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sabato 22 marzo 2014

AUTOVELOX - DEVE ESSERE FATTA MENZIONE NEL VERBALE IL TIPO DI POSTAZIONE - SE FISSA O TEMPORANEA.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI

ORDINANZA 14 MARZO 2014, N. 5997

Fatto e diritto
Rilevato che il consigliere designato ha depositato, in data 4 novembre 2013, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.: “Con ricorso proposto ai sensi dell’art. 204 bis c.d.s. 1992, il sig. R.L.G. formulava opposizione, dinanzi al Giudice di pace di Pordenone, avverso un verbale di accertamento elevatogli in data 30 marzo 2010 dalla Polstrada di Frosinone, con cui gli era stata contestata la violazione prevista dall’art. 142, comma 9, dello stesso c.d.s., sostenendo l’illegittimità dell’atto impugnato per assunta violazione delle disposizioni dettate dall’art. 2 del D.M. Trasporti del 15 agosto 2007 in ordine alla modalità di accertamento della contestata infrazione amministrativa.
Nella costituzione dell’opposto Prefetto, l’adito Giudice di pace, con sentenza n. 301 del 2011, accoglieva il ricorso e, per l’effetto, annullava l’impugnato verbale di accertamento. A seguito di formulazione di appello da parte del suddetto Prefetto al quale resisteva l’appellato, II Tribunale di Pordenone, con sentenza n. 628 del 2012 (depositata il 4 luglio 2012), accoglieva il gravame e, pertanto, riformava la sentenza impugnata, confermando la legittimità del verbale opposto e condannando l’appellato alla rifusione delle spese giudiziali.
Il R.L. ha impugnato per cassazione (con ricorso notificato il 13 febbraio 2013 e depositato il 4 marzo 2013) la suddetta sentenza di secondo grado, sulla base di un unico complesso motivo. L’intimato Prefetto non ha svolto attività difensiva in questa fase di legittimità.
Con l’unico motivo dedotto il ricorrente ha prospettato – ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione o falsa applicazione dell’art. 2000 c.d.s. 1992, nonché degli artt. 1 lett. a) e 2 del D.M. Trasporti 15 agosto 2007, deducendo l’illegittimità della sentenza impugnata nella parte in cui, nel ravvisare la correttezza delle modalità di accertamento della riscontrata violazione di cui all’art. 142, comma 9, cit. c.d.s., era stato ritenuto che fosse onere del trasgressore sopperire alla carenza del contenuto (della copia) del verbale di contestazione, anche con riferimento alla natura fissa o mobile del segnale di preavviso della postazione di controllo, chiedendo chiarimenti ai verbalizzanti, nell’immediatezza della contestazione, così rimanendo salvaguardato il suo diritto di difesa (rilevandosi come, peraltro, il contravventore avrebbe potuto portarsi al chilometraggio significativo per verificare il posizionamento del predetto segnale).
Ritiene il relatore che il motivo così come formulato – rispondente ai requisiti di cui all’art. 366 c.p.c. – possa qualificarsi manifestamente fondato, con la conseguente definibilità del ricorso nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., con riferimento all’ipotesi enucleata nell’art. 375 n. 5) c.p.c..
Occorre, in via pregiudiziale, chiarire che – malgrado la domanda originaria riguardasse un’opposizione proposta direttamente avverso un verbale di accertamento per violazione di una norma del c.d.s. 1992 elevato dalla Polizia stradale e, dunque, la legittimazione passiva spettasse al Ministero dell’Interno e non al Prefetto territorialmente competente (cfr., ad es., Cass. n. 9401 del 2009), invece risultato evocato effettivamente nel giudizio in questione – deve trovare applicazione il principio affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. S.U., n. 3117 del 2006 e, da ultimo, Cass. n. 12557 del 2013), in base al quale, ove sia stata erroneamente chiamata in giudizio la Prefettura, la carente legittimazione passiva di quest’ultima è sanata dall’impugnazione svolta dall’Avvocatura dello Stato, sempre che questa non abbia sollevato eccezioni o uno specifico motivo di impugnazione (come verificatosi nella fattispecie).
Ciò posto, con la censura in questione, il ricorrente ha inteso denunciare la violazione dell’art. 200 c.d.s. 1992, con riferimento all’obbligo di necessaria completezza del verbale di accertamento, sul presupposto che, nella fattispecie, sarebbe stato indispensabile che gli agenti verbalizzanti della Polstrada avessero indicato, ai fini della validità stessa dell’intero procedimento amministrativo, tutte le circostanze idonee ad evidenziare i presupposti sui quali era stata fondata la complessiva attività di accertamento, ivi compreso quello relativo alla tipologia mobile o temporanea del segnale di preavviso del controllo di velocità, dato questo che – per stessa ammissione trasparente dalla sentenza qui impugnata – non risultava essere stato riportato nella copia notificata al trasgressore. Orbene, sul punto, la giurisprudenza di questa Corte (v. ad es., Cass. n. 7419 del 2009) ha evidenziato che, ai sensi dell’art. 4 della L. n. 168 del 2002, da considerarsi norma imperativa, la P.A. proprietaria della strada è tenuta a dare idonea informazione, con l’apposizione “in loco” di cartelli indicanti la presenza di “autovelox”, dell’installazione e della conseguente utilizzazione dei dispositivi di rilevamento elettronico della velocità, configurandosi, in difetto, l’illegittimità del relativo verbale di contestazione. A tal riguardo si è puntualizzato che tale disposizione normativa non può essere considerata una norma priva di precettività, tale da consentire all’interprete di disapplicarla in ragione di un’asserita, ma inespressa “ratio”, che ne limiterebbe l’efficacia nell’ambito dei rapporti organizzativi interni alla P.A. e la cui riscontrata inosservanza non inciderebbe sulla validità dell’atto di accertamento.
La cogenza di tale previsione – come dedotto anche dal ricorrente – è desumibile anche dal suo innesto successivo direttamente nel corpo del codice della strada, essendo stato inserito – per effetto dell’art. 3 del d.l. 3 agosto 2007, n. 117, conv., con modif., nella L. 2 ottobre 2007, n. 160 – il nuovo comma 6 bis nel testo dell’art. 142 c.d.s., alla stregua del quale “le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del c.d.s.”. Con la stessa disposizione innovativa veniva rimessa l’individuazione delle modalità di impiego ad apposito decreto del Ministro dei trsporti, di concerto con il Ministro dell’interno ed il primo di tali decreti attuativi – adeguatamente richiamato anche dal ricorrente – è stato adottato il 15 agosto 2007, prevedendosi, in particolare, all’art. 2 (primo comma) che “i segnali stradali e i dispositivi di segnalazione luminosi devono essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, in relazione alla velocità locale predominante”, aggiungendosi, nello stesso articolo, che “la distanza tra i segnali o i dispositivi e la postazione di rilevamento delle velocità deve essere valutata in relazione allo stato dei luoghi; in particolare è necessario che non vi siano tra il segnale e il luogo di effettivo rilevamento intersezioni stradali che comporterebbero la ripetizione del messaggio dopo le stesse, o comunque non superiore a quattro km”.
Come, dunque, può evincersi dal complesso normativo adottato sul punto, la preventiva segnalazione univoca ed adeguata della presenza di sistemi elettronici di rilevamento della velocità costituisce un obbligo specifico ed inderogabile degli organi di polizia stradale demandati a tale tipo di controllo, imposto a garanzia dell’utenza stradale, la cui violazione non può, pertanto, non riverberarsi sulla legittimità degli accertamenti, determinandone la nullità, poiché, diversamente, risulterebbe una prescrizione priva di conseguenze, che sembra esclusa dalla stessa ragione logica della previsione normativa (laddove si afferma, espressamente, che gli indicatori preventivi della presenza degli autovelox “devono essere installati con adeguato anticipo…”, senza, quindi, lasciare alcun margine di discrezionalità alla P.A. circa la possibile elusione di siffatto accorgimento o in ordine alla facoltà di ricorrere a sistemi informativi alternativi che, però, non assicurino la medesima trasparenza nell’inerente attività di segnalazione).
In altri termini la “ratio” della preventiva informazione in questione secondo le modalità indicate dalla legge (anche mediante gli strumenti attuativi dei decreti dei competenti Ministeri) è rinvenibile – come è stato sottolineato nella pregressa giurisprudenza di legittimità – nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla P.A., il cui potere sanzionatorio, in materia di circolazione stradale, non è tanto ispirato dall’intento della sorpresa ingannevole dell’automobilista indisciplinato, in una logica patrimoniale captatoria, quanto da uno scopo di tutela della sicurezza stradale e di riduzione dei costi economici, sociali ed ambientali derivanti dal traffico veicolare, anche mediante l’utilizzazione delle nuove tecnologie di controllo elettronico.
Orbene, alla stregua di tali elementi, si evince che, 
proprio in dipendenza della evidenziata natura di requisito di legittimità – con riferimento all’attività di accertamento – del riferito obbligo in capo agli agenti verbalizzanti, sarebbe stato necessario, in funzione della conseguente legittimità della verbalizzazione delle inerenti operazioni, che gli accertatori avessero attestato, nel relativo verbale da redigersi ai sensi dell’art. 200 c.d.s. 1992, tale indispensabile modalità dell’accertamento e, quindi, anche il carattere temporaneo o permanente della postazione di controllo per il rilevamento elettronico della velocità, proprio al fine di porre l’assunto contravventore nella condizione di poter valutare la legittimità o meno dell’accertamento eseguito in relazione ai prescritti adempimenti normativi e regolamentari. 
Non essendo stata assolto idoneamente questo compito da parte della P.A. (gravando sulla stessa, peraltro, l’onere di provare la contestata circostanza circa la natura e la tipologia dell’autovelox utilizzato, siccome non risultante dal verbale di accertamento dell’infrazione: cfr. Cass. n. 680 del 2011, ord.), ne consegue che l’attività di verbalizzazione delle operazioni riguardanti l’accertamento eseguito non avrebbe potuto considerarsi, nella fattispecie, legittima, donde l’invalidità dell’impugnato verbale.
Alla stregua delle esposte argomentazioni si ritiene, in definitiva, che emergano le condizioni, in relazione al disposto dell’art. 380 bis, comma 1, c.p.c. (con riferimento all’ipotesi prevista all’art. 375 n. 5) c.p.c.), per poter pervenire al possibile accoglimento del proposto ricorso per sua manifesta fondatezza”.
Considerato che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione di cui sopra;
ritenuto che, pertanto, il ricorso deve essere accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata ed il correlato rinvio della causa al Tribunale di Pordenone (in composizione monocratica), in persona di altro giudicante, che, oltre a conformarsi al principio di diritto precedentemente enunciato, provvederà anche sulle spese della presente fase di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, al Tribunale di Pordenone (in composizione monocratica), in persona di altro giudicante.


