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domenica 20 luglio 2014

ADDEBITO DISCIPLINARE - SI DEVE RISPETTARE IL PRINCIPIO DELLA CONTESTAZIONE PER CONSENTIRE IL DIRITTO ALLA DIFESA



Cassazione , sez. lavoro, 15/05/2014, n. 10662

(Omissis)
Svolgimento del processo
1.- La sentenza attualmente impugnata - decidendo sull'appello principale di San Paolo IMI s.p.a. avverso la sentenza del Pretore di Civitavecchia del 17 gennaio 2003 e sul riunito appello incidentale di P.M.P., contro la medesima sentenza - accoglie l'appello principale e, riformando la sentenza appellata, respinge la originaria domanda proposta dalla P. nei confronti della suddetta società e rigetta l'appello incidentale.
La Corte d'appello di Roma, per quel che qui interessa, precisa che:
a) il presente licenziamento si collega alla vicenda penale che ha coinvolto il direttore della filiale di (OMISSIS) del suindicato istituto bancario e la P., che ivi svolgeva mansioni di addetta all'Ufficio Fidi;
b) quanto alla questione posta dall'appellante incidentale - ed avente valenza preliminare - della specificità della contestazione, in base alla giurisprudenza di legittimità, deve essere confermata la decisione del primo giudice secondo cui la lavoratrice incolpata è stata posta in condizione di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa in sede disciplinare perchè il riferimento alle accuse formulate in sede penale - di associazione per delinquere, estorsione, falso, ricettazione aggravati - contenuto nella lettera di contestazione degli addebiti posti a base del licenziamento, è stato espressamente effettuato "indipendentemente dalla eventuale qualificazione della... valenza penale" di tali fatti e con riferimento specifico al contrasto dei suddetti comportamenti ai doveri di ufficio, prescritti dalla contrattazione collettiva;
c) le doglianze dell'appellante principale sono incentrate sulla valutazione delle prove dei fatti contestati e posti a base del licenziamento, avendo il primo giudice ritenuto che, in sede civile, non sia stata raggiunta la prova dei gravi fatti addebitati alla lavoratrice;
d) al riguardo è incontestato che: 1) la P. era stata addetta, fin dalla sua apertura (in data 26 giugno 1991) alla filiale di (OMISSIS) dell'Istituto San Paolo; 2) le erano state affidate mansioni di addetta alla segreteria fidi; 3) dal 31 maggio 1993 rivestiva la qualifica di quadro; 4) dal 16 agosto 1994 era stata addetta al settore dei finanziamenti alla clientela, in posizione immediatamente subordinata alla direzione (affidata a T.F.) e alla vice-direzione;
e) dagli accertamenti svolti in sede penale è emerso che, dall'autunno 1992 al 1994, era stato organizzato dal T. un complesso sistema estorsivo in danno dei clienti della banca del quale la P. era pienamente a conoscenza, visto che il supporto operativo da lei fornito costituiva un momento indispensabile per l'attuazione e la copertura delle attività illecite, come evidenziato dalla testimonianza di C.L., responsabile della ispezione eseguita presso la filiale dopo le denunce dei clienti;
f) dagli accertamenti compiuti in sede penale e sottoposti al vaglio del GIP per il rinvio a giudizio - non presi in considerazione dal Pretore di Civitavecchia - risulta la partecipazione della P. alla organizzazione delittuosa, sulla base di specifiche circostanze non adeguatamente contestate dall'interessata e confermate anche dalla sentenza del Tribunale di Roma del 30 novembre 2006, la quale ha assolto la P. dai reati di estorsione per mancanza di prova sull'elemento psicologico e dichiarato la prescrizione degli altri reati;
g) quanto alla valenza probatoria di tale ultima sentenza - la cui produzione nel giudizio di appello è stata ammessa, trattandosi di un documento formato dopo la proposizione dell'atto di appello - si osserva che, in base alla giurisprudenza di legittimità, il giudice civile può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale già definito, ancorchè con sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, ponendo a base delle proprie conclusioni gli elementi di fatto già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede e sottoponendoli al proprio vaglio critico, mediante il confronto con gli elementi probatori emersi nel giudizio civile (Cass. 29 ottobre 2010, n. 22200);
h) dalla sentenza penale risulta - sia per i reati di estorsione sia per i reati dichiarati prescritti - la sussistenza di specifici elementi di responsabilità della lavoratrice che forniscono la prova delle commissione dei comportamenti contestati in sede disciplinare, tutti valutabili ex art. 2119 c.c., come negazione del vincolo di fiducia che connota il rapporto di lavoro e riconducibili agli illeciti disciplinari previsti dagli artt. 20 e 21 del contratto integrativo aziendale, con specifico riguardo all'utilizzazione dell'impiego a fini personali, all'abuso grave di fiducia, all'accettazione di compensi su affari trattati per ragioni di ufficio, alla violazione dolosa dei doveri di ufficio con pregiudizio dell'azienda;
i) deve essere, pertanto, affermata la legittimità del licenziamento, in considerazione del carattere reiterato della condotta, della gravità degli abusi e della illiceità della condotta stessa, del danno anche patrimoniale cagionato alla banca (citata in giudizio dai soggetti danneggiati), della posizione professionale della P., richiedente un elevato grado di affidabilità.
2- Il ricorso di P.M.P. domanda la cassazione della sentenza per cinque motivi; resiste, con controricorso, San Paolo IMI s.p.a..
Entrambe le parti depositano anche memorie ex art. 378 c.p.c.. Motivi della decisione
1 - Sintesi dei motivi di ricorso.
1.- Il ricorso è articolato in cinque motivi.
1.1- Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 7 dello Statuto dei lavoratori.
Si contesta l'affermazione della Corte d'appello secondo cui, nella specie, sarebbe stato rispettato il principio di specificità della contestazione disciplinare, come già ritenuto nella sentenza di primo grado.
Si sottolinea che tale statuizione si basa sull'assunto secondo cui il suddetto principio può considerarsi rispettato anche attraverso il rinvio per relationem ad altri atti e, nella specie, con il richiamo dell'atto di rinvio a giudizio in sede penale.
Si sostiene che tale assunto - corretto in astratto - nella specie si rivelerebbe inesatto in quanto l'atto di rinvio a giudizio de quo era molto complesso e vasto e si riferiva a più persone, cui erano contestati diversi reati sicchè era praticamente impossibile per la P. individuare le singole azioni o omissioni di cui doveva rispondere in sede disciplinare.
1.2.- Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 5.
In via gradata e subordinata rispetto al precedente motivo, si sostiene che l'istituto bancario datore di lavoro non ha provato in modo specifico in sede civile ciò che era stato contestato in sede penale.
Pertanto il licenziamento avrebbe dovuto essere considerato illegittimo per mancanza di prova, come correttamente affermato dal primo giudice.
1.3.- Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e/o falsa applicazione dell'art. 111 Cost., e dell'art. 115 c.p.c..
L'art. 111 Cost., sarebbe stato violato per il fatto che la fase di appello è durata oltre sette anni in attesa di documenti e, poi, della sentenza penale, così consentendo al datore di lavoro - che aveva scelto di effettuare il licenziamento prima della conclusione del processo penale - di non assolvere l'onere probatorio a proprio carico, potendo il giudice civile fare riferimento agli atti del procedimento penale, come è accaduto.
