.
1.1.– Questione analoga a quella in esame era stata sollevata dal Giudice di pace di Dolo (ordinanza iscritta al n. 210 del registro delle ordinanze del 2007) nei confronti della stessa disposizione in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost. in ragione della diversa disciplina dettata dal decreto ministeriale 28 marzo 2000, n. 182 (Regolamento recante modifica ed integrazione della disciplina della verificazione periodica degli strumenti metrici in materia di commercio e di camere di commercio), in tema di verifica degli strumenti di misura utilizzati per la determinazione della quantità o del prezzo nelle transazioni commerciali.
Nella citata occasione questa Corte ha rilevato l’erronea individuazione di tale tertium comparationis, non attinente alla misurazione della velocità ai fini dell’accertamento delle violazioni del codice della strada, dichiarando non fondata la questione come proposta dal rimettente (sentenza n. 277 del 2007).
Nel censurare la ricostruzione del quadro normativo e nel ritenere errata l’individuazione della norma rispetto alla quale veniva lamentata un’irragionevole disuguaglianza – poiché il richiamato decreto ministeriale n. 182 del 2000 costituisce disciplina secondaria afferente agli strumenti di misura utilizzati nei rapporti commerciali – questa Corte ha affermato in quella sede che il giudice a quo non aveva «sperimentato l’applicazione della normativa generale del 1991 alla luce del sistema internazionale delle unità di misura SI, che comprende la velocità come unità derivata».
Con l’ordinanza in epigrafe il giudice a quo sostiene che la Corte costituzionale, non ritenendo fondata la questione solo per erronea individuazione da parte del giudice rimettente del termine di comparazione, avrebbe svolto affermazioni suscettibili di migliore considerazione da parte della Corte di cassazione. Quest’ultima avrebbe invece confermato il precedente orientamento interpretativo circa l’impugnato art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992.
Ritenuta pertanto la perdurante rilevanza della questione e reputando ormai consolidato il diritto vivente a seguito degli uniformi e costanti indirizzi ermeneutici della Corte di cassazione, della cui legittimità costituzionale il rimettente dubita, questi assume che la norma impugnata consentirebbe, in modo del tutto irragionevole, che le apparecchiature destinate all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità possano essere utilizzate nello svolgimento di accertamenti irripetibili sulla base di una presunzione di corretto funzionamento, fondata sulla «sola conformità al modello omologato» «anche a distanza di lustri».
A tal fine egli prospetta il dubbio di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 3 Cost. sotto i seguenti profili: a) «per l’assoluta irragionevolezza e conseguente disuguaglianza, che [consentirebbe l’esclusione] dall’applicazione della […] normativa generale, anche internazionale, in tema di misura ricomprendente pure la velocità come unità derivata»; b) «con riguardo, come tertium comparationis, alla normativa di cui alla legge 1 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura), che prevede anche la velocità quale unità di misura derivata»; c) «con riferimento […] alla normativa comunitaria (Norme UNI EN 30012 – parte 1 come integrate da UNI EN 10012), che [prevederebbe] il dovuto e relativo adeguamento del nostro ordinamento»; d) per la palese irragionevolezza di un sistema che consente di dare certezza giuridica e inoppugnabilità ad accertamenti irripetibili – fonti di potenziali gravi conseguenze per chi vi è sottoposto – svolti da complesse apparecchiature senza che la loro efficienza e buon funzionamento siano soggette a verifica «anche a distanza di lustri».
1.2.– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata.
Secondo l’Avvocatura le censure del giudice rimettente sarebbero inammissibili in quanto costituenti meri dubbi ermeneutici o quesiti di ordine interpretativo, la cui risoluzione spetterebbe a lui stesso e non a questa Corte. Egli non avrebbe, in sostanza, sperimentato un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione, idonea a sottrarla al dubbio di costituzionalità.
Altro motivo d’inammissibilità deriverebbe dai limiti dell’autonomia interpretativa di questa Corte, che dovrebbe comunque arrestarsi di fronte all’orientamento ermeneutico della Corte di cassazione, ormai consolidato e, pertanto, assurto a rango di diritto vivente.