mercoledì 12 marzo 2014

CONDOMINIO - INFILTRAZIONI . RISARCIMENTO - LEGITTIMAZIONE PASSIVA DELL'AMMINISTRATORE

Cassazione II civile n. 2859 del 7 febbraio 2014


SENTENZA sul ricorso 6397/2008 proposto da;
(OMISSIS) C.F. (OMISSIS) il quale elegge domicilio presso il suo studio in (OMISSIS), rappresentato e difeso da se stesso, unitamente all'avvocato (OMISSIS);
- ricorrente - contro COND VIA (OMISSIS), IN PERSONA DELL'AMM.RE P.T. P.I. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende;
- controricorrente - e contro (OMISSIS), (OMISSIS);
- intimati - avverso la sentenza n.4774/05 della CORTE DI APPELLO DI ROMA, dep. il 9/11/05, nonche' avverso la sentenza n. 199/2007 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 17/01/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/12/2013 dal Consigliere Dott. EMILIO MIGLIUCCI;udito l'Avvocato (OMISSIS) difensore di se stesso, che interviene durante la relazione, la Corte lo ammette, e chiede l'accoglimento del ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l'inammissibilita' o il rigetto del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1.- Il tribunale di Roma, in parziale accoglimento della domanda proposta nei confronti del Condominio di Via (OMISSIS) da (OMISSIS) e (OMISSIS), condannava il convenuto al risarcimento dei danni liquidati nella misura di lire 43.121.220, oltre accessori e spese, derivanti dalle infiltrazioni provenienti dal lastrico solare del fabbricato nell'appartamento sito all'ultimo piano di cui gli attori erano comproprietari.
Dichiarava chiuso il procedimento promosso ex articolo 669 duodecies c.p.c., di attuazione del provvedimento emesso ai sensi dell'articolo 700 c.p.c., con il quale era stata ordinata l'esecuzione delle opere urgenti necessarie ad eliminare tali infiltrazioni, dando atto dell'avvenuto rimborso da parte del convenuto del costo dei lavori eseguiti dagli attori.
Avverso tale decisione proponeva appello il Condominio, mentre gli attori proponevano : appello incidentale con comparsa di costituzione depositata il 23 aprile 2002, successivamente alla udienza di comparizione del 21 settembre 2001, che peraltro era stata differita ex articolo 168 bis c.p.c., u.c., al 13 giugno 2002, nonche' autonomo atto di appello prospettando doglianze analoghe alle precedenti.
Con sentenza non definitiva del 29 settembre 2005 la Corte di appello di Roma dichiarava inammissibili gli appelli incidentali proposti da (OMISSIS) e (OMISSIS) sul rilievo che tali impugnazioni erano state proposte il 23 aprile 2002 oltre il termine di venti giorni prima della udienza di comparizione del 21 settembre 2001.
Disatteso il motivo con il quale il Condominio aveva reiterato l'eccezione di litispendenza, i Giudici disponevano, con riferimento al secondo motivo di gravame con il quale l'appellante aveva dedotto la estinzione del credito in forza di successivi pagamenti, la rimessione della causa sul ruolo allo scopo di verificare i presupposti per la sospensione o per la eventuale riunione del presente giudizio in relazione ad altro giudizio pendente in grado di appello (n. 8484/04) relativo alla sentenza n. 21271/04 del tribunale di Roma emessa nei confronti del Condominio avente a oggetto il risarcimento dei danni per la medesima causale instaurato dagli attori nonche' dal padre (OMISSIS), nel quale venne conclusa nel maggio 1996transazione fra il Condominio e (OMISSIS).
Con sentenza definitiva del 22 novembre 2006 la Corte di appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava cessata la materia del contendere fra il Condominio e (OMISSIS); condannava il Condominio al pagamento in favore di (OMISSIS) della complessiva somma di euro 8.680,57,oltre interessi.
Per quel che riguardava la posizione di (OMISSIS), era risultata l'avvenuta transazione conclusa il 30-6-12005 dagli eredi della predetta e dal padre (OMISSIS) nel giudizio di appello n. 8484/2004, poi interrotto per la morte della predetta, avverso la sentenza del tribunale di Roma ( proc. n.
12304/1992): poiche' tale transazione aveva riguardato la quota di pertinenza di (OMISSIS), in relazione a questa nel presente giudizio era venuta meno la materia del contendere. Dopo avere precisato che la comproprieta' del bene non comportava la solidarieta' attiva dei comunisti relativamente al diritto al risarcimento dei danni a esso inerenti, era disattesa l'eccezione formulata da (OMISSIS), il quale aveva sostenuto di avere diritto all'integrale risarcimento dei danni osservando che la transazione intercorsa con (OMISSIS) non poteva valere nei suoi confronti.
Tenendo conto e detraendo la somma di lire 15.000.000 erogata a favore di (OMISSIS) in esecuzione della precedente transazione con il medesimo intervenuta nel maggio 1996, previa rivalutazione dal momento della corresponsione, il danno era determinato nel complessivo importo di lire 27.804.700 pari a euro 14.359,92, per cui la quota al medesimo spettante era pari al 50% ed era quantificata nell'ammontare, gia' rivalutato, di euro 8.680,57 2.- Avverso le predette decisioni propone ricorso per cassazione (OMISSIS) sulla base di nove motivi. Resiste con controricorso il Condominio di Via (OMISSIS).

