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mercoledì 25 giugno 2014

LAVORO - VIENE RISARCITO IL LAVORATORE CHE A SEGUITO DI MANOVRE PESANTI RIPORTA PATOLOGIE ERNIALI

Cassazione Civile, Sez. Lav., 19 giugno 2014, n. 13954

Ha diritto al risarcimento del danno il lavoratore che a seguito di manovre pesanti risulti affetto da
ernia al disco

Fatto
1. T. premesso che M.P. assumendo di essere suo dipendente aveva chiesto che venisse riconosciuta
come dipendente da causa servizio la patologia che lo affliggeva, ovvero ernia del disco, e che il
Tribunale di Sassari aveva accolto la domanda, appellava la sentenza ritenendola ingiusta.
Osservava che era fatto pacifico che il M.P. fosse affetto da ernia discale, ma non erano
condivisibili le considerazioni del c.t.u.. che aveva affermato che la attività svolta dal 1979 al 1985
aveva sottoposto la colonna vertebrale del M.P. a intenso sforzo e frequenti sollecitazioni nel corso
di operazioni routinarie. come la manovra a mano dei deviatori e sollevamento del macaco e le
operazioni di carico e scarico e movimentazione colli, che potevano aver giocato un ruolo nel
determinismo delle lesioni delle strutture di contenzione del disco intervertebrale, con fuoriuscita
del contenuto sotto forma di ernia discale e, inoltre, che, pur considerando le difficoltà oggettive di
valutazione derivanti dalle diverse affermazioni delle parti, aveva ritenuto di riconoscere la
dipendenza da causa di servizio. Però tale ragionamento del c.t.u. era contraddittorio. La causa
servizio poteva essere riconosciuta solo laddove il servizio fosse la condizione indispensabile senza
hi quale l'evento non si sarebbe realizzato. Nel caso in oggetto non vi era prova di tale
riconducibilità, né poteva derivare dalla c.t.u., né dalle deposizioni rese dai testi escussi. Poneva in
evidenza la società appellante che il manovrare il macaco non sottopone l'operatore ad alcuno
sforzo fisico, mentre la circostanza che in alcune ipotesi il M.P. avesse effettuato operazioni di
carico e scarico, non conoscendosi quante volte ciò fosse accaduto, né il peso dei colli, poteva
essere di rilievo alcuno. La stessa modesta percentuale di invalidità confermava la insussistenza di
qualunque rapporto di causa ad effetto della attività lavorativa.
2. Si costituiva M.P. che sosteneva la piena condivisibilità della consulenza e del giudizio di
probabilità adeguata espresso dal c.t.u..
La corte d'appello di Cagliari con sentenza n. 27 del 5 febbraio 2007 ha rigettato l'appello della
società condannando l'appellante al pagamento delle spese del grado.
3. Avverso questa pronuncia ricorre per cassazione la società con un unico motivo.
Non ha svolto difesa la parte intimata.
La difesa della società ha depositato note in replica alle conclusioni del P.G..
Diritto
1. Il ricorso è articolato in un unico motivo con cui la società ricorrente denuncia la violazione falsa
applicazione degli artt. 2697 ss. c.c.e del d.p.r. n. 1124 del 1965 e del d.p.r. n. 834 del 1981; nonché
vizio di motivazione.
Secondo la società ricorrente la corte d’appello non ha fatto buon governo dei principi in tema di
nesso di causalità essendo pervenuta all'accogli mento della domanda attrice non già sulla base di
una prova evidente del nesso di causalità, ma in forza di una mera dichiarazione di possibilità di tale
relazione
2. Il ricorso è infondato.
La società ricorrente esprime un mero dissenso rispetto alle conclusioni alle quali è motivatamente
pervenuto il consulente d'ufficio nella sua relazione peritale; quest'ultimo, tenendo conto delle
mansioni svolte dal lavoratore, ha concluso riconoscendo la causa di servizio della patologia
accertata (ernia disile).
Questa Corte (ex plurimis Cass., sez. VI - lav.. 3 febbraio 2012. n. 1652), ha più volte affermato che
il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle
conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni
correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell'omissione degli accertamenti
strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una
corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico
che si traduce in un'inammissibile critica del convincimento del giudice, e ciò anche con riguardo
alla data di decorrenza della richiesta prestazione.
Nella specie i giudici di merito concordemente a tribunale e corte d'appello - hanno ritenuto che la
domanda fosse da accogliere, da un lato sulle base delle risultanze istruttorie, dalle quali era emerso
che il M.P. per tre volte al giorno, dovesse manovrare una leva con un peso di circa dieci chili per
effettuare la manovra di deviazione a mano dei treni, nonché della c.t.u. secondo la quale vi era un
diretto nesso causale tra l'infermità denunciata e la attività di esecuzione a mano della manovra,
oltre le operazioni di movimentazione dei colli, sempre effettuate a mano.
E' vero - come deduce la società ricorrente - che il c.t.u. ha fatto riferimento ad una possibile
imputabilità dell’infermità all'attività lavorativa. Ma per il principio dell'equivalenza delle concause
dell'evento morbigeno è sufficiente la connessione, nel determinismo causale, con il servizio
espletato, affinché possa essere riconosciuta la causa servizio. Questa Corte (Cass., sez. lav.. 9
settembre 2005 n. 17959, rv. 583487) ha affermato - e qui ribadisce - che trova applicazione la
regola contenuta nell'art. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal
principio dell'equivalenza delle condizioni, principio secondo il quale va riconosciuta l'efficienza
causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla
produzione dell'evento, salvo il temperamento previsto nello stesso art. 41 cod. pen.. in forza del
quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a
produrre l'evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni.
3. Il ricorso va quindi rigettato.
Non occorre provvedere sulle spese processuali di questo giudizio di cassazione non avendo la parte
intimata svolto difesa alcuna.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso; nulla per le spese di questo giudizio di cassazione.

venerdì 20 giugno 2014

FERIE NON GODUTE - L' INDENNITÀ' RELATIVA ALLE FERIE NON GODUTE NON E' SUBORDINATA ALLA DOMANDA DA PARTE DEL DIPENDENTE SUCCESSIVAMENTE DECEDUTO.