In ogni caso la questione posta in riferimento all’art. 3 Cost. sarebbe manifestamente infondata, in quanto l’art. 4 del decreto del Ministero dei lavori pubblici del 29 ottobre 1997 (Approvazione di prototipi di apparecchiature per l’accertamento dell’osservanza dei limiti di velocità e loro modalità di impiego) escluderebbe la necessità di controlli periodici di taratura e funzionamento degli strumenti di misura impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale, essendo riservata la procedura di verifica solo alle apparecchiature utilizzate con modalità completamente automatiche.
2.– In via preliminare va precisato che dalla parte motivazionale della ordinanza di rimessione si deduce come le censure formalmente rivolte all’intero art. 45 del codice della strada debbano intendersi riferite solo al comma 6 (in senso conforme, ex multis, sentenza n. 121 del 2010), il quale – nel regolare l’uniformità della segnaletica, dei mezzi di controllo e delle omologazioni – si riferisce, tra l’altro, alle apparecchiature in questione, prescrivendo che «Nel regolamento sono precisati i segnali, i dispositivi, le apparecchiature e gli altri mezzi tecnici di controllo e regolazione del traffico, nonché quelli atti all’accertamento e al rilevamento automatico delle violazioni alle norme di circolazione, ed i materiali che, per la loro fabbricazione e diffusione, sono soggetti all’approvazione od omologazione da parte del Ministero dei lavori pubblici, previo accertamento delle caratteristiche geometriche, fotometriche, funzionali, di idoneità e di quanto altro necessario. Nello stesso regolamento sono precisate altresì le modalità di omologazione e di approvazione». È questa la disposizione dalla quale deriva il costante orientamento ermeneutico della Corte di cassazione, della cui legittimità dubita il giudice rimettente.
3.– I profili di censura precedentemente indicati sub a), b) e c) sono inammissibili.
Quanto alla pretesa «irragionevolezza e conseguente disuguaglianza, che [consentirebbe l’esclusione] dall’applicazione della […] normativa generale, anche internazionale, in tema di misura ricomprendente pure la velocità come unità derivata», è evidente la genericità della motivazione della ordinanza di rimessione in ordine alla violazione dell’art. 3 Cost. Invero il rimettente si è limitato ad enunciare la violazione dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza della disposizione censurata con un riferimento generico alla disciplina nazionale ed internazionale senza un’adeguata individuazione di dette normative. Ciò impedisce di comprendere quali siano i profili di disparità dedotti.
Quanto al richiamo, come tertium comparationis, della legge 11 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura), lo stesso rimettente non considera che la normativa in questione non contiene alcun precetto del tipo di quello reclamato in antitesi all’orientamento della Corte di cassazione. In modo significativo, egli omette di individuare la norma specifica che prevederebbe l’obbligo di revisione periodica della taratura e del funzionamento degli strumenti di misura, individuazione peraltro impossibile poiché nessuna disposizione di tale legge – afferente all’organizzazione istituzionale della taratura in sé e non alle modalità di controllo delle diverse apparecchiature interessate alla taratura – contiene un precetto di tal genere.
Per quel che riguarda, infine, l’individuazione come parametro della «normativa comunitaria (Norme UNI EN 30012 – parte 1 come integrate da UNI EN 10012), che [prevederebbe] il dovuto e relativo adeguamento del nostro ordinamento», questa Corte condivide l’orientamento della Corte di cassazione, secondo cui «non è vincolante la normativa UNI EN 30012 (Sistema di Conferma Metrologica di Apparecchi per Misurazioni) che, in assenza di leggi o regolamenti di recepimento, rappresenta unicamente un insieme di regole di buona tecnica, impropriamente definite “norme”, alle quali, in assenza di obblighi giuridici, i costruttori decidono autonomamente di conformarsi» (Corte di cassazione, seconda sezione civile, sentenza 15 dicembre 2008, n. 29333).
