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sabato 10 aprile 2021

L'insubordinazione del militare presuppone un rapporto gerarchico effettivo

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE I PENALE

Sentenza 7 marzo - 18 luglio 2019, n. 31829

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA PENALE


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. DI TOMASSI Maria Stefania - Presidente - Dott. SIANI Vincenzo - rel. Consigliere - Dott. CAPPUCCIO Daniele - Consigliere - Dott. CAIRO Antonio - Consigliere - Dott. RENOLDI Carlo - Consigliere -


ha pronunciato la seguente: SENTENZA


sul ricorso proposto da: F.A., nato a (OMISSIS); avverso la sentenza del 11/04/2018 della CORTE MILITARE APPELLO di ROMA; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. VINCENZO SIANI; udito il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore Dr. FLAMINI Luigi Maria, che ha concluso chiedendo quanto segue: Il P.G.M. conclude chiedendo il rigetto del ricorso. udito il difensore l'avvocato RADICATI SANDRO si riporta al ricorso e ne chiede l'accoglimento. Svolgimento del processo 1. Con sentenza in epigrafe, emessa il 24 ottobre - 29 novembre 2017, il Tribunale militare di Verona aveva giudicato F.A., Maresciallo Capo dei Carabinieri, in ordine ai seguenti reati: - reato di insubordinazione con ingiuria continuata e aggravata (art. 189 c.p.m.p., comma 2 e art. 47 c.p.m.p., n. 2), perchè, nella funzione di Comandante della Stazione Carabinieri di (OMISSIS), con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, offendeva il prestigio, l'onore e la dignità del Comandante della Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), Capitano Q.H.G., ponendo in essere le condotte elencate in rubrica, come da sette successivi alinea, contestate come atti di disprezzo della sua persona e della sua autorità, con l'aggravante di essere investito di un comando; - reato di disobbedienza aggravata (art. 173 c.p.m.p., art. 47 c.p.m.p., n. 2), perchè, nella suddetta qualità, espressamente rifiutava o ometteva di obbedire all'ordine di servizio di firmare per presa visione il provvedimento di avvio del procedimento disciplinare, oggetto di ripetute e inequivoche richieste del Capitano Q., fino al rifiuto formalizzato in apposito verbale; con l'aggravante suindicata; fatti commessi in (OMISSIS) e (OMISSIS), agli inizi di (OMISSIS). Il Tribunale aveva ritenuto F. responsabile dei reati a lui ascritti, riuniti in continuazione, e lo aveva condannato alla pena di anni uno di reclusione militare, con sospensione condizionale della pena stessa e non menzione. Impugnata la decisione dall'imputato, la Corte di appello militare, con sentenza resa in data 11 aprile - 15 maggio 2018, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha assolto F. dal reato di insubordinazione continuata e aggravata - con riferimento agli episodi indicati al primo, secondo, terzo, limitatamente alla prima delle condotte descritte, quarto, quinto e sesto alinea - nonchè dal reato di disobbedienza aggravata, perchè il fatto non sussiste, e, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche prevalenti (sull'aggravante contestata e ritenuta), ha ridotto la pena inflittagli a quella di mesi cinque di reclusione militare, confermando nel resto. All'esito del vaglio dei giudici di appello, sono state ritenute penalmente rilevanti le seguenti due condotte integrate da F.: - dopo avere ostacolato il colloquio fra il Cap. Q. e il Brig. R., quando era stato richiesto dall'ufficiale di allontanarsi per potergli consentire di parlare con l'altro militare, aveva replicato al Cap. Q. che doveva essere lui a uscire perchè quello era il suo ufficio: "No, l'ufficio è mio, esca lei"; - aveva rispedito al Cap. Q. in busta chiusa - per dimostrare di non volerne prendere visione - una missiva contenuta in un plico sigillato che il superiore gli aveva inviato, poi risultato essere un provvedimento di "esortazione ad un più diligente e corretto assolvimento dei compiti di comando riferiti al settore della Polizia Giudiziaria". 2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore di F. chiedendone l'annullamento e affidando l'impugnazione a un unico, articolato motivo con cui lamenta violazione dell'art. 81 c.p., art. 189 c.p.m.p., comma 2, art. 47 c.p.m.p., n. 2, in ordine all'erronea interpretazione dei presupposti applicativi delle norme stesse, art. 42 c.p., in riferimento all'accertamento dell'elemento psicologico del reato, e art. 25 Cost., comma 2, per la mancata osservanza del principio di offensività. Secondo il ricorrente, considerate le residue condotte ascrittegli come reato di insubordinazione con ingiuria, doveva trarsi la conclusione che i giudici di secondo grado, pur dopo aver largamente rimaneggiato il fatto ritenuto penalmente rilevante, avevano erroneamente assunto un ruolo improprio nel configurare come reato le condotte residue. 2.1. In riferimento alla condotta consistita nell'aver risposto all'ufficiale che lo aveva invitato a uscire dal suo ufficio - che invece doveva uscire lui perchè quello era il suo ufficio, era, per il ricorrente, da escludere la valenza offensiva della condotta, perchè era ben possibile che la risposta di F. fosse intesa ad accentuare lo sfogo contro quella che veniva da lui vissuta come una coartazione illegittima, nel contrasto di natura funzionale insorto con il superiore gerarchico in ordine alle indagini di polizia giudiziaria, con conseguente esclusione dell'elemento soggettivo, e perchè la risposta stessa non sembrava aver infranto la soglia del penalmente rilevante, non intravvedendosi in essa alcuna valenza offensiva, bensì una mera rimostranza e l'esercizio del diritto di critica da parte del sottufficiale; quest'ultimo non aveva fatto altro che manifestare in quella forma il suo dissenso rispetto alla posizione autoritaria assunta dall'ufficiale. Pertanto - argomenta la difesa - i giudici di appello hanno errato nell'attribuire una carica offensiva e denigratoria alla mera rimostranza esternata dal sottufficiale, posto che la norma incriminatrice punisce condotte materiali di natura offensiva, non la mera disobbedienza, che non determina il travalicamento della soglia del penalmente punibile: in questo senso, la Corte militare di appello ha omesso di contestualizzare la condotta messa in essere da F., da valutarsi invece in stretta relazione con le indiscriminate pressioni legate ai continui interventi del superiore gerarchico nell'attività propria della sfera del militare subordinato. 2.2. Con riguardo, poi, alla condotta inerente al fatto di aver rispedito in busta chiusa, per dimostrare di non volerne prendere visione, una missiva contenente un plico sigillato che il superiore gli aveva inviato, poi risultato contenere un provvedimento di esortazione a un più diligente e corretto assolvimento dei compiti di comando riferiti al settore della polizia giudiziaria, secondo il ricorrente, i giudici di appello non hanno svolto un'analisi adeguata circa l'esistenza del dolo generico richiesto per l'integrazione del reato. La Corte di appello militare ha sostenuto che le modalità dell'azione e la pubblicità degli strumenti utilizzati erano, da soli, tali da concretizzarsi nel chiaro disprezzo nei confronti del superiore procurandogli l'inaccettabile umiliazione di dover subire la restituzione di atti costituenti legittimo esercizio delle sue prerogative di comando, con conseguente mortificazione della sua dignità personale e indebolimento del proprio prestigio, ma - obietta la difesa- queste osservazioni si rivelano inconsistenti, quanto a dimostrazione del carattere offensivo del comportamento dell'imputato, perchè non tengono conto di un punto assolutamente centrale: il plico era formato da una busta gialla dal contenuto sconosciuto al mittente che aveva potuto scorgere soltanto l'indicazione generica riferita alla Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), senza alcuna indicazione della persona del Cap. Q.. Pertanto, sottolinea il ricorrente, questa situazione avrebbe dovuto essere valutata, non in astratto, ma in concreto, con riferimento a tutte le circostanze emergenti dagli atti, quali la personalità dell'agente, i suoi rapporti con la persona offesa, le ragioni che avevano indotto all'uso di determinate espressioni e a tutto il contesto ambientale; nè è stato operato un giudizio congruo circa l'effettiva offensività del comportamento ascritto, dal momento che la condotta dell'agente, per essere effettivamente antigiuridica, avrebbe dovuto investire concretamente la qualità della persona, la sfera dei suoi sentimenti e affetti, la sua personalità individuale: pertanto, non sussisteva nella condotta dell'imputato alcun riferimento offensivo all'onorabilità individuale del superiore, senza dire che non ogni condotta censurabile sul piano disciplinare poteva ricondursi anche alla norma penale incriminatrice dei delitto di ingiuria. Oltre a ciò - segnala il ricorrente - la Corte di appello militare avrebbe dovuto considerare l'occasionalità della condotta serbata dall'imputato, fattore che, insieme agli altri, farebbe propendere per la carenza della necessaria idoneità a offendere e, quindi, per la mancata integrazione dell'elemento oggettivo del contestato reato di insubordinazione con ingiuria, dati i forti dubbi sul fatto che l'imputato fosse consapevole della contestata condotta. 3. Il Procuratore generale ha prospettato il rigetto dell'impugnazione, non potendo ritenersi fondata la complessiva doglianza prospettata dal ricorrente. Motivi della decisione 1. Il ricorso è, per quanto di ragione, fondato, atteso che la motivazione posta a base della sentenza impugnata non appare adeguata al fine di sorreggere il giudizio di colpevolezza dell'imputato per le due residue condotte, imputategli ai sensi dell'art. 189 c.p.m.p. come altrettanti atti di insubordinazione aggravata, in relazione all'esigenza - rilevante per l'enucleazione e la valutazione del corrispondente profilo di responsabilità penale - di verifica approfondita della sussistenza o meno e, in caso affermativo, della rilevanza dell'interferenza fra gli episodi incriminati e lo svolgimento da parte del militare subordinato di indagini di polizia giudiziaria a lui direttamente demandate dall'autorità giudiziaria. 