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venerdì 30 maggio 2014

CAUSE DI SERVIZIO E VITTIME DEL DOVERE

N. 01794/2014REG.PROV.COLL.
N. 05832/2013 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 5832 del 2013, proposto da: 
Antonella Buono, Marco Andriolo, Eleonora Andriolo, rappresentati e difesi dall'avv. Ernesto Sticchi Damiani, con domicilio eletto presso Sticchi Damiani Studio Bdl in Roma, via Bocca di Leone, 78; 
contro
Ministero dell'Interno, Ministero dell'Interno - Dipartimento Politiche del Personale Amministrazione Civile e Risorse Strumentali e finanziarie.- Direzione Centrale Risorse Umane; 
per la riforma
della sentenza del T.A.R. PUGLIA - SEZ. STACCATA DI LECCE: SEZIONE III n. 00973/2013, resa tra le parti, concernente diniego riconoscimento dello status di vittima del dovere

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 30 gennaio 2014 il Cons. Michele Corradino e udito l’avvocato Dettori su delega di Sticchi Damiani;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO
Viene appellata la sentenza n. 973 del 2013, con la quale il T.A.R. Puglia –Lecce ha rigettato il ricorso proposto dagli odierni appellanti avverso il provvedimento con cui il Ministero dell’Interno rigettava l’istanza avanzata dai familiari del dr Antonio Andriolo, deceduto in un incidente stradale avvenuto in attività di servizio, di riconoscimento in favore del de cuius dello status di “vittima del dovere” ex l. n. 266/2005, ai fini della concessione dei benefici ivi previsti.
Si è costituita l’Avvocatura dello Stato per il Ministero appellato che ha chiesto il rigetto dell’appello.
All’udienza pubblica del 30 gennaio 2014 la causa è stata trattenuta in decisione.
L’appello è infondato.
Va premesso che non si discute del riconoscimento della “causa di servizio” e degli inerenti benefici previsti dalle disposizioni in materia, concernenti la generalità dei pubblici dipendenti. Si deve presumere (nulla essendo stato dedotto in contrario) che tali benefici siano stati pacificamente attribuiti ai familiari del dr. Andriolo. Si discute, invece, della spettanza degli ulteriori benefici previsti dalle norme speciali concernenti le “vittime del dovere” – ipotesi questa più ristretta e specifica rispetto all’ordinario trattamento del decesso per causa di servizio.
Nel caso in decisione, il dr Antonio Andriolo, per il quale i familiari appellanti chiedono il riconoscimento dello status di “ vittima del dovere” era Commissario Straordinario del Comune di Ugento e incaricato della vice dirigenza dell’Ufficio Elettorale Provinciale di Lecce, e rimaneva vittima di un incidente stradale nello svolgimento della propria attività di servizio, in particolare lungo il tragitto tra la sede del Comune in cui svolgeva funzioni di commissario straordinario e quello ove espletava incombenze relative alle imminenti elezioni.
Affermano gli appellanti che l’acceso clima elettorale, che ha spinto il funzionario ad assumere il rischio del trasferimento da un ufficio all’altro nonostante le avverse condizioni metereologiche, giustifica il riconoscimento dello status di “vittima del dovere”.
Ora, secondo quanto disposto dall’art. 1 della l. 23 dicembre 2005 n. 266, al comma 563: “per vittime del dovere devono intendersi i soggetti di cui all’articolo 3 della legge 13 agosto 1980, n. 466, e, in genere, gli altri dipendenti pubblici deceduti o che abbiano subìto un’invalidità permanente in attività di servizio o nell’espletamento delle funzioni di istituto per effetto diretto di lesioni riportate in conseguenza di eventi verificatisi: … b) nello svolgimento di servizi di ordine pubblico”; per il comma 564: “Sono equiparati ai soggetti di cui al comma 563 coloro che abbiano contratto infermità permanentemente invalidanti o alle quali consegua il decesso, in occasione o a seguito di missioni di qualunque natura, effettuate dentro e fuori dai confini nazionali e che siano riconosciute dipendenti da causa di servizio per le particolari condizioni ambientali od operative”.
Il successivo D.P.R. 7 luglio 2006, n. 243, recante il “Regolamento concernente termini e modalità di corresponsione delle provvidenze alle vittime del dovere e ai soggetti equiparati, ai fini della progressiva estensione dei benefici già previsti in favore delle vittime della criminalità e del terrorismo, a norma dell’articolo 1, comma 565, della L. 23 dicembre 2005, n. 266”, specifica che “si intendono: … c) per particolari condizioni ambientali od operative, le condizioni comunque implicanti l’esistenza od anche il sopravvenire di circostanze straordinarie e fatti di servizio che hanno esposto il dipendente a maggiori rischi o fatiche, in rapporto alle ordinarie condizioni di svolgimento dei compiti di istituto” (art. 1). 
A prescindere dal significato che si attribuisca alle nozioni di “ordine pubblico” e “missione” contenute nella normativa citata, non è possibile applicare le suddette fattispecie. Infatti, non è individuabile alcun rapporto di causalità diretta tra il decesso e l’attività volta al mantenimento dell’ordine pubblico, né tra la morte o l’infermità e la causa di servizio dipendente da particolari condizioni ambientali e operative.
Il Dr. Andriolo è deceduto in un incidente stradale, nel tragitto tra il Comune e l’Ufficio Elettorale ove si recava per l’espletamento delle proprie incombenze lavorative. Non è dunque in discussione che il decesso costituisca un’ipotesi di infortunio in itinere, con conseguente riconoscimento della dipendenza dalla causa di servizio del decesso. Egli è deceduto in un incidente mortale per uno scontro con altra vettura, concausato da avverse condizioni atmosferiche. 
Non tutti i sinistri verificatesi nell’ambito di mansioni, pur connesse con l’ordine e la sicurezza pubblica, svolte da alcune categorie di lavoratori come militari, forze dell’ordine, vigili del fuoco, magistrati, possono determinare il riconoscimento dello status di “vittima del dovere”. Altrimenti il suddetto concetto si sovrapporrebbe a quello di “causa di servizio”. 
Sul punto il Consiglio di Stato in sede consultiva, chiamato a decidere in ordine ai criteri di applicazione dell’art. 1, comma 563, lettera b), della Legge 23 dicembre 2005 n. 266, ha chiarito che “tra l’attività di ordine pubblico e il decesso o l’invalidità permanente, ai fini dell’applicazione dei benefici previsti per le vittime del dovere, deve sussistere un nesso di causalità diretta e non di mera occasionalità, nel senso che l’evento pregiudizievole deve essere determinato da una azione di polizia diretta, in via immediata, al mantenimento dell’ordine pubblico (o da una reazione ad essa), non essendo sufficiente che il medesimo evento si sia verificato nel periodo di tempo durante il quale il dipendente sia comandato a prestare servizio di ordine pubblico, ma per cause accidentali esulanti da quest’ultimo” (Sez. I, parere n. 5011/2010 del 17.11.2010).
Più di recente (Sez. I parere n. 02324/2011 del 09.06.2011), in merito alla definizione ora contenuta nell’art. 1 comma 563 della l. 266 del 2005, ha precisato che “Il concetto di vittima del dovere presenta caratteristiche speciali rispetto al genus della causa di servizio e deve quindi essere tenuto distinto dal decesso in o per causa di servizio; quindi, per il sorgere del diritto alla speciale elargizione prevista dalla legge per le vittime del dovere, non basta che l’evento letale sia connesso all’espletamento di funzioni d’istituto, ma occorre pure che sia dipendente “da rischi specificamente attinenti a operazioni di polizia preventiva o repressiva o all’espletamento di attività di soccorso” (art. 3 comma 2 l. 27 ottobre 1973 n. 629, aggiunto dall'art. 1 l. 13 agosto 1980 n. 466), occorrendo in sostanza che il rischio affrontato vada oltre quello ordinario connesso all’attività di istituto. (Consiglio Stato, sez. IV, 12 marzo 2001 , n. 1404)”.
Tali condizioni non ricorrono nel caso di specie che pure si caratterizza per il particolare senso di abnegazione e di attaccamento al dovere del dr Antonio Andriolo.
Alla luce delle suesposte considerazioni , l’appello va rigettato.
Per la particolare natura della questione, sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese tra le parti.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza)
definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta per l'effetto, conferma la sentenza impugnata.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

lunedì 26 maggio 2014

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - TEMPISTICA DELL'ACCERTAMENTO