MOTIVI DELLA DECISIONE
1.1. - Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell'articolo 343 c.p.c., censura la decisione gravata che aveva dichiarato inammissibile l'appello quando esso era stato proposto tempestivamente venti giorni prima dell'udienza fissata ai sensi dell'articolo 168 bis c.p.c., comma 5.
1.2. - Il motivo e' fondato.
Deve ritenersi tempestivo 1'appello incidentale proposto con comparsa depositata assumendo a parametro temporale di riferimento per il rispetto del termine decadenziale dei "venti giorni prima" non gia' la data fissata nell'atto di appello, ma quella alla quale sia stata differita quando il differimento sia avvenuto nell'esercizio del potere attribuito dal quinto comma dell'articolo168 bis c.p.c., secondo quanto previsto dall'articolo 166 c.p.c. - richiamato dall'articolo 343 c.p.c. - per la costituzione del convenuto (Cass. 9351/2003; 8897/2005).
Nella specie, gli appelli incidentali erano stati proposti nel termine di venti giorni prima della data alla quale l'udienza era stata differita (13 giugno 2002) dal Presidente della Corte di appello in virtu' del potere di cui alla citata norma.
2.- Il secondo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 345 e 346 c.p.c., censura la sentenza che aveva posto a base della decisione una domanda proposta per la prima volta in sede di gravame, con il quale il Condominio aveva chiesto il rigetto della domanda di risarcimento dei danni invocando i pagamenti effettuati, fra l'altro relativi ad altro giudizio, mentre la domanda di primo grado era stata rinunciata perche' non riproposta in appello.
3.- Il terzo motivo denuncia la nullita' della sentenza e del procedimento (in relazione agli articoli 51, 158 e 168 c.p.c., e articolo 36 disp. att.) per omesso inserimento nel fascicolo di ufficio della istanza di astensione dei magistrati componenti il primo Collegio che aveva deciso la sentenza non definitiva, trattandosi di atto che ineriva alla regolare costituzione del giudice.
4.- Il quarto motivo (violazione e falsa applicazione di norme processuali, in relazione agli articoli 75, 100, 156 e 324 c.p.c.) censura la sentenza impugnata laddove con motivazione incomprensibile aveva disatteso la eccezione circa la regolare costituzione dei difensori del Condominio nel giudizio primo grado e non aveva verificato la costituzione dell'amministratoreinquello di appello, atteso che mancavano agli atti il verbale assembleare di nomina del soggetto che aveva materialmente sottoscritto il mandato difensivo conferito in primo grado al difensore del Condominio e di autorizzazione all'amministratoreper proporre l'appello.
5.- Il quinto motivo, lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 345 3 346 c.p.c., censura la sentenza che aveva posto a base della decisione una domanda proposta per la prima volta in appello laddove era stata chiesta la declaratoria di pagamenti effettuati a vario titolo a favore degli attori.
6.- Il sesto motivo, lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 356, 359 e 184 c.p.c., censura la sentenza che aveva consentito il deposito dell'originale sottoscritto della transazione conclusa dagli eredi di (OMISSIS), nonostante che la parte fosse ormai decaduta, posto che nel termine perentorio assegnato in precedenza era stato depositato soltanto una copia non sottoscritta del documento.
7.- Il settimo motivo (violazione e falsa applicazione dell'articolo 2729 c.c., erronea e contraddittoria motivazione), denuncia l'erronea valutazione del contenuto della transazione conclusa nel 1996 da (OMISSIS) con il Condominio.
8.- L'ottavo motivo denuncia la nullita' della transazione conclusa nel 2005, nella quale era coinvolto l'interesse di un minore, senza la preventiva autorizzazione del giudice tutelare.
9.- Il nono motivo denuncia: il vizio di extrapetizione della sentenza che aveva rilevato di ufficio la natura non solidale dell'obbligazione posta a carico del Condominio; l'obbligazione, avendo a oggetto un immobile in comproprieta', era indivisibile e doveva essere necessariamente solidale; la transazione non ha effetto nei confronti degli altri creditori se questi non ne vogliano approfittare.
10.- Va esaminato il quarto motivo che ha priorita' logico giuridica rispetto agli altri.
Il motivo e' fondato nei limiti in cui si dira'.
a) Nelle controversie non rientranti tra quelle che puo' autonomamente proporre ai sensi dell'articolo 1131 c.c., comma 1, l'amministratore di condominio non e', legittimato a resistere in giudizio per il condominio senza autorizzazionedell'assemblea, atteso che "ratio" del secondo comma dello stesso articolo - che consente di convenire in giudizio l'amministratore per qualunque azione concernente le parti comuni dell'edificio - e' soltanto quella di favorire il terzo il quale voglia iniziare un giudizio nei confronti del condominio, consentendogli di notificare la citazione al solo amministratoreanziche' citare tutti i condomini, mentre nulla, nella stessa norma, giustifica la conclusione secondo cui l'amministratoresarebbe anche legittimato a resistere in giudizio senza essere a tanto autorizzato dall'assemblea Cass. 22294/2004). D'altra parte, l'amministratore del condominio, nelle materie che esorbitano dalle sue attribuzioni, puo' costituirsi in giudizio e impugnare la sentenza sfavorevole senza la preventiva autorizzazione dell'assemblea, ma deve, in tale ipotesi, ottenere la necessaria ratifica del suo operato da parte dell'assemblea stessa, per evitare la pronuncia di inammissibilita' dell'atto dicostituzione ovvero di impugnazione (Cass. 18331/2010).
b) Nella specie, dagli atti non risulta la delibera dell'assemblea del Condominio di conferimento all'amministratoredell'incarico di costituirsi e resistere nel giudizio di primo grado ne' quella che lo autorizzava a proporre appello : nella controversia in esame, che ha a oggetto il risarcimento dei danni derivanti dalle cose comuni, si rendeva necessaria l'autorizzazione dell'assemblea cheavrebbe dovuto deliberare circa le determinazioni da assumere sulla lite instaurata contro il Condominio, dovendo qui accennarsi che la deliberazione di autorizzazione o di ratifica dell'assemblea delcondominio relativa alla costituzione dell'amministratore nel giudizio di cassazione, operando soltanto per la rispettiva fase del procedimento, non sana la mancanza della preventiva autorizzazione assembleare concernente l'appello formulato dallo stesso amministratore avverso la sentenza di primo grado (Cass. 15838/2012).
Cio' posto, peraltro, occorre considerare che;
1) per quanto riguarda la invalidita' della costituzione nel giudizio di primo grado del Condominio, che nella specie e' stata denunciata dalla controparte e non dal soggetto direttamente interessato al corretto esercizio del diritto di difesa, il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare che la decisione assunta dal tribunale fosse stata condizionata dall'espletamento di attivita' difensive (proposizione di eccezioni non rilevabili di ufficio; articolazione e produzione di mezzi istruttori), che altrimenti non avrebbero potuto trovare ingresso nel processo e che fossero risultate decisive per l'esito del lite: tale onere non e' stato ottemperato, per cui la doglianza va disattesa.
2) deve, invece, ritenersi fondata la censura con la quale e' stata dedotta la carenza di legittimazione processuale dell'amministratore relativamente alla proposizione dell'appello;
pertanto, la Corte di appello avrebbe dovuto dichiarare inammissibile l'appello principale del Condominio, atteso che sarebbe stata necessaria l'autorizzazione o la ratifica da parte dell'assemblea mentre, per quel che si e' detto in occasione dell'esame del primo motivo, avrebbe dovuto esaminare quelli incidentali.
11. Il secondo, il quinto, il sesto, il settimo, l'ottavo e il nono motivo sono assorbiti.
12.- Deve, infine, rigettarsi il terzo motivo.
La richiesta di astensione di un componente del Collegio deve ritenersi nella specie del tutto irrilevante, non essendo stato dedotto che il magistrato avesse un interesse tale da fargli assumere la qualita' di parte. Ed invero, va ricordato che l'inosservanza dell'obbligo dell'astensione determina la nullita' del provvedimento adottato solo nell'ipotesi in cui il componente dell'organo decidente abbia un interesse proprio e diretto nella causa, tale da porlo nella veste di parte del procedimento;
in ogni altra ipotesi, invece, la violazione dell'articolo 51 c.p.c., assume rilievo solo quale motivo di ricusazione, rimanendo esclusa, in difetto della relativa istanza, qualsiasi incidenza sulla regolare costituzione dell'organo decidente e sulla validita' della decisione, con la conseguenza che la mancata proposizione di detta istanza non determina la nullita' del provvedimento (S.U. 10071/201; 26976/2011; 12263/2009).
Le sentenze non definitiva e la definitiva vanno cassate in relazione ai motivi accolti; va dichiarato ex articolo 382 c.p.c., l'inammissibilita' dell'appello proposto dal Condominio con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Roma che dovra' decidere circa l'appello incidentale.
P.Q.M.
Accoglie il primo e il quarto motivo, per quanto in motivazione, del ricorso rigetta il terzo, assorbiti gli altri cassa le sentenze impugnate in relazione ai motivi accolti, dichiara inammissibile l'appello proposto dal Condominio e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Roma per l'esame degli appelli incidentali.



LAVORATORE IN MALATTIA SVOLGE ALTRA ATTIVITA' - LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO

Assenza per malattia e svolgimento di altra attività – Licenziamento – illegittimo
Svolgimento del processo

Con sentenza non definitiva pubblicata il 7 agosto 2008 la Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale di Roma dell’8 febbraio 2005 ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato dalla B. s.p.a. a P.P. ordinando la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro precedentemente occupato e condannando la B. al pagamento in favore del lavoratore, di tutte le retribuzioni dal momento del licenziamento. La Corte territoriale ha considerato che il P., dipendente della B. con mansioni di autista e guardia giurata, era stato licenziato a seguito di contestazione disciplinare per essere stato visto in abiti da cacciatore in tre giorni in cui era assente dal lavoro per malattia. La stessa Corte d’appello ha considerato che, ritenuti veritieri e non contestati i certificati medici di malattia, è rimasta non provata la tesi della datrice di lavoro secondo cui il dipendente, svolgendo attività di cacciatore in giorni i cui era assente per malattia, avrebbe messo a repentaglio la propria salute, ritardando la guarigione e causano il relativo danno al datore di lavoro; né può affermarsi che tali episodi incrinino il vincolo fiduciario in modo tale da costituire giusta causa di licenziamento.
La B. s.p.a. propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza affidato ad un unico articolato motivo.
Resiste il P. con controricorso.
La ricorrente ha presentato memoria.
 