2. Giova puntualizzare che la Corte di appello militare, mentre ha considerato gli altri episodi non tali da integrare il delitto di insubordinazione con ingiuria e il delitto di disobbedienza aggravata, ha spiegato che, per contro, nei due episodi sopra descritti, la soglia del penalmente rilevante era stata consapevolmente varcata dall'imputato. Nel primo, di fronte all'esplicita richiesta avanzata dal superiore, F. aveva dato una risposta tale da determinare un'evidente lesione della sfera morale e del prestigio professionale dell'ufficiale - per un surplus di disvalore collegato alla corrispondente carica offensiva e denigratoria, oltre che umiliante e mortificatrice - con la conseguenza che questi sarebbe stato costretto ad allontanarsi dall'ufficio dell'imputato per portare a termine il colloquio di servizio con il Brig. R.. Nel secondo, il gesto di restituire al superiore, tramite posta interna, sia la riservata personale, sia la comunicazione di avvio del procedimento disciplinare, aveva integrato quel profilo di ulteriore offesa della dignità e del prestigio dell'ufficiale, profilo - punito dalla norma contestata - reso evidente dalla gratuità assoluta del gesto e dalla pubblicità dello stesso correlata al mezzo di trasmissione prescelto per la restituzione del documento: elementi che, nella valutazione dei giudici di appello, attribuiscono al comportamento di F. una valenza e una connotazione di chiaro disprezzo nei confronti del superiore, con la volontà di procurargli l'inaccettabile umiliazione di essere costretto a subire la restituzione di atti costituenti il legittimo esercizio delle sue prerogative di comando. 2.1. I giudici di appello hanno anche constatato che il contrasto fra il cap. Q. e il mar. F. si era manifestato a seguito delle ripetute richieste rivolte dal superiore al subordinato, sia presso il Comando della Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), sia presso la Stazione dei Carabinieri di (OMISSIS), di fornire chiarimenti sul tema della conduzione da parte del secondo di determinate indagini di polizia giudiziaria, intendendo F. scegliere in modo autonomo le modalità di svolgimento di quel determinato settore dei propri compiti, intendendo invece Q. salvaguardare il suo potere-dovere di impartire e veder osservate, nell'ambito del rapporto gerarchico, le corrispondenti direttive nonchè di veder rispettati i suoi ordini. In particolare, si dà atto nelle decisioni di merito che F. non aveva inteso deflettere dal compimento dell'indagine già intrapresa e riteneva di non doversi coordinare, per quelle attività di polizia giudiziaria, con i colleghi della Stazione di (OMISSIS), che invece Q. considerava essere competenti per territorio, per cui aveva ripetutamente dato indicazioni nel relativo senso. Era stato proprio il contrasto su questo argomento che aveva determinato la frattura nei rapporti fra i due militari, avendo Q. richiesto al sottoposto delucidazioni sull'attività svolta ed avendo invece F. risposto in modo del tutto oppositivo, anche con il comportamento e con gli atti oggetto di contestazione. 2.2. Tale essendo la scaturigine del contrasto su cui si sono innestate le due condotte incriminate, si profilava - per la verifica inerente alla potenzialità offensiva e ingiuriosa delle condotte, nel più ampio ambito del relativo accertamento, dato che tale potenzialità è contestata dal ricorrente anche sotto il profilo dell'ontologico significato dei rispettivi tratti fattuali - di indubbio rilievo il completo accertamento, nell'ambito dell'emerso contrasto, della natura dell'intervento del superiore gerarchico onde stabilire se esso fosse stato ispirato dalla volontà di compiere un - possibile e, se del caso, doveroso - atto di coordinamento amministrativo fra le unità dipendenti al fine dell'ottimale organizzazione del servizio, oppure se esso si fosse mosso nel senso di interloquire nella dialettica inquirente nell'ambito della quale F. stava effettuando determinate indagini di polizia giudiziaria. Se lo scenario effettivo dovesse essere quello lumeggiato nel secondo dei casi prospettati, nemmeno sarebbe emerso a quale titolo il superiore intendesse introdursi nel rapporto di dipendenza funzionale, intercorrente in via diretta tra il mar. F. e l'autorità giudiziaria che gli aveva demandato l'espletamento del relativo compito. Il tema, di sicura importanza, è stato sovente affrontato anche dall'elaborazione svolta dalla giurisprudenza costituzionale quando ha saggiato la conformità di diverse norme con l'art. 109 Cost.: tale disposizione stabilisce che l'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria e, così, esprime il preciso, non equivocabile, significato di scolpire i due termini del rapporto di dipendenza funzionale, con riferimento all'autorità giudiziaria e alla polizia giudiziaria, in modo da escludere interferenze di altri poteri nella conduzione delle indagini, pur quando tali poteri promanino dalla medesima scala gerarchica dell'operatore di polizia incaricato della conduzione delle indagini: è proprio in virtù di questa salvaguardia assicurata dalla Carta fondamentale alla dipendenza funzionale che la direzione delle indagini risulta effettivamente riservata all'autonoma iniziativa e determinazione dell'autorità giudiziaria medesima. Si è, sul punto, sottolineato che il rapporto di dipendenza funzionale non determina, a sua volta, una compressione dell'organico rapporto di dipendenza gerarchica, al pari delle sue articolazioni di ordine anche disciplinare, della polizia giudiziaria nei confronti del potere esecutivo e all'interno di essa, ma non tollera che - foss'anche per comprensibili esigenze di natura informativa ed organizzativa - nella dialettica propria del rapporto gerarchico si sviluppino forme di coordinamento investigativo alternative a quello condotto dalla competente autorità giudiziaria. In tal senso deve essere sempre evitato il pericolo che ne risultino interferenze nella diretta conduzione delle indagini riservata all'autorità giudiziaria e che si determini una violazione o anche un'elusione di quello che, a giusta ragione, viene definito il "delicato equilibrio scolpito nella disposizione costituzionale in questione" (v. in questa precisa direzione Corte Cost., sent. n. 229 del 2018, la quale ha dichiarato che non spettava al Governo della Repubblica adottare il D.Lgs. n. 177 del 2016, art. 18, comma 5, 19 agosto 2016, n. 177, recante "Disposizioni in materia di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello Stato", nella parte in cui prevede che entro il termine ivi stabilito "al fine di rafforzare gli interventi di razionalizzazione volti ad evitare duplicazioni e sovrapposizioni, anche mediante un efficace e omogeneo coordinamento informativo, il capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre Forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all'inoltro delle informative di reato all'autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme c.p.p.", e ha conseguentemente annullato tale disposizione nella parte indicata). 2.3. Posto quanto precede, si rileva che la sentenza impugnata, pur avendo svolto diffuse considerazioni sull'offensività delle due condotte sopra indicate, ha concluso - al di là del rilievo disciplinare annesso alle condotte stesse - per la valenza ingiuriosa di esse, analizzando il contegno del subordinato senza, tuttavia, effettuare una compiuta disamina dell'ambito nel quale il contrasto fra i due militari era insorto. Essendo il comportamento dell'imputato afferente al suo modo di svolgere le indagini di polizia giudiziaria, era infatti necessario approfondire se l'intervento del superiore si fosse risolto, in relazione a ciascuna delle circostanze di fatto prese in considerazione, nella trattazione di aspetti relativi al solo rapporto gerarchico, sotto il profilo degli atti di coordinamento interno di natura amministrativa, compatibili con le deleghe ricevute dall'autorità giudiziaria, oppure se esso avesse attinto la sfera della dipendenza funzionale, con questa - imponendo - tra l'altro - forme di coordinamento investigativo alternative e inconciliabili con i poteri di direzione e controllo riservati all'autorità giudiziaria. La necessità di siffatta verifica era ineludibile, poichè, ove le condotte di F. si siano dispiegate in un ambito riservato al rapporto di dipendenza funzionale dell'imputato con l'autorità giudiziaria, sarebbe stato - e sarebbe rilevante l'accertamento della sussistenza o meno del titolo del superiore a intervenire in quell'ambito. Sia la sede e la natura del colloquio fra il cap. Q. e il Brig. R., sia l'interlocuzione impostata dal cap. Q. con il mar. F. con l'esortazione ad espletare in modo più diligente e corretto i compiti di comando nel settore della polizia giudiziaria integrano, per vero, contesti in relazione ai quali la verifica della concreta offensività penale delle condotte ascritte all'imputato non avrebbe potuto essere effettuata in modo adeguato senza la previa definizione dell'ambito, fra quelli sopra precisati, in cui - e quindi del titolo, se legittimo o meno, per cui - il superiore aveva impostato le rispettive interlocuzioni con il militare subordinato. 2.4. Non è, dunque, in discussione che, nel reato militare di insubordinazione con ingiuria, integra l'offesa all'onore e al prestigio ogni atto o parola di disprezzo verso il superiore nonchè l'uso di tono arrogante, perchè si tratta di comportamenti contrari alle esigenze della disciplina militare per la quale il soggetto di grado più elevato deve essere tutelato, non solo nell'espressione della sua personalità umana, ma anche nell'ascendente morale di cui ha bisogno per un degno esercizio dell'autorità del grado e della funzione di comando, dovendo considerarsi che la fattispecie di insubordinazione di cui all'art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l'onore del superiore, ma l'integrità e l'effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dalla Costituzione (Sez. 1, n. 3971 del 28/11/2013, dep. 2014, De Chiara, Rv. 259013; Sez. 1, n. 7957 del 20/12/2006, dep. 2007, Frantuma, Rv. 236355). E', però, altrettanto chiaro che la condotta di insubordinazione deve inserirsi in un rapporto di effettiva - e non solo pretesa - subordinazione gerarchica, mentre, nel caso scrutinato, in relazione all'oggetto del contrasto fra il superiore e il subordinato, non è stato chiarito in modo adeguato - ciò che era invece necessario al fine di apprezzare la natura delle condotte contestate - il contesto, se attinente al rapporto di dipendenza funzionale del militare con l'autorità giudiziaria, oppure se riferibile anche al rapporto gerarchico, in cui F. ha tenuto le condotte stesse. 3. L'emerso vizio della motivazione mina in modo decisivo la coerenza e logicità del discorso giustificativo e impone, pertanto, l'annullamento della sentenza impugnata, con conseguente rinvio alla Corte di appello militare per il nuovo giudizio, da compiersi nel rispetto del principio dianzi affermato.