Corte di Cassazione Penale sez. IV 22/5/2013 n. 21991
Guida in stato di ebbrezza - Procedure di accertamento delle prove dello stato di ebbrezza - Tempistica
(Omissis)
RITENUTO IN FATTO
(Omissis) ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte d'Appello di (Omissis), del xx xxxxx 2011, che ha confermato la sentenza del Tribunale di (Omissis), del xx xxxxx 2010, che, nelle forme del rito abbreviato, lo ha dichiarato colpevole del reato di cui all'art. 186 co. 2 lett. e) del codice della strada e lo ha condannato, riconosciute le circostanze attenuanti generiche ed applicata la diminuente del rito, alla pena, sospesa alle condizioni di legge, di un mese, dieci giorni di arresto, sostituita con la corrispondente pena pecuniaria, e 800,00 euro di ammenda; con sospensione della patente di guida per la durata di un anno e confisca dell'auto.
Premesso che la corte territoriale avrebbe, in parte motiva, erroneamente sostenuto che la riduzione di pena goduta dall'imputato sarebbe scaturita dall'applicazione dell'art. 444 cod. proc. pen., laddove lo stesso era stato giudicato secondo il rito abbreviato; premesso, altresì, che nel motivare la decisione impugnata la stessa corte sarebbe partita da un presupposto errato, frutto di una non corretta interpretazione dei contenuti dei motivi d'appello e che tali errori avrebbero inficiato l'iter argomentativo della sentenza, deduce il ricorrente i vizi di motivazione della sentenza stessa e di violazione di legge.
Sotto il profilo motivazionale, il ricorrente sostiene che il giudice del gravame non avrebbe correttamente colto il senso dei motivi d'appello, con i quali l'imputato non aveva sostenuto che vi fosse stata una frattura di continuità tra la guida dell'auto e alcoltest, ma aveva rilevato l'impossibilità di accertamento del tasso alcolico dell'imputato, in quanto, tra il momento effettivo della guida e quello della sottoposizione al test, era trascorso un lasso di tempo tale da rendere impossibile il raggiungimento della certezza sul dato quantitativo della concentrazione alveolare. Tale fuorviante impostazione dei motivi d'appello si sarebbe sostanziata nel mancato esame degli stessi. Viziata sarebbe anche la motivazione, laddove la corte territoriale ha sostenuto, senza specificarne le ragioni, che il lasso di tempo (circa mezz'ora) trascorso tra il momento della guida e quello della rilevazione del tasso alcolico non poteva ritenersi rilevante al punto da porre in discussione i risultati dell'accertamento, nonché contraddittoria, laddove la stessa corte ha sostenuto che sarebbe corretta una prova che fosse stata eseguita dopo un qualche sia pur breve lasso di tempo.
Sotto il profilo della violazione di legge, si sostiene nel ricorso che la stessa corte non avrebbe osservato, o avrebbe erroneamente applicato, i principi generali di tempestività, ragionevolezza, immediatezza che devono ispirare l'azione della Pubblica Amministrazione, laddove non ha considerato che, nell'esecuzione dell'alcoltest, non sarebbe stato rispettato il lasso di tempo di cinque minuti tra le due prove, previsto dalla legge.
Ripropone, poi, il ricorrente il tema del tempo trascorso tra il momento della guida e quello del rilievo alcolico, e denuncia il vizio motivazionale, laddove il giudice del gravame, nell'esaminare le problematiche connesse con la c.d. “curva di Widmark”, ha sostenuto che il tasso alcolico rilevato avrebbe potuto collocarsi nella fase tanto ascendente che discendente di detta curva, mentre essa era certamente ascendente poiché la prima prova aveva registrato il valore di xxx e la seconda quello di xxx.
Denuncia, infine, la violazione di legge, laddove le corte territoriale avrebbe disposto la confisca dell'auto con la quale è stato commesso il reato, benché l'adozione di tale provvedimento oggi la legge demandi all'autorità amministrativa.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è infondato, ai limiti dell'inammissibilità.
Nessun rilievo presenta la circostanza, segnalata dal ricorrente, che il giudice del gravame, nel richiamare i contenuti dispositivi della sentenza di primo grado, ha riferito all'art. 444 cod. proc. pen. la riduzione di pena applicata all'imputato per il rito prescelto. La citazione è evidente frutto di errore, posto che, poco prima, la sentenza impugnata aveva fatto espresso riferimento al giudizio abbreviato scelto dall'imputato, in esito al quale è stata emessa la sentenza di primo grado.
Generico, poi, oltre che poco comprensibile, si presenta il riferimento a presunti errori commessi dalla corte territoriale nell'interpretazione dei motivi d'appello, in relazione ai quali il ricorrente non chiarisce che cosa, a suo giudizio, era stato dedotto in detti motivi di diverso rispetto ai temi della tempistica dei rilievi etilometrici eseguiti dal personale di PG e della c.d. “curva di Widmark”; temi puntualmente esaminati dal giudice del gravame.
Non chiarisce, inoltre, il ricorrente in che termini i presunti errori segnalati avrebbero inficiato l'iter argomentativo della sentenza impugnata.
Certo è che detto giudice, nell'affrontare il tema concernente il lasso di tempo - indicato in circa mezz'ora (precisamente in 23 e 29 minuti rispetto alle due prove) - trascorso tra il momento in cui l'imputato si trovava alla guida dell'auto e quello di esecuzione dell'alcoltest, ha con coerenza logica sostenuto, da un lato, che un certo distacco temporale tra le due fasi è inevitabile, dall'altro, che il tempo nel caso di specie trascorso non aveva in alcun modo condizionato il rilevamento alcolemico.
Il tasso rilevato (1,81 e 1,88 g/l nelle due prove), del resto, è perfettamente coincidente con i dati sintomatici registrati dagli agenti di PG, che avevano segnalato come, secondo quanto si legge nella sentenza impugnata, il (Omissis), al momento del controllo, emanasse “alito fortemente vinoso” e fosse “malfermo sulle gambe”.
Peraltro, nel contestare il giudizio di irrilevanza, espresso dalla corte territoriale, del tempo trascorso tra le predette fasi, il ricorrente, non indica le ragioni per le quali tale lasso di tempo avrebbe dovuto avere incidenza sull'accertamento etilometrico, né in che termini ciò sarebbe avvenuto. Mentre il riferimento, nella sentenza impugnata, alla necessità che detto accertamento debba avvenire entro un breve arco temporale, non presenta incoerenza alcuna rispetto a quanto poco prima nella stessa sostenuto circa l'inevitabilità del trascorrere di un certo distacco di tempo tra il momento del controllo e quello dell'esecuzione dell'alcoltest (nel caso specie indicato, rispetto al primo dei due test, in 23 minuti).
Quanto ai rilievi concernenti il tempo trascorso tra le due prove (sei minuti invece dei cinque indicati nel regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada), ne rileva la Corte la manifesta infondatezza, oltre che la genericità, atteso che nel ricorso non si chiarisce quale determinante rilievo la differenza di un minuto possa avere avuto sui risultati dall'accertamento, specie ove si consideri che la prima prova aveva fornito un risultato già eloquente (1,81 g/l).
Inesistente è anche il vizio motivazionale dedotto con riguardo alle problematiche concernenti la c.d. “curva di Widmark”.
In realtà, la corte territoriale, a tale proposito, non ha sostenuto che la curva in questione fosse, nel caso dell’(Omissis), in fase discendente o ascendente, ma solo che, ove anche fosse stata in fase ascendente (cioè entro l'intervallo di circa un'ora dall'assunzione della bevanda alcolica), l'imputato, per contrastare i dati obiettivi dell'alcoltest - unici elementi probatori posti all'attenzione dei giudici del merito - avrebbe dovuto dar conto di tale ipotesi, quantomeno indicando quanto tempo prima del fermo dell'auto egli aveva assunto detta bevanda.
Argomentazione del tutto condivisibile, che non giustifica alcuno dei rilievi svolti dal ricorrente.
Neanche con riguardo alla decisione di confisca dell'auto, le censure proposte si presentano fondate.
L'art. 186 del c.d.s., come novellato dal d.l. n. 92 del 2008, convertito nella legge n. 125/2008, prevede, per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolica, allorché il tasso alcolico registrato sia superiore, come nel caso di specie, a 1,50 g/I, - ove anche il procedimento sia definito con pena patteggiata o sia disposta la sospensione condizionale della pena - la confisca del veicolo con il quale è stata commessa l'infrazione, salvo che esso appartenga a persona estranea al reato.
A tale statuizione non può sottrarsi il giudice penale, pur dopo le modifiche apportate alla predetta norma dalla legge n. 120 del 2010. Invero, l'attribuzione alla confisca della natura di sanzione amministrativa accessoria, non ne ha eliminato il carattere della obbligatorietà e, in conseguenza, non ha fatto venir meno l'obbligo del giudice, ricorrendone i presupposti, di disporla con la sentenza, anche di patteggiamento, che accerti la commissione del reato sopra indicato (Cass. nn. 41080/10, 12313/12). Ciò, peraltro, analogamente a quanto avviene per l'applicazione della sanzione della sospensione della patente di guida, la cui natura amministrativa non incide sull'obbligo del giudice di applicarla, nei casi previsti dalla legge, raccordandosi con l'autorità amministrativa incaricata dell'esecuzione.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.
Per questi motivi
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI - SOGGETTI DI DIRITTO PUBBLICO E SOGGETTI DI DIRITTO PRIVATO