SENTENZA DELLA CORTE (Prima Sezione)
12 giugno 2014 (*)
«Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2003/88/CE – Organizzazione dell’orario di lavoro – Ferie annuali retribuite – Indennità finanziaria in caso di decesso»
Nella causa C‑118/13,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Landesarbeitsgericht Hamm (Germania), con decisione del 14 febbraio 2013, pervenuta in cancelleria il 14 marzo 2013, nel procedimento
Gülay Bollacke
contro
K + K Klaas & Kock B.V. & Co. KG,
LA CORTE (Prima Sezione),
composta da A. Tizzano, presidente di sezione, E. Levits (relatore), M. Berger, S. Rodin e F. Biltgen, giudici
avvocato generale: M. Wathelet
cancelliere: A. Calot Escobar
vista la fase scritta del procedimento,
considerate le osservazioni presentate:
–        per la K + K Klaas & Kock B.V. & Co. KG, da M. Scheier, Rechtsanwalt;
–        per il governo tedesco, da T. Henze e J. Möller, in qualità di agenti;
–        per il governo danese, da M. Wolff e V. Pasternak Jørgensen, in qualità di agenti;
–        per il governo ungherese, da M. Fehér nonché da K. Szíjjártó e K. Molnár, in qualità di agenti;
–        per il governo del Regno Unito, da L. Christie, in qualità di agente, assistito da E. Dixon, barrister;
–        per la Commissione europea, da M. van Beek e F. Schatz, in qualità di agenti,
vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,
ha pronunciato la seguente
Sentenza
1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 7 della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro (GU L 299, pag. 9).
2        Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia tra la sig.ra Bollacke e l’ex datore di lavoro del suo defunto marito, la K + K Klaas & Kock B.V. & Co. KG (in prosieguo: la «K + K»), in merito al diritto dell’interessata a percepire un’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute dal sig. Bollacke al momento del decesso.
 Contesto normativo
 Diritto dell’Unione
3        L’articolo 7 della direttiva 2003/88, intitolato «Ferie annuali», è redatto come segue:
«1.      Gli Stati membri prendono le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici di ferie annuali retribuite di almeno 4 settimane, secondo le condizioni di ottenimento e di concessione previste dalle legislazioni e/o prassi nazionali.  
2.      Il periodo minimo di ferie annuali retribuite non può essere sostituito da un’indennità finanziaria, salvo in caso di fine del rapporto di lavoro».
4        L’articolo 15 di detta direttiva, intitolato «Disposizioni più favorevoli», dispone che:
«La presente direttiva non pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare o introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli alla protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori o di favorire o consentire l’applicazione di contratti collettivi o accordi conclusi fra le parti sociali, più favorevoli alla protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori».
5        L’articolo 17 della direttiva 2003/88 prevede che gli Stati membri possano derogare a talune disposizioni di quest’ultima. Tuttavia, nessuna deroga è ammessa per quanto riguarda l’articolo 7 della stessa direttiva.
 Diritto tedesco
6        L’articolo 7, paragrafo 4, della legge federale relativa alle ferie (Bundesurlaubsgesetz), dell’8 gennaio 1963 (BGBl. 1963, pag. 2), nella sua versione del 7 maggio 2002 (BGBl. I, pag. 1529), prevede quanto segue:
«Qualora le ferie non possano essere più concesse, integralmente o in parte per cessazione del rapporto di lavoro, deve essere corrisposta un’indennità sostitutiva».
7        Secondo l’articolo 1922, paragrafo 1, del codice civile (Bürgerliches Gesetzbuch) alla morte di una persona (successione), il suo intero patrimonio (eredità) si trasmette ad una o più persone (eredi).
 Procedimento principale e questioni pregiudiziali
8        La sig.ra Bollacke è l’erede universale del defunto marito, impiegato presso la K + K tra il 1º agosto 1998 ed il 19 novembre 2010, data del suo decesso.
9        Il sig. Bollacke era gravemente malato dal 2009. Durante tale anno, è risultato inabile al lavoro per oltre otto mesi. Era ancora inabile al lavoro dall’11 ottobre 2010 sino alla data del suo decesso.
10      È pacifico che, alla data del decesso, il sig. Bollacke aveva diritto ad almeno 140,5 giorni di ferie annuali non godute.
11      Con lettera del 31 gennaio 2011, la sig.ra Bollacke ha chiesto alla K + K un’indennità finanziaria a titolo dei suddetti giorni di ferie non godute. La K + K ha respinto detta domanda in quanto dubitava del fatto che si trattasse di un diritto trasmissibile per via successoria.
12      Il giudice di primo grado, adito per questa medesima domanda dalla sig.ra Bollacke, l’ha parimenti respinta con la motivazione che, secondo la giurisprudenza del Bundesarbeitsgericht (tribunale federale del lavoro), non sorgerebbe alcun diritto ad un’indennità finanziaria a titolo di ferie annuali non godute alla fine del rapporto di lavoro quando tale rapporto termini per decesso del lavoratore. Avverso detta sentenza è stato proposto appello e il giudice del rinvio si interroga sulla fondatezza di detta giurisprudenza nazionale alla luce della giurisprudenza della Corte relativa all’articolo 7 della direttiva 2003/88.
13      Alla luce di quanto sopra, il Landesarbeitsgericht Hamm ha deciso di sospendere il processo e di sottoporre alla Corte le due questioni pregiudiziali seguenti:
«1)      Se l’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2003/88/CE debba essere interpretato nel senso che osta a legislazioni o prassi nazionali, secondo le quali il diritto ad un periodo minimo di ferie retribuite si estingue integralmente in caso di decesso del lavoratore, vale a dire, oltre al diritto non più realizzabile all’esonero dall’obbligo di lavoro, anche il diritto al pagamento delle ferie.
2)      Se l’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88/CE debba essere interpretato nel senso che il diritto ad un’indennità finanziaria per il periodo minimo di ferie retribuite in caso di cessazione del rapporto di lavoro è collegato alla persona del lavoratore in modo che tale diritto spetti solo a quest’ultimo, affinché egli possa realizzare, anche in un momento successivo, gli scopi di riposo e ricreazione connessi con la concessione delle ferie annuali retribuite.
3)      Se l’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2003/88/CE debba essere interpretato nel senso che il datore di lavoro, tenuto conto della protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, nell’organizzazione dell’orario di lavoro sia tenuto a concedere effettivamente le ferie al lavoratore fino alla fine dell’anno di calendario oppure al più tardi fino al decorso di un periodo di riporto applicabile al rapporto di lavoro senza che occorra accertare se il lavoratore abbia richiesto le ferie.
 Sulle questioni pregiudiziali
14      Con le sue tre questioni che occorre esaminare insieme, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 7 della direttiva 2003/88 debba essere interpretato nel senso che osta a legislazioni o prassi nazionali quali quelle di cui trattasi nel procedimento principale, che prevedono che il diritto alle ferie annuali retribuite si estingue senza dare diritto ad un’indennità finanziaria a titolo delle ferie non godute, quando il rapporto di lavoro termini per decesso del lavoratore e, in caso affermativo, se il beneficio di una tale indennità dipenda da una previa domanda dell’interessato.