P.Q.M.


Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello militare, in diversa composizione. Così deciso in Roma, il 7 marzo 2019. Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019.

martedì 30 giugno 2020

COPPIE DI FATTO - RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE

Pubblicato il 10/05/2019
N. 00321/2019 REG.PROV .COLL. N. 00176/2019 REG.RIC.
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria
ha pronunciato la presente
SENTENZA
ex art. 60 cod. proc. amm:
 sul ricorso numero di registro generale 176 del 2019, proposto da -OMISSIS-, rappresentato e difeso dall'avvocato Rocco Mauro -OMISSIS-, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia; 
 contro Ministero della Difesa, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Reggio Calabria, domiciliata ex lege in Reggio Calabria, via del Plebiscito, 15; 
 per l'annullamento, previa sospensione cautelare, della nota prot. 100002-9/T-1-1 del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri - I Reparto - SM Ufficio Personale Appuntati e Carabinieri, del 14 febbraio 2019, con la quale è stata rigettata l'istanza di trasferimento del ricorrente per ricongiungimento familiare ex art. 398 del Regolamento Generale dell'Arma; nonché ove occorra, della circolare n. 944001-1/T-16/Pers. Mar. del 9.2.2010; e di ogni ulteriore atto presupposto, connesso e/o consequenziale.

Visti il ricorso e i relativi allegati; Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della Difesa; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nella camera di consiglio del giorno 17 aprile 2019 il dott. Antonino Scianna e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale; Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.;