1.4.- Con il quarto motivo si denuncia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5, motivazione carente e contraddittoria rispetto ai fatti che hanno portato al licenziamento.
Si sostiene che nella sentenza impugnata vi sarebbe un "salto logico che rappresenta un'evidente contraddittorietà della motivazione" che sarebbe rappresentato dal fatto di avere desunto da una situazione certa - l'inserimento della ricorrente nell'azienda come quadro, nell'ambio del settore fidi - la sicura sua presenza e partecipazione allo svolgimento dell'attività illecita in oggetto, in assenza di prove specifiche sul punto ma ricavando tali prove da circostanze incerte o neutre come l'aver ricevuto fuori orario una delle persone offese dai reati.
Tali circostanze sono state recepite dalla sentenza penale di primo grado - non passata in giudicato, ma anzi riformata in appello - senza tenere conto delle prove espletate in sede civile e senza fare riferimento neppure alle prove raccolte nel procedimento penale o acquisire i verbali di udienza di tale procedimento, sicchè l'accertamento della responsabilità disciplinare della ricorrente ai fini del licenziamento di fatto è stato demandato al giudice penale.
Ciò ha portato ad una serie continua di rinvii del processo civile, in attesa che il giudice penale prendesse una decisione su circostanze che, in sede civile, erano prive di prova, ma che, anche nella sentenza penale sono risultate sfornite di specifici riferimenti a sfavore della P..
1.5 - Con il quinto motivo si denuncia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione dell'art. 421 c.p.c..
Si ribadisce che la già contestata scelta della Corte romana di fare riferimento al processo penale - così demandando al giudice penale l'accertamento anche della legittimità o meno del licenziamento per fatti e circostanze che avrebbero dovuto essere provati dal datore di lavoro -
avrebbe dovuto, quanto meno, comportare l'acquisizione anche dei verbali di udienza del processo penale, per consentire alla ricorrente di difendersi adeguatamente in sede civile.
3 - Esame delle censure.
2.- Il ricorso è da respingere, per le ragioni di seguito esposte.
3.- Il primo motivo è infondato in quanto, diversamente da quanto sostiene la ricorrente, nella specie non è configurabile alcuna violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, da parte della Corte territoriale, salvo restando che l'accertamento relativo alla sussistenza del requisito della specificità della contestazione trae fondamento da una indagine di fatto, che, come tale, è incensurabile in sede di legittimità, salva la verifica di logicità e congruità delle ragioni esposte dal giudice di merito (vedi, per tutte: Cass. 30 marzo 2006, n. 7546).
3.1.- Nella specie, dalla motivazione della sentenza impugnata risulta che il Giudice d'appello - dandone adeguata e logica giustificazione - a proposito della questione relativa alla specificità della contestazione disciplinare, ha ritenuto di confermare la decisione del primo giudice secondo cui la lavoratrice incolpata è stata posta in condizione di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa in sede disciplinare perchè il riferimento alle accuse formulate in sede penale - di associazione per delinquere, estorsione, falso, ricettazione aggravati - contenuto nella lettera di contestazione degli addebiti posti a base del licenziamento, è stato espressamente effettuato "indipendentemente dalla eventuale qualificazione della... valenza penale" di tali fatti e con riferimento specifico al contrasto dei suddetti comportamenti ai doveri di ufficio, prescritti dalla contrattazione collettiva.
Tale statuizione è del tutto conforme ai consolidati e condivisi principi affermati dalla giurisprudenza di questa Corte, cui ha fatto riferimento il Giudice di appello, secondo cui:
a) la previa contestazione dell'addebito, necessaria in funzione di tutte le sanzioni disciplinari, non richiede l'osservanza di schemi prestabiliti e rigidi, come accade nella formulazione dell'accusa nel processo penale, assolvendo esclusivamente alla funzione di consentire al lavoratore incolpato di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa (vedi per tutte: Cass. 10 giugno 2004, n. 11045 e Cass. 3 marzo 2010, n. 5115);
b) pertanto, per il rispetto di tale incombente è sufficiente che vengano fornite al lavoratore le indicazioni necessarie ed essenziali per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari o comunque comportamenti in violazione dei doveri di cui agli artt. 2104 e 2105 c.c. (ex plurimis:Cass. 10 giugno 2004, n. 11045);
c) in particolare, la regola della specificità della contestazione dell'addebito non richiede necessariamente - ove questo sia riferito a molteplici fatti - l'indicazione anche del giorno e dell'ora in cui gli stessi fatti sono stati commessi, essendo invece sufficiente che il tenore della contestazione sia tale da consentire al lavoratore di individuare, nella loro materialità, i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari (o comunque comportamenti contrari ai doveri di cui agli artt. 2104 e 2105 c.c.), di comprendere l'accusa rivoltagli e di esercitare il diritto di difesa (tra le altre: Cass. 7 agosto 2003, n. 11933; Cass. 5 luglio 2013, n. 16831);
d) sicchè, non essendo richiesta l'osservanza di schemi formali prestabiliti e essendo solo sufficiente che la contestazione degli addebiti disciplinari consenta al lavoratore incolpato di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa in sede disciplinare, è pienamente ammissibile la contestazione per relationem mediante il richiamo ad atti del procedimento penale instaurato a carico del lavoratore per fatti e comportamenti rilevanti anche ai fini disciplinari, ove le accuse formulate in sede penale siano a conoscenza dell'interessato, perchè, anche in tale ipotesi, risultano rispettati i principi di correttezza e garanzia del contraddittorio (vedi, tra le molte: Cass. SU 9 marzo 1996, n. 1921;
Cass. 3 marzo 2010, n. 5115 cit; Cass. 17 novembre 2010, n. 23223).
3.2.- A fronte di questa situazione le censure della ricorrente appaiono destituite di fondamento, tanto più che l'assunto secondo il quale, nella specie, la complessità dell'atto di rinvio a giudizio in sede penale non avrebbe consentito alla P. di individuare le singole azioni o omissioni di cui doveva rispondere in sede disciplinare, risulta essere stato prospettato non solo impropriamente come vizio di violazione di legge, ma anche senza il dovuto rispetto del principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, in base al quale il ricorrente qualora proponga delle censure attinenti all'esame o alla valutazione di documenti o atti processuali è tenuto ad assolvere il duplice onere di cui all'art. 366 c.p.c., n. 6, e all'art. 369 c.p.c., n. 4, (vedi, per tutte:
Cass. SU 11 aprile 2012, n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726).
4.- Anche il secondo, il terzo e il quarto motivo - da esaminare congiuntamente, data la loro intima connessione - non sono fondati.