15      Al riguardo, si deve ricordare, anzitutto, che, secondo costante giurisprudenza della Corte, il diritto di ogni lavoratore alle ferie annuali retribuite deve essere considerato come un principio particolarmente importante del diritto sociale dell’Unione, al quale non si può derogare e la cui attuazione da parte delle autorità nazionali competenti può essere effettuata solo nei limiti esplicitamente indicati dalla stessa direttiva 93/104/CE del Consiglio, del 23 novembre 1993, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro (GU L 307, pag. 18), codificata con la direttiva 2003/88 (v. sentenze Schultz-Hoff e a., C‑350/06 e C‑520/06, EU:C:2009:18, punto 22; KHS, C‑214/10, EU:C:2011:761, punto 23, nonché Dominguez, C‑282/10, EU:C:2012:33, punto 16).
16      Occorre inoltre sottolineare, da un lato, che l’articolo 7 della direttiva 2003/88, non rientra tra le disposizioni alle quali quest’ultima consente esplicitamente di derogare (v. sentenza Schultz-Hoff e a., EU:C:2009:18, punto 24), e dall’altro, che tale direttiva considera il diritto alle ferie annuali e quello all’ottenimento di un pagamento a tale titolo come due aspetti di un unico diritto.
17      Infine, la Corte ha già sottolineato che, nel momento in cui cessa il rapporto di lavoro e non è più pertanto possibile l’effettiva fruizione delle ferie annuali retribuite, per evitare che, a causa di detta impossibilità, il lavoratore non riesca in alcun modo a beneficiare del diritto alle ferie annuali retribuite, neppure in forma pecuniaria, l’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88 riconosce al lavoratore il diritto ad un’indennità (v., in tal senso, sentenze Schultz-Hoff e a., EU:C:2009:18, punto 56, nonché Neidel, C‑337/10, EU:C:2012:263, punto 29).
18      Così la Corte ha considerato che l’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che osta a disposizioni o a prassi nazionali le quali prevedano che, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, non sia dovuta alcuna indennità finanziaria sostitutiva delle ferie annuali retribuite non godute al lavoratore che sia stato in congedo per malattia per l’intera durata o per una parte del periodo di riferimento e/o di un periodo di riporto, ragione per la quale egli non ha potuto esercitare il suo diritto alle ferie annuali retribuite (sentenza Schultz-Hoff e a., EU:C:2009:18, punto 62).
19      È alla luce di tale giurisprudenza che occorre valutare se, nel caso in cui l’avvenimento che ha posto fine al rapporto di lavoro sia il decesso del lavoratore, un tale avvenimento possa costituire un ostacolo a che il diritto alle ferie annuali retribuite si trasformi in un diritto ad un’indennità finanziaria.
20      A tal riguardo, occorre rilevare che detto diritto alle ferie annuali costituisce solo uno dei due aspetti di un principio essenziale di diritto sociale dell’Unione e che quest’ultimo comporta anche il diritto all’ottenimento di un pagamento (v., in tal senso, sentenza Schultz-Hoff e a., EU:C:2009:18, punto 60 e giurisprudenza ivi citata).
21      Infatti, l’espressione «ferie annuali retribuite» utilizzata dal legislatore dell’Unione, segnatamente all’articolo 7 della direttiva 2003/88, significa che, per la durata delle ferie annuali ai sensi del medesimo, la retribuzione del lavoratore deve essere mantenuta. In altre parole, quest’ultimo deve continuare a percepire la retribuzione ordinaria per tale periodo di riposo e di distensione (v., in tal senso, sentenze Robinson-Steele e a., C‑131/04 e C‑257/04, EU:C:2006:177, punto 50; Schultz-Hoff e a., EU:C:2009:18, punto 58, e Lock, C‑539/12, EU:C:2014:351, punto 16).
22      Con l’intento di garantire l’osservanza di tale diritto fondamentale del lavoratore sancito dal diritto dell’Unione, la Corte non può fornire una interpretazione restrittiva dell’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88, a scapito dei diritti che il lavoratore trae da questa (v., in tal senso, segnatamente, sentenza Heimann e Toltschin C‑229/11 e C‑230/11, EU:C:2012:693, punto 23 e giurisprudenza ivi citata, nonché ordinanza Brandes, C‑415/12, EU:C:2013:398, punto 29 e giurisprudenza ivi citata).
23      Occorre inoltre rilevare che, come sostiene il governo ungherese nelle sue osservazioni, l’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88, come interpretato dalla Corte, non assoggetta il diritto ad un’indennità finanziaria ad alcuna condizione diversa da quella relativa, da un lato, alla cessazione del rapporto di lavoro e, dall’altro, al mancato godimento da parte del lavoratore di tutte ferie annuali a cui aveva diritto alla data in cui tale rapporto è cessato.
24      Occorre infine constatare che il beneficio di una compensazione pecuniaria nel caso in cui il rapporto di lavoro sia cessato per effetto del decesso del lavoratore risulta indispensabile per garantire l’effetto utile del diritto alle ferie annuali retribuite accordato al lavoratore a titolo della direttiva 2003/88.
25       Infatti, se l’obbligo di pagamento del congedo annuale cessasse con la fine del rapporto di lavoro dovuta a decesso del lavoratore, tale circostanza avrebbe la conseguenza che un avvenimento fortuito, che esula dal controllo sia del lavoratore che del datore di lavoro, comporterebbe retroattivamente la perdita totale del diritto alle ferie annuali retribuite stesso, quale sancito dall’articolo 7 della direttiva 2003/88.
26      Per tutte le ragioni che precedono, tale disposizione della direttiva 2003/88 non può dunque essere interpretata nel senso che detto diritto possa estinguersi a causa del decesso del lavoratore.
27      Inoltre, poiché l’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88 non assoggetta il diritto ad un’indennità finanziaria ad alcuna condizione diversa da quella relativa alla cessazione del rapporto di lavoro, occorre considerare che il beneficio di una tale indennità non può essere subordinato all’esistenza di una previa domanda a tale effetto.
28      Infatti, da un lato, tale diritto è conferito direttamente da detta direttiva senza che il lavoratore interessato debba intervenire a tal proposito e, dall’altro, tale diritto non può dipendere da condizioni diverse da quelle che vi sono esplicitamente previste, per cui la circostanza che il lavoratore non abbia previamente chiesto il beneficio di un’indennità finanziaria a titolo dell’articolo 7, paragrafo 2, di tale direttiva è del tutto irrilevante.
29      Ne risulta, da un lato, che l’articolo 7 della direttiva 2003/88 non può essere interpretato nel senso che il decesso del lavoratore che pone fine al rapporto di lavoro dispensa il datore di lavoro del lavoratore defunto dal pagamento dell’indennità finanziaria a cui quest’ultimo avrebbe normalmente avuto diritto a titolo di ferie annuali retribuite non godute e, dall’altro, che il beneficio di una tale indennità non può essere subordinato all’esistenza di una previa domanda a tale effetto.
30      Dalle considerazioni che precedono deriva che occorre rispondere alle questioni pregiudiziali proposte che l’articolo 7 della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che osta a legislazioni o prassi nazionali, quali quelle di cui trattasi nel procedimento principale, che prevedono che il diritto alle ferie annuali retribuite si estingue senza dare diritto ad un’indennità finanziaria a titolo delle ferie non godute, quando il rapporto di lavoro termina per decesso del lavoratore. Il beneficio di una tale indennità non può dipendere da una previa domanda dell’interessato.
 Sulle spese
31      Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
Per questi motivi, la Corte (Prima Sezione) dichiara:
L’articolo 7 della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che osta a legislazioni o prassi nazionali, quali quelle di cui trattasi nel procedimento principale, che prevedono che il diritto alle ferie annuali retribuite si estingue senza dare diritto ad un’indennità finanziaria a titolo delle ferie non godute, quando il rapporto di lavoro termina per decesso del lavoratore. Il beneficio di una tale indennità non può dipendere da una previa domanda dell’interessato.