N. 04923/2013REG.PROV.COLL.
N. 02423/2013 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 2423 del 2013, proposto da:
Societa' Cooperativa Per Azioni L'Aquila 2009, rappresentata e difesa dagli avv.ti Angelo Maleddu, Sergio Fiorenzano, con domicilio eletto presso Angelo Maleddu in Roma, via del Tempio, 1;
contro
Consorzio Madonna del Carmine; Impresa Mancini Srl, rappresentata e difesa dall'avv. Cesidio Gualtieri, con domicilio eletto presso Cesidio Gualtieri in Roma, via Felice Barnabei, 5;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. ABRUZZO - L'AQUILA: SEZIONE I n. 00877/2012, resa tra le parti, concernente diniego sull'istanza ostensiva avente per oggetto il verbale dell'assemblea del consorzio

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Impresa Mancini Srl;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 30 luglio 2013 il Cons. Antonio Bianchi e uditi per le parti gli avvocati F. Corti, A. L'Abbate su delega di C. Gualtieri;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO
Il Consorzio Madonna del Carmine, consorzio obbligatorio costituito ai sensi dell’O.P.C.M. n. 3820 del 12 novembre 2009 con la funzione di gestire in modo unitario la ricostruzione nella città di Aquila degli immobili danneggiati dal terremoto dell’aprile del 2009, ha avviato la procedura dei lavori di rifacimento dell’aggregato edilizio di propria competenza, invitando vari operatori economici, tra cui la società cooperativa consortile per azioni L’Aquila 2009 (in seguito L’Aquila 2009).
Detta società ha corrisposto all’invito di cui sopra, presentando specifica offerta.
All’esito della valutazione delle offerte il Consorzio, nell’assemblea tenuta il 13 aprile 2012, ha affidato i lavori all’impresa Mancini S.r.l..
L’Aquila 2009 ha, quindi, formulato istanza di accesso al verbale di tale assemblea consortile.
Sennonché il Consorzio, con nota del 4 giugno 2012, ha esplicitamente respinto l’istanza.
Avverso detta nota di diniego, l’Aquila 2009 ha proposto ricorso al Tar Abruzzo, chiedendone l’annullamento con il conseguente riconoscimento del suo diritto al richiesto accesso.
Il Tar adito, con sentenza n. 877 del 2012, ha respinto il ricorso ritenendo, in buona sostanza, il Consorzio una figura soggettiva di diritto privato che agisce in regime di diritto privato, con natura assimilabile alle associazioni senza scopo di lucro e, come tale, sottratto al regime fissato dalle legge n. 241 del 1990 in materia di accesso.
Avverso la predetta sentenza, l’Aquila 2009 ha interposto l’odierno appello, chiedendone l’integrale riforma.
Assume nello specifico che, indipendentemente dalla natura privata che si deve riconoscere al Consorzio, lo stesso resta comunque soggetto alla disciplina in materia di accesso di cui agli artt. 22 e seguenti della legge n. 241 del 1990, attesa l’attività di pubblico interesse svolta.
Si è costituita in giudizio l’impresa Mancini S.r.l., chiedendo il rigetto del gravame, siccome infondato.
Alla camera di consiglio del 31 luglio 2013, la causa è stata trattenuta in decisione.
L’appello merita accoglimento.
Ed invero, l’art. 22 della L. 241/90 sopra menzionato dispone espressamente che: “Ai fini del presente capo si intende: (…) e) per <<pubblica amministrazione>> tutti i soggetti di diritto pubblico e i soggetti di diritto privato limitatamente alla loro attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale o comunitario”.
Per i particolari fini considerati dalla norma ,quindi, la nozione di “pubblica amministrazione” risulta di ben più ampia portata rispetto a quella contenuta in altri settori ordinamentali ( quale ad esempio quello della contrattualistica pubblica ), estendendosi anche, per quanto di interesse in questa sede, ai soggetti privati tout court , laddove l’attività da questi posta in essere risulti genericamente di pubblico interesse .
Ne consegue che, in tema di accesso ai documenti amministrativi, è sufficiente che un soggetto di diritto privato ponga in essere una attività che corrisponda ad un pubblico interesse, perché lo stesso assuma la veste di “pubblica amministrazione” e come tale sia assoggettato alla specifica normativa di settore.
In altri termini, è sufficiente che il soggetto presso cui si pratica l’accesso, ancorchè di diritto privato, svolga un’attività che sia riconducibile sul piano oggettivo ad un pubblico interesse inteso in senso lato, perché a quest’ultimo sia applicabile la disciplina fissata dalla legge n. 241 del 1990 in materia in accesso.
Ciò posto, non vi è dubbio che nella specie il Consorzio,ancorchè di natura privata, svolga sul piano oggettivo un’attività di pubblico interesse intesa in senso lato, come sopra precisato.
Ed infatti in primo luogo, come già rilevato, lo stesso è stato costituito in via obbligatoria ai sensi dell’O.P.C.M. n. 3820 del 12 novembre 2009 , allo scopo di perseguire il pubblico interesse sotteso alla ricostruzione del patrimonio immobiliare danneggiato dall’evento sismico del 2009.
E’ di tutta evidenza, invero, che siffatta ricostruzione non corrisponde solo agli interessi dei singoli proprietari privati, ma corrisponde altresì lato sensu all’interesse pubblico sotteso al recupero sotto il profilo strutturale,igienico-sanitario,architettonico,estetico, e monumentale di interi comparti immobiliari cittadini distrutti dal sisma che ha colpito la città dell’Aquila.
In secondo luogo, proprio in ragione degli interessi pubblici coinvolti, l’attività del Consorzio è stata sottoposta alla vigilanza ed al potere sostitutivo di uno specifico Commissario, la cui figura non avrebbe ragione di esistere, laddove il Consorzio perseguisse fini di natura esclusivamente privata.
In terzo luogo, l’attività di ricostruzione affidata al Consorzio è finanziata con fondi pubblici, ciò che si giustifica solo ove la stessa corrisponda oggettivamente anche ad un pubblico interesse inteso in senso ampio.
Ne consegue che il Consorzio, ponendo in essere sul piano oggettivo una attività di pubblico interesse,viene ad assumere la veste di “pubblica amministrazione” agli specifici fini di cui agli articoli 22 e seguenti della L. 241/1990 e, conseguentemente, resta soggetto alla relativa disciplina fissata in materia di accesso, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice.
Tanto premesso, il Collegio ritiene comunque opportuno di dover precisare che il riconoscimento del diritto dell’Aquila 2009 di accedere agli atti del Consorzio, non comporta l’automatica possibilità per la stessa società di attivare in sede amministrativa qualsivoglia iniziativa di natura procedimentale o processuale, atteso che per tali fini resta in ogni caso ferma la necessità di dimostrare la sussistenza della diversa e specifica legittimazione ( sia attiva che passiva ) normativamente richiesta.
Conclusivamente il ricorso in epigrafe deve essere accolto e, in riforma della sentenza appellata, deve essere riconosciuto il diritto della società l’Aquila 2009 di accedere agli atti del Consorzio Madonna del Carmine, il quale dovrà consentire il relativo accesso entro il termine di venti giorni dalla comunicazione e/o notificazione della presente sentenza, mediante esame e/o estrazione copia di quanto richiesto.
Sussistono giusti motivi per disporre la compensazione tra le parti delle spese dei due gradi di giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (sezione Quinta), definitivamente pronunciando sull’appello in epigrafe indicato lo accoglie e per l’effetto, in riforma della sentenza gravata:
-riconosce il diritto della società l’Aquila 2009 di accedere agli atti del Consorzio Madonna del Carmine ;
- ordina al Consorzio Madonna del Carmine di consentire l’accesso agli atti richiesti nel termine di venti giorni dalla comunicazione e/o notificazione della presente decisione,mediante l’esame e/o l’estrazione di copia degli stessi.
Spese compensate dei due gradi di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 30 luglio 2013, con l’intervento dei magistrati:
Alessandro Pajno, Presidente
Paolo Giovanni Nicolo' Lotti, Consigliere
Antonio Bianchi, Consigliere, Estensore
Nicola Gaviano, Consigliere
Carlo Schilardi, Consigliere