4.1.- In primo luogo, deve essere rilevato che tutte le censure proposte con i suddetti motivi - nonostante il formale richiamo alla violazione di norme di legge, contenuto nell'intestazione del secondo e del terzo motivo - si risolvono nella denuncia di vizi di motivazione della sentenza impugnata non per errori di logica giuridica che renderebbero la motivazione stessa incongrua o incoerente, ma per errata valutazione del materiale probatorio acquisito, ai fini della ricostruzione dei fatti, con particolare riferimento alla affermazione della partecipazione della ricorrente allo svolgimento dell'attività illecita che ha dato origine al procedimento penale di cui si tratta.
Al riguardo, infatti, si sostiene che la Corte romana da una situazione certa - rappresentata dall'inserimento della ricorrente nell'azienda come quadro, nell'ambio del settore fidi - avrebbe desunto la partecipazione della P. al complesso sistema estorsivo in danno dei clienti della banca organizzato dal direttore del settore cui era addetta, in assenza di prove specifiche sul punto ma ricavando tali prove da circostanze incerte o neutre recepite dalla sentenza penale di primo grado - non passata in giudicato, ma anzi riformata in appello - e, quindi, di fatto, demandando al giudice penale l'accertamento della responsabilità disciplinare della ricorrente ai fini del licenziamento.
Ne deriva che, nella sostanza, la ricorrente, prospetta un coordinamento dei dati acquisiti al processo asseritamente migliore o più appagante rispetto a quello adottato nella sentenza impugnata, che però riguarda aspetti del giudizio interni all'ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell'apprezzamento dei fatti che è proprio del giudice del merito, in base al principio del libero convincimento del giudice, sicchè la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. - apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, - deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 26 marzo 2010, n. 7394; Cass. 6 marzo 2008, n. 6064; Cass. 20 giugno 2006, n. 14267;
Cass. 12 febbraio 2004, n. 2707; Cass. 13 luglio 2004, n. 12912;
Cass. 20 dicembre 2007, n. 26965; Cass. 18 settembre 2009, n. 20112).
4.2.- Nella specie dalla sentenza impugnata risulta che la Corte territoriale è giunta ad affermare la legittimità del licenziamento - in considerazione del carattere reiterato della condotta, della gravità degli abusi e della illiceità della condotta stessa, del danno anche patrimoniale cagionato alla banca (citata in giudizio dai soggetti danneggiati), della posizione professionale della P., richiedente un elevato grado di affidabilità - sulla base degli elementi di fatto già acquisiti, con le garanzie di legge in sede penale, risultanti dalla sentenza del Tribunale di Roma del 30 novembre 2006, la quale ha assolto la P. dai reati di estorsione per mancanza di prova sull'elemento psicologico e dichiarato la prescrizione degli altri reati ascrittile.
Ma ciò il Giudice di appello ha fatto sottoponendo i suddetti elementi al proprio vaglio critico e valutandone ex art. 2119 c.c., la loro rilevanza al fine della negazione del vincolo di fiducia che connota il rapporto di lavoro nonchè la loro riconducibilità agli illeciti disciplinari previsti dagli artt. 20 e 21 del contratto integrativo aziendale, con specifico riguardo all'utilizzazione dell'impiego a fini personali, all'abuso grave di fiducia, all'accettazione di compensi su affari trattati per ragioni di ufficio, alla violazione dolosa dei doveri di ufficio con pregiudizio dell'azienda.
Ne consegue che la Corte romana si è conformata al pertinente orientamento di questa Corte, condiviso dal Collegio, in base al quale il giudice civile, può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale, già definito, ancorchè con sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, ponendo a base delle proprie conclusioni gli elementi di fatto già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede e sottoponendoli al proprio vaglio critico, mediante il confronto con gli elementi probatori emersi nel giudizio civile (vedi, per tutte:
Cass. 16 maggio 2000, n. 6347; Cass. 7 febbraio 2005, n. 2409; Cass. 19 ottobre 2007, n. 22020; Cass. 27 aprile 2010, n. 10055; Cass. 29 ottobre 2010, n. 22200; Cass. 30 gennaio 2013, n. 2168; Cass. 21 giugno 2013, n. 15673).
La Corte territoriale, inoltre, ha supportato tale valutazione con congrua, logica e lineare motivazione.
Pertanto, la sentenza impugnata sfugge a tutte le censure lamentate, in quanto anche la mancata disposizione della previa acquisizione degli atti del processo penale risulta effettuata in
conformità al consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte secondo cui il giudice che fondi il proprio convincimento sulle risultanze di una sentenza penale non è tenuto a disporre la previa acquisizione degli atti del processo penale ed esaminarne il contenuto, qualora, per la formazione di un razionale convincimento, ritenga sufficienti le risultanze della sola sentenza (Cass. 13 maggio 1982, n. 2968; Cass. 15 dicembre 2000, n. 15826; Cass. 29 ottobre 2010, n. 22200).
5.- Tale ultimo argomento vale anche a dimostrare la non accoglibilità anche del quinto motivo, salvo restando che, in base ad orientamenti di questa Corte, consolidati e condivisi:
a) nel rito del lavoro - il cui carattere tipico è il contemperamento del principio dispositivo con le esigenze della ricerca della verità materiale - allorquando le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, il giudice ove reputi insufficienti le prove già acquisite non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale di giudizio fondata sull'onere della prova, ma ha il potere-dovere di provvedere d'ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale ed idonei a superare l'incertezza dei fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o di decadenze in danno delle parti (tra le tante: Cass. 5 dicembre 2012, n. 18924);
b) tuttavia, mentre deve esserci sempre la specifica motivazione dell'attivazione dei poteri istruttori d'ufficio ex art. 421 c.p.c., il mancato esercizio di questi va motivato soltanto in presenza di circostanze specifiche che rendono necessaria l'integrazione probatoria (vedi, per tutte: Cass. 24 ottobre 2007, n. 22305);
c) sicchè il giudizio di opportunità riguardante l'esercizio di poteri istruttori d'ufficio, rimesso ad un apprezzamento meramente discrezionale del giudice del merito, da effettuare nell'ambito del contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità può essere sottoposto al sindacato di legittimità soltanto come vizio di motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, qualora la sentenza di merito non adduca un'adeguata spiegazione per disattendere la richiesta di mezzi istruttori relativi ad un punto della controversia che, se esaurientemente istruito, avrebbe potuto condurre ad una diversa decisione (tra le altre: Cass. 25 maggio 2010, n. 12717).
Da tali principi si desume che, nella specie, in ordine alla lamentata mancata acquisizione anche dei verbali di udienza del processo penale non ricorrono gli estremi per denunciare la presunta violazione dell'art. 421 c.p.c., oltretutto come violazione di legge e senza il dovuto rispetto del principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione.
4 - Conclusioni.
6.- In sintesi, il ricorso deve essere respinto. Le spese del presente giudizio di cassazione -liquidate nella misura indicata in dispositivo - seguono la soccombenza. P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 100,00 (cento/00) per esborsi, Euro 3000,00 (tremila/00) per compensi professionali, oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Lavoro, il 14 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2014 

