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martedì 22 aprile 2014

LICENZIAMENTO - MISURA SPROPORZIONATA IN RELAZIONE ALLA VIOLAZIONE COMMESSA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Sentenza 14 gennaio – 18 marzo 2014, n. 6222

(Presidente/Relatore Miani Canevari)
Svolgimento del processo
C.M. ha impugnato il licenziamento disciplinare intimatogli, dopo una sospensione cautelare, da Valagro S.p.A. a seguito di contestazione disciplinare con l'addebito di uso improprio di strumenti di lavoro e in particolare del PC affidatogli, delle reti informatiche aziendali e della casella di posta elettronica. Ha dedotto sotto vari profili la nullità della sanzione, chiedendo la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno.

Il Tribunale adito ha accolto la domanda e la Corte di Appello di L'Aquila ha confermato tale decisione con la sentenza oggi impugnata, rilevando che il fatto contestato corrispondeva alla fattispecie disciplinare prevista dal contratto collettivo applicabile, ove è stabilita solo una sanzione conservativa per l'infrazione consistente nell'utilizzazione "in modo improprio di strumenti di lavoro aziendali".

In relazione alla valutazione preventiva operata dalle parti sociali con l'art. 53 del contratto collettivo applicabile, secondo cui tali comportamenti non erano comunque di gravità tale da giustificare il pensionamento, il datore di lavoro non avrebbe potuto irrogare una sanzione disciplinare più grave di quella pattizia.

De resto, anche a voler ritenere che la società datrice di lavoro intendesse contestare una fattispecie diversa e più grave di quella prevista dalla norma collettiva, le risultanze della consulenza tecnica di ufficio escludevano comunque la particolare gravità del comportamento del C. ai fini della giustificazione del recesso.

Avverso tale sentenza la società Valagro propone ricorso per cassazione affidato a due motivi ed illustrato da memoria. C.M. resiste con controricorso.
Motivi della decisione
  1. Con il primo motivo di ricorso, mediante la denuncia di vizi di violazione degli artt. 2119 cod.civ., 1 e 12 legge n.604/1996, nonché omessa e/o insufficiente motivazione su fatti decisivi, si criticano le affermazioni svolte nella sentenza impugnata in ordine alla coincidenza integrale tra la fattispecie disciplinare prevista dal contratto collettivo, secondo cui incorre nei provvedimenti dell'ammonizione scritta, della multa o della sospensione il lavoratore che "utilizzi in modo improprio strumenti di lavoro aziendali (accesso a strumenti di comunicazione, strumenti di duplicazione ecc.) con il comportamento contestato al lavoratore e posto a base del licenziamento per giusta causa.

    La ricorrente richiama il contenuto della lettera (riprodotta nel ricorso) di comunicazione dell'addebito di "uso improprio da parte Sua di strumenti di lavoro aziendali e, nella specie, del PC a Lei affidato, delle reti informatiche aziendali e della casella di posta elettronica". In tale comunicazione si rendeva noto l'accertamento di esistenza nel PC affidato al dipendente di "programmi coperti da copyright non forniti dall'azienda e non necessari" per lo svolgimento di attività; di installazione nello stesso PC, oltre ai programmi in dotazione, di "software diversi non forniti dall'azienda e non necessari; dell'avvenuta utilizzazione per innumerevoli volte durante l'orario lavorativo della casella di posta elettronica di dominio aziendale per scopi personali non giustificati, "eludendo le chiare informative e molteplici preavvisi effettuati dall'azienda". Si sostiene quindi che con tale lettera sono stati contestati non solo l'uso improprio dello strumento di lavoro aziendale, ma anche la violazione del dovere di obbedienza di cui all'art. 2104 cod.civ., in relazione al richiamo della violazione di "chiare informative e "molteplici preavvisi", nonché la riscontrata presenza nello stesso PC di materiale di carattere pornografico. Inoltre, l'abilitazione di tale strumento ad impieghi nuovi e diversi comportava, per l'utilizzo di programmi coperti da copyright, la violazione dell'art.64 della legge n.633/1941 con esposizione del datore di lavoro a conseguente responsabilità. Di tali elementi non avrebbe tenuto conto la Corte territoriale, affermando che il comportamento contestato riguardava solo la fattispecie prevista dalla richiamata norma del contratto collettivo.

    1.2. Analoghe censure di violazione di legge e vizio di motivazione vengono svolte con il secondo motivo, mediante la critica dell'ulteriore affermazione della sentenza impugnata secondo cui, anche a voler ritenere non contestata una fattispecie diversa e più grave rispetto a quella contrattualmente prevista, doveva essere esclusa la particolare gravità del comportamento addebitato, in relazione alle risultanze della consulenza tecnica d'ufficio in ordine ai "files" non legati all'attività lavorativa di cui era stata riscontrata la presenza nel PC.

    Ad avviso della ricorrente, la consulenza tecnica aveva posto in luce elementi rilevanti ai fini della valutazione della gravità degli adempimenti, che non era stata adeguatamente compiuta. Sotto questo profilo, dovevano essere apprezzati sia l'uso quotidiano e molto frequente della posta elettronica, sia la installazione di una enorme quantità di file, con cui il lavoratore avrebbe dimostrato "di intendere il posto di lavoro e il tempo di lavoro come destinato ad attività di svago piuttosto che di adempimento" dell'obbligo di prestazione lavorativa.

    Il giudice di appello ha inoltre omesso la valutazione della gravità dell'inadempimento sotto il profilo delle conseguenze pregiudizievoli per l'azienda dell'installazione di programmi coperti da copyright, come della violazione delle disposizioni impartite per l'uso del computer.

    2. Il primo motivo non merita accoglimento. Non è posto in discussione il principio, applicato dalla Corte territoriale, secondo cui il datore di lavoro non può irrogare un licenziamento per giusta causa quando questo costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto collettivo applicabile in relazione ad una determinata infrazione (v. in questo senso, per tutte, Cass. 29 settembre 2005 n. 19053, 17 giugno 2011 n.13353).

    Le allegazioni della società ricorrente non valgono a dimostrare che, contrariamente a quanto affermato dal giudice di appello, l'addebito mosso al dipendente riguardi infrazioni disciplinari autonome e diverse rispetto alla fattispecie contemplata dal contratto collettivo (richiamato nella lettera di contestazione) di uso improprio di strumenti aziendali. Il riferimento a precedenti informazioni e preavvisi (cioè disposizioni del datore di lavoro in ordine all'uso del computer aziendale) non prospetta certo una violazione di distinti obblighi contrattuali, rilevando solo ai fini della valutazione della gravità dell'inadempimento.

    La "rilevata presenza di materiale pornografico" non corrisponde ad una specifica contestazione di addebito formulata con la suddetta lettera. La stessa non indica poi, quanto alla presenza di programmi coperti da copyright, la violazione di limiti posti alla utilizzazione dei programmi stessi, con conseguenti profili di responsabilità per l'azienda.

    3. Il secondo motivo, che riguarda il giudizio di proporzionalità tra violazione contestata e provvedimento adottato, è ugualmente infondato.

    La valutazione della gravità dell'inadempimento dal lavoratore e dell'adeguatezza della sanzione attiene a questioni di merito che, ove risolte dal giudice di merito con apprezzamento in fatto adeguatamente giustificato con motivazione sufficiente e non contraddittoria, si sottraggono al riesame in sede di legittimità (vedi tra le più recenti 
    Cass. 7 aprile 2011 n. 7948, 25 maggio 2012 n. 8293).

    Nella specie, le critiche formulate dalla società ricorrente rilevano sotto il profilo del denunciato vizio di motivazione della sentenza in ordine a tale valutazione di gravità dell'inadempimento contrattuale, che il giudice dell'appello ha accertato affermando la rilevanza disciplinare del comportamento del dipendente. La censura investe peraltro gli stessi fatti già considerati dalla corte territoriale (in particolare con il richiamo delle risultanze della consulenza tecnica) e non indica quindi punti decisivi di cui sia stato trascurato l'esame
.