L'ESTENSORE

IL PRESIDENTE















DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 07/10/2013
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)



sabato 10 maggio 2014

LAVORO COOPERATIVO - TUTELA REINTEGRATORIA E RISARCITORIA - NOZIONI

Tribunale di Genova Ordinanza 2 aprile 2014



TESTO DELLA ORDINANZA

Il Giudice

sciogliendo la riserva, ha emesso la seguente ordinanza.
Con ricorso depositato 1'11.10.2013 XX ha contestato la validità e la legittimità del licenziamento per giusta causa che gli è stato intimato il 3.5.2013 da YY cooperativa società a r.l. per ragioni di carattere disciplinare. Nella circostanza è stata disposta anche la sua esclusione da socia, per gli stessi motivi.
La ricorrente ha contestato l'esistenza effettiva del vincolo associativo e la conseguente irrilevanza della delibera di esclusione ai fini del suo diritto alla reintegra nel posto di lavoro, con riferimento al disposto vigente dell'art. 2 L. 142/2001.
Il rapporto associativo.
In generale, in materia di società cooperative di produzione e lavoro, "ove la delibera di esclusione del socio si fondi esclusivamente sull'intimato licenziamento per giusta causa, trova applicazione, in forza del rinvio operato dall' art. 2 della legge n. 142 del 2001, l' art. 18 dello statuto dei lavoratori; ne consegue che, l'illegittimità del licenziamento comporta anche quella della delibera di esclusione del socio e il ripristino del rapporto associativo" [Cass., sez. lav., 6 agosto 2012, n. 14143].
Sulla base di questa lettura della norma di legge, pertanto, la perdita della qualità di socia della ricorrente non sarebbe di ostacolo al godimento della tutela reintegratoria, unica riconosciuta dal testo previgente dell'art. 18 1. 300/70. Questa conclusione si presta a perplessità soprattutto nei casi in cui non sia stata impugnata, insieme col licenziamento, la delibera di esclusione. E' peraltro discutibile il fatto che i limiti tracciati dalla norma dell'art. 1, comma 47, 1. 92/2012 consentano attualmente di proporre un'azione inerente la legittimità della delibera di esclusione in questa fase della controversia sul licenziamento.
In ogni caso, la contestazione sul rapporto associativo grava la convenuta di provarne la genuinità [Cass., sez. lav., 8 febbraio 2011, n. 3043].
La ricorrente ha asserito di essere mai stata messa in condizione di partecipare alle assemblee sociali ed agli altri incontri partecipati dagli associati, di non avere avuto lo statuto né il regolamento interno della cooperativa, di non avere mai ricevuto utili o dividendi. La convenuta non ha contestato queste singole circostanze. Nella propria memoria di costituzione si è limitata a qualificare come genuina l'associazione della ricorrente.
Nell'interrogatorio libero costei ha riconosciuto la propria sottoscrizione in calce ai moduli precompilati di domanda di ammissione a socia del 26.6.211 [all. 3-4 mem.]; ha però negato che lo statuto sociale ed il regolamento interno - di cui avrebbe "preso conoscenza" stando agli atti - le siano stati consegnati, aggiungendo di non ricordare di averli visti.
Nel primo di questi due documenti si dà atto della sottoscrizione da parte della ricorrente di due quote di capitale nominale, a titolo di conferimento, e dell'impegno della società al rimborso "previa richiesta scritta, dopo l'approvazione del bilancio dell'esercizio in cui il rapporto
sociale si interrompe". Il 14.5.2013 la ricorrente ha impugnato lettera di licenziamento e delibera di esclusione da socia, rivendicando ogni spettanza anche a titolo risarcitorio. Ad oggi non consta che le sia stato corrisposto il TFR né restituita la quota di conferimento.
Nei limiti consentiti dalla prima fase del rito dell'art. 1 legge 92/2012 il rapporto associativo risulta privo dei tratti essenziali che lo rendono genuino: non è contestato il fatto che ella non abbia mai partecipato a riunioni e, tanto meno, alle assemblee, di persona o per delega; lo stesso vale per la ripartizione dei dividendi; al riguardo, non sono dati i criteri seguiti nella gestione sociale per il conseguimento dello scopo mutualistico (art. 2545 c.c.).
Queste violazioni sono di ostacolo al coinvolgimento del socio lavoratore nella vita dell'ente. Senza tale coinvolgimento egli non può vivere con consapevolezza la qualità stessa di socio e tanto meno può, di conseguenza, rendersi partecipe delle sorti del suo andamento economico. Di queste carenze dà conferma il fatto che la cooperativa, non avendo restituito la quota di conferimento, neppure abbia indicato tempi e modi con cui intenderebbe provvedervi, fermo restando che eventuali condizioni sospensive alla liquidazione si porrebbero in contrasto col disposto dell'art. 2535, terzo comma, c.c. .
La convenuta ha così mancato di fornire prova adeguata del fatto che le prestazioni assegnate alla ricorrente si siano svolte in conformità con gli scopi istituzionali, mutualistici della società. Le sue dimensioni, il numero dei soci pari ad alcune migliaia - su cui la difesa resistente si è soffermata anche nella discussione orale della causa - non sono motivo di per sé solo sufficiente a contraddire questa conclusione. Il rilievo economico e dimensionale della società portano se mai a presumere che essa sia dotata di prassi e meccanismi ormai consolidati per favorire la partecipazione del personale alle proprie vicende. Di conseguenza, dovrebbe esserne ancora più agevole la dimostrazione.
Per effetto dell'indimostrata genuinità del rapporto associativo, si rende possibile sindacare la domanda per l'applicazione dell'art. 18, quarto comma, 1. 300/70 (nel testo modificato dall'art. 1 1.92/2012).
Va ricordato che l'art. 21. l. 42/2001 fa rinvio al testo previgente dello stesso art. 18, norma che prevedeva la reintegra nel posto di lavoro come sola conseguenza della declaratoria d'illegittimità del licenziamento. Con tale rinvio il legislatore aveva inteso evidentemente configurare una speciale relazione di pregiudizialità tra i due diversi rapporti contrattuali delineati con l'art. 1, terzo comma, l. 142/2001.
Soltanto rispetto all'esercizio del diritto alla reintegra il venire meno del rapporto associativo aveva efficacia ostativa; non poteva invece esservi pregiudizialità tra la conservazione della qualità di socio e l'eventuale diritto del lavoratore al risarcimento del danno. Non a caso la norma non opera analogo rinvio alla norma dell'art. 8 1. 604/66.
Tutto ciò induce a ritenere che, nel vigente assetto normativo interno all'art. 18 St., l'esistenza del rapporto associativo condizioni soltanto l'applicazione della tutela ripristinatoria; quella di natura economica, garantita dalle disposizioni dei commi quinto, sesto e - in parte qua- settimo, opera invece indipendentemente dalla prima.
 
L'addebito disciplinare.
E' pacifico tra le parti il fatto che la ricorrente, assunta il 7.6.2011 ed inquadrata nel livello B1 CCNL per le cooperative sociali, abbia sempre lavorato come assistente agli anziani nella residenza protetta San Benigno di Genova, in cui la cooperativa forniva i servizi assistenziali, infermieristici e riabilitativi per gli ospiti della struttura.
Nella lettera del 26.3.2013 le è stato contestato che, mentre era impegnata nel turno notturno (21-7), "intorno alle ore 06.12, si è illegittimamente avvicinata in modo irruento all'ospite S.M. per potergli proibire l'estrazione del collutorio dal carrello della Struttura e intenzionalmente ha spinto l'anziano provocandogli una grave caduta. A seguito di ciò è stato necessario il trasporto in Pronto Soccorso dove è stata diagnosticata  una frattura al femore destro e il ricovero ospedaliero" [all. 10 ric.].
Nella lettera di giustificazione - così come in causa - la ricorrente non 
ha negato l'episodio, ma ha affermato di essersi solo avvicinata all'ospite, identificato in S. M., e che questi, vedendola improvvisamente sopraggiungere da dietro di sé, sarebbe caduto "forse spaventato perché poco cosciente".
In realtà, quanto successo fino al momento della caduta é pacifico tra le parti ed é in buona parte documentato dal filmato della telecamera installata nel refettorio, di cui si è acquisita copia: la ricorrente si trovava ad uno dei tavoli intenta a piegare dei tovaglioli insieme con la collega M. K.; le due hanno notato sopraggiungere al fondo del corridoio l'anziano ospite Molinari ed avvicinarsi al carrello dei medicinali, distante circa 10-15 metri da loro, dove ha iniziato ad armeggiare con la boccetta del liquido colluttorio; notato che stava per travasarlo in altro contenitore, la ricorrente si è alzata dirigendosi verso di lui e, constatato che non rispondeva ai suoi richiami, ha percorso gli ultimi metri di corsa nel tentativo di prevenire il travaso.
Al suo sopraggiungere,S.M. è caduto al suolo.
Nell'interrogatorio libero reso al Tribunale la ricorrente ha raccontato che " S.M. cadde prima ancora che io potessi raggiungerlo .. voltandosi verso di me perse l'equilibrio cadendo al suolo. Preciso che dove si trovava il pavimento non era perfettamente piatto .. Al momento della sua caduta mi trovavo a meno di un metro di distanza da S.M. che cercai di trattenere".
La telecamera si trovava installata sul lato del refettorio opposto a quello in cui è avvenuta la caduta, sicché la ripresa filmata non documenta con chiarezza la fase finale dell'episodio: vi si nota comunque la ricorrente allungare il braccio destro in direzione dell'ospite una volta giunta nei suoi pressi e questi improvvisamente cadere; in quel momento M.K., che seguiva la scena da seduta, ha avuto un evidente moto di sorpresa, drizzandosi e portando le mani all'altezza del volto; si è poi diretta verso i due, mentre la ricorrente già era china ad aiutare S.M. a terra.
Chiamata a testimoniare sul fatto,M.K. lo ha raccontato nei termini anzidetti, confermando anche che S.M. non aveva potuto udire i richiami della collega poiché affetto da sordità. In ordine alla causa della caduta ha precisato che, poiché "mi dava le spalle non vidi se ella lo abbia colpito con una mano, un braccio o altra parte del corpo. La vidi andare addosso a lui .. A quanto vidi la ricorrente andò a colpire S.M. involontariamente non riuscendo a fermarsi nello slancio".
La ricostruzione dell'unica persona che abbia assistito all'episodio ha così confermato quanto dal filmato già si ricava in termini d'impressione: l'anziano ospite della struttura è caduto non per la sorpresa data dal sopraggiungere inatteso della ricorrente, ma per un urto causato dalla sua foga. Nel prosieguo della deposizione M..K. ha ribadito che questo lo ha fatto cadere all'indietro, dopo che egli aveva avuto tempo di girarsi.
Nella sua materialità, la condotta contestata alla ricorrente ha avuto così riscontro probatorio. Non risulta, invece, che la spinta o comunque l'urto siano stati intenzionali: l'ha negato la testimone - che ha chiarito come lo scontro sia stato involontario - e non si vede d'altronde quale motivo potesse avere la ricorrente per volere provocare la caduta dell'ospite. Non si ha notizia di contrasti precedenti tra i due e M.K. stessa li ha negati. L'immediato soccorso prestato dalla ricorrente, inoltre, non si concilia con l'intenzionalità. Il fatto deve pertanto addebitarsi a colpa, per imprudenza e per violazione delle più elementari regole di attenzione verso una persona evidentemente fragile, almeno per l'età avanzata. La cautela dovuta verso S.M. è dimostrata anche dalla scheda di osservazione, da cui emerge che il giorno precedente egli già aveva subito una caduta, perdendo l'equilibrio [all. 12 alla memoria di costituzione].
La diversità dell'elemento soggettivo accertato (la colpa), rispetto a quello contestato disciplinarmente (il dolo), ha indotto la difesa attrice a negare l'esistenza della giusta causa del licenziamento, ravvisando un caso di "insussistenza del fatto contestato", previsto dall'art. 18,
quarto comma, 1. 300/70 (come modificato dall'art. 1 l.92/2012).
La tesi non è condivisibile. Nella definizione del concetto espresso dalla norma dell'art. 18, quarto comma, va assumendo prevalenza e si fa preferire la lettura che assegna al "fatto contestato" una portata non solo limitata alla materialità della condotta e dell'evento, ma estesa anche agli altri elementi che ne connotano la rilevanza disciplinare: l'antigiuridicità, l'attitudine lesiva degli interessi aziendali, l'elemento soggettivo. Conseguentemente, si ha insussistenza del fatto contestato sia quando la condotta non è stata posta in essere dal lavoratore sia quando, ad esempio, essa è scriminata da circostanze esimenti o risulti priva di offensività giuridica o ancora manchi della necessaria adesione psicologica.
 