NOTIFICA DEL VERBALE AL PORTIERE - NULLA SE NON SEGUITA DA RACC. AR DELL'AVVENUTA NOTIFICA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI

ORDINANZA 11 GIUGNO 2014, N.13201


Fatto e diritto
Ritenuto che J.D. proponeva ricorso, dinanzi al Giudice di pace di Roma, avverso la cartella di pagamento n. 09720100017668757, notificatagli il 5 marzo 2010, emessa a seguito di un verbale di accertamento di violazione del codice della strada dell’anno 2006, chiedendone l’annullamento per la mancata notifica del verbale ad essa presupposto e per l’illegittima applicazione della “maggiorazione” ex art. 27 della legge n. 689 del 1981;
che il Comune di Roma si costituiva in giudizio depositando documentazione e chiedendo il rigetto del ricorso;
che il Giudice di Pace di Roma, con sentenza n. 27798 del 2011, accoglieva l’opposizione ritenendo irregolare la notifica del VAV a mani del portiere dello stabile di residenza del proprietario del veicolo, ai sensi dell’art. 139 cod. proc. civ., per mancato invio della raccomandata prevista ai sensi dell’art. 139, quarto comma, cod. proc. civ., e stabiliva che per equità fossero liquidate le spese e compensate le competenze;
che avverso la predetta sentenza il D. proponeva appello innanzi al Tribunale di Roma dolendosi della violazione dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. Civ.;
che Roma Capitale non si costitutiva in giudizio;
che l’adito Tribunale, con sentenza n. 3409 del 2013, rigettava l’appello, ritenendo giustificata la compensazione delle spese in considerazione del contrasto giurisprudenziale esistente fino al 2007 in ordine alle conseguenze del mancato invio della raccomandata al destinatario in caso di notifica al portiere;
che per la cassazione della sentenza del Tribunale di Roma il D. ha proposto ricorso articolato in tre motivi: 1) violazione o falsa applicazione degli artt. 91, 92, 118 c. 2° disp. att., 132 c. 2° n. 4 c.p.c., 111 Cost. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.; esercizio arbitrario del potere di compensazione delle spese processuali; 2) omesso esame In violazione degli artt. 91, 92, 118 c. 2° disp. att., 132 c. 2° n. 4 c.p.c., 111 Cost. sulla mancata liquidazione degli onorari e dei diritti del giudizio di primo grado in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.; 3) violazione dell’art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, del punto 31 del capitolo V della Raccomandazione della CCJE del 17/11/2010 e punto 15 della Magna Carta dei Giudici Europei, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.; violazione dei principi sancito per la salvaguardia dell’uomo e delle libertà fondamentali;
che Roma Capitale non ha svolto difese nel presente giudizio;
che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti.
Considerato che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione, che è stata comunicata alle parti:
«[(...)] Il primo e il secondo motivo di gravame possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.
La nuova formulazione dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., applicabile a tutti i giudizi instaurati successivamente al 4 luglio 2009, e, ratione temporis, anche al ricorso in oggetto, dispone che il giudice può compensare le spese tra le parti purché sussistano gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione.
Nella specie, il Tribunale ha disposto la compensazione delle spese processuali sulla base della seguente valutazione: “al momento della notifica (anno 2006) l’Amministrazione comunale si è rifatta ad una interpretazione consolidata e completamente prevalente della Corte di cassazione che riteneva il mancato invio della raccomandata una mera irregolarità che non viziava la notifica stessa”.
Orbene, tale motivazione non può essere condivisa, atteso che, come correttamente rilevato dal giudice a quo, la spedizione della raccomandata è si considerata solo dal 2007 requisito necessario al perfezionamento dell’operazione di notificazione e non più carattere estrinseco della stessa (Cass. n. 1258 del 2007; Cass. n. 17915 del 2008); tuttavia, al momento della notifica della cartella esattoriale (2010), il detto orientamento giurisprudenziale era ormai consolidato, sicché la giustificazione che poteva valere per la notificazione del verbale, non può ritenersi idonea a giustificare la compensazione delle spese in relazione alla notifica di un atto che, al momento della sua emissione e notificazione, aveva a presupposto un verbale di contestazione la cui notificazione doveva ritenersi invalida. Il Comune avrebbe quindi dovuto evitare di dare avvio ad un’esecuzione ab origine illegittima.
Il terzo motivo di gravame si ritiene pertanto assorbito. Alla stregua delle considerazioni sin qui svolte si ritiene che il ricorso possa essere trattato in camera di consiglio e, qualora il collegio condivida i rilievi in precedenza formulati, essere ivi accolto»;
che il Collegio condivide la proposta di decisione, alla quale, del resto, non sono state rivolte critiche di sorta;
che il ricorso va quindi accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio al Tribunale di Roma, in diversa composizione;
che al giudice di rinvio è demandata altresì la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Tribunale di Roma, in persona di diverso magistrato.
 


venerdì 18 luglio 2014

IL LICENZIAMENTO E' NULLO SE IL TRASFERIMENTO NON VIENE MOTIVATO

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 10 giugno 2014, n. 13060

Illegittimità del licenziamento in altra sede se il trasferimento non viene motivato.
 