4. Il ricorso deve essere quindi respinto con la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare le spese processuali liquidate in Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.


martedì 15 aprile 2014

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - INTERVALLO TEMPORALE FRA LA CONDOTTA ED IL TEST - NECESSITA DI ULTERIORI ELEMENTI INDIZIARI

SENTENZA CORTE CASSAZIONE 
31 gennaio 2014, n. 5009 
  
  
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 
QUARTA SEZIONE PENALE 
  
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: 
Presidente: 
Gaetanino ZECCA 
Consigliere: 
Fausto IZZO, Felicetta MARINELLI, Salvatore DOVERE 
Rel. Consigliere: 
Eugenia SERRAO 
ha pronunciato la seguente 
Sentenza 
  
Ritenuto in fatto 
 1. Il 22/04/2013 la Corte di Appello di Napoli ha confermato la sentenza emessa il 3/05/2011 dal Tribunale di Benevento, con cui A. A. era stato dichiarato colpevole del reato di cui all'art. 186 d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 per aver circolato alla guida di un'autovettura in stato di ebbrezza con tasso accertato pari a g/I 1,65 e condannato, previa concessione delle attenuanti generiche, alla pena di mesi 2 di arresto ed euro 2.000,00 di ammenda, con sospensione della patente per anni 1 e confisca dell'autovettura. 
  
2. Ricorre per cassazione A. A. sulla base dei seguenti motivi: 
a) 
inosservanza dell'art. 114 disp. att. cod. proc. pen. in relazione all'art. 356 cod. proc. pen. per omessa informativa, al momento dell'esame del tasso alcolemico, della facoltà di farsi assistere da un difensore. Il ricorrente, evidenziando come nel verbale redatto dalla Polizia Giudiziaria sia stata indicata erroneamente la data del fatto e sia stato attestato che il controllo del tasso alcolemico era stato eseguito nell'immediatezza del fatto, nonostante tale operazione fosse stata eseguita a distanza di tre ore e mezza, ritiene che gli agenti avrebbero barrato la casella riguardante l'avviso al difensore in modo automatico, senza procedere effettivamente a tale adempimento; 
b) 
inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 186 cod. strada per avere la sentenza indicato che il ricorrente, trasportato in ospedale, si era rifiutato di sottoporsi all'accertamento del tasso alcolemico, senza tuttavia prendere in considerazione l'ipotesi prevista dall'art. 186, comma 7, cod. strada; 
c) 
vizio motivazionale, per avere la sentenza ritenuto accertata la sussistenza del reato nonostante avesse dato atto che il sinistro si era verificato alle 4:35 mentre il primo controllo del tasso alcolemico era avvenuto alle 8:13, con una frattura di continuità tra la guida dell'auto e l'alcoltest che rendeva impossibile raggiungere la certezza sul dato quantitativo della concentrazione alveolare. Il giudice di merito, si assume, avrebbe giustificato la pronuncia di condanna sostenendo che il lasso di tempo trascorso non fosse imputabile ai Carabinieri in quanto l'imputato si era rifiutato di sottoporsi all'esame quando era in ospedale, ma quest'ultimo aveva appreso di dovervisi sottoporre solo una volta tornato sul luogo del sinistro ed era, per contro, obbligo della polizia giudiziaria acquisire il referto redatto in ospedale. La sentenza impugnata, pur prendendo in esame tali circostanze, nonché la dichiarazione dell'imputato di' aver ingerito un caffè corretto una volta uscito dall'ospedale, aveva illogicamente ritenuto valido il valore accertato dopo quattro ore dal fermo; 
d) 
erronea applicazione delle statuizioni relative al giudizio di comparazione. 
 La sentenza impugnata, secondo il ricorrente, ha negato la richiesta modifica del trattamento sanzionatorio richiamando la condotta dell'imputato, che tuttavia non ha cagionato alcun incidente ed è ritornato spontaneamente sul luogo del sinistro sottoponendosi all'alcoltest, con soluzione disancorata dalle risultanze processuali e dai requisiti soggettivi. 
 3. Con nota pervenuta il 9/01/2014 il difensore del ricorrente ha formulato istanza di rinvio per impedimento della parte, allegando certificato medico. 
  
Considerato in diritto 
 1. Occorre, preliminarmente, considerare che il termine di prescrizione del reato contravvenzionale previsto dall'art. 186 cod. strada, commesso in data 25/12/2008, alla data odierna non risulta spirato in ragione della sospensione del processo dal 12/04/2011 al 3/05/2011. Tale sospensione è stata disposta, come emerge dal verbale dell'udienza del 12/04/2011, a seguito della richiesta istruttoria di esame dell'imputato contumace formulata dalla difesa, su istanza di rinvio presentata dal difensore dell'imputato al fine di procedere all'esame di quest'ultimo. Trattasi, quindi, di sospensione del processo che incide, sospendendolo, sul corso di prescrizione del reato a norma dell'art. 159, comma 1, n. 3 cod. pen., non essendo il rinvio riconducibile ad altre, concomitanti, ragioni o richieste di rinvio (Sez. 1, n. 27676 del 17/05/2013, Fiumara, Rv. 256363; Sez. 5, n. 49647 del 02/10/2009, Delli Santi, Rv. 245823; per la distinzione tra le diverse ipotesi di cui all'art. 159, comma 1, n. 3 cod. pen. Sez. 3, n. 45968 del 27/10/2011, Diso, Rv. 251629). 
 2. Risulta, poi, inapplicabile nel giudizio di cassazione la norma dettata dall'art. 420 ter cod. proc. pen., che impone il rinvio dell'udienza preliminare qualora risulti il legittimo impedimento dell'imputato. Né è prevista da alcuna norma la presenza dell'imputato all'udienza pubblica dinanzi alla Corte di Cassazione, espressamente disciplinata per il giudizio camerale dagli artt. 127 e 599 cod. proc. pen., tanto più che, come affermato con riferimento al previgente art. 536 cod. proc. pen., il concetto di assistenza difensiva non si identifica necessariamente in quello di presenza personale dell'imputato nel giudizio, ma va inteso come inderogabile garanzia della possibilità di difesa, che nel giudizio innanzi alla Corte di Cassazione è ampiamente assicurata attraverso il riconoscimento e la tutela di vari diritti processuali connessi, appunto, alla assistenza difensiva (Sez. 1, n. 15479 del 22/03/1988, dep. 11/11/1989, Fochetti, Rv. 182483). 
  