RUMORI MOLESTI - SI PUO' RECEDERE DAL CONTRATTO DI LOCAZIONE

Cassazione III civile del 27 marzo ' 30 maggio 2014, n. 12291

Svolgimento del processo
S.E. ha proposto opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Bergamo con cui le era stato intimato di pagare la somma di ? 3.285,35, oltre a interessi e spese, in favore della S.F. Srl, per canoni di locazione insoluti.
La ricorrente ha eccepito di aver validamente esperito il recesso ai sensi dell'art. 4 L. 392/78, per gravi motivi consistenti nel disturbo arrecatole dal continuo abbaiare di un cane di proprieta' dell'inquilino del piano sovrastante; chiedeva quindi di dichiararsi risolto il contratto di locazione a far data dal 1.04.04 senza nulla piu' dovere.
Il Tribunale di Bergamo ha ritenuto valido il recesso esercitato dall'opponente ed ha revocato il decreto ingiuntivo opposto.
La Corte di appello di Brescia, con sentenza depositata il 28-5-2007, ha confermato la sentenza di primo grado.
Propone ricorso la S.F. Srl con un motivo.
Non presenta difese l'intimata.
Motivi della decisione
1. Con l'unico motivo la societa' ricorrente denunzia violazione artt. 1575 e 1585 c.c. ed erronea applicazionedell'articolo quattro legge 392/78.
Sostiene la ricorrente che i gravi motivi legittimanti il recesso dal contratto di locazione non possono mai essere costituiti dal fatto illecito del terzo; in tal caso il legislatore ha previsto che il conduttore possa agire direttamente contro l'autore del fatto illecito, ma non ha previsto in alcun modo che il conduttore possa recedere semplicemente dal contratto.
Nel caso di specie, in violazione dell'ordinaria diligenza, la conduttrice non si e' rivolta all'autorita' giudiziaria competente e non ha chiesto la cessazione delle molestie di fatto. Tale comportamento, secondo l'assunto della ricorrente, equivale ad aver dato causa al motivo stesso.
2. Il motivo e' infondato.
La giurisprudenza di questa Corte ha costantemente affermato che i gravi motivi che consentono, indipendentemente dalle previsioni contrattuali, il recesso del conduttore dal contratto di locazione, ai sensi degli artt. 4 e 27 l. 27 luglio 1978 n. 392, devono essere determinati da fatti estranei alla sua volonta', imprevedibili e sopravvenuti alla costituzione delrapporto, tali da rendergli oltremodo gravosa la sua prosecuzione.
(Cass. 10 dicembre 1996, n. 10980, cfr. Cass. 260-91; Cass. 11466-92; Cass. 1098-94 Cass. 8-3-2007 n.5328).
3. Come affermato dalla Corte d'appello, in presenza di molestie di fatto, in base all'articolo 1895 c.c., il conduttore ha la facolta' di agire personalmente contro il terzo, ma tale previsione non esclude il ricorso ad altri strumenti di tutela giuridica sul rilievo che costringere il conduttore a continuare ad detenere il bene e ad agire in giudizio contro il terzo, che e' una sua facolta' e non un obbligo, e' manifestamente contrario al quadro normativo teso ad ampliare i poteri del conduttore mentre anche il locatore ha un'azione autonoma nei confronti del terzo dell'eventuale pregiudizio economico subito.
4. Nella fattispecie la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di detti principi di diritto, rilevando che la dismissione della detenzione dell'immobile non era dipesa da arbitraria volonta' del conduttore, ma da esigenze esterne, costituite dal continuo abbaiare del cane, che aveva arrecato pregiudizio alla salute della signora S., provato dalla testimonianza del coniuge e del suo medico curante.
5. Ha ritenuto che le condizioni di stress indotte dal disturbo alla quiete e al riposo notturno, con precise ripercussioni alla salute pacificamente sopravvenute rispetto all'inizio del rapporto di locazione, rendessero oltremodo gravosa, se non intollerabile la prosecuzione del rapporto locatizio per causa indipendente dalla volonta' del conduttore.
6. Il motivo e' quindi infondato sotto il profilo dell'assunta violazione e falsa applicazione dell'art. 27, c. 8, l. n. 392/1978. 6.1.
Diventa poi una questione che attiene alla motivazione della sentenza se effettivamente nella fattispecie sussistessero i requisiti della sopravvenienza ed imprevedibilita' dei gravi motivi e se gli stessi fossero stati determinati da un fattore esterno. Sotto questo profilo, il motivo di ricorso non presenta censure.
Nulla spese stante l'assenza dell'intimato.
P.Q.M.
La corte rigetta il ricorso. Nulla spese.