Ragioni della decisione
 
1. Con la sentenza n. 1079 del 16 ottobre 2007 la Corte d'appello di Firenze confermava la decisione del Tribunale di Pisa con cui era stata dichiarata l’illegittimità del licenziamento intimato in data 27 giugno 2002 da P. s.p.a. a F.R. La Corte di merito rilevava che la società, nel dare esecuzione ad una sentenza del giudice del lavoro che aveva ritenuto la nullità del termine apposto al contratto di lavoro del F.R. ordinandone la riammissione nel posto di lavoro, aveva invitato il lavoratore a riprendere servizio in una sede diversa da quella assegnata in origine e, poiché il medesimo non si era presentato, aveva intimato il recesso per ingiustificata assenza dal lavoro; l'assegnazione ad una sede diversa configurava però un inadempimento contrattuale, concretandosi in un illegittimo trasferimento o, comunque, nell’inosservanza dell'ordine giudiziale di riammissione nel posto originario, sì che il rifiuto della prestazione da parte del lavoratore doveva ritenersi giustificato ed il conseguente recesso della società era illegittimo.
2. Di tale sentenza P. s.p.a. ha domandato la cassazione, deducendo due motivi di ricorso; F. R. ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..
3. Con il primo motivo la ricorrente lamenta "Violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’art. 2103 c.c., all’art. 18 della L. n. 300/1970 ed all’art. 1206 e ss. c.c."
Sostiene che la Corte di merito avrebbe errato nel qualificare la fattispecie nell’ambito dell’art. 18 della L. 300 del 1970 e quindi nel ritenere che il lavoratore andasse ricollocato nel posto da ultimo occupato, poiché nel caso di ripristino del rapporto per illegittimità del termine accertata giudizialmente possono essersi verificati nelle more del giudizio fatti organizzativi tali da richiedere un criterio di prudenza nella valutazione dell’esatto adempimento, che tenga conto dei rispettivi interessi delle parti. Anche ritenendo che il provvedimento contenesse un trasferimento implicito, lo stesso sarebbe peraltro giustificato da ragioni tecniche, produttive e organizzative, essendo stato effettuato in applicazione dell’art. 37 del CCNL, mentre l'obbligo del datore di lavoro di indicarne le ragioni sorgeva solo a seguito di esplicita richiesta del prestatore, che nella specie non era mai stata avanzata.
Formula il seguente quesito di diritto: ’’Dica la Suprema Corte se a seguito di riconoscimento del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, l’invito del datore di lavoro rivolto al lavoratore di riassumere servizio comporta piena esecuzione del predetto ordine, con la conseguente mora del lavoratore, ove sia corredato da caratteri di concretezza e specificità tali da importare l’effettivo reinserimento del dipendente nel posto di lavoro.
4. Come secondo motivo la ricorrente deduce "Violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 1460 c.c. anche in relazione all’art. 18 della L. 300/1970".
Addebita alla Corte d’appello di avere ritenuto giustificata l’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., quando nessuna eccezione in tal senso era stata formulata ed il lavoratore si era limitato a non presentarsi in servizio.
Aggiunge che l’eccezione di inadempimento postula che la reazione del dipendente risulti proporzionata e conforme a buona fede, caratteristiche che nel caso mancavano. Formula il seguente quesito di diritto: "Dica la Suprema Corte se rispetto al potere di trasferimento del datore, sia o meno ammissibile un potere di autotutela del lavoratore ex art. 1460 c.c. sicché l'ingiustificato rifiuto dello stesso di offrire la prestazione nel luogo dì destinazione configuri una condotta idonea a giustificare il recesso del datore di lavoro ".
5. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, sono infondati.
Questa Corte ha affrontato in più occasioni la questione oggetto di causa (cfr. ex plurimis Sez. 6 - L, Ordinanza n. 27804 del 2013, Sez. I, Sentenza n. 11927 del 16/05/2013, Sez. I, Sentenza n. 27844 del 30/12/2009), fornendo una soluzione alla quale occorre dare continuità.
Nella motivazione della sentenze citate, che affronta i temi che sono riproposti con il ricorso in esame, si è affermato che l’ottemperanza del datore di lavoro all'ordine giudiziale di riammissione in servizio a seguito di accertamento della nullità dell'apposizione di un termine al contratto di lavoro implica il ripristino della posizione di lavoro del dipendente, il cui reinserimento nell’attività lavorativa deve quindi avvenire nel luogo e nelle mansioni originarie, atteso che il rapporto contrattuale si intende come mai cessato e quindi la continuità dello stesso implica che la prestazione deve persistere nella medesima sede; resta salva la facoltà del datore di lavoro di disporre il trasferimento del lavoratore ad altra unità produttiva, ma in tal caso devono sussistere le ragioni tecniche, organizzative e produttive richieste dall’art. 2103 c.c. In difetto, la mancata ottemperanza a tale provvedimento da parte del lavoratore trova giustificazione sia quale attuazione di un'eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.), sia sulla base del rilievo che gli atti nulli non producono effetti, non potendosi ritenere che sussista una presunzione di legittimità dei provvedimenti aziendali che imponga l'ottemperanza agli stessi fino ad un contrario accertamento in giudizio. In applicazione di tali principi si è quindi confermata la sentenza gravata che, come nel caso, aveva ritenuto illegittimo il licenziamento per assenza dal servizio intimato da P. s.p.a..
6. Ciò è quanto secondo la ricostruzione della Corte fiorentina è avvenuto nel caso in esame, in cui l’invito a riprendere servizio in una sede diversa da quella originaria non contemplava alcuna motivazione, né questa era stata dedotta e dimostrata in giudizio; la modifica della sede di lavoro è stata quindi correttamente intesa come un trasferimento nullo, implicante un inadempimento del contratto di lavoro, sì che nessuna comparazione di contrapposti interessi sarebbe stata consentita al giudice di merito.
Sussistevano quindi i presupposti per il rifiuto della prestazione da parte del dipendente configurati nelle richiamate sentenze, considerato peraltro che il lavoratore aveva esplicitato nella lettera di risposta alla nota di addebito le ragioni per le quali non aveva ripreso servizio nella nuova sede, e che - come riferisce la Corte di merito - promuovendo il tentativo di conciliazione aveva offerto la propria prestazione secondo le modalità fissate nel contratto, e dunque nella sede stabilita in origine, ma a tale offerta P. s.p.a. non aveva dato seguito.
7. Il ricorso deve quindi essere rigettato.
Le spese processuali del grado seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.
 
P.Q.M.
 
Rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in € 3.000,00 per compensi professionali ed € 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

domenica 6 luglio 2014

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - I RISULTATI DELL'ETILOMETRO POSSONO ESSERE MESSI IN DISCUSSIONE QUANDO SI ASSUMONO FARMACI A CAUSA DI PARTICOLARI PATOLOGIE

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. PENALE IV - 3 GIUGNO 2014, N. 22962



1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, ha confermato quella emessa il 13.3.2012 dal Tribunale di Bolzano, con la quale A. A. era stato dichiarato colpevole della contravvenzione di cui all´articolo 186, comma 2 lett. c) e co. 2 sexies del d.Igs. 30 aprile 1992, n. 285, commessa il 18.11.2009, e lo aveva condannato alla pena di mesi quattro di arresto ed euro millecinquecento di ammenda, con concessione della sospensione condizionale della pena ed applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per la durata di uno anno, con la confisca dell´autovettura.