3. Il primo motivo di ricorso è infondato. 
 3.1. Nel caso in cui l'accertamento del tasso alcolemico muova dalla ritenuta emersione di una notizia di reato, esso si concreta in un atto di polizia giudiziaria urgente ed indifferibile, da ricondursi alla tipologia richiamata dall'art. 354, comma 3, cod. proc. pen.; di conseguenza, in ragione del disposto dell'art. 114 disp. att. cod. proc .pen., la polizia giudiziaria, nel compimento dell'atto, avverte la persona sottoposta alle indagini che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, senza che sia necessario procedere alla nomina di un difensore d'ufficio, qualora quello di fiducia non sia stato nominato o, nominato, non sia comparso, per procedere nell'accertamento. La giurisprudenza di legittimità è consolidata nel senso che la violazione del disposto dell'art. 114 disp. att. cod. proc. pen. dia luogo ad una nullità di ordine generale ma non assoluta e richiama l'art. 182, comma 2, cod. proc. pen. per affermare che tale nullità deve essere eccepita prima del compimento dell'atto ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo, senza attendere il compimento del primo atto successivo. La nullità in parola può essere anche rilevata d'ufficio, secondo quanto previsto dall'art. 182 cod. proc. pen., ma ciò non è possibile quando la parte sia decaduta dalla possibilità di proporre la relativa eccezione e comunque quando la nullità si sia sanata. Nel caso in esame, peraltro, a prescindere dalla sanatoria e dalla preclusione derivanti dal fatto che non risulta dedotto che il difensore abbia eccepito la nullità nei termini sopra indicati, essendosi limitato a menzionarla tra i motivi di appello (Sez. 4, n. 31358 del 4/07/2013, Rotani, Rv. 256213; Sez. 4, n. 38003 del 19/09/2012, Avventuroso, Rv. 254374), il ricorrente non contesta che il verbale di accertamento urgente redatto ai sensi dell'art. 354, comma 3, cod. proc. pen. dai Carabinieri della Compagnia di Montesarchio, in atti, indichi che al conducente è stato formulato l'avviso di cui all'art. 114 disp. att. cod. proc.pen., così come correttamente riportato nel provvedimento impugnato, ma ipotizza che quanto attestato dal pubblico ufficiale redigente non corrisponda al vero. Trattasi, peraltro, di atto pubblico che fa fede fino a querela di falso dei fatti che siano caduti sotto la percezione diretta dell'autore o che siano dallo stesso riferiti; la non corrispondenza al vero di quanto ivi attestato avrebbe dovuto, quindi, essere accertata previa rituale proposizione di querela di falso dinanzi al giudice di merito, al quale è stata invece eccepita la mera inutilizzabilità dell'esame tecnico. 
  
4. Il secondo motivo è manifestamente infondato. 
 4.1. Il ricorrente si duole dell'errata sussunzione del fatto nell'ipotesi prevista e disciplinata dall'art. 186, comma 2, anziché nell'ipotesi prevista dall'art. 186, comma 7, cod. strada, emergendo dalla stessa sentenza impugnata che l'imputato si sarebbe rifiutato di sottoporsi all'accertamento del tasso alcolemico al momento del ricovero. 
 4.2. Come anche di recente affermato da questa Corte (Sez. 4, n. 6755 del 06/11/2012, dep. 11/02/2013, Guardabascio, Rv. 254931), la richiesta degli organi di polizia giudiziaria di effettuare l'analisi del tasso alcolemico, in presenza di un dissenso espresso dell'interessato, è illegittima e, quindi, l'eventuale accertamento, comunque effettuato a mezzo del prelievo ematico da parte dei sanitari, è inutilizzabile ai fini dell'affermazione di responsabilità per una delle ipotesi di reato previste dall'art. 186, comma 2, cod. strada (Sez. 4, n. 26108 del 16/05/2012, Pesaresi, Rv. 253596 secondo cui i risultati del prelievo ematico effettuato per le terapie di pronto soccorso successive ad incidente stradale e non preordinato a fini di prova della responsabilità penale sono utilizzabili per l'accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, senza che rilevi l'assenza di consenso dell'interessato. In applicazione di tale principio la Corte ha affermato che, per il suo carattere invasivo, il conducente può opporre un rifiuto al prelievo ematico se sia finalizzato esclusivamente all'accertamento della presenza di alcol nel sangue). 
 4.3. Ma è bene ricordare che la Corte Costituzionale, nella motivazione della sentenza con cui ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 224 cod. proc. pen. (Corte Cost. n. 238 del 9/07/1996), nel momento in cui censurava la genericità della disciplina del rito penale, ha segnalato come invece, ".... in un diverso contesto, che è quello del nuovo codice della strada (artt. 186 e 187), il legislatore - operando specificamente il bilanciamento tra l'esigenza probatoria di accertamento del reato e la garanzia costituzionale della libertà personale - abbia dettato una disciplina specifica (e settoriale) dell'accertamento (sulla persona del conducente in apparente stato di ebbrezza alcolica o di assunzione di sostanze stupefacenti) della concentrazione di alcool nell'aria alveolare espirata e del prelievo di campioni di liquidi biologici, prevedendo in entrambi i casi la possibilità del rifiuto dell'accertamento, ma con la comminatoria di una sanzione penale per tale indisponibilità del conducente ad offrirsi e cooperare all'acquisizione probatoria. 
 4.4. Ora, secondo quanto dedotto dallo stesso ricorrente, non risulta che egli abbia opposto un rifiuto a sottoporsi all'esame del tasso alcolemico a mezzo etilometro, emergendo con evidenza la corretta sussunzione della condotta al medesimo ascrivibile nella disciplina dettata dall'art. 186, comma 2, cod. strada piuttosto che nell'alveo della diversa ipotesi di reato prevista e disciplinata dall'art. 186, comma 7, cod. strada che, come detto, presuppone la totale indisponibilità del conducente a cooperare all'acquisizione probatoria. 
  
5. Il terzo motivo di ricorso è infondato.  
 5.1. La sentenza impugnata, premesso che l'imputato era stato fermato per aver invaso con la propria autovettura l'opposta corsia di marcia investendo altro veicolo e che lo stato di ebbrezza alcolica del conducente di un autoveicolo può essere provato con qualsiasi mezzo e che non è, dunque, indispensabile l'utilizzo della strumentazione e della procedura indicate dall'art. 379 del regolamento di attuazione cod. strada, è giunta con motivazione congrua ed esente da illogicità a desumere lo stato di ebbrezza dell'appellante dagli elementi indiziari, specificamente indicati a pag. 3, concretati dalle difficoltà di espressione e di coordinamento descritte dagli agenti della polizia giudiziaria, dal fatto che l'esame mediante etilometro fosse stato eseguito a distanza di tre ore e mezza dall'incidente a seguito del rifiuto dell'indagato di sottoporsi all'esame ematico richiesto dai Carabinieri, dal risultato dell'esame che, pur a distanza di tempo, indicava un tasso di alcol nel sangue elevato, dall'assenza di prova che l'imputato avesse, come da lui solo dichiarato, bevuto un caffè corretto alla sambuca appena uscito dall'ospedale. 
 5.2. Deve, in proposito, essere ribadito il principio già affermato nella giurisprudenza di questa Corte per cui, ai fini della configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza, tale stato può essere accertato, per tutte le ipotesi attualmente previste dall'art. 186 cod. strada, con qualsiasi mezzo, e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall'accertamento strumentale, dovendosi comunque ravvisare l'ipotesi più lieve, priva di rilievo penale, quando, pur risultando accertato il superamento della soglia minima, non sia possibile affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la condotta dell'agente rientri nell'ambito di una delle due altre ipotesi, che conservano rilievo penale (Sez. 4, n. 28787 del 09/06/2011, P.G. in proc. Rata, Rv. 250714; Sez. 4, Sentenza n. 45122 del 06/11/2008, Corzani, Rv. 241764). Tale principio può essere ulteriormente sviluppato, con la precisazione che il decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l'esecuzione del test alcolemico rende necessario, ai fini della sussunzione del fatto in una delle due ipotesi di rilievo penale, verificare la presenza di altri elementi indiziari. La motivazione espressa dalla Corte territoriale risulta esente da contraddittorietà proprio perché, tenendo conto del lasso di tempo intercorso tra l'incidente e l'esame alcolemico, ha fornito adeguata giustificazione del percorso logico seguito per pervenire alla conferma della sentenza di primo grado, applicando correttamente il principio indicato e pervenendo alla sussunzione del fatto nella più grave delle ipotesi disciplinate dall'art. 186, comma 2, cod. strada in ragione del concorrente accertamento di una serie di elementi indiziari idonei a corroborare il dato, acquisito mediante etilometro, di un tasso alcolemico superiore a g/I 1,65. 
  