1. L’appuntato dei Carabinieri, -OMISSIS-, impugna con il ricorso in epigrafe la nota prot. 1000029/T-1-1 del 14 febbraio 2019 con la quale il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri ha dichiarato inammissibile l'istanza di trasferimento da lui presentata, “in quanto non riunisce i requisiti
previsti dalla circolare n. 944001-1/ T-16/Pers. Mar del 9.2.2010 riguardante il ricongiungimento al coniuge lavoratore, poiché non sussiste rapporto di coniugio". 2. Espone e documenta la difesa del ricorrente che il -OMISSIS-, in servizio presso il nucleo investigativo di Gioia Tauro, da molti anni convive more uxorio con la signora -OMISSIS- e che i due conviventi hanno realizzato nel comune di Scordia (CT) un'abitazione, dove si sono trasferiti nel 2017, per cui, anche in ragione di alcune patologie di cui soffre la signora -OMISSIS-, titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato con una ditta privata operante a Scordia, si è reso urgente, per il ricorrente, il trasferimento presso una sede di servizio più vicina alla comune abitazione. 3. Alla domanda di trasferimento, presentata dal ricorrente il 28.05.2018, a mente dell’art. 398 del regolamento generale dell’Arma, fece tuttavia seguito il gravato provvedimento con il quale il Comando Generale dell’Arma dichiarò inammissibile la domanda citata. Contro detto provvedimento è perciò insorto il Signor -OMISSIS-, con il ricorso in epigrafe, affidato ad un’unica ed articolata censura con la quale ci si duole della violazione dell'articolo 2, 29 e 117 della Costituzione; degli articoli 7 e 33 della Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione Europea; dell'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo; dell'art. 2 della legge n. 241/1990; della circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri prot. 201/1-1 del 27 luglio 2005; dell'art. 398 del Regolamento Generale dell'Arma dei Carabinieri. Vengono dedotti, inoltre, i vizi di eccesso di potere per contraddittorietà, sviamento illogicità ed ingiustizia manifesta. 3.1. In sostanza, la difesa del ricorrente contesta la legittimità della declaratoria di inammissibilità della domanda di trasferimento in discorso, motivata dall’amministrazione intimata solo con riferimento alla circostanza che il richiedente non è coniugato. In particolare, si sottolinea come qualsiasi forma di discriminazione giuridica della convivenza rispetto al matrimonio civile si porrebbe in grave violazione dell'articolo 2 della Costituzione, che, com'è noto, "riconosce" i diritti fondamentali dell'uomo, fra i quali non può essere escluso quello ad una vera, stabile ed effettiva convivenza more uxorio, oltre che di numerose ulteriori disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo. Evidenzia, altresì, la difesa del ricorrente, come il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri abbia errato nel considerare isolatamente la circolare del 2010 e nel non averla letta in combinato disposto con la circolare 27 luglio 2005, prot. 201/1-1, con la quale si sarebbero equiparati gli effetti giuridici della convivenza a quelli discendenti dal matrimonio civile. 4. L’amministrazione intimata si è costituita in data 09.04.2019 e, in data 13.04.2019, ha depositato memoria con la quale chiede il rigetto del ricorso ribadendo, in sintesi, la tesi per cui la convivenza di fatto non legittimerebbe, contrariamente al rapporto di coniugio, o all’unione civile, la proposizione della domanda di ricongiungimento. 5. Alla camera di consiglio del 17 aprile 2019 le parti hanno concluso come da separato verbale e, previo avviso circa la possibilità di definire la controversia con sentenza in forma semplificata, il ricorso è stato posto in decisione. 6. Il ricorso è fondato e va accolto, con il conseguente annullamento del provvedimento impugnato.
Va preliminarmente sottolineato come dalla documentazione versata in atti emerga che la declaratoria di inammissibilità della domanda di ricongiungimento è stata pronunziata con esclusivo riferimento alla condizione di convivente more uxorio dell’appuntato -OMISSIS- (“in quanto non riunisce i requisiti previsti dalla circolare n. 944001-1/T-16/Pers. Mar. del 9.2.2010….poiché non sussiste rapporto di coniugio”), che l’Amministrazione non ha contestato che il ricorrente effettivamente conviva stabilmente e che nessun ostacolo fondato su ragioni di ordine organizzativo è stato frapposto alla sua istanza. 6.1. Tanto premesso, la questione verte sull’interpretazione da dare all'istituto del ricongiungimento familiare in ambito militare con riferimento, in particolare, alla possibilità di applicare tale istituto ai conviventi more uxorio. Osserva il Collegio come la Corte Costituzionale abbia ripetutamente chiarito come nessuna norma costituzionale o principio fondamentale possa cancellare le ontologiche differenze tra la famiglia di fatto e quella fondata sul matrimonio, legate ad una scelta delle stesse parti interessate (quella cioè di sposarsi o meno). Cionondimeno, la stessa Consulta ha evidenziato la necessità di tutelare i diritti individuali dell’uomo in tutte le formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, specificando che “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione” (Corte Costituzionale, 15 aprile 2010, n. 138), ponendo così le basi per il riconoscimento della rilevanza giuridica della famiglia di fatto. 6.2. Tale riconoscimento risponde, per altro, anche alle indicazioni provenienti dalle fonti sovranazionali, in particolare dalla Carta di Nizza (o Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che afferma il principio di libertà individuale nella scelta del modello familiare, di talché la Corte Europea dei diritti dell’uomo si è da tempo premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale (v., tra le tante, sent. 27 ottobre 1994, caso Kroon). 6.3. Si deve, dunque, dare atto dell’evoluzione del concetto di famiglia, comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (anche dello stesso sesso), e della progressiva e conseguente valorizzazione della convivenza stabile quale fonte di effetti giuridici rilevanti. Tale evoluzione, a livello di produzione normativa, è culminata nella legge 20 maggio 2016 n. 76. La prima parte della legge (art. 1, co. 1 – 35) è dedicata alla disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, la seconda (art. 1, co. 36 – 68) alla convivenza di fatto tra «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile» (comma 36); la legge, al comma 37, prevede altresì che per l’accertamento della stabile convivenza si faccia riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’art. 4 ed alla lettera b) del comma 1 dell’art. 13 del regolamento di cui al DPR 30.05.1989 n. 223. La citata normativa, recependo in alcuni casi le sollecitazioni della giurisprudenza, equipara il convivente more uxorio al coniuge sotto molteplici profili (per esempio, quanto all’assistenza
ospedaliera, ai poteri di rappresentanza conferibili in caso di malattia e incapacità di intendere e di volere, in ordine al subentro nel contratto di locazione della casa di residenza intestato al convivente deceduto). 7. Venendo al caso specifico dell’istituto del ricongiungimento familiare, va ricordato come l'art. 398 del Regolamento Generale dell'Arma dei Carabinieri preveda che "i sottoufficiali, gli appuntati e i carabinieri che aspirano, invece, al trasferimento - per fondati e comprovati motivi - nell'ambito delle regioni, delle Brigate e della Divisioni o fuori di detti comandi, possono, indipendentemente dal periodo di permanenza ad uno dei suddetti reparti o comandi, presentare istanza, da inoltrare tramite gerarchico, ai comandi competenti a decidere". La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 183 del 30 maggio 2008, ha evidenziato che “il ricongiungimento è, dunque, diretto a rendere effettivo il diritto all'unità della famiglia, che, come questa Corte ha riconosciuto, si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare e costituisce espressione di un diritto fondamentale della persona umana (sentenze n. 113 del 1998 e n. 28 del 1995). Tale valore costituzionale può giustificare una parziale compressione delle esigenze di alcune amministrazioni (nella specie, quelle di volta in volta tenute a concedere il comando o distacco di propri dipendenti per consentirne il ricongiungimento con il coniuge), purché nell'ambito di un ragionevole bilanciamento dei diversi valori contrapposti, operato dal legislatore." 7.1. Il tema è, dunque, se il citato diritto all’unità della famiglia, che si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare, nel silenzio della legge n. 76/2016, possa essere invocato solamente dai coniugi e dai soggetti uniti civilmente, come sostiene la difesa del Ministero, ovvero se non debba ritenersi esteso anche ai conviventi di fatto. Il Collegio ritiene che solo questa ultima interpretazione sia conforme ai principi costituzionali. La Consulta ha, infatti, sottolineato più volte (da ultimo, con la sentenza n. 213 del 23.09.2016) che la distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale, non esclude la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell'una e dell'altro che possano presentare analogie, ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell'art. 3 della Costituzione. In questo caso l'elemento unificante tra le due situazioni è dato proprio dall'esigenza di tutelare il diritto all’unità familiare, nella sua accezione più ampia, collocabile, come si disse, tra i diritti inviolabili dell'uomo ai sensi dell’art. 2 della Costituzione. Di talché, l’esclusione della convivenza more uxorio - stabile ed accertata a mente della ripetuta legge 20 maggio 2016, n. 76 – dal novero delle situazioni che legittimano il ricongiungimento familiare, appare irragionevole. 8. È fondata, da ultimo, anche la dedotta censura afferente al contrasto tra il gravato provvedimento e la circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri prot. 201/1-1 del 27 luglio 2005 che, mai abrogata dalle successive disposizioni, esplicitamente, al punto 2 stabilisce che “al militare dell'Arma "convivente" devono essere applicate le norme regolamentari previste per l'ammogliato, solo se egli possa dimostrare una convivenza more uxorio”. Alla luce della citata disposizione, non può che concludersi per l’applicabilità del ripetuto art. 398 del Regolamento Generale dell’Arma anche ai rapporti di convivenza. Deve convenirsi, dunque, con la difesa del ricorrente che la circolare n. 944001-1/T16/Pers. Mar. del 9.2.2010, non vieta esplicitamente ai conviventi la possibilità di presentare domanda di ricongiungimento, come pure avrebbe dovuto, se fosse fondata la tesi dell’amministrazione, stante
il chiarissimo tenore del precedente del 2005. Non sembra, per altro, logico pensare che il Comando Generale dell’Arma conscio, sin dal 2005, del fatto che la convivenza possa essere comparata per alcuni fini giuridici al matrimonio sia voluto tornare sui propri passi, in presenza dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale descritta. 9. Conclusivamente, per le esposte ragioni, il ricorso deve essere accolto con il conseguente annullamento del provvedimento negativo impugnato. In ragione della particolarità e novità della vicenda sussistono giuste ragioni per disporre, tra le parti, l’integrale compensazione delle spese di lite. P.Q.M. Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto annulla la nota prot. 100002-9/T-1-1 del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri del 14 febbraio 2019. Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa. Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio del giorno 17 aprile 2019 con l'intervento dei magistrati: Caterina Criscenti, Presidente Andrea De Col, Referendario Antonino Scianna, Referendario, Estensore
    L'ESTENSORE IL PRESIDENTE Antonino Scianna C