Motivi della decisione
 
Con il motivo di ricorso si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 12 delle preleggi in relazione agli artt. 1175, 1375, 2104, 2105, 2106 e 2119 cod. civ. con specifico riferimento alla proporzionalità della sanzione, ex art. 360, n. 3 cod. proc. civ., e contraddittorietà e palese superficialità della motivazione in ordine ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio. In particolare si assume che la Corte territoriale si sarebbe soffermata sulla sola proporzionalità della sanzione senza considerare la violazione dei doveri di correttezza, buona fede, diligenza e fedeltà del lavoratore che sarebbero stati violati dal P. negli episodi contestati.
Inoltre la Corte territoriale avrebbe erroneamente ignorato il potenziale pregiudizio alla guarigione del lavoratore determinato dal suo comportamento, indipendentemente dal suo concreto avverarsi. La ricorrente insiste comunque nel contestare il giudizio dato sulla proporzionalità della sanzione in considerazione della gravità degli episodi contestati.
Il ricorso non è fondato.
Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte l'espletamento di altra attività, lavorativa ed extralavorativa, da parte del lavoratore durante lo stato di malattia è idoneo a violare i doveri contrattuali di correttezza e buona fede nell'adempimento dell'obbligazione e a giustificare il recesso del datore di lavoro, laddove si riscontri che l'attività espletata costituisca indice di una scarsa attenzione del lavoratore alla propria salute ed ai relativi doveri di cura e di non ritardata guarigione, oltre ad essere dimostrativa dell'inidoneità dello stato di malattia ad impedire comunque l'espletamento di un'attività ludica o lavorativa (per tutte Cass. 21 aprile 2009 n. 9474). La prova della incidenza della diversa attività lavorativa o extralavorativa nel ritardare o pregiudicare la guarigione ai fini del rilievo disciplinare di tale attività nel corso della malattia, è comunque a carico del datore di lavoro. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tale principio di diritto sebbene abbia impropriamente tratto conferma della assenza di pregiudizio per il datore di lavoro dal rientro del lavoratore al termine della malattia, circostanza di per sé irrilevante ai fini in questione in quanto l’accertamento della mancanza di pregiudizio va operato ex ante. Tuttavia permane la mancanza di prova di tale pregiudizio che avrebbe procurato nocumento al datore di lavoro, per cui è comunque esatta la conclusione a cui è pervenuta la Corte territoriale nel ritenere non giustificato l’impugnato licenziamento. Quanto alla proporzionalità della sanzione espulsiva va ricordato il principio pure ripetutamente affermato da questa Corte, secondo cui il giudizio di proporzionalità tra violazione contestata e provvedimento adottato si sostanzia nella valutazione della gravità dell'inadempimento del lavoratore e dell'adeguatezza della sanzione, tutte questioni di merito che ove risolte dal giudice di appello con apprezzamento in fatto adeguatamente giustificato con motivazione esauriente e completa, si sottraggono al riesame in sede di legittimità (da ultimo Cass. 25 maggio 2012 n. 8293). Il giudice dell’appello ha correttamente valutato che l’illecito disciplinare commesso dal lavoratore, per la mancanza di pregiudizio di cui si è detto, non meritasse la sanzione espulsiva per il venir meno del vincolo fiduciario. Tale giudizio, per la sua logicità, si sottrae ad ogni censura di legittimità.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in dispositivo.
 
P.Q.M.
 

Rigetta il ricorso; Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in € 100,00 per esborsi, oltre € 3.500,00 per compensi professionali oltre accessori di legge.

SINISTRO STRADALE - IL RISARCIMENTO DEI DANNI

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
sez. III civile
sentenza 22 gennaio 2014, n. 1216


 
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 27446-2007 proposto da:
DUOMO UNI ONE ASSIC RIASSICURAZIONI S.P.A. (OMISSIS), in persona del Condirettore Generale Dott. D.P.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 5, presso lo studio dell'avvocato TRICERRI LAURA, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANVERSA GIOVANNI, ANVERSA ANTONIO giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
B.L., G.A., GI.AN., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CELIMONTANA 38, presso lo studio dell'avvocato PANARITI BENITO, che li rappresenta e difende unitamente all'avvocato MESSINA MASSIMO GIOVANNI giusta delega in atti;
- controricorrenti -
nonchè contro
B.S.;
- intimata -
avverso la sentenza n. 1716/2006 della CORTE D'APPELLO di FIRENZE, depositata il 26/10/2006 R.G.N. 1694/2003;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/06/2013 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo
I genitori, la sorella e il nonno di B.D., deceduto (OMISSIS) a seguito di un incidente stradale, proposero appello avverso la sentenza con la quale il tribunale di Pisa, ricondotti i fatti alla responsabilità esclusiva di Bi.
G., aveva condannato quest'ultimo, in solido con la compagnia assicurativa Maeci, al risarcimento dei danni patrimoniali e morali in favore dei genitori e della sorella della vittima, ed al risarcimento dei soli danni morali in favore dei nonni materni e dei cugini conviventi, poichè le somme loro riconosciute dovevano ritenersi del tutto inidonee a compensare integralmente il danno subito.
La corte di appello di Firenze, sulla premessa che il danno non patrimoniale comprende tanto il danno morale soggettivo quanto quello derivante dalla lesione di altri diritti di rango costituzionale, fra i quali quello alla intangibilità degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia ed alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito della peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, accolse il gravame in relazione alle censure relative a tali voci di danno, rideterminando per l'effetto il quantum risarcitorio (il giudice toscano accolse altresì l'appello incidentale della compagnia assicurativa, che aveva lamentato l'erroneità del cumulo, sancito in prime cure, tra rivalutazione ed interessi, nella parte in cui il tribunale non aveva specificato che il calcolo degli interessi stessi dovesse seguire i criteri di cui a Cass. s.u. 1712/1995).
Per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Firenze la compagnia assicurativa ha proposto ricorso illustrato da due motivi.
Resistono con controricorso B.L., G.A. e Gi.An..
Motivi della decisione

Il ricorso è infondato.
Con il primo motivo, si denuncia: art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 in relazione all'art. 2059 c.c., omessa insufficiente contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia rilevabile d'ufficio e comunque prospettato dalle parti, e violazione dell'art. 346 c.p.c..
La censura è corredata dal seguente quesito di diritto (formulato ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis, nel vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006):
Statuisca codesta Corte se costituisca domanda nuova, in quanto tale inammissibile in fase di gravame, la domanda di danno non patrimoniale (sub specie danno da relazione parentale) laddove nell'atto introduttivo siano chiesti tutti i danni morali e materiali.
Al quesito deve darsi (ed è stata già data) risposta positiva alla luce della costante e consolidata giurisprudenza di questa Corte regolatrice, cui si è correttamente attenuto il giudice toscano nel valutare l'an e il quantum del danno de quo, indubitabilmente ricompreso nella domanda introduttiva del giudizio - con la quale gli odierni resistenti avevano invocato "il risarcimento di tutti i danni, materiali e morali", come tali dovendosi intendere (attesane la evidente alterità, logica lessicale e topografica, rispetto ai pregiudizi patrimoniali), proprio quei danni non patrimoniali derivanti dalla lesione di interessi e valori costituzionalmente tutelati, contemplati dall'art. 2059 c.c., come rettamente opinato dal giudice di merito.
Con il secondo motivo, si denuncia omessa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 1917 c.c., L. n. 990 del 1969, art. 18 e art. 1224 c.c. e segg..
La censura è corredata dal seguente quesito:
Statuisca la Corte se costituisca, in una fattispecie di mala gestio impropria, ingenerata da richiesta del danneggiato di liquidazione di interessi e rivalutazione, pronuncia ultra petitum la liquidazione di tali accessori in eccedenza del comprovato massimale rivalutato e se la pronuncia del giudice territoriale debba distinguere tra capitale ed accessori del credito nella liquidazione che ecceda il massimale stabilito contrattualmente che costituisce il limite massimo dell'indennizzo.
Il motivo, prima ancora che infondato nel merito (avendo la Corte territoriale fatto buongoverno dei principi a più riprese predicati da questa Corte in subiecta materia con apprezzamento di fatto esente da vizi logico-giuridici e perciò solo incensurabile in sede di legittimità), risulta inammissibile in rito, in conseguenza della palese inadeguatezza del quesito di diritto.
Questo giudice di legittimità ha già avuto più volte modo di affermare che il quesito di diritto deve essere formulato, ai sensi dell'art. 366 bis cod. proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica unitaria della questione, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso tanto se sorretto da un quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea a chiarire l'errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass. 25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi (Cass. 19-2-2009, n. 4044) nella generica richiesta (quale quelle di specie) rivolta al giudice di legittimità di stabilire se sia stata o meno violata - o disapplicata o erroneamente applicata, in astratto, - una norma di legge. Il quesito deve, di converso, investire la ratio decidendi della sentenza impugnata, proponendone una alternativa di segno opposto: le stesse sezioni unite di questa corte hanno chiaramente specificato (Cass. ss. uu. 2-12-2008, n. 28536) che deve ritenersi inammissibile per violazione dell'art. 366 bis cod. proc. civ. il ricorso per cassazione nel quale l'illustrazione dei singoli motivi sia accompagnata dalla formulazione di un quesito di diritto che si risolve in una tautologia o in un interrogativo circolare, che già presupponga la risposta (ovvero la cui risposta non consenta di risolvere il caso sub iudice).
La corretta formulazione del quesito esige, in definitiva (Cass. 19892/09), che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli, in forma interrogativa e non (sia pur implicitamente) assertiva, il principio giuridico di cui si chiede l'affermazione;
onde, va ribadito (Cass. 19892/2007) l'inammissibilità del motivo di ricorso il cui quesito si risolva (come nella specie) in una generica istanza di decisione sull'esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Il ricorso va pertanto rigettato.
La disciplina delle spese segue - giusta il principio della soccombenza - come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 7200, di cui Euro 200 per spese.
Così deciso in Roma, il 5 giugno 2013.
Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2014