Gli effetti dell'accertamento nell'applicazione dell'art. 18 St.
Nel caso in esame il fatto contestato è completo in ciascuna delle sue componenti: la caduta dell'ospite è stata provocata da una spinta determinata da irruenza, ma pur sempre illegittima; il ridimensionamento dell'elemento psicologico da intenzionalità a colpa non fa venire meno la valenza disciplinare della condotta. Pertanto non è sostenibile il difetto della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo per insussistenza del fatto contestato.
La soluzione proposta dalla difesa attrice esaspera i concetti propri della tesi dottrinale del cd. "fatto giuridico", fino a pervenire a risultati irrazionali: si pensi alla contestazione della lesione provocata dal lavoratore licenziato al datore di lavoro da alcuni colpi di arma da fuoco, che trovi nel processo dimostrazione solo sotto il profilo del tentativo, qualora risulti provato che la vittima sia stata solo sfiorata dai proiettili diretti a lui. In questo caso il fatto sarebbe diverso nella sua materialità e perciò, portando ad estreme conseguenze la tesi, si perverrebbe all'annullamento del licenziamento ai sensi dell'art 18, quarto comma. L'evidente irragionevolezza della conclusione sta nella considerazione per cui non basta la divergenza della fattispecie accertata dall'addebito in un singolo elemento per negarne l'antigiuridicità e la rilevanza disciplinare. Al contrario, una volta che sia dimostrata l'illiceità o l'illegittimità della condotta e la contestazione disciplinare risulti sufficiente a consentire al lavoratore di fare valere le proprie difese, non v'è motivo per escludere tomaticamente l'esistenza del giustificato motivo o della giusta causa del recesso.
ll codice disciplinare incluso nel CCNL applicato al contratto tra le parti prevede anzi, all'art. 42, il licenziamento senza preavviso per la "grave negligenza nell'esecuzione dei lavori o di ordini che implichino pregiudizio all'incolumità delle persone .." [al]. 4 ric.]. Il precetto è senz'altro riferibile al caso in esame, potendosi assimilare alla negligenza l'imprudenza e l'inosservanza delle regole di cautela nel trattamento degli anziani in cui è incorsa la ricorrente.
E' dunque da escludersi che il fatto contestato alla ricorrente rientri tra le condotte punibili con sanzione conservativa in base al contratto collettivo, secondo la previsione posta dall'art 18, quarto comma, St. come ipotesi alternativa di annullamento del licenziamento.
Questa verifica non esaurisce tuttavia i compiti del Tribunale. Infatti, "La valutazione in ordine alla legittimità del licenziamento disciplinare di un lavoratore deve essere in ogni caso effettuata attraverso un accertamento in concreto da parte del giudice del merito della reale entità e gravità del comportamento addebitato al dipendente nonché del rapporto di proporzionalità tra sanzione e infrazione, anche quando si riscontri la astratta corrispondenza del comportamento del lavoratore alla fattispecie tipizzata contrattualmente, occorrendo sempre che la condotta sanzionata sia riconducibile alla nozione legale di giusta causa, tenendo conto della gravità del comportamento in concreto del lavoratore, anche sotto il profilo soggettivo della colpa o del dolo, con valutazione in senso accentuativo rispetto alla regola generale della "non scarsa importanza" dettata dall'art. 1455 cod. civ." [Cass., sez. lav., 4 marzo 2013, n. 5280. Nello stesso senso, tra le altre, Cass., sez. lav., 19 agosto 2004, n. 16260, e 24 ottobre 2000, n. 13983].
E' stato detto che la valutazione di proporzionalità della sanzione al fatto, valutato nella sua concretezza, è inscindibilmente connessa al sindacato giudiziale sul 
corretto esercizio del potere disciplinare da parte del datore di lavoro, poiché il giudice deve provvedere al bilanciamento tra l'interesse di questi, tutelato dall'art. 41 Cost. con quello del lavoratore, che trova nell'art. 4 Cost. specifica protezione [cfr. Cass., sez. lav., 4 dicembre 2002, n. 17208]. Pertanto il giudizio di proporzione non può ritenersi soppresso dallo schema di sanzioni "a cascata" che deriva dalle nuove disposizioni dell'art. 18 1. 300/70, le quali conservano nella norma dell'art. 2106 c.c. un'inevitabile fonte di riferimento applicativo.
In questa valutazione rientra l'interesse che ha mosso la ricorrente nell'azione verso l'ospite: è stato un interesse non egoistico, ma diretto a salvaguardare, seppure con modalità inconsulte, la salute altrui e le esigenze di servizio, giacché l'appropriazione del colluttorio avrebbe potuto pregiudicare la prima e si poneva in contrasto con le regole che impedivano agli ospiti della struttura di manipolare i farmaci e gli altri oggetti presenti sul carrello.
Ciò premesso, va considerato che tutte le altre condotte che le parti collettive hanno ritenuto dovere essere sanzionate, a titolo esemplificativo, col licenziamento sono dolose. Per altro verso, lo stesso codice disciplinare ha ritenuto passibili di sanzioni conservative, come la sospensione dal servizio, comportamenti comunque gravi: ad esempio, "presentarsi al lavoro e prestare servizio in stato di ubriachezza o di alterazione derivante dall'uso di sostanze stupefacenti" e, soprattutto, "atti o molestie anche di carattere sessuale che siano lesivi della dignità della persona".
E' del tutto opinabile che, rispetto a quest'ultima fattispecie, la lesione causata dalla ricorrente all'anziano ospite, per un urto involontario determinato da un eccesso di foga, configuri una condotta connotata da maggiore gravità. In linea di principio è anzi da ritenersi il contrario, tanto più considerando che la ricorrente ha prestato immediato soccorso alla sua vittima e che questa ha subito un danno temporaneo.
Queste considerazioni inducono a valutare eccessivo il licenziamento irrogato alla ricorrente, nonostante la condotta che vi è stata posta a base sia stata commessa e che non rientri astrattamente tra quelle punibili con sanzione conservativa.
Si versa dunque nell'ipotesi disciplinata dal quinto comma dell'art. 18 l.300/70. Pertanto il licenziamento non può essere annullato ed alla ricorrente spetta la sola indennità risarcitoria onnicomprensiva entro i limiti edittali prestabiliti.
Questa conclusione esonera il Tribunale dall'indagine sui vizi formali e procedimentali sollevati in ricorso, i quali avrebbero eventualmente effetto ai fini del riconoscimento della sola tutela risarcitoria, deteriore, offerta dall'art. 18, sesto comma.
Nella gradazione dell'indennità vanno considerati l'anzianità di servizio inferiore a due anni, le considerevoli dimensioni dell'impresa convenuta - quasi 3.000 soci, una vasta diffusione nel centro-nord Italia ed un fatturato prossimo a cento milioni di euro [all. 2 ric.] - ed il comportamento delle parti: da quest'ultimo punto di vista rilevano il grave pericolo corso dall'ospite della struttura per via della condotta della ricorrente, da un lato,e la trattenuta indebita ad oggi delle quote di conferimento e del TFR da parte della convenuta, dall'altro.
Tutto ciò porta a ritenere equo l'indennizzo commisurato al valore intermedio tra il minimo ed il massimo stabilito dal legislatore e perciò pari a 18 mensilità del'ultima retribuzione globale di fatto.
Prendendo a base di calcolo l'ultima retribuzione lorda [all. 7 ric.], la convenuta deve essere pertanto condannata a corrispondere alla ricorrente il complessivo importo di € 29.303,43 (€ 1502,74 x 13 : 12 x 18). Su questa vanno applicati rivalutazione monetaria e interessi legali, a seguito della sentenza del 23 ottobre 2000, n. 459, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità dell'art. 22 comma trentasei 1. 724/94. Gli interessi devono calcolarsi sul capitale rivalutato annualmente, secondo il più recente orientamento della Corte Suprema [Cass., sez. un., 29 gennaio 2001, n. 38].
L'accoglimento solo parziale delle domande attrici giustifica la compensazione delle spese di lite nella misura del 50%. La frazione residua, che si liquida come da dispositivo e si distrae a favore del difensore, dichiaratosene anticipatore, è a carico della convenuta, in parte