La Corte di Appello ha ritenuto corretta l´affermazione di responsabilità in quanto il fatto che l´imputato fosse diabetico non aveva determinato l´inattendibilità dell´alcoltest, posto che anche il consulente tecnico della difesa si era espresso in termini congetturali e che il verbalizzante aveva riferito della presenza di sintomatologia dell´ebbrezza alcolica, che lo stesso imputato aveva riferito di aver bevuto tre birre piccole e che questi, pur consapevole dell´esito dell´alcoltest non aveva chiesto di essere sottoposto a prelievo ematico per dimostrare l´assenza dello stato di ebbrezza alcolica.

2. Propone ricorso per cassazione l´imputato, chiedendo l´annullamento della sentenza.

Il ricorrente denuncia violazione di legge, con riferimento alle regole di valutazione della prova, e vizio motivazionale, rilevando che - a differenza di quanto asserito dalla Corte di Appello - il consulente della difesa aveva chiarito in termini di certezza scientifica che la patologia della quale era portatore l´imputato (diabete mellito insulino-dipendente del primo tipo) determina uno stato di iperglicemia tendente alla chetoacidosi, con eliminazione di corpi chetonici attraverso il respiro, nonché sviluppo di alcol etilico nella flora batterica intestinale, concludendo che tali fenomeni determinano sicuramente un´alterazione in eccesso dei valori di alcol nel sangue riscontrati dall´alcoltest; valori che andrebbero corretti, secondo una valutazione "personale ma verosimile" dell´esperto, con una riduzione del 30%, ma che per taluna giurisprudenza di merito determinerebbe la necessità di una riduzione tra il 50 ed il 70%.

Il ricorrente contesta che il teste B. B. abbia riferito di una sintomatologia riconducente all´ebbrezza alcolica, ribadendo che comunque non sono stati osservati i sintomi tipici di un´ebbrezza con valori superiori a 2 g/I; così come contesta, facendo riferimento ad alcune deposizioni, che l´imputato non avesse chiesto di essere condotto presso un nosocomio per un approfondimento dell´accertamento. Ma ciò accompagna alla evidenziazione della insussistenza di un obbligo giuridico gravante sull´imputato avente ad oggetto l´esecuzione di prelievo ematico e l´incertezza scientifica in merito alla affidabilità di tale esame nel caso di soggetti portatori della patologia che affligge l´imputato.

Lamenta, infine, l´omessa valutazione delle deposizioni dei testi della difesa, che avevano riferito dell´assunzione di un modestissimo quantitativo di bevande alcoliche.

In ogni caso, la Corte di Appello avrebbe dovuto concludere per l´avvenuto accertamento dell´ipotesi di cui alla lett. a) dell´art. 186, co. 2 Cod. str.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è fondato, nei termini di seguito precisati.

3.1. In primo luogo va esplicato che, pur senza farne esplicita menzione, il ricorrente lamenta un sostanziale travisamento della prova dichiarativa consistente nella deposizione del teste B. B. Orbene, tale censura non può trovare accoglienza nel presente giudizio, perché si verte in ipotesi di "doppia conforme" e non ricorrono le ipotesi che valgono a superare la preclusione che dalla conformità dei giudizi deriva (Sez. 4, n. 19710 del 03/02/2009 - dep. 08/05/2009, P.C. in proc. Buraschi, Rv. 243636).

La giurisprudenza di questa Corte chiarisce che, in virtù della previsione di cui all´art. 606, comma primo, lett. e) cod. proc. pen., novellata dall´art. 8 della L. n. 46 del 2006, costituisce vizio denunciabile in cassazione la contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, ovvero da altri atti del processo indicati nei motivi di gravame e, pertanto, l´errore cosiddetto revocatorio che cadendo sul significante e non sul significato della prova si traduce nell´utilizzo di una prova inesistente per effetto di una errata percezione di quanto riportato dall´atto istruttorio (Sez. 5, n. 18542 del 21/01/2011 - dep. 11/05/2011, Carone, Rv. 250168). Concorre a definire ancor più nitidamente il concetto in esame la precisazione per la quale il vizio di travisamento della prova dichiarativa, per essere deducibile in sede di legittimità, deve avere un oggetto definito e non opinabile, tale da evidenziare la palese e non controvertibile difformità tra il senso intrinseco della singola dichiarazione assunta e quello che il giudice ne abbia inopinatamente tratto; sicché è da escludere che integri il suddetto vizio un presunto errore nella valutazione del significato probatorio della dichiarazione medesima (in tal senso Sez. 5, n. 9338 del 12/12/2012 - dep. 27/02/2013, Maggio, Rv. 255087). Deve comunque trattarsi di un errore idoneo a disarticolare l´intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio (Sez. 1, n. 24667 del 15/06/2007 - dep. 21/06/2007, Musumeci, Rv. 237207).

Può aggiungersi che non si verte in tema di travisamento della prova quando, trattandosi di prova dichiarativa, l´eventuale errore sul significante non abbia inciso sul significato della prova; come quando l´errore su un singolo enunciato non abbia avuto influenza sulla apprensione del senso dell´intera dichiarazione. A ben vedere, anche in tal caso è manchevole quella palese e non controvertibile difformità tra il senso intrinseco della singola dichiarazione assunta e quello che il giudice ne abbia inopinatamente tratto che per la ricordata giurisprudenza integra il vizio in parola.

Questa Corte ha posto in correlazione il travisamento della prova, quale vizio deducibile con ricorso per cassazione, e la conformità delle pronunce di primo e secondo grado. Si è così affermato che il vizio del travisamento della prova può essere dedotto con il ricorso per cassazione quando la decisione impugnata abbia riformato quella di primo grado, non potendo, nel caso di cosiddetta "doppia conforme", essere superato il limite costituito dal "devolutum" con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il giudice d´appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice (Sez. 4, n. 19710 del 03/02/2009 - dep. 08/05/2009, P.C. in proc. Buraschi, Rv. 243636; Sez. 1, n. 24667 del 15/06/2007 - dep. 21/06/2007, Musumeci, Rv. 237207; Sez. 2, n. 5223 del 24/01/2007 - dep. 07/02/2007, Medina ed altri, Rv. 236130), o il caso in cui entrambi i giudici di merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie (Sez. 4, n. 44756 del 22.10.2013, Buonfine ed altri, n.m.).