martedì 17 giugno 2014

AUTOVELOX - ANNULLABILE IL VERBALE SE IL SEGNALE DEL LIMITE DI VELOCITA' NON E' RIPETUTO DOPO L'INCROCIO

Suprema Corte di Cassazione
sezione VI
ordinanza 20 maggio 2014, n. 11018

ha pronunciato la seguente:
ordinanza
sul ricorso 11565/2012 proposto da:
G.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE DELLE GIOIE 13, presso lo studio dell’avvocato VALENSISE CAROLINA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARACCIOLO GIULIO giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -
contro
COMUNE DI PORTIGLIOLA (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DARDANELI 13, presso lo studio dell’avvocato ANGELUCCI GIUSEPPE, rappresentato e difeso dall’avvocato BROZZI ALESSANDRO giusta procura a margine del controricorso al ricorso incidentale;
- controricorrente al ricorrente incidentale - - ricorrenti incidentali -
e contro
- intimati -
avverso la sentenza n. 110/2012 del TRIBUNALE di LOCRI del 30/01/2012, depositata il 02/02/2012;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 22/01/2014 dal Consigliere Relatore Dott. PASQUALE D’ASCOLA;
udito l’Avvocato Valensise Carolina difensore del ricorrente che si riporta agli scritti.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione
1) Il (OMISSIS) G.F. percorreva la strada statale (OMISSIS), in comune di (OMISSIS), conducendo vettura Opel di cui a mezzo autovelox veniva rilevata al km 94, 600 la velocità di 60 kmh. Sanzionato dal comune oggi resistente, il conducente proponeva opposizione in sede giurisdizionale lamentando, per quanto ancora qui interessa, la insussistenza del limite di velocità di 50 km, giacchè il segnale che poneva questo limite era apposto 200 metri prima dello svincolo in direzione (OMISSIS), mentre l’apparecchio rilevatore era posizionato 150 metri dopo lo svincolo.
Sosteneva che, dopo l’intersezione, il segnale di limite di velocità avrebbe dovuto essere ripetuto, valendo altrimenti il limite ordinario previsto per il tipo di strada, fissato in 90 kmh. 1.1) Il giudice di pace di Locri rigettava l’opposizione, accogliendo il rilievo dell’amministrazione,
secondo la quale ai sensi dell’art. 119 reg. C.d.S., era da ritenere vigente il limite dei 50 km orari imposto dal segnale anteriore allo svincolo, giacchè per ripristinare i limiti generalizzati di velocità valevoli per “quel tipo di strada” deve essere usato il segnale “fine limitazione velocità” (assente nel
caso di specie), salva l’imposizione di un diverso limite (cfr., in questi termini il controricorso del Comune, che a pag. 2 – punto 3 – riassume le difese svolte davanti al giudice di pace, confermando
quanto sul punto esposto dal ricorrente).
1.2) Il tribunale di Locri con sentenza 2 febbraio 2012 ha rigettato l’appello.
Ha osservato che il ricorrente non aveva fornito prova dell’insussistenza del limite di velocità nel tratto di strada e che il comune aveva assolto, mediante la verbalizzazione degli agenti accertatori, il
superamento dei limiti di velocità.
G. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi.
Il Comune ha resistito con controricorso.
Il giudice relatore ha avviato la causa a decisione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio, proponendo l’accoglimento del ricorso.
Parte ricorrente ha depositato memoria. 2) Primo e terzo motivo, esaminabili congiuntamente, denunciano in rubrica violazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 115 c.p.c., e dell’art. 119 reg. C.d.S.. Si sostiene con il primo motivo, il quale si risolve in una denuncia di vizio motivazionale, che dagli atti risultava, mediante documentazione fotografica non contestata, l’assenza di segnale limitativo di velocità dopo l’intersezione marcata dallo svincolo verso (OMISSIS).
Con il terzo motivo, il ricorrente, sul presupposto di fatto di cui sopra, afferma che il caso non è regolato all’art. 119 Reg., ma dall’art. 104 Reg. In sostanza il ricorso ritiene che ai sensi di quest’ultima norma del regolamento, che prescrive la ripetizione dei segnali dopo ogni intersezione, il segnale di limite di velocità di 50 km orari avrebbe dovuto essere ripetuto dopo l’incrocio per lo svincolo. In mancanza, superata l’intersezione, restava inefficace il limite apposto 200 mt prima dell’intersezione e riprendeva vigore il normale limite di velocità – di 90 km orari – previsto per quel tipo di strada, con la conseguenza che l’automobilista non era incorso in alcuna violazione, poichè procedeva a 60 km orari.
2.1) Nel controricorso il comune deduce che il Tribunale ha omesso di porre a fondamento della decisione la determinante prova da esso offerta, costituita da una delibera municipale con la quale era stato dimostrato che il tratto di strada de qua era parte del centro abitato (denominata Torre) e quindi era sottomesso al limite di 50 km orari prescritto in via generale dall’art. 142 C.d.S., comma 1.
3) I motivi di ricorso appaiono fondati.
Il controricorso (pag. 2) da atto e conferma che è incontroverso che, dopo l’intersezione, erano posti
il rilevatore automatico di velocità e, successivamente, il segnale di divieto (art. 115, e art. 116, lett.
e, del Regolamento n. 495/92) che prescriveva il limite massimo di velocità.
Dunque il rilevamento con apparecchiatura elettronica è avvenuto prima che il segnale fosse ripetuto.
L’art. 104, comma 2, del Regolamento stabilisce che: “Lungo il tratto stradale interessato da una prescrizione i segnali di divieto e di obbligo, nonchè quelli di diritto di precedenza, devono essere ripetuti dopo ogni intersezione. Tale obbligo non sussiste per i segnali a validità zonale”. L’art. 119 del regolamento disciplina “i segnali che indicano la fine di un divieto” e al punto b) “il segnale fine limitazione di velocità”.