6. Il quarto motivo di ricorso è inammissibile. 
 6.1. La censura risulta genericamente formulata e deduce come ipotesi di violazione di legge una critica al provvedimento impugnato tendente ad ottenere una diversa valutazione della determinazione della pena e dei benefici applicabili. La mancanza di specificità del motivo, in vero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, intesa come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, non potendo il ricorrente ignorare l'esplicitazione del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, mente dell'art. 591, comma 1, lett. c) cod. proc. pen. all'inammissibilità. 
 6.2. Trattasi, inoltre, di censura che concerne un giudizio, quale quello riguardante la determinazione della pena e la concessione dei benefici come la sospensione condizionale, riservato al giudice di merito ed insindacabile in sede di legittimità ove, come nel caso in esame, congruamente motivato. 
 7. Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato con la conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali. 
  
Per questi motivi 
  
Rigettata l'istanza di rinvio, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. 
  
Così deciso il 10 gennaio 2014. 
  
Il Presidente: ZECCA 
Il Consigliere estensore: SERRAO 
  
  
Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2014. 



NOTIFICHE - TEMPI E DETERMINAZIONI

Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza 12 febbraio – 4 marzo 2014, n. 4993
Svolgimento del processo


. È stata depositata in cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ. e datata 30.10.12, regolarmente comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti: 
1. - Il ministero della Salute ricorre per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata, con la quale è stato dichiarato inammissibile - per intempestività da tardiva ricezione dell'atto pur consegnato nei termini al notificante ma senza indicazione dell'urgenza e rispetto dei termini di consegna - l'appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 18245 del di 8.9.06 e notificata il 16.10.06, di accoglimento della domanda di G.C. al risarcimento dei danni da lui patiti per lesioni da emotrasfusioni del 1971 e 1973. L'intimato resiste con controricorso. 
2. - Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio - ai sensi degli artt. 375, 376 e 380 bis cod. proc. civ., essendo oltretutto soggetto alla disciplina dell'art. 260 bis cod. proc. civ. - per essere ivi accolto, per quanto appresso indicato.  
3. - Il ricorrente sviluppa due motivi: un primo, di violazione o falsa applicazione... artt. 325, 326, 137, 138, 139, 149 e 170 c.p.c., con cui lamenta la qualificazione di intempestività dell'appello nonostante la riconosciuta tempestività della consegna dell'atto da notificare all'ufficiale giudiziario; un secondo, di vizio motivazionale, dinanzi alla richiesta del notificante di provvedere in giornata alla notificazione, dell'art. 435, co. 1 e 2, cod. proc. civ., contestando la declaratoria di improcedibilità fondata sulla tardività della notifica di ricorso e pedissequo decreto presidenziale (di fissazione dell'udienza di discussione) rispetto alla data di comunicazione di questo. 
4. - Dal canto suo, il controricorrente sostiene non avere controparte diligentemente curato la notifica, non specificandone la scadenza in giornata e l'orario di presentazione, così condividendo le ragioni della decisione della corte territoriale.  
5. - È ormai consolidato, a partire dalle sentenze 26 novembre 2002, n. 447 e 23 gennaio 2004, n. 28, della Corte costituzionale, il principio per il quale, in tema di notificazioni degli atti, il momento in cui la notifica si deve considerare perfezionata per il notificante, che deve distinguersi da quello in cui essa si perfeziona per il destinatario (rinvenendosi il fondamento di tale scissione fra i due momenti di perfezionamento della notificazione nell'art. 149 cod. proc. civ., per effetto della sentenza n. 477 del 2002 - e nell'art. 142, anche in combinato disposto con il terzo comma dell'art. 143, per effetto della sentenza n. 69 del 1994), è esclusivamente quello della consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario (che funge da tramite necessario del notificante nel relativo procedimento vincolato; tra le molte e per limitarsi ad alcune tra le più recenti: Cass. 11 gennaio 2007, n. 390; Cass. 12 gennaio 2008, n. 879; Cass. 5 febbraio 2009, n. 2759; Cass. 23 febbraio 2009, n. 4281; Cass. 12 aprile 2010, n. 8657). Non rileva, nella fattispecie, puntualizzare che la regola - anche qui in applicazione di giurisprudenza consolidata - vale soltanto nel caso in cui la notifica comunque si perfezioni anche per il destinatario (non potendo in tale ipotesi considerarsi eseguita nel suo complesso la notifica) e non si applica ai termini acceleratori posti a carico del notificante con decorrenza dalla notifica (dovendo tali termini decorrere dal completamento di tutte le operazioni, compresa la ricezione dell'atto da parte del destinatario): infatti, è pacifico che la notifica ha avuto luogo, sia pure mediante consegna al suo destinatario in tempo successivo alla scadenza del termine per proporre appello, termine però rispettato quanto alla consegna dell'atto all'ufficiale notificante. 
6. - Un'impugnazione è quindi tempestiva se l'atto di citazione con la quale essa va proposta è consegnato per la notifica all'ufficiale giudiziario entro il relativo termine perentorio, non rilevando in alcun modo il tempo di effettiva ricezione dell'atto da parte del destinatario. Resta quindi irrilevante l'osservanza o meno delle ulteriori norme per conseguire la notifica in giornata, visto che, una volta consegnato l'atto al notificante, nessun altro adempimento è richiesto - beninteso, per il caso in cui la notifica vada effettivamente a buon fine - al notificante. 
7. - Non può che proporsi, anche ai sensi dell'art. 360-bis, n. 1, cod. proc. civ. - l'accoglimento del ricorso, con rinvio alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, affinché, ritenuto ritualmente instaurato - sotto il profilo oggi impugnato - il gravame, lo esamini per gli eventuali altri profili di rito e nel merito”.

Motivi della decisione

II. Non sono state presentate conclusioni scritte, né le parti hanno depositato memoria o chiesto di essere ascoltate in camera di consiglio.
III. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, ritiene il Collegio di condividere i motivi in fatto e in diritto esposti nella su trascritta relazione e di doverne fare proprie le conclusioni, avverso le quali del resto nessuna delle parti ha ritualmente mosso alcuna critica osservazione. 
Il principio di diritto ivi enunciato va quindi ribadito con specifico riferimento alla tematica della proposizione dell'impugnazione, solo - per quanto possa apparire ovvio - puntualizzandosi che il beneficio, in favore del notificante, della c.d. scissione degli effetti della notifica presuppone pur sempre che il procedimento di quest'ultima si sia utilmente compiuto, visto che la scissione si riferisce ad una notifica valida; in tale ultima evenienza, le attività successive alla consegna all'ufficiale notificante (nella specie, l'ufficiale giudiziario; ma potrebbe trattarsi anche dell'ufficiale postale, ove l'avvocato provveda in proprio o di persona alla notifica) restano del tutto irrilevanti le vicende - ed i relativi tempi - successivi, ai fini del rispetto originario del termine perentorio di proposizione dell'impugnazione.
IV. Pertanto, ai sensi degli artt. 380 bis e 385 cod. proc. civ., il ricorso va accolto e la gravata sentenza cassata, con rinvio alla medesima corte territoriale che la ha pronunciata, ma in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità; ed essa si atterrà al seguente principio di diritto, qui affermato ai sensi dell'art. 360 bis, n. 1, cod. proc. civ.: un'impugnazione è tempestivamente dispiegata - purché il procedimento di notifica poi si perfezioni - se l'atto di citazione col quale essa va proposta è consegnato per la notifica all'ufficiale giudiziario entro il relativo termine perentorio, non rilevando in alcun modo il tempo di effettiva ricezione dell'atto da parte del destinatario; resta quindi irrilevante l'osservanza o meno delle ulteriori norme per conseguire la notifica in giornata, visto che, una volta consegnato l'atto all'ufficiale che procede alla notifica, nessun altro adempimento è richiesto - beninteso, ove la notifica vada effettivamente a buon fine - al notificante.