domenica 18 marzo 2018

PEREQUAZIONE TRA PENSIONI E STIPENDI DI PERSONALE IN SERVIZIO

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI Sent. 53/2018
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE PUGLIA
IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA
---------------------
Il G.U.P.
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso, iscritto al n. 32507 del registro di segreteria, proposto dal Sig.re PUGLIESE Giuseppe ( n. a Nardò il 30.8.1948 ) – rapp.to e difeso dall’avv. Franco Orlando, giusta mandato in calce al presente atto.
contro
I.N.P.S. – Gestione Ex I.N.P.D.A.P. , in persona del legale rappresentante p.t.;
Ministero degli Interni, in persona del Ministro p.t.;
Ministero dell’Istruzione – Ufficio Scolastico Provinciale di Lecce, in persona del legale
rappresentante p.t.;
per l’accertamento
del diritto alla perequazione del trattamento pensionistico.
Visto il ricorso, in epigrafe;
Esaminati gli atti e i documenti tutti della causa;
Considerato in
FATTO E DIRITTO
Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...2 di 10 03/02/2018, 13:50
L’odierna causa ripropone la questione della vigenza nell’ordinamento del principio di automatico
collegamento della misura delle pensioni al trattamento retributivo del personale in servizio.
Il suddetto principio non è, in effetti, contenuto in alcuna espressa disposizione legislativa che lo sancisca in termini generali, ma viene di volta in volta invocato quando si ponga per una categoria di pubblici dipendenti la necessità di uno speciale adeguamento del trattamento di quiescenza, in relazione ad una dinamica salariale del personale in servizio che venga a discostarsi in misura notevole dai valori economici precedentemente attribuiti e sui quali veniva calcolato il trattamento di quiescenza.
La Corte costituzionale ( sent. n. 409 del 1995 ) ha avuto occasione di affermare che i modi attraverso i quali perseguire l’obiettivo dell’aggiornamento delle pensioni dei pubblici dipendenti possono essere, in via di principio, o la riliquidazione ( allineamento delle pensioni al trattamento di attività di servizio di volta in volta disposto con apposita legge ) o la c.d. “ perequazione automatica “ consistente in un meccanismo normativamente predeterminato, che adegui periodicamente i trattamenti di quiescenza agli aumenti retributivi intervenuti mediamente nell’ambito delle categorie del lavoro dipendente.
E’ certo, comunque, che solo in casi particolari il legislatore ha ritenuto di agganciare automaticamente la pensione allo stipendio, dettando apposite disposizioni ( cfr. art. 2, comma 2°, L. 27 ottobre 1973 n. 629, recante nuove disposizioni per le pensioni privilegiate ordinarie in favore dei superstiti dei caduti nell’adempimento del dovere, appartenenti ai Corpi di Polizia ).
Va in proposito ricordato che la Sezione III Giurisdizionale Pensioni Civili, con decisione n. 49970 del 12 maggio 1982, si era in origine espressa nel senso che l’articolo 11 della L. 24 maggio 1951 n. 392 avesse introdotto nell’ordinamento il principio dell’adeguamento permanente delle pensioni del personale di magistratura alle retribuzioni dei pari grado in servizio, senza bisogno di appositi provvedimenti legislativi.
Le Sezioni Riunite della Corte dei Conti, ritenuto che detta norma non avesse valore di disposizione a
carattere generale intesa a tale automatico e permanente adeguamento pensionistico, con ordinanza n.
104 del 24 giugno 1985 avevano investito la Corte costituzionale della questione di legittimità
costituzionale della normativa nel frattempo intervenuta, che non prevedeva criteri atti a garantire
trattamenti pensionistici proporzionati alla quantità e qualità del lavoro prestato.
Con sentenza n. 501 del 21 aprile/5 maggio 1988 la Corte costituzionale, preso atto del cospicuo divario che, per il personale di magistratura, si era verificato tra pensioni e retribuzioni a seguito della L. 6 Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...
3 di 10 03/02/2018, 13:50 agosto 1984 n. 425 dopo avere affermato “ l’esigenza di un costante adeguamento “ dei due trattamenti, aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 1, 3 comma 1 e 6 della L. 17 aprile 1985 n.141 nella parte in cui avevano disposto rivalutazioni percentuali invece di assicurare l’adeguamento attraverso una apposita riliquidazione, con decorrenza 1° gennaio 1988, delle pensioni dei soggetti esclusi dai nuovi stipendi perché collocati in quiescenza anteriormente al 1° luglio 1983.
A seguito dei detta sentenza, alcuni magistrati, avendo già beneficiato della riliquidazione sulla base del trattamento spettante in applicazione della L. n.425/1984, chiesero l’ulteriore adeguamento automatico della loro pensione, come sopra liquidata, alle successive variazioni del trattamento di attività ottenute dai pari grado alle date del 1° gennaio 1989 e 1° gennaio 19990, nonché il riconoscimento del diritto all’adeguamento permanente in relazione ad ulteriori aumenti futuri, per effetto del meccanismo di incremento costante previsto dall’articolo 2 della L. 19 febbraio 1981 n. 27.
La giurisprudenza di questa Corte ( SS.RR.14 novembre 1988 n. 76/c ; Sezione del controllo 17
novembre 1988 n. 2021; Sezione III Giurisdizionale Pensioni Civili, nn. 62911, 62912 e 62913 del 20
marzo 1989 ) si pronunciò inizialmente in senso favorevole ai ricorrenti.
Secondo tale giurisprudenza si era sostanzialmente instaurato un meccanismo di aggancio automatico e perenne tra pensioni e stipendi dei magistrati.
Successivamente, però, la stessa Sezione III Giurisdizionale Pensioni Civili, con ordinanza del 21
maggio 1990, constatata l’esistenza di un vuoto legislativo che legittimasse tale principio, denunciava
l’illegittimità costituzionale della norma di cui all’articolo 2 della L. 19 febbraio 1981.
La Corte costituzionale, non condividendo la prospettata questione di legittimità costituzionale, con
ordinanza n. 95 dell’11/16 febbraio 1991 ne dichiarava la manifesta inammissibilità, rilevando che “
una sentenza atta ad innestare nella normativa pensionistica un meccanismo di adeguamento periodico concepito per il personale di servizio “, comportando varietà di scelte e molteplicità di implicazioni, sarebbe stato il risultato di attività “ certamente estranea al sindacato di costituzionalità e viceversa propria del legislatore”.
Il legislatore interveniva qualche mese dopo, con la L. 8 agosto 1991 n. 265, sottoposta, come è noto al vaglio della Corte costituzionale in più riprese e sotto diversi profili di incostituzionalità.
Con sentenza n. 42 del 28 gennaio/10 febbraio 1993 la Corte costituzionale affermava che “ il
legislatore, nell’escludere dalla riliquidazione delle pensioni l’applicabilità del meccanismo di
Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...
4 di 10 03/02/2018, 13:50 adeguamento aveva esercitato una discrezionalità sua propria “, volendo limitare gli effetti dello stesso nell’ambito esclusivo del trattamento stipendiale per il quale era stato concepito.
Nel ribadire che esula dai limiti del controllo di legittimità l’operazione additiva consistente in una mera
trasposizione dell’istituto nel settore pensionistico ( dichiarando, quindi, inammissibile la sollevata
questione di legittimità costituzionale ) la Corte osservava tuttavia che “ la radicale opzione nel senso di cristallizzare la riliquidazione alle misure stipendiali dal 1° luglio 1983, senza alcun conto, neppure
parziale, degli adeguamenti, né prima né dopo “ non può non prospettarsi come fattore di nuove e
ulteriori divaricazioni tra pensioni e stipendi, rappresentando l’ipotesi che nel medio periodo l’andamento delle retribuzioni finirà per discostarsi dalle pensioni “ ben al di là di quel ragionevole rapporto di corrispondenza, sia pure tendenziale ed imperfetto “ a suo tempo richiesto dalla stessa Corte ai sensi degli articoli 3 e 36 della Costituzione, con la ovvia conseguenza che le considerazioni svolte nella sentenza n, 501 del 1988 a proposito dell’omesso calcolo delle anzianità pregresse ben potrebbero alla mancata previsione di un qualsivoglia meccanismo di raccordo tra variazioni retributive indotte dagli aumenti del pubblico impiego e computo delle pensioni, così determinando l’esigenza di un riesame della questione di costituzionalità ( “un riesame della questione di costituzionalità si sarebbe reso necessario ove nel futuro
la divaricazione fra stipendi e pensioni si discostasse da un ragionevole rapporto di corrispondenza “ ).
Successivamente, con sentenza n. 409 del 20/27 luglio 1995, la Corte costituzionale dichiarava ancora
una volta non fondate o manifestamente infondate alcune questioni sollevate dalla sezione Giurisdizionale
Sicilia e dalla Sezione Giurisdizionale Lazio, e pur riaffermando il principio costituzionale di
proporzionalità ed adeguatezza della pensione, da garantire non soltanto con riferimento al momento del
collocamento a riposo ma anche in prosieguo, in relazione alle variazioni del potere di acquisto della
moneta, rilevava che all’attualità ( e, quindi, nel 1995 ) tutto ciò appare assicurato dai meccanismi
perequativi e rivalutativi esistenti, ribadendo che spetta al legislatore ragionevolmente soddisfare nel
tempo detta esigenza ed escludendo che questo comporti inderogabilmente un costante e periodico
allineamento delle pensioni al corrispondente trattamento di attività di servizio.
Inoltre, con ordinanza n.531 del 6/18 dicembre 2002, la Corte costituzionale interveniva nuovamente
sul tema, investita dalla Sezione Giurisdizionale Regionale Puglia, riaffermando i suddetti principi e, in
particolare, che spetta al legislatore determinare le modalità di attuazione del principio sancito
dall’articolo 38 della Costituzione - con riguardo al “ bilanciamento del complesso dei valori e degli
Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...
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interessi costituzionali coinvolti, anche in relazione alle risorse finanziarie disponibili e ai mezzi
necessari per far fronte agli impegni di spesa…con il limite comunque di assicurare “ la garanzia delle
esigenze minime di protezione della persona “ ( sentenza n. 457 del 1998 )” e aggiungendo qualcosa di
più: e cioè, che “ l’esigenza di adeguamento delle pensioni alle variazioni del costo della vita è
assicurata attraverso il meccanismo della perequazione automatica del trattamento pensionistico (
attualmente disciplinato dal d.lgs. 30 dicembre 1992 n. 503 “…. )”.
Tale meccanismo di adeguamento al costo della vita è stato considerato dalla Corte costituzionale, con
sentenza n.30 del 13/23 gennaio 2004, emessa su rimessione della Sezione Seconda Giurisdizionale
Centrale, idoneo ad assicurare il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione, e la sua validità è stata
ribadita con la recente ordinanza n. 383 dell’1/14 dicembre 2004, nella quale è stata respinta la
questione di legittimità costituzionale – sollevata dalla sezione Giurisdizionale Regionale Calabria - della
mancata previsione, ad opera della L. 141 del 1985, della riliquidazione del trattamento pensionistico dei
pubblici dipendenti collocati a riposo, a far data dal 1° gennaio 1988.
Sulla base di quanto sopra, la giurisprudenza costante della Corte dei conti è nel senso della inesistenza,
nell’ordinamento giuridico italiano, di un principio di adeguamento automatico delle pensioni alle
retribuzioni ( cfr., ad es., Sez. Reg. Lombardia 20 novembre 2002 n. 1906 ) .