Prevede che detto segnale “Deve essere usato ogniqualvolta si vogliano ripristinare i limiti generalizzati di velocità vigenti per quel tipo di strada. Qualora si voglia imporre un diverso limite di velocità inferiore ai limiti suddetti, in luogo del segnale fine limitazione di velocità deve essere usato il segnale limite massimo di velocità indicante il nuovo limite”.
Nel caso di specie, poichè è pacifico che era stata superata un’intersezione e che non era stato ripetuto il segnale, i giudici di merito avrebbero dovuto verificare se la strada percorsa fosse soggetta, per tipologia, al limite di 90 km orari, come dedotto in ricorso, o ad altro limite adeguatamente segnalato, come dedotto dalle difese del Comune. Va infatti ritenuto che la mancanza della ripetizione del segnale poteva indurre il conducente a credere che la riduzione del limite di velocità disposta prima dell’intersezione fosse venuta meno, giacchè il coordinamento tra l’art. 119, e l’art. 104 del Regolamento è da formulare nel senso che il limite di velocità imposto da un segnale cessi, per effetto del segnale di fine del limite (tesi sostenuta dal Comune nelle sue difese), solo se ci si trova in presenza di un tratto di strada continuo.
Per contro, stando a quanto previsto dal Regolamento, la presenza di intersezione fa ritenere che la
limitazione, imposta in relazione alla presenza dell’intersezione stessa, venga meno dopo il superamento dell’incrocio, giacchè dopo di esso dovrebbe esservi un nuovo cartello limitatore, secondo la previsione dell’art. 104; in mancanza di tale nuovo cartello, rivive la prescrizione generale relativa al tipo di strada.
Ciò non vale, secondo l’art. 104, per i segnali a validità zonale, che non necessitano di ripetizione.
4) I giudici di merito non hanno però accertato la eventuale sussistenza di questa peculiare situazione, nè, come detto, hanno preso in considerazione la argomentazione fattuale, esposta in contro ricorso, circa l’inclusione del tratto stradale in zona centro abitato e la connessa segnalazione, verificando la corrispondenza al vero di quanto in proposito dedotto in controricorso.
Trattasi di accertamenti di merito che sono sottratti ai poteri del giudice di legittimità e che dovranno essere esperiti in sede di rinvio, previa verifica della tempestiva introduzione in giudizio, in fase di merito, delle risultanze e delle deduzioni ora invocate dal Comune (v. Cass. 8892/09). Alla luce dell’accoglimento della tesi interpretativa sostenuta dal ricorrente, viene chiarita la questione relativa all’onere probatorio, su cui il giudice di appello ha incentrato la motivazione. Il tribunale ha verificato l’esistenza di un verbale di infrazione, che è in astratto sufficiente, in difetto di idonea prova contraria, a dar prova della sussistenza degli estremi di fatto per irrogare la sanzione (Cass. 25844/08; 17355/09). Il tribunale ha però fondato la pronuncia di rigetto dell’appello in relazione alla persistenza del limite di velocità di 50 km orari, limite che, secondo la ricostruzione dei fatti offerta concordemente dalle parti (assenza del segnale di limite velocità dopo l’intersezione), era da riconsiderare in ottica più complessa, dovendosi interpretare il disposto di cui all’art. 104 nel senso della insussistenza, di regola, del limite stesso qualora il segnale non venga ripetuto dopo l’intersezione, contrariamente a quanto affermato dal Comune e ritenuto dal giudice di primo grado.
4.1) Erano pertanto irrilevanti le argomentazioni svolte in sentenza di appello in ordine al funzionamento degli apparecchi rilevatori.
Erano invece erronee le considerazioni relative alla prova dell’insussistenza del limite di velocità di
50 km orari: in base alla ricostruzione dei fatti su cui le parti concordano (si veda ancora il p.3 supra
e la argomentazione del Comune sub 1.1) risultavano provati i fatti su cui si fonda la tesi di parte ricorrente, disattesa dalla sentenza di primo grado, che il giudice di appello ha confermato.
Il secondo motivo di ricorso, chiarito con la memoria depositata in vista dell’udienza, è da ritenere fondato in questi limiti.
5) Discende da quanto esposto l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata.
La cognizione va rimessa al tribunale di Locri in diversa composizione,affinchè riesamini l’appello
attenendosi al seguente principio di diritto: “Poichè, ai sensi dell’art. 104 Reg. codice della strada, i segnali di divieto devono essere ripetuti dopo ogni intersezione, la limitazione di velocità imposta da un segnale precedente l’intersezione stessa viene meno dopo il superamento dell’incrocio, qualora non venga ribadita da nuovo apposito segnale; in mancanza di tale nuovo segnale, rivive la prescrizione generale dei limiti di velocità relativi al tipo di strada, salvo quanto disposto da segnali a validità zonale o da altre condizioni specifiche”.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia al tribunale di Locri, in diversa composizione, che provvederà anche sulla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 22 gennaio 2014.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2014

domenica 15 giugno 2014

ACQUISIZIONE DI TABULATI TELEFONICI - LA PRIVACY PASSA IN SECONDO PIANO INNANZI ALLE OFFESE ED ALLE MOLESTIE.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V