P.Q.M. 

La Corte accoglie il ricorso; cassa la gravata sentenza e rinvia alla corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità. 

domenica 13 aprile 2014

NUOVI PARAMETRI SULLE PARCELLE DEGLI AVVOCATI

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
DECRETO 10 marzo 2014, n. 55
Regolamento  recante  la  determinazione   dei   parametri   per   la liquidazione dei  compensi  per  la  professione  forense,  ai  sensi dell’articolo 13, comma 6, della legge  31  dicembre  2012,  n.  247. (14G00067)  (GU n.77 del 2-4-2014) Vigente al: 3-4-2014
Capo I
Disposizioni generali
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
Visti gli articoli 1, comma  3,  e  13  comma  6,  della  legge  31 dicembre 2012, n. 247;  Sulla proposta del Consiglio nazionale forense pervenuta in data 24 maggio 2013;
Udito il parere del Consiglio  di  Stato,  espresso  dalla  Sezione consultiva per gli atti normativi nell’adunanza del 24 ottobre 2013;
Vista la trasmissione dello schema di regolamento  alle  competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
Visto l’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400;
Vista la nota del  10  marzo  2014,  con  la  quale  lo  schema  di regolamento e’ stato  comunicato  al  Presidente  del  Consiglio  dei ministri;
Adotta il seguente regolamento:
 Art. 1  Ambito applicativo
1.  Il  presente  regolamento   disciplina   per   le   prestazioni professionali i parametri dei compensi all’avvocato  quando  all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione  consensuale degli  stessi,  comprese  le  ipotesi  di  liquidazione  nonche’   di prestazione nell’interesse di terzi o prestazioni officiose  previste dalla legge,  ferma  restando  -  anche  in  caso  di  determinazione contrattuale del compenso – la disciplina del rimborso spese  di  cui al successivo articolo 2.
Art. 2  Compensi e spese
1.  Il  compenso  dell’avvocato  e’  proporzionato   all’importanza dell’opera.
2. Oltre al compenso e  al  rimborso  delle  spese  documentate  in relazione alle singole prestazioni, all’avvocato e’ dovuta – in  ogni caso ed anche in caso di determinazione contrattuale – una somma  per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del  15  per  cento del  compenso  totale  per  la  prestazione,  fermo  restando  quanto previsto dai successivi articoli 5, 11 e 27 in  materia  di  rimborso spese per trasferta.
Art. 3  Applicazione analogica
1. Nell’ambito dell’applicazione dei precedenti articoli 1 e 2, per i compensi ed i rimborsi non regolati da specifica previsione  si  ha riguardo  alle  disposizioni  del  presente  decreto   che   regolano fattispecie analoghe.  Capo II
Disposizioni concernenti l’attivita’ giudiziale
Art. 4  Parametri generali per la determinazione  dei compensi in sede giudiziale
1. Ai fini della liquidazione del compenso  si  tiene  conto  delle caratteristiche, dell’urgenza e del pregio  dell’attivita’  prestata, dell’importanza,  della  natura,  della  difficolta’  e  del   valore dell’affare, delle condizioni soggettive del cliente,  dei  risultati conseguiti,  del  numero  e  della   complessita’   delle   questioni giuridiche  e  di  fatto  trattate.  In   ordine   alla   difficolta’ dell’affare   si    tiene    particolare    conto    dei    contrasti giurisprudenziali,  e  della  quantita’   e   del   contenuto   della corrispondenza che risulta essere stato necessario  intrattenere  con il cliente e con altri soggetti. Il giudice tiene  conto  dei  valori medi di cui alle tabelle allegate, che, in applicazione dei parametri generali, possono essere aumentati, di regola, fino all’80 per cento, o diminuiti fino al 50 per cento. Per la fase  istruttoria  l’aumento e’ di regola fino al 100 per cento e la diminuzione di regola fino al 70 per cento.
2. Quando in una causa l’avvocato assiste piu’ soggetti  aventi  la stessa posizione processuale, il compenso unico puo’ di regola essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura  del  20  per cento, fino a un massimo di dieci soggetti, e del  5  per  cento  per ogni soggetto oltre i primi dieci, fino a un  massimo  di  venti.  La disposizione di cui al periodo  precedente  si  applica  quando  piu’ cause vengono riunite, dal momento dell’avvenuta riunione e nel  caso in cui l’avvocato assiste un solo soggetto contro piu’ soggetti.
3. Quando l’avvocato assiste ambedue i coniugi nel procedimento per separazione consensuale  e  nel  divorzio  a  istanza  congiunta,  il compenso e’ liquidato di regola con  una  maggiorazione  del  20  per cento su quello altrimenti liquidabile per l’assistenza  di  un  solo soggetto.
4. Nell’ipotesi in cui, ferma l’identita’ di posizione  processuale dei vari soggetti, la  prestazione  professionale  nei  confronti  di questi non comporta l’esame di specifiche  e  distinte  questioni  di fatto  e  di  diritto,  il  compenso   altrimenti   liquidabile   per l’assistenza di un solo soggetto e’ di  regola  ridotto  del  30  per cento.
5. Il compenso e’ liquidato per fasi. Con riferimento alle  diverse fasi del giudizio si intende esemplificativamente:    a) per fase di studio della controversia: l’esame e lo studio degli atti a seguito della consultazione con il cliente, le  ispezioni  dei luoghi, la ricerca dei documenti e la conseguente relazione o parere, scritti oppure orali,  al  cliente,  precedenti  la  costituzione  in giudizio;    b) per fase introduttiva del giudizio: gli  atti  introduttivi  del giudizio e di costituzione in giudizio, e il relativo  esame  incluso quello  degli  allegati,  quali  ricorsi,  controricorsi,  citazioni, comparse, chiamate di terzo ed esame  delle  relative  autorizzazioni giudiziali, l’esame di provvedimenti giudiziali di  fissazione  della prima udienza, memorie iniziali, interventi,  istanze,  impugnazioni, le  relative  notificazioni,  l’esame  delle  corrispondenti  relate, l’iscrizione a ruolo, il  versamento  del  contributo  unificato,  le rinnovazioni o riassunzioni della domanda, le autentiche di  firma  o l’esame della procura notarile, la formazione del fascicolo  e  della posizione della pratica in studio, le ulteriori consultazioni con  il cliente;    c)  per  fase  istruttoria:  le  richieste  di  prova,  le  memorie illustrative o di precisazione o integrazione  delle  domande  o  dei motivi d’impugnazione, eccezioni e conclusioni, l’esame degli scritti documenti  delle  altre  parti  o  dei  provvedimenti giudiziali pronunciati nel corso e in funzione dell’istruzione, gli  adempimenti o le prestazioni connesse ai suddetti  provvedimenti  giudiziali,  le partecipazioni e assistenze relative ad  attivita’  istruttorie,  gli atti necessari per la formazione della prova o del mezzo  istruttorio anche quando disposto d’ufficio, la  designazione  di  consulenti  di parte, l’esame delle corrispondenti attivita’  e  designazioni  delle altre parti, l’esame delle deduzioni dei consulenti d’ufficio o delle altre parti, la notificazione delle domande nuove o di altri atti nel corso  del  giudizio  compresi  quelli  al  contumace,  le   relative richieste di copie al cancelliere, le istanze al giudice in qualsiasi forma, le dichiarazioni  rese  nei  casi  previsti  dalla  legge,  le deduzioni a  verbale,  le  intimazioni  dei  testimoni,  comprese  le notificazioni  e  l’esame  delle  relative  relate,  i   procedimenti comunque incidentali comprese le querele di falso e  quelli  inerenti alla verificazione delle scritture private. Al fine  di  valutare  il grado di complessita’ della fase rilevano, in particolare, le plurime memorie per parte, necessarie o  autorizzate  dal  giudice,  comunque denominate ma non meramente illustrative, ovvero le plurime richieste istruttorie ammesse per ciascuna parte e le plurime prove assunte per ciascuna parte.  