soccombente.
 
P.Q.M.
 
visto l'art. 1 legge 92/2012,
a) condanna YY cooperativa società a r.l, in persona del legale rappresentante pro-tempore, a corrispondere alla ricorrente XX l'importo di € 29.303,43 ad indennizzo per il licenziamento intimato il 3.5.2013, con gli interessi legali, sull'importo capitale da rivalutarsi anno per anno, da quella data e sino al saldo;
b) respinge per il resto il ricorso;
c) condanna la convenuta a rifondere la ricorrente delle spese del procedimento nella misura del 50%, misura liquidata in complessivi € 2.250,00, oltre a IVA e cpa, con distrazione a favore dell'avv. F. B.;
d) compensa tra le parti la frazione residua delle spese.

TRASPARENZA E ACCESSO AGLI ATTI - SI ESPRIME IL CONSIGLIO DI STATO

N. 01768/2014REG.PROV.COLL.
N. 09128/2013 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 9128 del 2013, proposto da: 
Sat Società Autostrada Tirrenica P.A., in persona del legale rappresentante in carica, rappresentata e difesa dall'avv. Luisa Torchia, con domicilio eletto presso Studio Legale Torchia in Roma, via Sannio, 65; 
contro
Comune di Montalto di Castro, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentato e difeso dagli avv. Arrigo Bergonzini, Federico Dinelli, Giuliano Gruner, con domicilio eletto presso Federico Dinelli in Roma, via del Quirinale, 26; 
nei confronti di
Anas Spa, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentato e difeso dalla Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, è domiciliato per legge; 
Sat Lavori S.C. A R.L.; 
per la riforma
della sentenza del T.A.R. del LAZIO – Sede di ROMA- SEZIONE III n. 10152/2013, resa tra le parti, concernente diniego accesso agli atti sulla concessione per la realizzazione di una infrastruttura.
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Montalto di Castro e di Anas Spa;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 18 marzo 2014 il Consigliere Fabio Taormina e uditi per le parti gli avvocati Torchia e Gruner;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
Con il ricorso di primo grado la parte odierna appellata Comune di Montalto di Castro aveva impugnato, chiedendone l’annullamento, la nota SAT/RM/30.04.13/0000493/EU, con la quale SAT (Società Autostrada Tirrenica) aveva opposto il diniego all'istanza di accesso agli atti proposta dal Comune medesimo in data 29 marzo 2013 ed aveva altresì chiesto la condanna delle Società predette a consentire l'accesso, mediante presa visione ed estrazione di copia, ai documenti richiesti dal Comune.
Erano state articolate plurime censure di violazione di legge ed eccesso di potere, che sono state analiticamente vagliate – ed integralmente accolte - dal Tar.
Il primo giudice ha in proposito osservato che la richiesta di accesso del Comune verteva sui seguenti documenti amministrativi: 
la Convenzione Unica stipulata in data 11 marzo 2009 tra ANAS e SAT; l'atto di recepimento delle prescrizioni impartite dal CIPE, sottoscritto tra ANAS e SAT in data 24 novembre 2010; il contratto di affidamento a contraente generale stipulato tra SAT e SAT Lavori in data 30 marzo 2012.
Il diniego opposto dalle amministrazioni intimate muoveva dalla circostanza che la Convenzione Unica e l'atto di recepimento delle prescrizioni del CIPE disciplinavano esclusivamente i rapporti tra il concedente ed il concessionario e, dunque, non potevano avere alcuna incidenza, neanche ipoteticamente, su alcuna situazione giuridica del Comune.
Inoltre, nella nota reiettiva si era evidenziato che la richiesta di accesso era motivata esclusivamente con riferimento alla localizzazione dell'autostrada nell'ambito del Comune. La localizzazione dell'autostrada era stata determinata, però, con la delibera del CIPE n. 85 del 3 agosto 2012, pubblicata nella G.U. n. 300 del 27 dicembre 2012, di approvazione del progetto e non già invece, con gli atti ai quali il Comune aveva chiesto di accedere. Era stato, altresì, fatto presente che, ove il Comune avesse volto contestare la localizzazione della tratta autostradale, avrebbe dovuto eventualmente contestare la suddetta delibera dinnanzi alle autorità giurisdizionali competenti (il che non era avvenuto).
Ciò dimostrava, secondo le intimate amministrazioni, l’assenza di collegamento, ex art. 22, comma 1, lettera b) della legge n. 241/1990, tra la "situazione giuridicamente tutelata", di cui il richiedente deve essere titolare, e il "documento al quale è richiesto l'accesso".
Quanto, poi, al contratto di affidamento sottoscritto tra SAT e SAT Lavori in data 30 marzo 2012, tale documento aveva natura privatistica (era volto a disciplinare esclusivamente i rapporti tra SAT e SAT Lavori), in relazione al quale il Comune di Montalto di Castro non poteva avere nessun interesse e dunque nessun diritto di accesso.
Il Tar ha scrutinato le contrapposte tesi ed ha affermato la fondatezza della richiesta di accesso in quanto la Convenzione Unica e l'atto di recepimento delle prescrizioni impartite dal CIPE rientravano nel novero di quelli in forza dei quali verrà realizzata l'Autostrada Tirrenica, che dovrà attraversare il territorio del richiedente Comune. 
Seppure tali atti non avevano determinato la localizzazione dell'opera, nondimeno producevano effetti diretti, e straordinariamente consistenti, nella sfera giuridica del Comune stesso (ben lungi, dal «disciplinare esclusivamente i rapporti tra il concedente e il concessionario», in quanto la Convenzione Unica e l'atto di recepimento delle prescrizioni impartite dal CIPE individuavano chi e come avrebbe dovuto realizzare la infrastruttura strategica).
La natura esponenziale dell’Ente richiedente, peraltro, consentiva di affermare la possibilità, per questi, di esercitare il diritto di accesso non soltanto a tutela della possibilità di esercitare azioni giurisdizionali, ma anche a fini informativi della collettività dei cittadini, divulgativi, etc.
A nulla rilevava, pertanto, che il Comune di Montalto di Castro, come affermato da SAT, non avesse proposto ricorso contro la delibera del CIPE concernente la localizzazione dell'opera.
Per altro verso, il Tar ha rilevato che, laddove ANAS e SAT non avessero recepito le prescrizioni impartite dal CIPE, la Convenzione Unica tra le medesime Società stipulata risulterebbe del tutto inefficace, con conseguente impossibilità, per SAT, di dare esecuzione. ai lavori per la realizzazione dell'autostrada: tale profilo avrebbe potuto essere valorizzato dal Comune anche in sede giurisdizionale. 
Conclusivamente, il mezzo è stato integralmente accolto.
La parte originaria resistente, rimasta soccombente, ha proposto una articolata critica alla sentenza in epigrafe, chiedendone la riforma in quanto errata e fondata su affermazioni apodittiche.
Non sussisteva alcun collegamento tra la posizione azionata e gli atti dei quali si chiedeva l’ostensione: gli atti richiesti in visione concernevano unicamente la disciplina dei rapporti tra il concedente e il concessionario.
Analoghe considerazioni valevano per l’atto di recepimento delle prescrizioni impartite dal CIPE con la delibera n. 78 del 22 luglio 2010.
Ciò in quanto, ex art. 8 duodecies comma 2 del dL n. 59/2008, il recepimento riguardava unicamente l’invarianza degli effetti sulla finanza pubblica.
Il Comune non solo non aveva legittimazione a richiedere i detti atti, ma neppure utilità alcuna ad ottenerli: trattavasi di atti che non disciplinavano né il quomodo di realizzazione dell’opera, né il tracciato della stessa, né le caratteristiche dell’infrastruttura.
L’istanza di accesso era unicamente finalizzata ad un generico controllo della legalità e, come tale, era inaccoglibile. 
Con ulteriore censura (la n. 2), l’appellante ha contestato la condanna alle spese disposta dal primo giudice in quanto iniqua ed ingiusta. 
L’appellata amministrazione comunale ha depositato una memoria ove ha ribadito il proprio persistente interesse alla acquisizione della documentazione ed ha chiesto la reieizione dell’appello, cui l’appellante amministrazione ha risposto, ribadendo l’insussistenza di situazioni legittimanti tutelabili.
Alla adunanza camerale del 18 marzo 2014 la causa è stata posta in decisone dal Collegio.
DIRITTO
1. L’appello è infondato e merita la reiezione.
2. Pare al Collegio che parte appellante muova da una ricostruzione dei compiti e delle funzioni spettanti all’Ente comunale assolutamente riduttiva e che analoga concezione riduttiva accompagni la strutturazione della critica appellatoria sotto il più generale profilo dell’ampiezza e della latitudine del diritto di accesso.