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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V

SENTENZA 5 MARZO 2014, N. 10594


Ritenuto in fatto
1. Nel procedimento a carico di M.T., Pa.M., P.A., i primi due indagati con riferimento al delitto di diffamazione a mezzo stampa in danno di C.A., il terzo con riferimento al delitto di cui all’articolo 57 cp, il tribunale del riesame di Roma, con il provvedimento di cui in epigrafe, ha confermato il decreto di sequestro preventivo degli articoli giornalistici pubblicati sulle pagine web http://www.ilfattoquotidiano.it ehttp://www.ilfattoquotidiano.it/category/saturno, dal titolo “A.C.: BENI CULTURALI, APPALTI E VECCHI BREVETTI”, nonché “LA CULTURA DELLA DOMENICA. LA CONOSCENZA: UN FINE O SOLO UN MEZZO PER FARE SOLDI?”.
Il P. è direttore responsabile del giornale “Il Fatto Quotidiano”, il Pa. è giornalista presso il predetto quotidiano, il M. è professore associato di storia dell’arte moderna presso l’Università Statale degli Studi di Napoli “Federico II”, Dipartimento di studi umanistici.
2. Gli articoli erano relativi: a) al finanziamento di un documentario realizzato dalla casa di produzione della figlia del C., b) alla cessione – a titolo oneroso – di un brevetto allo stesso intestato, c) all’utilizzo di un finanziamento pubblico per il restauro del castello di Torre in Pietra, di proprietà del C. Quest’ultimo era, all’epoca, presidente dei Consiglio Superiore dei Beni Culturali.
2.1. Si legge nel provvedimento del collegio cautelare che, con i predetti articoli, si accusava – in sintesi – il C. di una gestione privatistica e personalistica della sua carica istituzionale, gestione che aveva dato luogo, reiteratamente, a veri e propri conflitti d’interesse.
3. Il tribunale del riesame, dopo aver escluso che alle notizie circolanti “in rete” si possa applicare la normativa sulla stampa, con conseguente divieto di sequestro di più di tre copie del giornale, ha ritenuto che il contenuto degli articoli predetti avesse natura diffamatoria e che il sequestro preventivo fosse stato ben disposto, in fase di indagini, e – quindi – che il provvedimento ablativo dovesse essere confermato, in quanto il giudice del procedimento incidentale era chiamato a compiere una mera delibazione sommaria della fondatezza della notitia criminis, essendogli impedito l’esercizio di una piena cognitio; ciò in quanto, altrimenti, l’organo predetto avrebbe sconfinato in una non consentita (e preventiva) verifica della fondatezza dell’accusa, verifica riservata all’eventuale fase dibattimentale.
3.1. Il tribunale, peraltro, pur ritenendo “la oggettiva esistenza dei fatti”, anche sulla base della documentazione offerta dalla difesa, opinava, tuttavia, di non essere in grado di apprezzare se gli episodi riferiti si fossero effettivamente verificati “secondo le dinamiche denunciate”.
4. Ricorre per cassazione il difensore dei tre indagati sopra indicati e deduce due censure.
4.1. Con la prima censura, si assume la nullità dell’ordinanza impugnata per violazione di legge e, segnatamente, degli articoli 21 della Costituzione, 1 della legge n. 47 del 1948, 1 del regio decreto-legge n. 561 del 1946, 1 della legge n. 62 del 2001 e 12 delle preleggi, nonché per difetto di motivazione.
Sostiene il ricorrente che il giudice cautelare, pur dando atto dei divergenti orientamenti giurisprudenziali in tema di assimilazione, ai fini della tutela costituzionale, del giornalismo on­line, rispetto a quello sulla carta stampata, finisce poi, immotivatamente, per aderire alla tesi in base alla quale le notizie diffuse in rete godrebbero di una tutela minore rispetto a quelle pubblicate sui giornali “tradizionali”.
In merito, permanendo il contrasto, si chiede – preliminarmente – che la questione venga rimessa alle Sezioni Unite.
In realtà, la obiettiva discrasia di trattamento tra due condotte del tutto assimilabili non trova giustificazione alcuna nell’ordinamento e autorizza l’interprete a fare ricorso alla analogia in in bonam partem, certamente ammissibile anche in sede processuale e non solo per gli istituti di diritto sostanziale. Al proposito, il tribunale romano, pur sollecitato in tal senso, ha fornito una risposta incongrua, sostenendo che l’applicazione della legge sulla stampa del 1948 ai giornali telematici e anche la versione internet dell’edizione cartacea costituirebbe un’estensione analogica in maiam partem. Esso, in realtà, da un lato, è caduto in un equivoco logico, dall’altro, ha fatto riferimento a una isolata pronunzia del giudice di legittimità.
Partendo da tali erronei presupposti, il collegio cautelare ha ritenuto applicabile il sequestro preventivo alle pagine web di un giornale, esistente anche in versione cartacea. In realtà, un articolo pubblicato in rete, che abbia contenuto riconoscibilmente informativo, non differisce in nulla da un articolo pubblicato su di un giornale che può essere acquistato in edicola. Nel caso di specie, poi, gli articoli pubblicati sui siti web oggetto di sequestro altro non sono che le copie informatiche degli articoli pubblicati sulla versione cartacea, di talché il sito web in nulla differisce da un archivio “fisico”, nel quale siano doverosamente conservate, giorno per giorno, le varie copie del quotidiano.
Le altre sentenze del giudice di legittimità citate nel provvedimento impugnato non sono affatto congruenti con la tesi sostenuta dal tribunale del riesame. Esse si limitano a sostenere che il sequestro preventivo non è ipotizzabile in tema di reati a mezzo stampa, proprio per la tutela costituzionale che la stampa riceve dall’articolo 21 della Carta fondamentale. Invero, tranne che si tratti di pubblicazioni oscene, di pubblicazioni attraverso le quali si faccia apologia di fascismo, ovvero di pubblicazioni che integrino gli estremi del plagio, non è consentito, per esplicito dettato di legge, il sequestro di più di tre copie del giornale. Secondo la dominante giurisprudenza, quindi, l’unico sequestro eseguibile con riferimento al delitto di diffamazione è quello probatorio, sia perché, oggettivamente, un sequestro limitato a sole tre copie non potrebbe avere alcuna efficacia preventiva, sia perché in senso contrario va letto l’esplicito divieto costituzionale, il quale, limitando, comunque, la possibilità di sequestro di stampati alle ipotesi esplicitamente previste dalla legge, non consente – in assenza appunto di una specifica norma in tal senso – la esecuzione di sequestro diverso da quello (probatorio) che può cadere sul numero limitato di copie di cui sopra si faceva riferimento.
Diversamente opinando, si introdurrebbe una forma di censura indiretta sulla stampa, violando apertamente il dettato costituzionale. Si deve dunque giungere alla conclusione che, contrariamente a quello che ha ritenuto il tribunale romano, la tutela costituzionale della stampa è forte e significativa anche sotto il profilo cautelare e che il sequestro preventivo di giornali non può trovare spazio prima della eventuale definitività della sentenza.
Il collegio cautelare, tuttavia, rovesciando arbitrariamente i presupposti logici del ragionamento, ha ritenuto (correttamente) che il limite delle tre copie valesse solo per il sequestro probatorio, ma ha anche ritenuto (erroneamente) che, essendo ammissibile il sequestro preventivo, esso possa trovare applicazione senza limiti numerici.
Ebbene, è agevole replicare che così non è, in quanto il principio costituzionale ha riferimento a qualsiasi manifestazione del pensiero, di talché la valenza e la portata del divieto di sequestro imposto dall’articolo 21 della costituzione, avendo carattere ampio, non trova ostacolo nell’interpretazione letterale del termine “stampa”, e deve applicarsi anche ai giornali telematici e, a maggior ragione, alla versione internet dell’edizione cartacea. Invero, una lettura storicizzata della normativa sulla stampa e dei principi costituzionali in materia non potrà che orientare l’interprete verso una concezione onnicomprensiva del concetto di informazione – e dunque di stampa – anche in considerazione del fatto che nel periodo in cui, tanto la legge n. 47 del 1948, quanto la Costituzione vedevano la luce, l’unico mezzo di diffusione delle notizie, delle opinioni e del pensiero era caratterizzato, appunto, dalla stampa. Lo sforzo di preveggenza, dunque, del legislatore non può essere frustrato da una visione formalistica e ossessivamente ancorata al dato letterale. Non è, d’altra parte, senza significato che la cosiddetta commissione Bozzi, già molti anni addietro, avesse proposto l’introduzione nella Carta costituzionale dell’articolo 21 bis, attraverso il quale estendere le garanzie, già applicate alla stampa, anche ad altri mezzi di informazione, quali in particolare quelli televisivi. Nel caso di specie, poi, è di tutta evidenza che gli articoli comparsi sui siti oscurati non rappresentano prodotti nati e diffusi via internet, ma veri e propri prodotti editoriali, dei quali in rete esiste semplicemente una copia. D’altra parte, la stessa imputazione formulata dal PM fa chiaro riferimento alla legge sulla stampa, in quanto essa contiene l’aggravante di cui all’articolo 13 della legge n. 47 del 1948.