La  fase  rileva  ai  fini  della  liquidazione  del compenso quando effettivamente svolta;    d) per  fase  decisionale:  le  precisazioni  delle  conclusioni  e l’esame di quelle delle  altre  parti,  le  memorie,  illustrative  o conclusionali anche in replica, compreso il loro deposito  ed  esame, la discussione orale, sia in  camera  di  consiglio  che  in  udienza pubblica,  le  note  illustrative  accessorie  a   quest’ultima,   la redazione e il deposito delle note spese, l’esame e la  registrazione o pubblicazione del provvedimento conclusivo del  giudizio,  comprese le richieste di  copie  al  cancelliere,  il  ritiro  del  fascicolo, l’iscrizione  di  ipoteca  giudiziale  del  provvedimento  conclusivo stesso; il giudice, nella liquidazione della fase,  tiene  conto,  in ogni caso, di tutte le attivita’ successive alla decisione e che  non rientrano, in particolare, nella fase di cui alla lettera e);    e) per fase di studio e introduttiva del procedimento esecutivo: la disamina  del  titolo  esecutivo,  la  notificazione   dello   stesso unitamente  al  precetto,   l’esame   delle   relative   relate,   il pignoramento  e  l’esame  del  relativo   verbale,   le   iscrizioni, trascrizioni e  annotazioni,  gli  atti  d’intervento,  le  ispezioni ipotecarie, catastali, l’esame dei relativi atti;    f)  per  fase  istruttoria  e  di  trattazione   del   procedimento esecutivo: ogni attivita’ del procedimento stesso non compresa  nella lettera e), quali le assistenze all’udienza o agli atti esecutivi  di qualsiasi tipo.
6. Nell’ipotesi di conciliazione  giudiziale  o  transazione  della controversia, la liquidazione del compenso  e’  di  regola  aumentato fino a un quarto rispetto a quello altrimenti liquidabile per la fase decisionale fermo quanto  maturato  per  l’attivita’  precedentemente svolta.
7.  Costituisce  elemento  di  valutazione  negativa,  in  sede  di liquidazione giudiziale del compenso, l’adozione di condotte  abusive tali  da  ostacolare  la  definizione  dei  procedimenti   in   tempi ragionevoli.
8. Il compenso da liquidare giudizialmente a carico del soccombente costituito puo’ essere aumentato fino a un terzo  rispetto  a  quello altrimenti liquidabile quando le difese della parte  vittoriosa  sono risultate manifestamente fondate.
9. Nel caso di responsabilita’ processuale ai  sensi  dell’articolo 96 del  codice  di  procedura  civile,  ovvero,  comunque,  nei  casi d’inammissibilita’  o  improponibilita’  o   improcedibilita’   della domanda, il compenso dovuto all’avvocato del soccombente e’  ridotto, ove concorrano gravi ed eccezionali ragioni  esplicitamente  indicate nella motivazione, del 50 per  cento  rispetto  a  quello  altrimenti liquidabile.
10. Nel caso di controversie  a  norma  dell’articolo  140-bis  del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il compenso puo’ essere aumentato fino al triplo rispetto a quello altrimenti liquidabile.
Art. 5  Determinazione del valore della controversia
  1. Nella liquidazione dei compensi a  carico  del  soccombente,  il valore della causa – salvo quanto diversamente disposto dal  presente comma – e’ determinato a norma del codice di  procedura  civile.  Nei giudizi  per  azioni  surrogatorie  e  revocatorie,  si  ha  riguardo all’entita’ economica  della  ragione  di  credito  alla  cui  tutela l’azione e’ diretta,  nei  giudizi  di  divisione  alla  quota  o  ai supplementi di quota o all’entita’ dei  conguagli  in  contestazione. Quando nei giudizi di divisione la controversia  interessa  anche  la massa da dividere, si ha riguardo a  quest’ultima.  Nei  giudizi  per pagamento di somme o liquidazione di danni, si ha riguardo  di  norma alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto  che  a  quella domandata. In ogni caso si ha  riguardo  al  valore  effettivo  della controversia, anche in  relazione  agli  interessi  perseguiti  dalle parti, quando risulta manifestamente diverso  da  quello  presunto  a norma del codice di procedura civile o alla legislazione speciale.
  2. Nella liquidazione dei compensi  a  carico  del  cliente  si  ha riguardo al valore corrispondente all’entita’ della  domanda.  Si  ha riguardo  al  valore  effettivo  della  controversia  quando  risulta manifestamente diverso da quello presunto  anche  in  relazione  agli interessi perseguiti dalle parti.
3. Nelle cause davanti agli organi di giustizia, nella liquidazione a  carico  del  cliente  si   ha   riguardo   all’entita’   economica dell’interesse sostanziale che il cliente intende  perseguire;  nella liquidazione a carico del  soccombente  si  ha  riguardo  all’entita’ economica dell’interesse sostanziale che riceve tutela attraverso  la decisione. In relazione alle  controversie  in  materia  di  pubblici contratti, l’interesse sostanziale perseguito dal cliente privato  e’ rapportato all’utile effettivo o  ai  profitti  attesi  dal  soggetto aggiudicatario o dal soggetto escluso.
4. Nelle cause davanti  agli  organi  di  giustizia  tributaria  il valore della controversia e’ determinato in  conformita’  all’importo delle imposte, tasse, contributi  e  relativi  accessori  oggetto  di contestazione, con il limite di  un  quinquennio  in  caso  di  oneri poliennali.
5. Qualora il  valore  effettivo  della  controversia  non  risulti determinabile mediante l’applicazione dei criteri sopra enunciati, la stessa si considerera’ di valore indeterminabile.
6. Le cause di valore indeterminabile si considerano di regola e  a questi fini di valore non inferiore a euro 26.000,00 e non  superiore a euro 260.000,00, tenuto conto  dell’oggetto  e  della  complessita’ della  controversia.  Qualora  la  causa  di  valore  indeterminabile risulti di particolare importanza per lo specifico oggetto, il numero e la complessita’ delle questioni giuridiche trattate, e la rilevanza degli effetti ovvero dei risultati  utili,  anche  di  carattere  non patrimoniale, il suo valore si considera di regola e  a  questi  fini entro lo scaglione fino a euro 520.000,00.
Art. 6    Cause di valore superiore ad euro 520.000,00
1. Alla liquidazione dei compensi per  le  controversie  di  valore superiore  a  euro  520.000,00  si  applica  di  regola  il  seguente incremento percentuale: per le controversie  da  euro  520.000,00  ad euro 1.000.000,00 fino al 30 per cento in piu’ dei parametri numerici previsti per le controversie di valore fino a euro 520.000,00; per le controversie da euro 1.000.000,01 ad euro 2.000.000,00 fino al 30 per cento in piu’ dei parametri numerici previsti per le controversie  di valore sino  ad  euro  1.000.000,00;  per  le  controversie  da  euro 2.000.000,01 ad euro 4.000.000,00 fino al 30 per cento  in  piu’  dei parametri numerici previsti per le controversie  di  valore  sino  ad euro 2.000.000,00; per le controversie da euro 4.000.000,01  ad  euro 8.000.000,00 fino al 30 per cento  in  piu’  dei  parametri  numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 4.000.000,00; per le controversie di valore superiore ad euro 8.000.000,00 fino  al  30 per cento in piu’ dei parametri numerici previsti  per  le  cause  di valore sino ad euro 8.000.000,00; tale ultimo  criterio  puo’  essere utilizzato  per  ogni   successivo   raddoppio   del   valore   della controversia.