4.– La questione di legittimità direttamente sollevata in riferimento all’art. 3 Cost. sotto il profilo della palese irragionevolezza della norma impugnata supera invece il vaglio di ammissibilità.
Non è condivisibile a tal proposito l’eccezione formulata dall’Avvocatura generale dello Stato, secondo cui il giudice a quo non avrebbe sperimentato un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione. È vero che l’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 non esonera espressamente le apparecchiature destinate all’accertamento dei limiti di velocità dalle operazioni di verifica periodica inerenti alla taratura ed al funzionamento e che ben si potrebbe nel caso in esame ricavare dal testo della disposizione un’interpretazione opposta a quella della Corte di cassazione nel senso di un’implicita prescrizione di verifica periodica di tali sofisticate apparecchiature, la quale sarebbe coerente con l’assunto di base dello stesso giudice rimettente.
Tuttavia, lo stesso giudice a quo richiama come ostativa a detta soluzione ermeneutica l’esistenza di un diritto vivente orientato in senso diametralmente opposto, il quale ribadisce costantemente che «non si ravvisano ragioni per ritenere che la mancata previsione di controlli periodici della funzionalità delle apparecchiature in questione nella disciplina dell’accertamento delle violazioni ai limiti di velocità comporti vizi di legittimità costituzionale della pertinente normativa in relazione agli artt. 3, 24 e 97 della Carta fondamentale» (Corte di cassazione, seconda sezione civile, sentenza 15 dicembre 2008, n. 29333; in senso conforme, Corte di cassazione, seconda sezione civile, sentenza 22 dicembre 2008, n. 29905, sentenza 5 giugno 2009, n. 13062, sentenza 23 luglio 2010, n. 17292, nonché, da ultimo, Corte di cassazione, sesta sezione civile, sentenza 6 ottobre 2014, n. 20975).
Dalle espresse considerazioni si ricava che – malgrado l’incontrovertibile orientamento di questa Corte secondo cui «In linea di principio, le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali» (ex multis, sentenza n. 356 del 1996) e conseguentemente, di fronte ad alternative ermeneutiche di questo tipo, debba essere privilegiata quella che il giudice ritiene conforme a Costituzione – nel caso di specie occorre considerare che l’interpretazione, della cui legittimità dubita il rimettente, corrisponde al consolidato orientamento della Corte di cassazione, già in essere prima del precedente scrutinio di costituzionalità avvenuto con la sentenza n. 277 del 2007 (ex plurimis, Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenze 5 giugno 1999, n. 5542 e 22 giugno 2001, n. 8515) e successivamente ribadito più volte dalle citate sentenze del giudice nomofilattico  anche dopo il pronunciamento di questa Corte.
Ne deriva che «Pur essendo indubbio che nel vigente sistema non sussiste un obbligo […] di conformarsi agli orientamenti della Corte di cassazione (salvo che nel giudizio di rinvio), è altrettanto vero che quando questi orientamenti sono stabilmente consolidati nella giurisprudenza – al punto da acquisire i connotati del “diritto vivente” – è ben possibile che la norma, come interpretata dalla Corte di legittimità e dai giudici di merito, venga sottoposta a scrutinio di costituzionalità, poiché la norma vive ormai nell’ordinamento in modo così radicato che è difficilmente ipotizzabile una modifica del sistema senza l’intervento del legislatore o di questa Corte. In altre parole, in presenza di un diritto vivente non condiviso dal giudice a quo perché ritenuto costituzionalmente illegittimo, questi ha la facoltà di optare tra l’adozione, sempre consentita, di una diversa interpretazione, oppure – adeguandosi al diritto vivente – la proposizione della questione davanti a questa Corte; mentre è in assenza di un contrario diritto vivente che il giudice rimettente ha il dovere di seguire l’interpretazione ritenuta più adeguata ai principi costituzionali (cfr. ex plurimis sentenze n. 226 del 1994, n. 296 del 1995 e n. 307 del 1996)» (sentenza n. 350 del 1997).