4.2. Con la seconda censura, si deduce la nullità dell’ordinanza per violazione degli articoli 21 della Costituzione, 595, 51 cp e 13 della legge n. 47 del 1948, nonché per mancanza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione.
In relazione al fumus commissi delicti, la motivazione del provvedimento impugnato è meramente apparente oltreché assunta in violazione di legge. Secondo il tribunale del riesame, in sede di valutazione incidentale della sussistenza dei presupposti per l’applicazione di una misura cautelare reale (sequestro), dovrebbe farsi luogo a una delibazione sommaria, essendo impedito l’esercizio di una piena cognitio che determinerebbe una non consentita preventiva verifica della fondatezza dell’accusa. Si tratta di un orientamento del giudice di legittimità in tema di sequestro preventivo ormai del tutto superato, un orientamento in base al quale si riteneva che il controllo del giudice del riesame non potesse investire la concreta fondatezza dell’accusa (nel caso di specie: verifica del fumus della falsità della notizia), ma dovesse limitarsi all’astratta possibilità di sussumere il fatto attribuito a un soggetto in una determinata ipotesi di reato. In tale ottica, si riteneva potessero essere rilevati solo eventuali difformità tra fattispecie concreta e fattispecie legale ravvisabili ictu oculi.
Il principio è però stato precisato (e corretto) dai successivi arresti giurisprudenziali, in base ai quali si è chiarito che il giudice del riesame non può aver riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve tener conto delle concrete risultanze processuali e della situazione effettiva, quale emerge dagli elementi forniti dalle parti. Non occorre – dunque – la sussistenza di indizi di colpevolezza a carico del soggetto in cui danno viene eseguito il sequestro, ma è bastevole che emergano elementi concreti che denuncino la sussistenza del reato ipotizzato.
Ebbene, con riferimento al caso in esame, era stato posto in evidenza come il provvedimento impugnato difettasse di qualsiasi apparato motivazionale degno di tale nome in ordine all’aspetto della sussistenza del reato. E invero, appare evidente che il collegio cautelare si sia “accontentato” della sola querela della presunta persona offesa, atteso che nessun altro elemento risulta evidenziato nel provvedimento che si impugna. Contraddittoriamente, poi, gli stessi giudici del riesame ammettono che i fatti illustrati negli articoli pubblicati sui siti web oscurati rispecchiano sostanzialmente il vero, ma aggiungono che, allo stato, non è possibile accertare se detti fatti si siano verificati secondo le dinamiche denunciate dal giornalista. In realtà si tratta di fatti dei quali i documenti prodotti attestano la reale esistenza. Non si vede, dunque, quale ulteriore verifica fosse necessaria per affermare la rispondenza al vero di ciò che negli articoli di giornale si sosteneva, vale a dire che il C. versasse in palese conflitto di interessi nel momento in cui partecipava, peraltro con una carica apicale, alla deliberazione di atti amministrativi dai quali egli stesso e i suoi familiari avrebbero ricevuto evidenti vantaggi, anche economici.
Posto dunque che, come lo stesso tribunale dei riesame finisce per ammettere, i fatti riferiti rispondono al vero, deve ritenersi, contrariamente a quello che si legge nel provvedimento impugnato, che sia stato rispettato anche il limite della continenza verbale. Sostiene il collegio cautelare che i fatti sono stati descritti con espressioni che devono ritenersi lesive della reputazione alla persona offesa; in realtà il precedente giurisprudenziale citato è del tutto inconferente perché esso si riferisce alla attribuzione di una connotazione negativa ad un soggetto in quanto tale e non alla censura dell’operato dello stesso (scil. di quella determinata condotta, tenuta in quel determinato frangente), come viceversa è avvenuto nel caso di specie. Il tribunale romano, peraltro, sembra ignorare anche la raffinata evoluzione giurisprudenziale in tema di satira.
Considerato in diritto
1. La prima censura è infondata. Essa parte dal presupposto errato della assimilabilità dei siti web, alla stampa “tradizionale”.
1.1. Questo giudice di legittimità ha avuto modo di chiarire (cfr. ASN 200910535-RV 243085) che gli spazi comunicativi sul web, “non essendo giornali”, non godono della speciale protezione prevista per la libertà di stampa.
La libera manifestazione del pensiero, invero, è categoria più ampia (e meno efficacemente tutelata) rispetto alla specifica manifestazione che si estrinseca, appunto, con la parola stampata. L’art. 21 Cost., dopo l’affermazione di carattere generale (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di comunicazione”), riserva la disposizione sul sequestro alla sola manifestazione del pensiero che avvenga attraverso la stampa. Conseguentemente – si sostiene nella pronunzia di questa corte appena citata – i messaggi che appaiono sui forum di discussione sono equiparabili a quelli che possono esser lasciati in una bacheca, pubblica o privata. Come questi ultimi, anche i primi sono strumenti di comunicazione del pensiero, ovvero di informazioni, ma non entrano (solo in quanto tali) nel concetto di stampa, sia pure in senso ampio, e quindi ad essi non si applicano le limitazioni in tema di sequestro previste dall’art. 21 Cost.
Insomma, tali messaggi non sono tutelati dalla legge sulla stampa del 1948.
1.2. Non trova pertanto applicazione per blog, mailing list, chat, newsletter, e-mail, newsgroup, ecc. la tutela costituzionale di cui al terzo comma dell’art. 21 della Carta fondamentale. I predetti “siti” conseguentemente sono sequestrabili.
L’assunto rappresenta una rilevante conferma della non assimilabilità del mondo telematico a quello della carta stampata (e contribuisce, non poco, a una lettura “ortopedica” della legge 7.3.2001 n. 62).
1.3. D’altronde, la stessa mancanza di una res extensa (se per tale non si vuole intendere il supporto sul quale la comunicazione è – eventualmente – registrata) renderebbe di per sé improprio persino l’uso del termine “sequestro”. Al proposito, questa sezione ha avuto modo di precisare ulteriormente (ASN 200807319- RV 239103) che il termine “stampa” è dizione tecnica, e, come tale, fu assunto nella norma costituzionale, ai commi secondo e terzo dell’art. 21 Cost. e nella legge sulla stampa 8 febbraio 1948, n. 47, (art. 1); la stessa Corte costituzionale, d’altronde, ha, fino a tempi recenti (sent. n. 115 del 2002, e, prima, n. 225 del 1974, n. 148 del 1981, n. 826 del 1988), valorizzato la ontologica diversità, ad es., della comunicazione televisiva rispetto a quella della carta stampata.
Ed è noto, poi, che nessun esito ha avuto la proposta di revisione dell’art. 21 Cost., contenuta nella relazione finale della c.d. Commissione bicamerale per le riforme istituzionali (istituita il 14.4.1983), presentata alle Presidenze delle Camere il 29.1.1985 (la c.d. relazione “gozzi” della quale è parola nel ricorso), proposta che, con la riscrittura dell’art. 21 Cost. e con la introduzione di un art. 21 ter, intendeva omologare le manifestazioni del pensiero espresse con altri “mezzi di diffusione dell’informazione” a quelle a mezzo stampa, anche ai fini della eseguibilità del sequestro. In altre parole: proprio la avvertita necessità di una revisione o integrazione costituzionale sta (ulteriormente) a testimoniare che la nostra Carta fondamentale non tutela alla stessa maniera la manifestazione del pensiero che ha trovato ospitalità sulla “carta stampata” e quella che si diffonde attraverso altri media., che, all’epoca in cui fu redatta la Costituzione erano certamente esistenti (basti citare la radio e il cinema).
1.4. Allo stato, dunque, la diversità ontologica e strutturale del mezzo non consente una automatica estensione della specifica garanzia negativa apprestata dall’art. 21 Cost., comma terzo alle manifestazioni del pensiero, destinate ad essere trasmesse per via telematica.
Resta da chiarire però se la mera riproduzione sul web di articoli già pubblicati sulla carta stampata – tale è il caso in scrutinio – possa essere assimilata, sotto l’aspetto della garanzia della sua sottrazione al sequestro preventivo, alla copia cartacea che di tale garanzia indubitabilmente fruisce (è ovvio che, da un punto di vista tecnico, quello che impropriamente si chiama “il sequestro” di un giornale telematico non possa realizzarsi che attraverso il suo oscuramento).