Art. 7  Giudizi non compiuti
1. Per l’attivita’ prestata dall’avvocato nei giudizi  iniziati  ma non compiuti, si liquidano i compensi  maturati  per  l’opera  svolta fino   alla   cessazione,   per   qualsiasi   causa,   del   rapporto professionale.
Art. 8  Pluralita’ di difensori e societa’ professionali
  1. Quando incaricati della difesa sono piu’ avvocati,  ciascuno  di essi ha diritto nei confronti del cliente  ai  compensi  per  l’opera prestata,  ma  nella  liquidazione  a  carico  del  soccombente  sono computati i compensi per un solo avvocato.
2. All’avvocato incaricato di svolgere funzioni di  domiciliatario, spetta  di  regola  un  compenso  non  inferiore  al  20  per   cento dell’importo previsto dai parametri di cui alle tabelle allegate  per le fasi processuali che lo stesso  domiciliatario  ha  effettivamente seguito  e,  comunque,  rapportato  alle  prestazioni   concretamente svolte.
  1. Se l’incarico professionale  e’  conferito  a  una  societa’  di avvocati si applica il compenso spettante a un  solo  professionista, anche se la prestazione e’ svolta da piu’ soci.
Art. 9  Praticanti avvocati abilitati al patrocinio
  1. Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio e’  liquidata  di regola la meta’ dei compensi spettanti all’avvocato.
Art. 10  Procedimenti arbitrali rituali e irrituali
  1. Per i procedimenti arbitrali rituali ed irrituali, agli  arbitri sono di regola dovuti i compensi previsti sulla  base  dei  parametri numerici di cui alla tabella allegata.
  2. Agli avvocati chiamati  a  difendere  in  arbitrati,  rituali  o irrituali, sono di regola liquidati i compensi previsti dai parametri di cui alla tabella n. 2.
Art. 11  Trasferte  1. Per gli affari  e  le  cause  fuori  dal  luogo  ove  svolge  la professione in modo prevalente, all’avvocato incaricato della  difesa e’ di regola liquidata l’indennita’ di trasferta e il rimborso  delle spese a norma dell’articolo 27 della materia stragiudiziale.
Capo III
Disposizioni concernenti l’attivita’ penale
Art. 12  Parametri generali per la determinazione dei compensi
1.  Ai  fini  della  liquidazione  del   compenso   spettante   per l’attivita’ penale si tiene conto delle caratteristiche, dell’urgenza e del pregio dell’attivita’ prestata, dell’importanza, della  natura, della complessita’ del procedimento,  della  gravita’  e  del  numero delle imputazioni, del numero e della  complessita’  delle  questioni giuridiche e di  fatto  trattate,  dei  contrasti  giurisprudenziali, dell’autorita’ giudiziaria dinanzi  cui  si  svolge  la  prestazione, della rilevanza patrimoniale, del numero dei documenti da  esaminare, della continuita’ dell’impegno anche in relazione alla  frequenza  di trasferimenti fuori dal luogo  ove  svolge  la  professione  in  modo prevalente, nonche’ dell’esito ottenuto  avuto  anche  riguardo  alle conseguenze civili e alle  condizioni  finanziarie  del  cliente.  Si tiene altresi’ conto del numero di  udienze,  pubbliche  o  camerali, diverse  da  quelle  di  mero  rinvio,   e   del   tempo   necessario all’espletamento delle attivita’ medesime. Il giudice tiene conto dei valori medi di cui alle tabelle allegate, che,  in  applicazione  dei parametri generali, possono, di regola, essere aumentati fino  all’80 per cento, o diminuiti fino al 50 per cento.
2.  Quando  l’avvocato  assiste  piu’  soggetti  aventi  la  stessa posizione processuale,  il  compenso  unico  puo’  di  regola  essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura  del  20  per cento, fino a un massimo di dieci soggetti, e del  5  per  cento  per ogni soggetto oltre i primi dieci, fino a un  massimo  di  venti.  La disposizione del periodo precedente si applica anche quando il numero delle parti ovvero delle imputazioni e’ incrementato per  effetto  di riunione di piu’ procedimenti, dal momento della disposta riunione, e anche quando il professionista difende una parte contro  piu’  parti, sempre che la prestazione non comporti l’esame di medesime situazioni di fatto  o  di  diritto.  Quando,  ferma  l’identita’  di  posizione processuale, la prestazione professionale  non  comporta  l’esame  di specifiche e distinte situazioni di fatto o di diritto  in  relazione ai diversi imputati e in rapporto  alle  contestazioni,  il  compenso altrimenti liquidabile per l’assistenza di un  solo  soggetto  e’  di regola  ridotto  del  30  per  cento.  Per  le   liquidazioni   delle prestazioni svolte in favore di  soggetti  ammessi  al  patrocinio  a spese dello Stato a norma del testo unico delle spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica  30  maggio  2002,  n. 115, si tiene specifico conto della  concreta  incidenza  degli  atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa.
3. Il compenso si liquida per fasi. Con  riferimento  alle  diverse fasi del giudizio si intende esemplificativamente:    a) per fase di  studio,  ivi  compresa  l’attivita’  investigativa: l’esame e studio degli atti, le ispezioni  dei  luoghi,  la  iniziale ricerca di documenti, le consultazioni con il cliente, i colleghi o i consulenti, le relazioni o i pareri, scritti o orali, che esauriscano l’attivita’  e  sono  resi   in   momento   antecedente   alla   fase introduttiva;    b) per fase introduttiva del giudizio: gli atti introduttivi  quali esposti,   denunce   querele,   istanze   richieste    dichiarazioni, opposizioni,   ricorsi,   impugnazioni,   memorie,   intervento   del responsabile civile e la citazione del responsabile civile;    c)  per  fase  istruttoria  o  dibattimentale:  le  richieste,  gli scritti, le partecipazioni o assistenze relative ad atti ed attivita’ istruttorie procedimentali  o  processuali  anche  preliminari,  rese anche in udienze  pubbliche  o  in  camera  di  consiglio,  che  sono funzionali alla ricerca di mezzi  di  prova,  alla  formazione  della prova, comprese liste, citazioni e le relative notificazioni, l’esame dei consulenti, testimoni, indagati o imputati di  reato  connesso  o collegato;    d) per fase decisionale: le difese orali o  scritte,  le  repliche, l’assistenza alla discussione delle altre parti  processuali  sia  in camera di consiglio che in udienza pubblica.  Art. 13  Giudizi non compiuti  1. Se il procedimento o il processo non sono portati a termine  per qualsiasi causa o sopravvengono cause estintive del reato, ovvero  il cliente o l’avvocato recedono dal mandato, sono liquidati i  compensi maturati  per  l’opera  svolta   fino   alla   data   di   cessazione dell’incarico ovvero a quella di pronunzia della causa estintiva.
Art. 14
Incarico conferito a societa’ di avvocati  1. Se l’incarico professionale  e’  conferito  a  una  societa’  di avvocati si applica il compenso spettante a un  solo  professionista, anche se la prestazione e’ svolta da piu’ soci.  Art. 15  Trasferte  1. Per gli affari  e  le  cause  fuori  dal  luogo  ove  svolge  la professione   in   modo   prevalente,   all’avvocato   e’   liquidata un’indennita’ di  trasferta  e  un  rimborso  delle  spese,  a  norma dell’articolo 27 della materia stragiudiziale.
Art. 16  Parte civile
  1. All’avvocato della  persona  offesa,  della  parte  civile,  del responsabile  civile  e  del  civilmente  obbligato  si  applicano  i parametri numerici previsti dalle tabelle allegate.  Art. 17  Praticanti avvocati abilitati al patrocinio  1. Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio e’  liquidata  di regola la meta’ dei compensi spettanti all’avvocato.