Ciò premesso, deve precisarsi che la costruzione giurisprudenziale della inesistenza di un principio
costituzionale che garantisca il costante adeguamento delle pensioni al successivo trattamento economico
dell’attività di servizio risente dell’influenza esercitata in subjecta materia dalle decisioni emesse dalla
Corte costituzionale, che appartengono alla tipologia delle decisoni di rigetto.
Tale tipo di decisioni non pone particolari problemi, a differenza delle decisioni interpretative di rigetto,
contraddistinte dall’inserimento nel dispositivo delle parole “ nei sensi in motivazione “, formula con la
quale si intende esprimere il carattere condizionale della sentenza e la portata di “ doppia pronuncia “ che
essa assume.
In relazione a queste ultime, infatti, si è acceso recentemente il conflitto fra la Corte di Cassazione e la
Corte Costituzionale in ordine al problema della loro efficacia.
Hanno affermato, infatti, le Sezioni Unite penali, con la sentenza del 17 maggio 2004 n. 23016, il
seguente principio di diritto: “ Le decisoni interpretative di rigetto della Corte costituzionale non hanno
efficacia erga omnes, a differenza di quelle dichiarative dell’illegittimità costituzionale di norme, e
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pertanto determinano solo un vincolo negativo per il giudice del procedimento in cui è stata sollevata la
relativa questione “.
L’occasione è stata offerta dalla interpretazione – contrastata da molti giudici di merito e dalla stessa
Cassazione - secondo cui l’articolo 303, comma 2°, del c.p.p. non è in contrasto con il dettato
costituzionale. Si tratta della norma secondo cui, in caso di regresso del processo, per l’imputato detenuto
ricominciano a decorrere i termini della fase della custodia cautelare. Norma che la Consulta ha ritenuto
costituzionale con la sentenza n. 292 del 1998, che è interpretativa di rigetto, come le successive
ordinanze, con le quali è stata dichiarata la infondatezza ( n. 429/1999 ) o la inammissibilità ( n.
243/2003, n. 335/2003, n.59/2004 ) delle medesime questioni di legittimità costituzionale sollevate dai
giudici di merito.
Osservano le Sezioni Unite penali, nella sentenza n. 23016/2004 cit., che “ L’autonomia e l’indipendenza
del giudice nell’interpretazione della legge sono presidiate, a loro, volta dalla garanzia apprestata dalla
specifica previsione dell’articolo 101, comma 2, Costituzione, dalla quale direttamente deriva la rigida
tutela di un tale potere da possibili interferenze e condizionamenti esterni…” e che “…l’autonomia
riconosciuta dalla Costituzione ad ogni giudice non riguarda soltanto le operazioni ermeneutiche aventi
ad oggetto leggi ordinarie ed atti con forza di legge, ma si estende al contenuto e alla portata delle
disposizioni costituzionali, che si inseriscono nell’ordinamento come norme-principio, conformando i
lineamenti del sistema e ponendosi quali imprescindibili parametri di riferimento nell’interpretazione
delle disposizioni che lo costituiscono “.
Condividendo l’orientamento della Corte di Cassazione, rivendica questo Giudice a sé il compito di
interpretare in modo autonomo ed indipendente le norme costituzionali in materia pensionistica ( artt. 36 e
38 ) - a maggior ragione , come nel caso in esame , in presenza di una interpretazione della Corte
costituzionale espressa attraverso decisioni ( mere ) di rigetto, che non vincolano il giudice - giungendo
ad affermare la vigenza nel nostro ordinamento di un principio di collegamento delle pensioni alla
dinamica delle retribuzioni del settore pubblico sulla base della applicazione diretta degli artt. 36 e 38
della Costituzione.
Come è noto, nella Costituzione italiana non esiste una previsione espressa della applicazione diretta dei
diritti costituzionali nei rapporti intersoggettivi, corrispondente al § 3 dell’art. 1 della legge fondamentale
( Grundgesetz ) della Repubblica federale tedesca del 1949 , anche se questa efficacia diretta orizzontale
Corte dei conti https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomo...
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- la c.d. drittwirkung – è stata ormai riconosciuta dalla Corte costituzionale ( ad es., nelle sentt. 122/1970
e 88/1979 in tema di diritto alla salute, considerato suscettibile di fondare direttamente la pretesa del
lavoratore di ottenere il risarcimento del danno determinato dalle condizioni di lavoro nell’impresa; nelle
sent. 156/1971 e 177/1984, in tema di diritto del lavoratore ad una retribuzione minima, ex art. 36 cost. ),
nonché dalla Corte dei Cassazione ( in tema di contratti: n.10511/1999; in tema di risarcimento del danno
da lesione di interesse legittimo: n. 4083/1996 e n.500/1999; in tema di risarcimento del danno alla
persona: n.7713/2000 , n.8828/2003 e 233/2003; in tema di sequestro penale: n. 3572/1995; in tema di
diritto alla salute: n. 3870/1994) e dalla dottrina.
Nel quadro della giurisprudenza costituzionale, non solo non è dato rinvenire alcuna affermazione in
contrasto con la c.d. drittwirkung dei giudici, ma plurime sono addirittura le pronunzie a quella
applicazione diffusa dei precetti costituzionali danno invece impulso.
La posizione della Corte costituzionale nei riguardi dell’istituto in esame si esprime in particolare : a)
dando l’istituto stesso per presupposto e facendovi richiamo come dato complementare di disciplina di
determinate materie ( n.333/1991 ); b) esortando anzi i giudici a farne applicazione ( n. 34/1973 ); c)
rimarcandone addirittura la necessità in determinati contesti normativi ( n.184/1986 ); d) rimovendo,
infine, ostacoli, frapposti dal legislatore ordinario, alla sua operatività ( n. 313/1990 )
Un principio equivalente a quello della c.d. drittwirkung è peraltro ricavabile per implicito dall’incipit
dell’articolo 2 della Costituzione italiana, per cui “ la Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo
“ ( cfr., Cass. 20 aprile 1994 n.3775 ).
Staccandosi dal piano puramente concettuale, ci si accorge che l’utilizzo della applicazione diretta delle
disposizioni costituzionali ( cfr., di recente, Corte cost. n. 512/2002 ) presuppone una concezione della
Costituzione vista non soltanto in posizione di difesa nei riguardi di interventi positivi del legislatore ma
come atto normativo idoneo a soddisfare in modo diretto, senza la necessaria intermediazione legislativa,
la domanda di giustizia che proviene dalla società.
La Corte costituzionale, data la natura di retribuzione differita che deve riconoscersi al trattamento
pensionistico, ha affermato, con orientamento risalente nel tempo, il principio della proporzionalità della
pensione alla quantità e qualità del lavoro prestato, nonché della sua adeguatezza alle esigenze di vita del
lavoratore della sua famiglia, nel pieno rispetto dell’art. 36 Cost. ( sentenze n. 243 del 1992; n. 96 del
1991; n. 501 del 1988; n. 173 del 1986; n. 26 del 1980 e n. 124 del 1968 ) e tuttavia ha altrettanto
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costantemente affermato che non esiste un principio costituzionale che possa garantire l’adeguamento
costante delle pensioni agli stipendi, spettando alla discrezionalità del legislatore determinare le modalità
di attuazione del principio sancito dall’art. 38 Cost. sulla base di un “ ragionevole bilanciamento del
complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti (…) compresi quelli connessi alla concreta e
attuale disponibilità delle risorse finanziarie e dei mezzi necessari per farvi fronte ai relativi impegni di
spesa “ ( sentenza n. 119 del 1991 ) - nello stesso senso, cfr. ordinanza n. 531 del 2002 e sentenze n. 457
del 1998 e n. 226 del 1993 - ma con il limite, comunque, di assicurare “ la garanzia delle esigenze
minime di protezione della persona “ ( sentenza n. 457 del 1998 ).
La stessa Corte costituzionale ha, comunque, affermato che l’eventuale verificarsi di un irragionevole
scostamento tra i due trattamenti può costituire un indice della non idoneità del meccanismo scelto dal
legislatore ad assicurare la sufficienza della pensione in relazione alle esigenze del lavoratore e della sua
famiglia ( sentenze n. 409 del 1995 e n. 226 del 1993 ) . In quest’ultima pronuncia si riporta l’attenzione
del legislatore sulla necessità di sorvegliare l’andamento del fenomeno “ al fine di evitare che esso possa
pervenire a valori critici tali che potrebbero rendere inevitabile l’intervento correttivo della Corte”.
Nella presente situazione delle pensioni del settore pubblico, pertanto, sembra non si possa individuare
più l’esercizio di una discrezionalità legislativa nell’attuare – sia pur variamente – l’adeguamento costante
tra i due tronconi del trattamento retributivo ( quello di attività e quello pensionistico ), ma che si debba
parlare di una completa negazione di quel principio di “ solidarietà “ tra lavoratori e pensionati, cui si
deve affiancare una solidarietà più ampia dell’intera collettività, come argomenta la sentenza
costituzionale n. 226/1993; si tratta di principi che - aggiunge la sentenza –se non richiedono una rigorosa
corrispondenza tra contribuzioni e prestazioni previdenziali esigono però un limite di ragionevolezza nel
legiferare che sembra nella specie del tutto obliterato, non essendoci più alcuna commisurazione delle
pensioni agli stipendi.
Né può essere dimenticato che se è vero – come la Corte costituzionale ha più volte rilevato – che il
legislatore deve farsi carico della non illimitatezza delle risorse finanziarie, è anche vero che dalla natura
retributiva del trattamento di quiescenza sembrano derivare conseguenze non trascurabili ai sensi
dell’articolo 36 della Costituzione.
Per le ragioni sopra esposte non può condividersi l’orientamento seguito dalla prevalente giurisprudenza
delle sezioni giurisdizioni e di appello della Corte dei conti.
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Del resto, con riferimento ad analogo giudizio ( n. 27894), la stessa Amministrazione degli Interni non
ha esperito appello avverso la sentenza di questo G.U.P., con cui è stato riconosciuto il diritto alla
perequazione del trattamento pensionistico, evidentemente condividendo il ragionamento contenuto nella sentenza di accoglimento.
In applicazione, quindi, degli articoli 36 e 38 della Costituzione ritiene questo Giudice, per le
considerazioni sopra espresse, che debba essere affermato il diritto del ricorrente alla perequazione del trattamento pensionistico, con aggancio ai miglioramenti economici concessi al personale di pari qualifica ed anzianità in attività di servizio.
Sulle somme in tal senso dovute spettano gli interessi legali e la rivalutazione monetaria, alle condizionidi legge.
Sussistono gravi ed eccezionali ragioni per disporre la compensazione delle spese di giudizio, in
considerazione della natura della controversia.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso n° 32507 e, per lo effetto, accerta il diritto dei ricorrenti alla perequazione della
pensione, con collegamento al trattamento stipendiale dei dipendenti di pari anzianità, oltre interessi legali
e rivalutazione monetaria nella misura di legge, nei sensi in motivazione.
Spese di giudizio compensate.
Così deciso in Bari, nella Camera di Consiglio del dieci novembre duemiladiciassette.
IL GIUDICE
F.to ( V. Raeli )
Depositata in Segreteria il 23/01/2018
Il Funzionario di Cancelleria
F.to (dott. Pasquale ARBORE)
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giovedì 8 giugno 2017