1.5. In merito, la più autorevole dottrina ha da tempo sostenuto che la “telematica non è stampa” e in questo è stata coerentemente seguita dalla giurisprudenza di legittimità.
Tanto che, ad esempio, per quel che riguarda la posizione del direttore di un giornale telematico, si è chiarito (ASN 201035511-RV 248507 + ASN 201144126-RV 251132) che il direttore di un giornale on-line non può rispondere, ex art. 57 cp di omesso controllo sui contenuti pubblicati, non solo per l’impossibilità di impedire le pubblicazioni di contenuti diffamatori “postati” direttamente dall’utenza (e non4questo il caso che occupa), ma anche e principalmente per l’impossibilità di ricomprendere detta attività on-line nel concetto di stampa periodica.
1.6. La (arbitraria) assimilazione tra stampa e telematica, invero, almeno in tal caso, sarebbe da considerare analogia in malam partem. Ne consegue, innanzitutto, che, in ossequio ai principi di determinatezza, tassatività, frammentarietà, che connotano il diritto penale sostanziale, la formulazione della imputazione ex art 57 cp a carico del P. (con riferimento agli articoli pubblicati sul web) appare impropria, così come impropria appare la menzione dell’aggravante di cui all’art. 13 della legge 47/48.
1.7. Ne deriva però anche (ubi commoda, ibi incommoda) che, come anticipato, un articolo giornalistico pubblicato sul web non gode della stessa tutela riservata, per volontà del Costituente, agli articoli pubblicati “a stampa”.
1.8. Né può ragionevolmente sostenersi, come si fa nel ricorso, che la copia web altro non rappresenti che “l’archiviazione informatica” dell’articolo stampato. La ragione è evidente: la immissione di un documento sul web costituisce il presupposto tecnico per la sua diffondibilità in rete. Visitando il sito, moltissime persone leggono il documento che, dunque, non è, in tal modo, archiviato, ma – anzi – divulgato; d’altra parte, nessuno dubita che internet costituisca uno di quei mezzi di diffusione di cui al terzo comma dell’art. 595 cp e al primo comma dell’art. 21 Cost.
1.9. Dunque, quella che nel ricorso viene indicata come una isolata pronunzia di questa sezione (ASN 201107155-RV 249510) tale non è, in quanto si inserisce armonicamente in un coerente filone giurisprudenziale che ormai ritiene pacificamente legittimo il sequestro preventivo di un articolo pubblicato su un sito internet contenente espressioni ritenute lesive dell’onore e del decoro, qualora la sua adozione sia giustificata da effettive necessità e da adeguate ragioni che si traducono nella sussistenza del fumus commissi delicti e del pericolo di aggravamento delle conseguenze del reato a cagione del mantenimento in rete delle predette espressioni.
1.10. È ovvio, però (e lo si sostiene apertamente nel ricorso), che il giornale telematico, pur non rientrando nel concetto di stampa, è comunque funzionalmente un giornale.
In merito, non ci si può nascondere che certamente si viene a creare una “situazione di tensione” con il principio di eguaglianza, di cui all’art. 3 Cost., ma, a ben vedere, una differenza (sostanziale e non solo formale) tra stampa e informatica esiste ed è data da quella che è stata definita, con espressione suggestiva, la “eternità mediatica”, cui fa cenno anche la sentenza da ultimo citata. A differenza di quanto avviene per una notizia diffusa attraverso la “carta stampata”, la notizia immessa in rete, rimane fruibile a tempo indeterminato (finché non sia rimossa, ammesso che lo sia) e per un numero indeterminato di fruitori. La diffamazione realizzata attraverso i giornali ha certamente impatto minore e durata limitata, atteso che, a meno di ulteriori ri-pubblicazioni, la sua diffusione (e la sua lesività) si esauriscono in breve spazio di tempo.
1.11. La distinzione (e l’esclusione del mondo del web dalle tutele riservate alla stampa) non è dunque né irragionevole, né iniqua, fermo restando che un interevento del legislatore (anche a livello costituzionale, come “tentato” negli anni passati) sarebbe quanto mai auspicabile.
2. La seconda censura è fondata.
2.1. Al proposito, va innanzitutto ribadito che le notizie di cronaca, le manifestazioni di critica, le denunzie civili (con qualsiasi mezzo propalate) restano comunque – e come si è anticipato – espressione di un diritto di libertà, direttamente tutelato nell’ordinamento. Se, dunque, la garanzia dell’art. 21, comma terzo Cost. -per il quale si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione del responsabile – non è estensibile alle manifestazioni del pensiero destinate ad essere trasmesse per via televisiva, radiofonica o telematica, non di meno le attività di informazione, denunzia e critica, comunque esternate e con qualsivoglia mezzo diffuse, trovano tutela (generica) anche esse ex art. 21, comma primo Costituzione.
2.2. Venendo al sequestro preventivo, va osservato che esso certamente dovrà cadere su di una res (il supporto magnetico, informatico, il server ecc.), ma, trattandosi di uno strumento destinato a comunicare fatti di cronaca o a criticare e denunziare aspetti della vita civile d’interesse pubblico, l’atto ablativo non viene a incidere solamente sulla disponibilità del supporto o del mezzo di comunicazione, ma, si diceva, su di un diritto di libertà che ha dignità pari a quello della libertà individuale (riguardando anzi, in astratto, non uno, ma molti soggetti: essenzialmente i destinatari). Occorre, perciò, che la sua imposizione sia giustificata da effettiva necessità e da ragioni adeguate.
2.3. Dunque, pur non vigendo, per quel che riguarda i media diversi dai giornali, alcuna riserva di legge, né essendo prescritto o individuato il numero di copie sequestrabili in via preventiva, non di meno, il giudice dovrà aver consapevolezza di star sequestrando non “cose”, ma, per così dire, informazioni e/o opinioni (ASN 200807319-RV 239103).
Orbene, se tali informazioni sono sfavorevoli a taluno, l’ordinamento ne consente la diffusione, innanzitutto a condizione che dette informazioni corrispondano al vero. La sussistenza dell’esimente del diritto di cronaca presuppone, per sua stessa natura, la diffusione di notizie “negative”, a volte inevitabilmente accompagnate dalla manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui.
2.4. Peraltro, nel verificare la sussistenza dei presupposti per l’emanazione del sequestro preventivo di cui all’art. 321, comma primo cpp, il giudice del riesame non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma nella valutazione del fumus commissi delicti, deve tenere conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e della effettiva situazione, emergente dagli elementi forniti dalle parti (ASN 200710979-RV 236193).
2.5. Pertanto: il giudicante richiesto di valutare la fondatezza di un provvedimento cautelare reale, non può, evidentemente, trascurare la valutazione di una causa di esclusione dell’antigiuridicità, quale certamente è l’esercizio di un diritto. Ne consegue che, in tema di diffamazione, il sequestro preventivo di un mezzo di comunicazione (diverso dalla stampa) in tanto potrà essere disposto, in quanto non emerga ictu oculi la probabile sussistenza di una causa di giustificazione e in particolare di quella ex art 51 cp, sub specie del diritto di cronaca e/o di critica.
2.6. Si deve allora rilevare che, sul punto, il provvedimento impugnato appare corredato da una giustificazione motivazionale decisamente incomprensibile, in quanto non ha – apparentemente – senso affermare, da un lato, che i fatti esposti corrispondono al vero e, dall’altro, che non ne è chiara la dinamica. Il resoconto di un avvenimento corrisponde, oppure no, allo svolgimento dei fatti. Affermare che i fatti (riferiti) sono veri, ma che la dinamica (e quindi il loro realizzarsi) non risulta accertata, vuol dire affermare una cosa e il suo contrario. Una motivazione di tal fatta non è contraddittoria, è apparente: è una non-motivazione, integrante violazione di legge.
3. Il provvedimento impugnato va dunque annullato con rinvio per nuovo esame al tribunale di Roma, che dovrà chiarire se i fatti riferiti sui siti web in sequestro siano veri e, ferma la indubbia rilevanza sociale degli stessi, se essi siano stati esposti con la dovuta continenza, vale a dire senza l’utilizzo di espressioni gravemente infamanti e inutilmente umilianti, che dunque trasmodano in una mera aggressione verbale dei soggetto criticato (ASN 201115060-RV 250174).
P.Q.M.
annulla il provvedimento impugnato, con rinvio al tribunale di Roma per nuovo esame.