Non può essere neppure condiviso l’argomento dell’Avvocatura generale dello Stato, la quale valorizza il preteso dissenso giurisprudenziale costituito «dal consistente orientamento dei giudici di merito che […] affermano la necessità delle operazioni di taratura periodica anche per tale genere di apparecchiature». In presenza di un diritto vivente così consolidato, eccepire l’esistenza di eterogenei ed isolati pronunciamenti dei giudici di merito non risulta dirimente, anche in considerazione del fatto che la stessa Avvocatura, in altri punti nella sua memoria difensiva, mostra di condividere il richiamato orientamento della Corte di legittimità piuttosto che proporre la ricerca di diversa interpretazione conforme a Costituzione.
5.– Ai fini della definizione del presente giudizio, occorre ulteriormente osservare come non vi sia dubbio che il consolidato orientamento della Corte di cassazione sia nel senso che il censurato art. 45 esoneri i soggetti utilizzatori dall’obbligo di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura delle apparecchiature impiegate nella rilevazione della velocità. Ne consegue che l’argomento addotto dall’Avvocatura generale dello Stato, secondo cui le norme regolamentari attuative del suddetto art. 45 del d.l.gs. n. 285 del 1992 limiterebbero l’obbligo di verifica periodica alle apparecchiature di rilevazione automatica, non è utile ai fini del presente giudizio di costituzionalità, posto che oggetto dello stesso è il diritto vivente consolidatosi sulla predetta norma di rango primario, il quale non fa distinzione tra le rilevazioni automatiche e quelle realizzate attraverso operatori.
Fermo restando il rilievo che nella giurisprudenza della Corte di cassazione, come detto, non v’è traccia di tale distinzione, appare del tutto irragionevole la prospettata discriminazione, poiché l’assenza di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura è suscettibile di pregiudicare – secondo la prospettazione del rimettente – l’affidabilità metrologica a prescindere dalle modalità di impiego delle apparecchiature destinate a rilevare la velocità. Non risolutivo appare in proposito quanto è previsto nella direttiva del Ministero dell’interno 14 agosto 2009, laddove si afferma che la rilevazione della cattiva funzionalità sarebbe garantita dalle apparecchiature «dotate di un sistema di autodiagnosi dei guasti che avvisano l’operatore del loro cattivo funzionamento». È evidente che il mantenimento nel tempo dell’affidabilità metrologica delle apparecchiature è un profilo che interessa – secondo la richiamata prospettazione del giudice a quo – anche i meccanismi di autodiagnosi che appaiono suscettibili, come le altre parti delle apparecchiature, di obsolescenza e di deterioramento.
6.– Alla luce di dette precisazioni, la questione sollevata dal rimettente direttamente in riferimento al canone di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. è fondata.
Così come interpretato dalla Corte di cassazione, l’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 collide con il «principio di razionalità, sia nel senso di razionalità formale, cioè del principio logico di non contraddizione, sia nel senso di razionalità pratica, ovvero di ragionevolezza» (sentenza n. 172 del 1996).
6.1.– Quanto al canone di razionalità pratica, appare evidente che qualsiasi strumento di misura, specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione. Si tratta di una tendenza disfunzionale naturale direttamente proporzionata all’elemento temporale. L’esonero da verifiche periodiche, o successive ad eventi di manutenzione, appare per i suddetti motivi intrinsecamente irragionevole.
I fenomeni di obsolescenza e deterioramento possono pregiudicare non solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale.
Un controllo di conformità alle prescrizioni tecniche ha senso solo se esteso all’intero arco temporale di utilizzazione degli strumenti di misura, poiché la finalità dello stesso è strettamente diretta a garantire che il funzionamento e la precisione nelle misurazioni siano contestuali al momento in cui la velocità viene rilevata, momento che potrebbe essere distanziato in modo significativo dalla data di omologazione e di taratura.
6.2.– Sotto il profilo della coerenza interna della norma, come interpretata dalla Corte di cassazione, si appalesano altresì evidenti aporie. Occorre a tal proposito considerare che nelle richiamate disposizioni l’uso delle apparecchiature di misurazione è strettamente collegato al valore probatorio delle loro risultanze nei procedimenti sanzionatori inerenti alle trasgressioni dei limiti di velocità.