GLI EREDI DELL'INVALIDO HANNO DIRITTO - QUALE ATTO SUCCESSORIO - ALL'INDENNITÀ' DI ACCOMPAGNAMENTO DEL PARENTE INVALIDO

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 novembre 2015 – 26 gennaio 2016, n. 1323
Presidente Vivaldi – Relatore Scrima

Svolgimento del processo
II Tribunale di Brindisi, con sentenza del 9 ottobre 2012, ha rigettato l’appello proposto da L.M.A.e L. C. nei confronti di L. R. e avverso la sentenza del 5 ottobre 2006, con cui il Giudice di Pace di Brindisi aveva accolto la domanda proposta da L. R. nei confronti dei predetti suoi germani e volta alla condanna di questi ultimi al pagamento, in suo favore, ciascuno della somma di € 922,63, dai medesimi ricevuta, oltre che dall’istante, dalla Prefettura di Brindisi, quali eredi della madre Sollazzo Stella, a titolo di indennità di accompagnamento per la stessa. A fondamento della proposta domanda l’attrice aveva dedotto che le somme erogate dalla Prefettura in parti uguali tra i tre eredi sarebbero dovute spettare interamente a lei, unica ad aver provveduto all’assistenza morale e spirituale della madre, che aveva ospitato presso la sua abitazione sino al quando, nel 1996, non era deceduta mentre i convenuti, percependo e trattenendo i predetti importi, si erano arricchiti senza titolo e in suo danno.

Avverso la sentenza del Tribunale L. C. ha proposto ricorso per cassazione, illustrato da memoria, sulla base di un unico motivo.
Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Motivi della decisione
1. Con l’unico motivo si lamenta “erronea e falsa applicazione degli arts 2041 c.c., nonché dell’ars 12 ultimo comma della legge n. 118 del 1971, così come interpretato autenticamente dall’art. 1 della legge 13 dicembre 1986 n. 912; dell’art. 112 c.p.c. e dell’ars 2909 c.c.;
contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia; in relazione all’ars 360, n. 3 e 5 c.p.c.”. Il ricorrente censura la sentenza impugnata per aver il Tribunale ritenuto che correttamente il Giudice di pace, qualificandola quale domanda di arricchimento senza causa, avesse accolto la domanda attorea, sul rilievo che spettasse all’attrice l’intero importo liquidato dalla Prefettura a titolo di ratei dell’indennità di accompagnamento, in quanto tale indennità, finalizzata ad assicurare l’assistenza domestica dell’invalida, andava attribuita soltanto a L. R., avendo solo quest’ultima assicurato siffatta assistenza alla madre. Il ricorrente, richiamando al riguardo la normativa di riferimento e la giurisprudenza di legittimità, assume che, “trattandosi di diritto proprio degli eredi, ovvero di diritto riconosciuto loro per legge”,l’attribuzione delle somme in questione agli eredi dell’invalida non costituirebbe arricchimento senza causa e che la legge stessa escluderebbe che tali somme siano percepite esclusivamente dall’erede che si è fatto carico dell’assistenza dell’invalido.
1.1. Il motivo è fondato. Questa Corte ha già avuto modo di affermare che “per il disposto dell’art. 12, ultimo comma della legge 30 marzo 1971 n. 118, così come interpretato autenticamente dall’art. 1 legge 13 dicembre 1986 n. 912, gli credi dell’invalido hanno diritto alle quote della pensione d’inabilità e dell’indennità di accompagnamento maturate dalla domanda amministrativa alla morte dell’invalido avvenuta in epoca anteriore all’accertamento dell’inabilità da parte della competente commissione provinciale. (C. Cost 23 febbraio 1989 n. 61)” (Cass. 16/12/1995, n. 12879); é stato inoltre affermato che, “fermo restando che il credito inerente a prestazioni assistenziali dovute agli invalidi civili, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 196 del 1993, in applicazione di una regola analoga a quella dettata dall’art. 429, terzo comma, cod. proc. civ., è produttivo di interessi legali e di rivalutazione monetaria, qualora, peraltro, l’esistenza dei presupposti della prestazione vengaaccertata in epoca successiva alla morte dell’interessato o, comunque, la prestazione stessa venga liquidata non al diretto beneficiario, ma agli eredi, a questi ultimi, in relazione al periodo successivo al decesso del dante causa, venendo ormai in rilievo non già una situazione di assistenza sociale obbligatoria, bensì una tipica situazione successoria, non spetta la rivalutazione monetaria in base al predetto art 429 cod. proc. civ., con la conseguenza che gli eredi che intendano ottenere, per detto periodo, il risarcimento del danno ulteriore ex art. 1224, secondo comma, cod. civ., hanno l’onere di dedurre e provare il pregiudizio subito” (Cass. 29/03/2001, n. 4672; v, anche 27/10/1998, n. 10715). Alla luce della giurisprudenza di legittimità sopra richiamata, risulta evidente che il diritto alle prestazioni assistenziali dovute agli invalidi civili nasce sulla base della domanda amministrativa e della sussistenza dei presupposti normativamente previsti e, facendo parte del patrimonio dei titolare, a prescindere dal suo accertamento in sede amministrativa e o giudiziale, si trasmette per successione ereditaria anche in caso di morte dell’avente diritto
antecedente all’accertamento dei presupposti; pertanto, sia nell’ipotesi appena ricordata, sia
qualora le prestazioni in parola vengano comunque.liquidate non al diretto interessato ma ai suoi eredi, viene in rilievo non una situazione di assistenza sociale obbligatoria bensì una tipica situazione successoria. Ne consegue che, nel caso di specie, sussiste il diritto degli eredi dell’invalida alla quota dell’indennità di accompagnamento liquidata in favore di ciascuno di essi, senza che possa ravvisarsi alcun arricchimento senza causa in relazione agli eredi che non abbiano provveduto all’assistenza della predetta.
2. Stante la fondatezza dell’unico motivo proposto, il ricorso va accolto; la sentenza impugnata va, pertanto, cassata e la causa va rinviata, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al Tribunale di Brindisi, in persona di diverso magistrato, che si uniformerà al principio di diritto che precede.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa anche per le spese del presente giudizio di legittimità, al Tribunale di Brindisi, in persona di diverso magistrato. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 novembre 2015.