Capo IV
Disposizioni concernenti l’attivita’ stragiudiziale
Art. 18  Compensi per attivita’ stragiudiziale
1.  I  compensi  liquidati  per  prestazioni  stragiudiziali   sono onnicomprensivi in relazione ad ogni attivita’ inerente l’affare.
Art. 19  Parametri generali per la determinazione dei compensi
1. Ai fini della liquidazione del compenso  si  tiene  conto  delle caratteristiche, dell’urgenza, del  pregio  dell’attivita’  prestata, dell’importanza dell’opera, della natura,  della  difficolta’  e  del valore  dell’affare,  della  quantita’  e  qualita’  delle  attivita’ compiute, delle condizioni  soggettive  del  cliente,  dei  risultati conseguiti,  del  numero  e  della   complessita’   delle   questioni giuridiche  e  in  fatto  trattate.  In   ordine   alla   difficolta’ dell’affare si tiene particolare conto di contrasti giurisprudenziali rilevanti, della quantita’ e del contenuto della  corrispondenza  che risulta essere stato necessario intrattenere con  il  cliente  e  con altri soggetti. Il giudice tiene conto dei valori medi  di  cui  alla tabella  allegata,  che,  in  applicazione  dei  parametri  generali, possono, di  regola,  essere  aumentati  fino  all’80  per  cento,  o diminuiti fino al 50 per cento.
Art. 20  Prestazioni stragiudiziali svolte precedentemente o  in  concomitanza con attivita’ giudiziali  1. L’attivita’ stragiudiziale svolta prima o  in  concomitanza  con l’attivita’ giudiziale, che riveste una autonoma rilevanza rispetto a quest’ultima, e’ di regola liquidata in base ai parametri numerici di cui alla allegata tabella.
Art. 21  Determinazione del valore dell’affare
1.  Nella  liquidazione  dei  compensi  il  valore  dell’affare  e’ determinato – salvo quanto diversamente disposto dal presente comma - a norma del codice di procedura civile. In ogni caso si  ha  riguardo al valore effettivo dell’affare, anche in  relazione  agli  interessi perseguiti dalla parte,  quando  risulta  manifestamente  diverso  da quello presunto a norma  del  codice  di  procedura  civile  o  della legislazione speciale.
2.  Per  l’assistenza  in  procedure   concorsuali   giudiziali   e stragiudiziali si ha riguardo  al  valore  del  credito  del  cliente creditore o all’entita’ del passivo del cliente debitore.
3.  Per  l’assistenza  in  affari  di  successioni,   divisioni   e liquidazioni si ha riguardo  al  valore  della  quota  attribuita  al cliente.
4.  Per  l’assistenza  in  affari  amministrativi  il  compenso  si determina secondo i criteri  previsti  nelle  norme  dettate  per  le prestazioni giudiziali, tenendo presente l’interesse sostanziale  del cliente.
5. Per l’assistenza in affari in materia tributaria si ha  riguardo al valore delle  imposte,  tasse,  contributi  e  relativi  accessori oggetto di contestazione, con il limite di un quinquennio in caso  di oneri poliennali.
6.  Qualora   il   valore   effettivo   dell’affare   non   risulti determinabile mediante l’applicazione dei criteri sopra enunciati  lo stesso si considera di valore indeterminabile.
7. Gli affari di valore indeterminabile si considerano di regola  e a questi fini  di  valore  non  inferiore  a  euro  26.000,00  e  non superiore a  euro  260.000,00,  tenuto  conto  dell’oggetto  e  della complessita’  dell’affare  stesso.  Qualora   il   valore   effettivo dell’affare risulti di particolare importanza per l’oggetto,  per  il numero e la complessita’ delle questioni giuridiche trattate, per  la rilevanza degli effetti e dei risultati utili  di  qualsiasi  natura, anche non patrimoniale, il suo valore si  considera  di  regola  e  a questi fini entro lo scaglione fino a euro 520.000,00.
Art. 22  Affari di valore superiore a euro 520.000,00
  1. Alla  liquidazione  dei  compensi  per  gli  affari  di  valore superiore  a  euro  520.000,00  si  applica  di  regola  il  seguente incremento percentuale: per gli affari da  euro  520.000,00  ad  euro 1.000.000,00 fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti per le controversie di valore fino a euro 520.000,00; per gli  affari  da euro 1.000.000,01 ad euro 2.000.000,00  fino  al  30  per  cento  dei parametri numerici previsti per le controversie  di  valore  sino  ad euro 1.000.000,00; per  gli  affari  da  euro  2.000.000,01  ad  euro 4.000.000,00 fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 2.000.000,00; per  gli  affari da euro 4.000.000,01 ad euro 8.000.000,00 fino al 30  per  cento  dei parametri numerici previsti per le controversie  di  valore  sino  ad euro 4.000.000,00;  per  gli  affari  di  valore  superiore  ad  euro 8.000.000,00, fino al 30 per cento dei  parametri  numerici  previsti per gli affari di valore  sino  ad  euro  8.000.000,00;  tale  ultimo criterio puo’ essere utilizzato per  ogni  successivo  raddoppio  del valore dell’affare.
Art. 23  Pluralita’ di difensori e societa’ professionali
1. Se piu’ avvocati sono stati incaricati di prestare la loro opera nel medesimo affare, a ciascuno di essi si liquidano i  compensi  per l’opera prestata.
  1. Se l’incarico professionale  e’  conferito  a  una  societa’  di avvocati si liquida il compenso spettante a un  solo  professionista, anche se la prestazione sara’ svolta da piu’ soci.
Art. 24  Praticanti avvocati abilitati al patrocinio
  1. Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio e’  liquidata  di regola la meta’ dei compensi spettanti all’avvocato.
Art. 25  Incarico non portato a termine  1. Per l’attivita’ prestata dall’avvocato negli incarichi  iniziati ma non compiuti, si liquidano i compensi maturati per l’opera  svolta fino   alla   cessazione,   per   qualsiasi   causa,   del   rapporto professionale.
Art. 26  Prestazioni con compenso a percentuale
1. Per le prestazioni in adempimento di  un  incarico  di  gestione amministrativa, giudiziaria o convenzionale, il compenso e’ di regola liquidato sulla base di una percentuale, fino a un massimo del 5  per cento, computata sul valore dei beni amministrati,  tenendo  altresi’ conto  della  durata  dell’incarico,   della   sua   complessita’   e dell’impegno profuso.
Art. 27  Trasferte
1.  All’avvocato,   che   per   l’esecuzione   dell’incarico   deve trasferirsi fuori  dal  luogo  ove  svolge  la  professione  in  modo prevalente,  e’  liquidato  il  rimborso  delle  spese  sostenute   e un’indennita’ di trasferta. Si tiene conto del  costo  del  soggiorno documentato dal professionista, con il limite di un  albergo  quattro stelle, unitamente, di regola, a una maggiorazione del 10  per  cento quale rimborso delle spese accessorie; per le spese  di  viaggio,  in caso  di   utilizzo   di   autoveicolo   proprio,   e’   riconosciuta un’indennita’ chilometrica pari di regola a un quinto del  costo  del carburante  al  litro,  oltre  alle  spese  documentate  di  pedaggio autostradale e parcheggio.
Capo V
Disciplina transitoria ed entrata in vigore
Art. 28  Disposizione temporale
  1. Le disposizioni di cui al presente  decreto  si  applicano  alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore.
Art. 29  Entrata in vigore
1. Il presente decreto entra  in  vigore  il  giorno  successivo  a quello  della  sua  pubblicazione  nella  Gazzetta  Ufficiale   della Repubblica italiana.    Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.  Roma, 10 marzo 2014  Il Ministro: Orlando

Visto, il Guardasigilli: Orlando  Registrato alla Corte dei conti il 31 marzo 2014, n. 928