SENTENZA  4 GIUGNO 2014, N. 23233

Ritenuto in fatto
1. C.V. ricorre personalmente avverso la sentenza 24-6-2013 con la quale la Corte d’Appello di Palermo, confermando quella del tribunale della stessa sede in data 15-7-2011, lo ha riconosciuto responsabile dei reati di ingiuria e di molestie telefoniche in danno di A.Q..
2. Il ricorso è affidato a due motivi (il secondo indicato come terzo).
3. Primo: inosservanza o erronea applicazione degli artt. 81, 660 e 594 cod. pen..
4. Quanto alla fattispecie di molestie, si osserva che non è provato oltre ogni ragionevole dubbio l’elemento della petulanza in quanto gli sms e gli squilli erano scambievoli e avvenivano in orario diurno.
5. Quanto al reato di ingiuria, la corte territoriale non aveva motivato la portata offensiva delle espressioni usate né tenuto conto della reciprocità delle telefonate ed sms e della provocazione da parte della p.o..
6. Comunque i tabulati telefonici erano inutilizzabili in quanto acquisiti dalla PG in violazione dell’art. 267 cod. proc. pen. con conseguente divieto di utilizzazione ex art. 271 stesso codice, riferibile, secondo le sezioni unite penali di questa corte, anche all’acquisizione dei tabulati predetti. Senza contare che non vi era prova che l’utenza 320XXXXXXX fosse riferibile all’imputato.
7. Con il secondo motivo si lamentano erronea applicazione della legge penale e processuale ed illogicità della motivazione, quest’ultimo vizio in relazione all’esclusione della reciprocità o provocazione delle molestie. Si reitera la questione della non riferibilità dell’utenza di cui sopra al V. e della mancanza di prova del suo collegamento a quella effettivamente in uso all’imputato (320…), prova non desumibile dalla testimonianza dell’ispettore di polizia.
Considerato in diritto
1. Il ricorso merita rigetto .
2. Va in primo luogo rilevata l’infondatezza della questione relativa all’utilizzabilità dei tabulati telefonici.
3. Premesso che la giurisprudenza di questa corte ritiene sufficiente per l’acquisizione dei dati esterni relativi al traffico telefonico – concernenti gli autori, il tempo, il luogo, il volume e la durata della comunicazione, fatta esclusione del contenuto di questa – archiviati dall’ente gestore del servizio di telefonia, in considerazione della limitata invasività dell’atto, e sulla base dello schema delineato nell’art. 256 cod. proc. pen., eterointegrato dall’art. 15, comma secondo, Cost., il decreto motivato del pubblico ministero (Cass. Sez. U, 6/2000 e 16/2000), l’accesso agli atti, consentito dalla natura della doglianza, dimostra la sussistenza nella specie, in linea con l’orientamento ricordato, del decreto autorizzativo del PM, emesso in data 26-9-2009.
4. Tale provvedimento, richiamando i sufficienti indizi del reato di molestie e l’utilità dell’acquisizione del tabulati alla prosecuzione delle indagini, dà sufficiente conto delle ragioni di prevalenza sul diritto alla privacy dell’interesse pubblico alla persecuzione del reato, in tal modo soddisfacendo l’obbligo di motivazione del provvedimento acquisitivo che, secondo l’orientamento di questa corte, stante il modesto livello di intrusione nella sfera di riservatezza delle persone, si attua anche con espressioni sintetiche, nelle quali si sottolinei la necessità dell’investigazione, in relazione al proseguimento delle indagini ovvero all’individuazione dei soggetti coinvolti nel reato. (Cass. 46086/2007).
5. Quanto alle residue doglianze, si osserva cha la corte territoriale ha ineccepibilmente spiegato -non mancando di rilevare che il teste m.llo L. per mero errore aveva invertito le due utenze di cui oltre – le modalità del collegamento tra il numero Wind di servizio (320XXXXXXX) e quello dell’imputato (320XXXXXXX), il primo utilizzato dal prevenuto attraverso l’opzione della non visibilità del numero chiamante per fa sì che le chiamate e i messaggi apparissero partiti dal numero di servizio, mentre in realtà erano effettuati dalla sua utenza (la seconda), che restava anonima.
6. La corte territoriale ha poi motivatamente escluso reciprocità e ritorsione osservando che la Q. aveva sempre subito le iniziative telefoniche – chiamate, sms, squilli­ – del V., a fronte delle quali si era limitata a manifestare la sua volontà di denunciarlo.
7. Quanto poi alla petulanza ed alla portata offensiva delle espressioni usate, messe in discussione dal ricorrente, la loro citazione testuale in sentenza, evidenziandone il riferimento, in termini assai volgari, alla sfera sessuale dell’imputato e della p.o., elimina in radice ogni dubbio al riguardo .
8. Al rigetto dell’impugnazione segue la condanna di V. alle spese del procedimento.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


lunedì 2 giugno 2014

LAVORO - LEGITTIME LE DEPOSIZIONI A FAVORE DEI COLLEGHI

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ORDINANZA DEL 21 MAGGIO 2014, N. 11204