martedì 24 maggio 2016

RITARDO NEL RICONOSCIMENTO DELLA CAUSA DI SERVIZIO E NELLA LIQUIDAZIONE DELL'EQUO INDENNIZZO - MINISTERO DELLA DIFESA CONDANNATO

N. 00237/2016 REG.PROV.COLL.
N. 01128/2015 REG.RIC.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1128 del 2015, proposto da:
XXXXXXXX, rappresentato e difeso dagli avv. Giorgio Carta, Giovanni Carta e Giuseppe Piscitelli, con domicilio eletto presso la segreteria del T.A.R. Liguria in Genova, via dei Mille, 9;
contro
Ministero della difesa e Ministero dell'economia e delle finanze, in persona dei rispettivi ministri
pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria ex lege in
Genova, viale Brigate Partigiane, 2;
per l'ottemperanza
della sentenza n. 1689/2014 della II Sezione del T.A.R. per la Liguria.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero della difesa e del Ministero dell'economia e
delle finanze;
Vista la memoria difensiva del Ministero dell'economia e delle finanze;
Visti tutti gli atti della causa;
Visto l'art. 22, comma 8, d.lgs. 30/6/2003, n. 196;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2016 il dott. Richard Goso e udito il
difensore intervenuto per le amministrazioni resistenti, come specificato nel verbale; nessuno è
comparso per il ricorrente.
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO
Con sentenza n. 1689 del 21 novembre 2014, la seconda Sezione di questo Tribunale ha accolto il ricorso r.g. n. 785 del 2014, proposto dal signor XXXXXXXX, appuntato dei carabinieri in congedo, per l’annullamento del silenzio-rifiuto formatosi sulla richiesta volta al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio delle infermità denunciate con istanza presentata il 14 giugno 2013.
Con tale pronuncia, è stato ordinato al Ministero della difesa e al Ministero dell’economia e delle finanze di provvedere in modo espresso sull’istanza del ricorrente entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione in via amministrativa o, se anteriore, dalla notificazione della sentenza medesima.
Riferisce l’interessato che, nonostante siano trascorsi oltre tredici mesi dalla pubblicazione della sentenza, le amministrazioni intimate non hanno tuttora concluso il procedimento per il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio delle denunciate infermità e per la corresponsione dell’equo indennizzo.
Ciò premesso, con ricorso ritualmente notificato e depositato, egli chiede che venga ordinato alle stesse amministrazioni di ottemperare alle statuizioni contenute nella sentenza di accoglimento, con
l’eventuale nomina di un commissario ad acta per il caso di ulteriore inottemperanza.
E’ allegata al ricorso copia autentica della sentenza di cui si chiede l’esecuzione.
Si è costituita in giudizio l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Genova, in rappresentanza delle amministrazioni intimate.
Con memoria depositata il 17 febbraio 2016, la difesa erariale eccepisce che non potrebbero ascriversi responsabilità di sorta al Comitato di verifica per le cause di servizio che, non avendo mai
ricevuto alcuna richiesta di parere relativamente alla situazione dell’odierno ricorrente, si trova nell’impossibilità di dare luogo alle attività procedimentali di sua competenza.
Il ricorso è stato chiamato all’udienza camerale del 25 febbraio 2016 e ritenuto in decisione.
La pretesa di parte ricorrente è fondata e meritevole di accoglimento.
Con la sentenza di cui si chiede l’esecuzione, è stata accertata l’illegittimità del silenzio serbato sull’istanza di riconoscimento da causa di servizio delle infermità “discopatia cervicale c5/c6 (patologia post traumatica del rachide); gonalgia post traumatica contusiva (ginocchio dx)”.
Tale sentenza rientra nell’ambito dei provvedimenti per i quali è esperibile il giudizio di ottemperanza, ai sensi dell’art. 112, comma 2, lett. b), c.p.a.
Le amministrazioni resistenti, peraltro, non hanno contestato la ricostruzione dei fatti operata da parte ricorrente né hanno addotto elementi atti a giustificare il contegno omissivo serbato a seguito della sentenza che ha definito il giudizio di cognizione.
Come già precisato, la difesa erariale si è limitata ad eccepire il mancato coinvolgimento procedimentale del Comitato di verifica, ma tale circostanza non è stata determinata da omissioni eventualmente imputabili all’odierno ricorrente, atteso che la relativa incombenza faceva carico al Ministero della difesa, vale a dire all’Amministrazione deputata all’istruttoria della domanda di riconoscimento della causa di servizio e all’emissione del provvedimento finale.
Non ravvisandosi altre ragioni idonee a giustificare, in fatto o in diritto, l’inadempimento dell’amministrazione, va conseguentemente accolta la domanda di esecuzione della sentenza n. 1689/2014 di questo Tribunale e, per l’effetto, deve essere dichiarato l’obbligo del Ministero della difesa di dare esatta ed integrale esecuzione alla sentenza in questione, provvedendo all’istruttoria dell’istanza proposta dall’odierno ricorrente e, sulla base del parere che sarà formulato dal Comitato
di verifica per le cause di servizio, all’emissione del provvedimento finale.
A tal fine, va assegnato alla competente Amministrazione un termine di sessanta giorni per la trasmissione degli atti al Comitato di verifica, con decorrenza dalla comunicazione in via amministrativa o, se anteriore, dalla notificazione della presente sentenza.
Il provvedimento finale dovrà essere emesso entro venti giorni dalla data di ricezione del parere del
Comitato suddetto.
Sussistono, altresì, i presupposti per la nomina di un commissario ad acta, nell’ipotesi di ulteriore inottemperanza oltre i termini sopra indicati nonché per l’applicazione della penalità di mora prevista dall’art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a.
A fronte della protrazione dell’inadempimento dell’amministrazione, con riguardo ad incombenze procedimentali che non hanno carattere eccezionale né sembrano presentare aspetti di particolare complessità, va escluso, infatti, che l’applicazione della sanzione pecuniaria sia manifestamente iniquo ovvero che sussistano altre ragioni ostative, peraltro non evidenziate dalle amministrazioni resistenti.
In punto quantum, si ritiene congruo fissare la somma di € 20,00 (20 euro) per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della sentenza rispetto ai termini sopra assegnati, fino all’adempimento da parte dell’Amministrazione ovvero all’insediamento del commissario ad acta.
Le spese del presente giudizio di ottemperanza seguono la soccombenza e, tenendo conto dell’impegno defensionale connaturato alla natura della controversia, sono equitativamente liquidate nella misura indicata in dispositivo.
Dette spese vanno poste a carico del Ministero della difesa, quale amministrazione che ha omesso di
provvedere alle incombenze necessarie per dare esecuzione alla sentenza favorevole al ricorrente, e
devono essere distratte in favore dei procuratori antistatari che ne hanno fatto richiesta; le spese possono compensarsi, pertanto, tra il ricorrente e il Ministero dell’economia e delle finanze.

P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, ordina al Ministero della difesa di eseguire la sentenza di questo Tribunale n. 1689/2014, secondo le modalità e nei termini indicati in motivazione.
Nomina Commissario ad acta, per l’ipotesi di ulteriore inottemperanza oltre i termini suddetti, il Direttore Generale della Direzione Generale della previdenza militare e della leva del Ministero della difesa (PREVIMIL), con facoltà di delega ad altro funzionario del medesimo ufficio.
Fissa il compenso del Commissario ad acta, per il caso in cui si rendesse necessaria la sua opera, nell’importo di € 800,00 (ottocento euro), da porsi a carico del Ministero della difesa.
Condanna il Ministero della difesa al pagamento in favore del ricorrente, in caso di ulteriore inottemperanza, delle somme in motivazione specificate a titolo di sanzione pecuniaria ex art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a.
Condanna il Ministero della difesa a pagare ai difensori del ricorrente, quali procuratori antistatari, la somma complessiva € 400,00 (quattrocento euro) per le spese del presente giudizio, oltre IVA e CPA di legge; compensa le spese tra la parte ricorrente e il Ministero dell’economia e delle finanze.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del provvedimento, all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute del ricorrente.
Così deciso in Genova nella camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2016 con l'intervento dei magistrati:

Giuseppe Daniele, Presidente
Paolo Peruggia, Consigliere
Richard Goso, Consigliere, Estensore
L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 10/03/2016
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti interessati nei

termini indicati.