4.1. Nella costante interpretazione di questa Corte il reato di guida in stato di ebbrezza determinata dall´uso di bevande alcoliche risulta integrato quando si verifichi uno stato di alterazione psico-fisica, effetto dell´assunzione di bevande alcoliche (avente incidenza anche solo concausale) e non in quanto si registrino i valori definiti dall´art. 186, co. 2 lett. b) e c) Cod. str.

Siffatta puntualizzazione non è in contrasto con quelle pronunce per le quali l´esito positivo dell´alcoltest costituisce prova della sussistenza dello stato di ebbrezza, di talché è onere dell´imputato fornire eventualmente la prova contraria a tale accertamento dimostrando vizi od errori di strumentazione o di metodo nell´esecuzione dell´aspirazione, non essendo sufficiente la mera allegazione di difettosità o assenza di omologazione dell´apparecchio (ex multis, Sez. 4, n. 17463 del 24/03/2011, Neri, Rv. 250324; Sez. 4, n. 8591, 16/1/2008, Letteriello, non massimata).

Infatti, il principio appena ricordato rimarca l´esistenza di una presunzione normativa di sussistenza dello stato di alterazione psico-fisica derivante dall´uso di bevande alcoliche, la quale può essere superata dalla dimostrazione, incombente sull´imputato, della insussistenza di un effettivo stato di ebbrezza nonostante la misurazione strumentale. Ciò è tanto vero che in altre decisioni si è apertamente esclusa l´esistenza di una "prova legale", nel senso di unicità delle modalità dimostrative dello stato di ebbrezza. Sicché - correlativamente - non viene escluso che anche sulla base della sola sintomatologia sia possibile affermare la sussistenza del reato, e quindi il superamento della soglia di accesso al penalmente rilevante [ipotesi sub b) dell´art. 186, co. 2 Cod. str.) e sinanche di quella prevista dalla lettera c) del medesimo comma (Sez. 4, n. 28787 del 09/06/2011 - dep. 19/07/2011, P.G. in proc. Rata, Rv. 250714; Sez. 4, n. 27940 del 07/06/2012 - dep. 12/07/2012, Grandi, Rv. 253598)].

Per il principio del libero convincimento, per l´assenza di prove legali e per la necessità che la prova non dipenda dalla discrezionale volontà della parte interessata, il giudice può desumere lo stato di alterazione psicofisica, derivante dall´influenza dell´alcool, da qualsiasi elemento sintomatico dell´ebbrezza o dell´ubriachezza (tra cui l´ammissione del conducente, l´alterazione della deambulazione, la difficoltà del movimento, l´eloquio sconnesso, l´alito vinoso, ecc.); così come può anche disattendere l´esito fornito "dall´etilometro", sempreché del suo convincimento fornisca una motivazione logica ed esauriente.

Di conseguenza, lo stato di ebbrezza può essere accertato anche sulla base di una sola prova valida, e persino in astratto senza alcuna prova valida, ma a condizione che il quadro sintomatologico sia adeguato e che il giudice sappia rendere corretta motivazione: "nel reato di guida in stato di ebbrezza, poiché l´esame strumentale non costituisce una prova legale, l´accertamento della concentrazione alcolica può avvenire in base ad elementi sintomatici per tutte le ipotesi di reato previste dall´art. 186 cod. strada e, qualora vengano oltrepassate le soglie superiori, la decisione deve essere sorretta da congrua motivazione" (Sez. 4, n. 30231 del 04/06/2013 - dep. 12/07/2013, Do Nascimento, Rv. 255870).

Resta quindi confermato che l´accertamento giudiziario ha quale traguardo la verifica dell´imputazione, la quale, per corrispondere alla fattispecie tipica, ha al suo nucleo la condotta di guida in stato di alterazione psico-fisica derivata dall´assunzione di bevande alcoliche di grado corrispondente a quelli previsti alle lettere b) e c) dell´art. 186, comma 2 Cod. str.

4.2. Siffatta puntualizzazione rende evidente che il giudice non può omettere di prendere in considerazione - ove non manifestamente infondata - l´ipotesi che alla registrazione strumentale di un tasso alcolemico di valore tale da ricondurre all´area del penalmente rilevante non corrisponda un reale stato di alterazione psico-fisica oppure che il sussistente stato di alterazione non sia riconducibile (anche solo in via concorsuale) all´uso di bevande alcoliche.

5.1. Questa Corte ha in più occasioni tracciato le linee metodologiche alle quali il giudice deve attenersi allorquando l´accertamento imposto dalla contestazione comporti l´ingresso nel procedimento penale di cognizioni di carattere tecnico e/o specialistico. In tali casi, gli apporti degli esperti, quali canali di conoscenza del sapere scientifico, richiamano il giudice non solo ad un´attenta verifica della personale attendibilità del consulente tecnico o del perito ma anche all´accertamento dello stato dell´arte di quel particolare settore dal quale provengono le cognizioni richieste per la soluzione del caso. Come è stato esplicato con estrema efficacia, "si tratta di valutare l´autorità scientifica dell´esperto che trasferisce nel processo la sua conoscenza della scienza; ma anche di comprendere, soprattutto nei casi più problematici, se gli enunciati che vengono proposti trovano comune accettazione nella comunità scientifica" (Sez. 4, n. 43786 del 17/09/2010 - dep. 13/12/2010, Cozzini e altri, Rv. 248943, in motivazione). È in questo senso che il giudice può ancora dirsi peritus peritorum. Come è stato di recente ribadito, "il giudice, con l´aiuto degli esperti, individua il sapere accreditato che può orientare la decisione e ne fa uso oculato, metabolizzando la complessità e pervenendo ad una spiegazione degli eventi che risulti comprensibile da chiunque, conforme a ragione ed umanamente plausibile" (Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013 - dep. 09/04/2013, Cantore, Rv. 255105, in motivazione).

È del tutto evidente che un simile compito deve trovare riscontro in una motivazione che dia conto delle modalità di acquisizione ed elaborazione del sapere scientifico all´interno del processo e del giudizio che con esse si confronta.

5.2. La sentenza impugnata non corrisponde ai principi testé rammentati.

La difesa dell´imputato aveva introdotto nel processo, attraverso l´apporto di un esperto, cognizioni di carattere tecnico assumendone la congruenza rispetto al caso in esame e la rispondenza alle conoscenze scientifiche allo stato acquisite in merito al particolare funzionamento del metabolismo delle persone affette da diabete mellito, come l´odierno ricorrente. Più specificamente, si è avanzata la tesi del rilascio di acetone attraverso il respiro, di modo che il valore del tasso alcolico misurato dall´etilometro non corrisponde all´effettivo tasso, all´inverso accertabile attraverso l´esame del sangue.