L’art. 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992 prevede infatti che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Detta soluzione normativa si giustifica per la peculiarità della fattispecie concreta che – allo stato attuale della tecnologia – rende impossibile o sproporzionatamente oneroso riprodurre l’accertamento dell’eccesso di velocità in caso di sua contestazione.
È evidente che, al fine di dare effettività ai meccanismi repressivi delle infrazioni ai limiti di velocità, la disposizione realizza in modo non implausibile e non irragionevole un bilanciamento tra la tutela della sicurezza stradale e quella delle situazioni soggettive dei sottoposti alle verifiche. È vero infatti che la tutela di questi ultimi viene in qualche modo compressa per effetto della parziale inversione dell’onere della prova, dal momento che è il ricorrente contro l’applicazione della sanzione a dover eventualmente dimostrare – onere di difficile assolvimento a causa della irripetibilità dell’accertamento – il cattivo funzionamento dell’apparecchiatura. Tuttavia, detta limitazione trova una ragionevole spiegazione nel carattere di affidabilità che l’omologazione e la taratura dell’autovelox conferiscono alle prestazioni di quest’ultimo.
In definitiva il bilanciamento realizzato dall’art. 142 del codice della strada ha per oggetto, da un lato, interessi pubblici e privati estremamente rilevanti quali la sicurezza della circolazione, la garanzia dell’ordine pubblico, la preservazione dell’integrità fisica degli individui, la conservazione dei beni e, dall’altro, valori altrettanto importanti quali la certezza dei rapporti giuridici ed il diritto di difesa del sanzionato. Detto bilanciamento si concreta attraverso una sorta di presunzione, fondata sull’affidabilità dell’omologazione e della taratura dell’autovelox, che consente di non ritenere pregiudicata oltre un limite ragionevole la certezza della rilevazione e dei sottesi rapporti giuridici. Proprio la custodia e la conservazione di tale affidabilità costituisce il punto di estrema tensione entro il quale la certezza dei rapporti giuridici e il diritto di difesa del sanzionato non perdono la loro ineliminabile ragion d’essere.
Il ragionevole affidamento che deriva dalla custodia e dalla permanenza della funzionalità delle apparecchiature, garantita quest’ultima da verifiche periodiche conformi alle relative specifiche tecniche, degrada tuttavia in assoluta incertezza quando queste ultime non vengono effettuate.
In definitiva, se «il giudizio di ragionevolezza [di questa Corte], lungi dal comportare il ricorso a criteri di valutazione assoluti e astrattamente prefissati, si svolge attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità che intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti» (sentenza n. 1130 del 1988) e se la prescrizione dell’art. 142, comma 6, del codice della strada nella sua astratta formulazione risulta immune dai richiamati vizi di proporzionalità, la prescrizione dell’art. 45 del medesimo codice, come costantemente interpretata dalla Corte di cassazione, si colloca al di fuori del perimetro della ragionevolezza, finendo per comprimere in modo assolutamente ingiustificato la tutela dei soggetti sottoposti ad accertamento.
Il bilanciamento dei valori in gioco realizzato in modo non implausibile nel vigente art. 142, comma 6, del codice della strada trasmoda così nella irragionevolezza, nel momento in cui il diritto vivente formatosi sull’art. 45, comma 6, del medesimo codice consente alle amministrazioni preposte agli accertamenti di evitare ogni successiva taratura e verifica.
7.– Dunque, l’art. 45, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992 – come interpretato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione – deve essere dichiarato incostituzionale in riferimento all’art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura.
Per Questi Motivi
la Corte Costituzionale
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura.
[1] C. Cost. sent. n. 113/15 del 18.06.2015.
[2] Secondo la Cassazione, non si applicano agli autovelox i controlli previsti dalla legge n. 273/1991, istitutiva del sistema nazionale relativo alla verifica della taratura, poiché esso attiene alla materia metrologica, che è diversa rispetto a quella della misurazione elettronica della velocità.
[3] Art. 45/6° cod. str.