ha pronunciato la seguente:
ordinanza
sul ricorso 19582/2011 proposto da:
G.D. (OMISSIS) titolare dell’omonima Impresa Costruzioni, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CIVITAVECCHIA 7, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO MUSOLINO, rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE MAZZETTI, giusta procura a margine del ricorso;
- ricorrente -
contro
C.M., C.G., N.F., I. C., Q.R., S.G., B.S., N.P.;
- intimati -
avverso la sentenza n. 282/2011 della CORTE D’APPELLO di REGGIO CALABRIA dell’11/02/2011, depositata l’1/03/2011;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 04/03/2014 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione
1 – Considerato che è stata depositata relazione del seguente contenuto:
Con sentenza n. 282/2011, depositata in data 1 marzo 2011, la Corte di appello di Reggio Calabria, pronunciando sull’impugnazione proposta da G.D., confermava la decisione n. 2646/2005 del Tribunale di Tempo Pausania che, previa riunione dei ricorsi proposti separatamente da C.D., C.G., N.F., I.C., Q.R., S. G., B.S. e N.P., operai che avevano lavorato alle dipendenze del G., ed emissione di ordinanza ex art. 423 c.p.c., per il pagamento di somme a titolo di t.f.r., aveva riconosciuto, sul presupposto dell’esistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato in luogo di una serie di contratti a termine succedutisi nel tempo, il diritto dei ricorrenti alle retribuzioni relative ai periodi di fittizia interruzione dei rapporti (con esclusione delle indennità per lavoro festivo e per sospensione dei lavori) e condannato il convenuto al pagamento della complessiva somma di Euro 178.283,72.
Riteneva la Corte territoriale che, conformemente a quanto considerato dal primo giudice, l’istruttoria svolta – ed in particolare l’esito del confronto tra le dichiarazione dei lavoratori e quelle del teste Ci.Gi. – avesse dimostrato la fondatezza delle allegazioni attoree.
Avverso tale sentenza G.D. ricorre per cassazione con due motivi.
I lavoratori intimati sono rimasti tali.
Con il primo motivo il ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 246 c.p.c. – nullità delle testimonianze rese nel giudizio di primo grado”. Si duole del fatto che la Corte territoriale abbia ritenuto esente da censure la decisione di primo grado laddove ha confermato la legittimità dell’escussione testimoniale resa dai lavoratori (parti nel processo riunito) sul cui esito ha prevalentemente fondato l’assunto decisorio.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia: “Insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo per la controversia – insussistenza della qualificazione giuridica attribuita al rapporto di lavoro prestato dagli originali ricorrenti”. Lamenta che la Corte territoriale, sulla base della presunta concordanza delle audizioni rese da testimoni incompatibili, abbia escluso la decorrenza del termine prescrizionale con riguardo ai singoli rapporti a termine.
Il primo motivo è manifestamente infondato.
Questa Corte, anche avuto riguardo al carattere di norme di stretta interpretazione delle disposizioni sulla incapacità a testimoniare, che introducono una deroga al generale dovere di testimonianza (Cass. 9 febbraio 2005, n. 2621 e Cass. 16 aprile 2009, n. 9015) ha più volte affermato il principio secondo cui : “L’interesse che determina l’incapacità a testimoniare, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., è solo quello giuridico, personale, concreto ed attuale, che comporta o una legittimazione principale a proporre l’azione ovvero una legittimazione secondaria ad intervenire in un giudizio già proposto da altri cointeressati. Tale interesse non si identifica con l’interesse di mero fatto, che un testimone può avere a che venga decisa in un certo modo la controversia in cui esso sia stato chiamato a deporre, pendente fra altre parti, ma identica a quella vertente tra lui ed un altro soggetto ed anche se quest’ultimo sia, a sua volta, parte del giudizio in cui la deposizione deve essere resa.
Nè l’eventuale riunione delle cause connesse (per identità di questioni) può far insorgere l’incapacità delle rispettive parti a rendersi reciproca testimonianza, potendo tale situazione soltanto incidere sull’attendibilità delle relative deposizioni” – cfr. in tal senso ex plurimis Cass. 12 maggio 2005, n. 11034; id. 15 giugno 2006, n. 13783; 16 giugno 2003, n. 9650 -.
E, comunque, la capacità a testimoniare (che, dunque, permane nonostante la disposta riunione, che lascia immutata l’autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni) differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando le stesse su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., dipende, come detto, dalla presenza in un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità (Cass. 30 marzo 2010, n. 7763). Il che significa che la valutazione va fatta, caso per caso, in concreto.
Orbene la sentenza impugnata non si è discostata dai suddetti principi (richiamando il precedente di questa Corte rappresentato dalla sentenza del Cass. 9 maggio 2007, n. 10545, conforme all’orientamento sopra ricordato).
In particolare, l’eventuale interesse riflesso dei testi alla decisione, ha indotto la Corte reggina a soffermarsi specificamente sull’attendibilità delle deposizioni stesse, desunta – come rimarcato dal giudice di primo grado – dal costante e conforme contenuto delle medesime, dalla circostanza che nei periodi di intervallo tra un rapporto a tempo determinato e l’altro, il G. trattenesse presso di sè il tesserino dell’ufficio di collocamento dei lavoratori ed erogasse una sia pur minima retribuzione, dal preciso riscontro di tali deposizioni con le dichiarazioni rese dal teste Giuseppe Ci. (che non aveva in corso cause contro il G. ed era in possesso di una sufficiente “cognizione di causa” per aver lavorato alle dipendenze dell’impresa per un lungo periodo).
Il secondo motivo resta assorbito, essendo la ritenuta unicità del rapporto (posta a base della inoperatività del termine prescrizionale autonomo per ciascun rapporto a termine) dipesa dalla valutazione degli esiti istruttori che, per quanto sopra evidenziato, deve restare ferma.
Sulla base delle considerazioni che precedono si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.
2 – Ritiene questa Corte che le considerazioni svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla consolidata giurisprudenza di legittimità in materia.
Ricorre con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.
3 – Conseguentemente, il ricorso va rigettato.
4 – Infine, nulla va disposto per le spese del presente giudizio di legittimità non avendo i lavoratori svolto attività difensiva.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 marzo 2014.
Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2014