3. Muovendo dall’ultima delle questioni elencate, rammenta il Collegio che condivisibile giurisprudenza ha già da tempo sganciato il diritto di accesso dalla ristretta nozione di mezzo al fine di esercitare una azione giurisdizionale ed è pervenuta all’affermazione per cui “è sempre consentito l'accesso a documenti la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i propri interessi giuridicamente tutelati, e la posizione giuridica della ricorrente è riconosciuta come diritto soggettivo a un'informazione qualificata, a fronte del quale l'Amministrazione pone in essere un'attività materiale vincolata, essendo sufficiente che l'istanza di accesso sia sorretta da un interesse giuridicamente rilevante, così inteso come un qualsiasi interesse che sia serio, effettivo, autonomo, non emulativo, non riducibile a mera curiosità e ricollegabile all'istante da uno specifico nesso” (cfr.: Cons. Stato VI, 19.1.2010 n. 189; T.A.R. Lombarda Brescia II, 11.6.2010 n. 2310);
Se è vero che l'accesso non può tradursi in uno strumento surrettizio di sindacato generalizzato sull'azione delle amministrazioni, la multiforme finalità dello stesso non può che dipendere (anche) dalla posizione soggettiva del soggetto che lo aziona e dai compiti e funzioni che lo stesso è chiamato a svolgere nel sistema.
Ed è giurisprudenza consolidata (ex aliis T.A.R. Lazio Roma Sez. II ter, 14-03-2011, n. 2260) quella per cui il diritto di accesso, oltre che alle persone fisiche, spetta anche a enti esponenziali di interessi collettivi e diffusi, ove corroborati dalla rappresentatività dell'associazione o ente esponenziale e dalla pertinenza dei fini statutari rispetto all'oggetto dell'istanza.”.
Il diritto di accesso, quindi, si modula e struttura in forma che può essere differente in relazione alla posizione soggettiva di chi lo vuol fare valere: non si nega ovviamente che la finalizzazione del medesimo verso una iniziativa di natura giurisdizionale possa costituire la evenienza statistica maggiomente verificabile.
Si vuol dire soltanto che, mentre per talune posizioni sostanziali che l’accesso “giustificherebbero” e legittimerebbero, questa potrebbe anche essere l’unica ragione giustificativa ammissibile, in altri casi così non è: il proprietario che vuol conoscere dettagli su una pubblica opera progettata sul fondo limitrofo, vanta una posizione legittimante che sottende un possibile interesse oppositivo. Ove si attivi a distanza di molti anni dall’inizio dei lavori, essendo impossibile la possibilità di esercitare un’azione giurisdizionale, non è arbitrario affermare che, egli non vantando altra “causale” legittimante, l’esercizio dell’accesso si risolverebbe in una mera curiosità non tutelata dall’ordinamento.
Non così potrebbe dirsi, però, laddove invece costui paventasse pericoli per la salute a cagione dell’attività che attraverso detta opera si sarebbe dovuta intraprendere: in un simile caso la sua conoscenza potrebbe essere finalizzata alle più varie ragioni (esercitare un’azione inibitoria; risolversi ad alienare il fondo, etc) e potrebbe pertanto pervenirsi a soluzioni diametralmente opposte.
4. Avendo quale punto di partenza detta relatività e la dipendenza di quest’ultima dalla posizione (anche ordinamentale) del richiedente, è sufficiente interrogarsi in ordine alla natura dell’ente comunale che tale richiesta ha proposto ed alle funzioni allo stesso spettanti, per pervenire a conclusioni in linea con quelle raggiunte dal Tar.
Si evidenzia in proposito che sia le funzioni qualificate come "fondamentali" (la cui elencazione è contenuta nell'art. 14, comma 27, del D.L. n. 78/2010, come modificato dall'art. 19 del D.L. n. 95/2012 e dall'art. 1, comma 305, della legge n. 228/2012), sia le funzioni amministrative radicate nell'art. 118 della Cost. e, a livello di legislazione ordinaria, negli artt. 3 e 13 del D.Lgs. n. 267/2000 (Tuel) danno agevolmente conto di tale affermazione.
Stabilisce il detto comma 27 che, “ferme restando le funzioni di programmazione e di coordinamento delle regioni, loro spettanti nelle materie di cui all'articolo 117, commi terzo e quarto, della Costituzione, e le funzioni esercitate ai sensi dell'articolo 118 della Costituzione, sono funzioni fondamentali dei comuni, ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione: 
a) organizzazione generale dell'amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo; 
b) organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito comunale, ivi compresi i servizi di trasporto pubblico comunale; 
c) catasto, ad eccezione delle funzioni mantenute allo Stato dalla normativa vigente; 
d) la pianificazione urbanistica ed edilizia di ambito comunale nonché la partecipazione alla pianificazione territoriale di livello sovracomunale; 
e) attività, in ambito comunale, di pianificazione di protezione civile e di coordinamento dei primi soccorsi; 
f) l’organizzazione e la gestione dei servizi di raccolta, avvio e smaltimento e recupero dei rifiuti urbani e la riscossione dei relativi tributi; (185) 
g) progettazione e gestione del sistema locale dei servizi sociali ed erogazione delle relative prestazioni ai cittadini, secondo quanto previsto dall'articolo 118, quarto comma, della Costituzione; 
h) edilizia scolastica per la parte non attribuita alla competenza delle province, organizzazione e gestione dei servizi scolastici; 
i) polizia municipale e polizia amministrativa locale; 
l) tenuta dei registri di stato civile e di popolazione e compiti in materia di servizi anagrafici nonché in materia di servizi elettorali, nell'esercizio delle funzioni di competenza statale; 
l-bis) i servizi in materia statistica .
Il combinato disposto degli artt. 3 (“ Le comunità locali, ordinate in comuni e province, sono autonome. Il comune è l'ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo. La provincia, ente locale intermedio tra comune e regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo. 
I comuni e le province hanno autonomia statutaria, normativa, organizzativa e amministrativa, nonché autonomia impositiva e finanziaria nell'ambito dei propri statuti e regolamenti e delle leggi di coordinamento della finanza pubblica.
I comuni e le province sono titolari di funzioni proprie e di quelle conferite loro con legge dello Stato e della regione, secondo il principio di sussidiarietà. I comuni e le province svolgono le loro funzioni anche attraverso le attività che possono essere adeguatamente esercitate dalla autonoma iniziativa dei cittadini e delle loro formazioni sociali.”) e 13 (“Spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale, precipuamente nei settori organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell'assetto ed utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico, salvo quanto non sia espressamente attribuito ad altri soggetti dalla legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.
Il comune, per l'esercizio delle funzioni in ambiti territoriali adeguati, attua forme sia di decentramento sia di cooperazione con altri comuni e con la provincia”) del Tuel concorre, poi, a comporre detto quadro organico.
Solo per incidens, si ricorda peraltro che l’art. 43 del predetto d.Lgs n. 267/2000 prevede una forma “speciale” di accesso da parte del Consigliere comunale (e provinciale), che qualificata giurisprudenza (T.A.R. Emilia-Romagna Bologna Sez. II, 04-12-2006, n. 3107) ha interpretato nella massima ampiezza, ricollegandolo alla funzione “esponenziale” da questi esercitata: “In tema di diritto di accesso agli atti da parte di consiglieri comunali (o provinciali) l'orientamento giurisprudenziale è consolidato nel senso di riconoscerne il fondamento nell'art. 43 comma 2 del T.U. n. 267/2000 e di qualificarlo come espressione del principio democratico dell'autonomia locale e della rappresentanza esponenziale della collettività, direttamente funzionale non tanto a un interesse personale del consigliere medesimo, quanto alla cura di un interesse pubblico connesso al mandato conferito; in tale quadro i consiglieri comunali e provinciali risultano titolari di un non condizionato diritto di accesso a tutti gli atti che possano essere di utilità per l'espletamento del loro mandato e in ciò il diritto di accesso riconosciuto ai rappresentanti del corpo elettorale locale ha una ratio diversa e più ampia di quella che contraddistingue il diritto di accesso riconosciuto a tutti i cittadini dal medesimo T.U.E.L. (art. 10), nonché dagli artt. 22 ss. della L. n. 241/1990; per cui da un lato il consigliere può accedere non solo ai "documenti" ma, in genere, a qualsiasi "notizia" o " informazione " utili all'esercizio delle funzioni consiliari, ma non è neppure tenuto a motivare la sua richiesta, né l' ente ha titolo per sindacare il rapporto tra la richiesta di accesso e l'esercizio del mandato, perché altrimenti gli organi dell'amministrazione sarebbero arbitri di stabilire l'ambito del controllo consiliare sul proprio operato; ed è per questo, infine, che il diritto in questione non incontra neppure limiti derivanti dalla natura riservata agli atti richiesti, in quanto il consigliere è vincolato all'osservanza del segreto”.