A fronte di tale attività difensiva, la Corte di Appello si è limitata ad asserire che il c.t. della difesa si era espresso in termini congetturali e non di certezza scientifica, riportando un brevissimo inciso, non è esplicitato se della relazione di consulenza eventualmente acquisita o della deposizione dell´esperto ("... può essere inficiato ..."). Un simile modo di rappresentare i contenuti dell´indagine tecnica e l´analisi della medesima compiuta dal giudicante non soddisfa l´onere motivazionale, quale si è definito nel precedente paragrafo. Da un canto la locuzione richiamata dal Collegio distrettuale può avere significati differenti ed opposti a seconda del contesto discorsivo nel quale è stata utilizzata. Per altro e più sostanziale verso, l´effettiva possibilità che l´esito dell´accertamento strumentale risulti inficiato da un particolare fattore di condizionamento è circostanza che impegna ad un approfondimento dell´indagine, ove possibile sul versante tecnico-scientifico, certamente con riferimento alle complessive circostanze del fatto, che vanno analizzate tenendo presente l´ipotesi di distorsione e quindi dando conto, con adeguata motivazione, delle ragioni per le quali, nel caso concreto, è da escludere che quella possibilità si sia mutata in fatto.

Nel caso che occupa, il consueto richiamo alla "sintomatologia dell´ebbrezza alcolica" e all´assunzione di "tre birre piccole" - che pure nella più parte dei casi può risultare risolutivo (mentre di nessun valore sul piano dimostrativo è il comportamento dell´imputato, che non assunse iniziative per l´esecuzione di prelievo ematico) - non è in grado di integrare una motivazione immune da vizi, perché operato senza tener conto della patologia dell´imputato, mai messa in discussione dalla stessa Corte territoriale. Tale patologia avrebbe richiesto di verificare se i soli due fattori evidenziati come sintomatologici (alito alcolico e occhi arrossati), stante la loro non univocità dimostrativa, fossero riconducibili all´ipotesi posta in campo dalla condizione di diabetico dell´A. A. o, all´inverso, ad una consistente assunzione di alcool. Il che, in presenza di una prova di carattere tecnico, non può avvenire omettendo di interloquire con le argomentazioni provenienti dall´esperto, secondo la metodologia che si è richiamata al superiore paragrafo 5.1.

6. La sentenza impugnata va quindi annullata, con rinvio per nuovo esame alla Corte di Appello di Trento.

Per questi motivi

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di Appello di Trento.

martedì 1 luglio 2014

NOTIFICHE - TERMINI PER L'OPPOSIZIONE

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13583 del 13 giugno 2014, conferma che il termine di 60 giorni, per l’opposizione alle sanzioni amministrative, decorre dalla data del deposito dell’atto, mentre la data della consegna per la notifica ha effetto solo per il notificante.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 20 maggio – 13 giugno 2014, n. 13583
Presidente Relatore Petitti
Fatto e diritto
Ritenuto che, con ricorso depositato il 18 aprile 2011, B.P. proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione per violazione del codice della strada, emesso dal Comando di Polizia Municipale di Torre del Greco, notificatole in data 15 febbraio 2011, e da essa ritirato presso il competente ufficio postale il successivo 17 febbraio;
che con ordinanza del 27 aprile 2011 il Giudice di Pace di Torre del Greco dichiarava inammissibile il ricorso, sul presupposto che lo stesso era stato depositato decorsi i 60 giorni dalla notifica del verbale di contravvenzione, avvenuta in data 15 febbraio 2011;
che avverso tale provvedimento la B. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi;
che con il primo motivo la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione, ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ., degli artt. 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, nonché carenza di motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ.;
che con il secondo motivo, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 149 cod. proc. civ., ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ.;
che l’intimato Comune di Torre del Greco non ha svolto difese;
che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti.
Considerato che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione, che è stata comunicata alle parti:
«[(...)] Il ricorso, i cui due motivi possono essere trattati congiuntamente per evidenti ragioni di connessione, è fondato.
Come statuito dalla giurisprudenza di questa Corte, “l’atto di opposizione a verbale di contravvenzione al Codice della Strada deve essere depositato, a pena di inammissibilità, nel termine di 60 giorni dalla contestazione o dalla notificazione della contravvenzione stessa, essendo il termine di 60 giorni espressamente recepito dall’art. 204 bis del Codice della Strada, così come introdotto dalla legge n. 214 del 2003″ (Cass. n. 23380 del 2007).
Quanto al dies a quo per la decorrenza del termine, questa Corte si è pronunciata nel senso che in tema di notificazione a mezzo del servizio postale, a seguito delle pronunzie n. 477 del 2002 e n. 28 del 2004 della Corte Costituzionale, la notificazione a mezzo posta deve ritenersi tempestiva per il notificante al solo compimento
delle formalità direttamente impostegli dalla legge. Tale principio si fonda sull’illegittimità costituzionale di un’interpretazione che addebiti al notificante l’esito intempestivo di un procedimento notificatorio sottratto ai suoi poteri quanto alle attività a lui non riferibili. Ne consegue che, essendo il deposito del piego nell’ufficio postale nei casi di cui all’art. 8, secondo comma, della legge n. 890 del 1992 compito demandato al preposto alla consegna, la notifica si perfeziona per il notificante al momento della consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario e non anche in quello, successivo, del deposito del piego raccomandato nell’ufficio postale, che costituisce attività estranea al notificante. Resta fermo in ogni caso per il destinatario il principio che la produzione degli effetti che alla notificazione stessa sono ricollegati è condizionata al       perfezionamento    del     procedimento notificatorio nei suoi confronti e che, ove a favore o a carico di costui la legge preveda termini o adempimenti o comunque conseguenze dalla notificazione decorrenti, gli stessi debbono comunque calcolarsi o correlarsi al momento in cui la notifica si perfeziona nei suoi confronti (Cass. n. 21409 del 2004; Cass., S.U., n. 321 del 1999). Nel caso di specie la ricorrente aveva ricevuto avviso di raccomandata in data 15 febbraio 2010, aveva provveduto al ritiro dell’atto presso il competente ufficio postale in data 17 febbraio 2011, e aveva poi proposto opposizione in data 18 aprile 2011, entro il sessantesimo giorno, così come previsto dall’art. 204-bis del codice della Strada. Si ritiene, quindi, che il ricorso possa essere trattato in camera di consiglio ed essere ivi accolto»;
che il Collegio condivide la proposta di decisione;
che il ricorso deve quindi essere accolto, con conseguente cassazione dell’ordinanza impugnata e con rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Giudice di pace di Torre del Greco in persona di diverso giudicante.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa l’ordinanza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Giudice di pace di Torre del Greco, in persona di diverso giudicante.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 20 maggio 2014.