4. Elementari ragioni di coerenza sistematica (oltreché il dettato espresso degli artt. 13 e 3 del Tuel) impediscono, ovviamente, anche soltanto di ipotizzare che la funzione “esponenziale” propria del singolo consigliere comunale non componga, come parte del tutto, quella a propria volta esercitata dall’Ente rispetto alla comunità dei cittadini dallo stesso amministrata.
4.1. Ma se così è, non può negarsi che tra i poteri/doveri del Comune rientri anche quello di fornire dettagliata informazione ai propri amministrati delle attività destinate a svolgersi sul proprio territorio; che tale potestà sussiste e prescinde dalla possibile futura intrapresa di azioni giurisdizionali; che anche indipendentemente dalla detta esigenza, il comune ha, a tacer d’altro, il diritto di conoscere in che modo si andrà in concreto a strutturare un’attività in corso di svolgimento sul proprio territorio, al fine di potere organizzare e modulare, rispetto a quest’ultima, le attività proprie (quali, esemplificativamente: il potenziamento della raccolta di rifiuti in un dato sito, la organizzazione di misure per l’eventuale snellimento del traffico di automezzi funzionale alla esecuzione dei lavori che verrebbe a crearsi in una data zona, etc). 
5. Per altro verso, e quanto alle ulteriori critiche appellatorie riposanti nella “terzietà” dell’amministrazione comunale appellata rispetto agli atti (ad es: il contratto di affidamento a contraente generale stipulato tra SAT e SAT Lavori in data 30 marzo 2012), più direttamente disciplinanti il quomodo di effettuazione delle attività, rammenta il Collegio che già da tempo risalente la giurisprudenza amministrativa ha avuto modo di affermare la insussistenza di alcun argomento preclusivo alla ammissibilità dell’accesso avverso simile od assimilabile documentazione.
5.1. Si fa presente, in proposito, che, muovendo in passato dal consolidato approdo secondo il quale la disciplina legale della estensibilità dei documenti amministrativi pone anzitutto, sul piano oggettivo, un rapporto di regola/eccezione, nel senso che la regola è data dall'accesso, mentre le specifiche eccezioni, analiticamente indicate, costituiscono ipotesi derogatorie (la cui comune ratio è data dall'essere le stesse preordinate alla protezione di dati riservati in possesso dell'amministrazione, capaci, se divulgati, di recare pregiudizio alla tutela di interessi superindividual, ovvero alla protezione della riservatezza di soggetti terzi), il Consiglio di Stato ha affermato che “la ditta subappaltatrice dell'impresa titolare di un contratto di appalto di opere pubbliche (nella specie, lavori di ristrutturazione del centro storico di un comune), ha diritto di accesso, ai sensi dell'art. 22 l. 7 agosto 1990 n. 241, alla copia del registro di contabilità, trattandosi di documentazione che, pure se afferente a rapporti interni tra Stazione appaltante e appaltatore, e quindi formalmente privatistica, cionondimeno attiene al contratto e all' esecuzione dei lavori, e quindi ad un ambito di rilevanza pubblicistica, giacché attraverso l' esecuzione delle opere, l'amministrazione mira essenzialmente a perseguire le proprie finalità istituzionali” (Cons. Stato Sez. V, 08-06-2000, n. 3253).
Sulla stessa linea di tendenza si è collocata la giurisprudenza di merito (ex aliis T.A.R. Sicilia Palermo Sez. I, 18-01-2011, n. 68; T.A.R. Lombardia Milano Sez. I, 11-02-2010, n. 373; T.A.R. Lombardia Milano, Sez. I, 08 febbraio 2007 n. 209).
Se quindi, può affermarsi che, in via generale, in base alla disciplina contenuta negli artt. 22 e ss. L n. 241/90, il diritto di accesso può esercitarsi anche rispetto a documenti di natura privatistica (tale opinamento risulta in linea con quanto in passato affermato dall’Adunanza Plenaria di questo Consiglio, 22 aprile 1999, n. 4, dove si è ritenuto che, “ai sensi del citato art. 22 sono soggette all'accesso tutte le tipologie di attività delle pubbliche amministrazioni e, quindi, anche gli atti disciplinati dal diritto privato, atteso che essi rientrano nell'attività di amministrazione in senso stretto degli interessi della collettività e che la legge non ha introdotto alcuna deroga alla generale operatività dei principi della trasparenza e dell'imparzialità e non ha garantito alcuna "zona franca" nei confronti dell'attività disciplinata dal diritto privato”), purché concernenti attività di pubblico interesse, la risposta che in passato la giurisprudenza ha specificamente fornito è quella per cui tale sia l’attività esecutiva di un appalto.
D’altro canto, l'attività amministrativa, soggetta all'applicazione dei principi di imparzialità e di buon andamento, è configurabile non solo quando l'Amministrazione esercita pubbliche funzioni e poteri autoritativi, ma anche quando essa persegue le proprie finalità istituzionali e provvede alla cura concreta di pubblici interessi mediante un'attività sottoposta alla disciplina dei rapporti tra privati (cfr. 6 dicembre 1999, n. 2046; vedi anche A.P. n. 4/99 cit.).
Con decisione della Sezione IV, che il Collegio condivide, è stato, inoltre, ritenuto che il diritto di accesso agli atti amministrativi previsti dalla legge n. 241/1990 si estende anche alla relazione riservata del collaudatore dei lavori pubblici appaltati dall'Amministrazione, prevista nell'art.100 del R.D. 25 maggio 1895, n. 350 (27 aprile 1999, n. 743)
6. Le considerazioni sinora illustrate appaiono sufficienti alla reiezione dell’appello, nella pacifica considerazione che nel caso di specie non sono state dedotte – e neppure prospettate, per il vero – esigenze di riservatezza pregnanti, né è stato ipotizzato che la documentazione, ove ostesa, potesse pregiudicare i c.d. “interessi supersensibili” soggetti a bilanciamento.
6.1. In più, può aggiungersi che, se anche la richiesta di accesso fosse stata unicamente giustificata da una esigenza defensionale, la circostanza della maturata preclusione ad impugnare la delibera Cipe non sarebbe stata dirimente per negare tale possibilità.
Il Collegio non ha intenzione di discostarsi dal consolidato (e logico) principio secondo il quale (si veda Cons. Stato Sez. VI, 03-02-2011, n. 783), ai fini dell'accesso cd. defensionale ai documenti amministrativi, cioè propedeutico alla miglior tutela delle proprie ragioni in giudizio, non rileva che quest’ultimo sia già pendente o da introdurre: la parte titolare di un interesse che la legittimerebbe a proporre una impugnazione ha il diritto (senza che neppure debba chiarire od anticipare, in concreto, la tipologia di azione che intende intentare) di acquisire la documentazione che in astratto la legittimerebbe ad intraprendere le dette azioni.
Le eventuali preclusioni decadenziali maturate (e dedotte dall’appellante quale asserita ragione ostativa), ove effettivamente sussistenti, saranno rilevate dal Giudice fornito di giurisdizione eventualmente adito; e non è questa la sede per soffermarsi sulla sussistenza – o meno - di tali preclusioni: la parte potrebbe comunque avere interesse ad acquisire la documentazione suddetta anche ai fini di far valere, per ipotesi, fattispecie di remissione in termini per errore scusabile, possibili “riaperture dei termini” ascrivibili a determinazioni novative, etc..
In definitiva, affermata la sussistenza della posizione legittimante, non è in sede di vaglio sulla domanda di accesso (salve fattispecie macroscopicamente evidenti – comunque non riscorrenti nel caso di specie - di inutilità dell’accesso motivato ex art. 24 della legge n. 241/1990) che vanno scrutinate in concreto possibili preclusioni alla intrapresa di azioni giudiziali.
7. Conclusivamente l’appello non è fondato e merita la reiezione, mentre tutti gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati – ad esempio quello criticante la condanna in primo grado alle spese, che, dato il presente esito, appare perfettamente giustificata - sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.
8. Quanto alle spese dell‘attuale grado di giudizio, esse seguono la soccombenza, e pertanto l’appellante deve essere condannata al pagamento delle medesime in favore dell’amministrazione comunale appellata, in misura che appare equo quantificare in € 3000,00 (euro tremila/00), oltre oneri accessori, se dovuti, e le compensa per il resto.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Condanna l’appellante al pagamento delle spese del grado di giudizio in favore dell’amministrazione comunale appellata, nella misura di € 3000, 00 (euro tremila/00), oltre oneri accessori, se dovuti, e le compensa per il resto.