lunedì 10 marzo 2014

MOBBING - LA DIMOSTRAZIONE E' A CARICO DEL DIPENDENTE

Corte di Cassazione Civile n. 898, sez. Lavoro del 17/1/2014


Svolgimento del processo
1. Con il ricorso al tribunale di Roma R. aveva convenuto in giudizio il Consorzio Nazionale Concessionari - poi Equitalia Servizi spa (già Centro Nazionale di Coordinamento di Attività Telematiche ed Operative per la riscossione spa) - per sentir dichiarare la illegittimità delle note di qualifica (mediocre) attribuite dal datore di lavoro e la illegittimità della condotta di mobbing di cui era stata vittima; aveva anche domandato la condanna del CNC al pagamento del premio di rendimento (quantificato in € 12.911,42) quanto agli anni dal 1998 al 2002 (tempo di attribuzione del giudizio di mediocre); al risarcimento del danno biologico, del danno esistenziale e del danno alla professionalità (danni complessivamente quantificati in € 500.000,00, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali) danni tutti, questi, assunti come causati dalla illegittima condotta persecutoria del CNC.
Costituitosi in giudizio il CNC - Consorzio Nazionale Concessionari - aveva contestato la fondatezza della domanda, chiedendo il rigetto del ricorso.
L'adito tribunale di Roma, con la sentenza n. 9748 del 14 maggio 2004, ha parzialmente accolto la domanda. Ha dichiarato la illegittimità delle note di qualifica attribuite alla ricorrente dal 1998 al 2002 e ha condannato per l'effetto il Consorzio al pagamento de premio di rendimento per gli anni corrispondenti, per € 12.911,42. oltre interessi e rivalutazione dalla maturazione dei singoli crediti al saldo; ha compensa per metà le spese di lite e ha posto il residuo a carico del Consorzio.
2. Nei confronti della sentenza di primo grado ha proposto tempestivo appello (con atto del 12.5.2005) la R. per chiedere che, in sua parziale riforma, il Consorzio fosse condannato anche al risarcimento del danno rivendicato in primo grado determinato dalla illegittima condotta di mobbing; in via subordinata ha chiesto che il danno rivendicato e quantificato in primo grado fosse attribuito anche in relazione alla illegittima attribuzione della qualifica di mediocre.
Si è costituita in giudizio la CNC spa - Centro Nazionale di Coordinamento di Attività Telematiche ed Operative per la riscossione spa - la quale, dopo avere precisato che l'originario Consorzio si era trasformato in società per azioni con nuova denominazione, ha contestato la fondatezza dell'appello concludendo per il suo rigetto.
In via incidentale la società ha censurato la sentenza nella parte in cui ha dichiarato l'illegittimità della attribuzione alla R, della qualifica di mediocre con conseguente condanna a restituire le somme corrisposte a titolo di premi di rendimento per gli anni dal 1998 al 2001.
La Corte d'appello di Roma con sentenza del 28.4.2009 - 28 novembre 2009 ha respinto l'appello principale e l'appello incidentale compensando le spese del grado.
3. Avverso questa pronuncia ricorre per cassazione la R. con quattro motivi.
Resiste con controricorso la parte intimata.
La ricorrente ha anche depositato memoria.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è articolato in quattro motivi.
Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione falsa applicazione dell'art. 24 Cost. nonché degli artt. 2697 e 421 c.p.c.. Sostiene che la corte territoriale ha erroneamente interpretato le disposizioni riguardanti l'onere della prova dei poteri istruttori. In particolare nel ricorso erano indicati i motivi e gli elementi richiesti per riconoscere il lamentato mobbing.
Con il secondo motivo la ricorrente deduce vizio di motivazione circa la mancata ammissione della consulenza tecnica d'ufficio che non aveva - diversamente da quanto ritenuto dalla corte d'appello - carattere esplorativo.
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione falsa applicazione degli artt. 112, 414, 437 c.p.c.. La corte d'appello pur pur accertando la illegittimità delle note di qualifica, ha errato nel non riconoscere il danno derivante da ciò.
Con il quarto motivo la ricorrente denuncia violazione dell'art. 1226 c.c. nonché vizio di motivazione. Erroneamente la corte d'appello ha escluso di poter decidere in via equitativa circa la condanna del risarcimento dei danni.
2. Il ricorso - i cui motivi possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi – è infondato.
La Corte territoriale ha puntualmente preso in considerazione la censura dell'appellante principale R. che in particolare lamentava l'erroneità della sentenza di primo grado nella parte in cui il giudice di prime cure non ha dato ingresso alle istanze istruttorie articolate nel ricorso introduttivo del giudizio, quanto alle circostanze di fatto in cui sarebbe consistito il denunziato mobbing. Altresì deduceva l'erroneità della statuizione, conseguente a non corretta interpretazione della domanda di primo grado, nella parte in cui il tribunale non aveva valutato, ai fini della domanda di risarcimento del danno, la natura ritorsiva e discriminatoria della attribuzione delle sfavorevoli note di qualifica mediocre. Parimenti lamentava il mancato esercizio dei poteri istruttori officiosi laddove il giudice ha omesso di accertare attraverso CTU medico legale l'origine professionale delle sue condizioni di salute.
La Corte d'appello ha puntualmente e correttamente risposto a tali censure.
Va innanzi tutto ribadito - in riferimento al regime precedente all'art. 4 d.lgs. n. 216/2003 che alla fattispecie in esame non si applica ratione temporis - che per "mobbing" si deve intendere una condotta del datore di lavoro che, in violazione degli obblighi di protezione di cui all’art. 2087 c.c., consiste in reiterati e prolungati comportamenti ostili, di intenzionale discriminazione e di persecuzione psicologica, con mortificazione ed emarginazione del lavoratore. Ossia si intende - come già affermato da questa Corte (Cass. 17 febbraio 2009. n. 3785) - una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro rilevano i seguenti elementi, il cui accertamento costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutori o, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio.
Elementi questi che il lavoratore ha l'onere di provare in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c. e che implicano la necessità di una valutazione rigorosa della sistematicità della condotta e della sussistenza dell'intento emulativo o persecutorio che deve sorreggerla (Cass. 26 marzo 2010, n. 7382).
Nella specie il tribunale ha ritenuto che le allegazioni esposte nel ricorso introduttivo del giudizio non fossero idonee a fondare una pronunzia favorevole alla R. in relazione alla genericità delle medesime.
La Corte d'appello ha confermato questa valutazione con motivazione ampia, puntuale ed immune da vizi logici. Ha considerato la Corte territoriale che è mancata la specificazione delle circostanze di luogo, di tempo e dei singoli soggetti che avrebbero realizzato i singoli comportamenti denunziati. E' mancato nel ricorso introduttivo ogni riferimento alla correlazione tra professionalità precedentemente acquisita e le nuove mansioni. In particolare la R. nulla ha detto sulla personalizzazione e specifica discriminazione in suo danno rispetto ai colleghi di lavoro inseriti nelle medesime articolazioni organizzative; e comunque - aggiunge la Corte territoriale - ogni intento persecutorio risultava escluso posto che la R. fu trasferita e spostata dall'uno all'altro dei settori o uffici unitamente agli altri colleghi di lavoro per ragioni organizzative che erano risultate documentate. Inoltre generica, perché priva di riferimenti temporali, era l'allegazione relativa alla mancata concessione dei permessi nelle giornate richieste.
E anche la deduzione relativa all'esclusione dalla partecipazione ai corsi di formazione sul nuovo sistema informatico era anch'essa generica, per la mancata precisazione del tempo in cui il corso sarebbe stato effettuato. Analoghe considerazioni ha svolto la Corte d'appello in merito alla allegazione relativa alla mancata ammissione alla effettuazione di lavoro straordinario; la R. non aveva riferito del tempo in cui avanzò richieste in tal senso, nulla specificando in merito alla effettuazione dì prestazioni straordinarie di col leghi del suo medesimo ufficio o settore.
Quanto poi alla dotazione di strumentazione informatica di lavoro, la Corte d'appello ha ritenuto il ricorso essere generico posto che la R. non aveva precisato se e per quale ragione il personal computer che assumeva di non avere ottenuto, a differenza degli altri lavoratori (quali, quanti, a quale servizio e mansioni adibiti nulla era stato specificato) e quello che sarebbe stato sostituito non fossero idonei allo svolgimento delle sue mansioni.
La Corte d'appello ha poi condiviso la valutazione di merito del tribunale secondo cui i singoli fatti denunziati come ascrivibili ad un unico intento persecutorio ciascuno in sé considerato non presentavano il carattere della ritorsività ed ostilità.
In questo contesto la richiesta di c.t.u. aveva effettivamente natura inammissibilmente esplorativa - come ritenuto dai giudici di merito - e non poteva valere a colmare le carente in termini di allegazione di circostanze di fatto astrattamente significative della lamentata condotta di mobbing.
A fronte di questa puntuale motivazione le censure mosse dalla R. si risolvono in un mero dissenso valutativo degli elementi di fatto allegati dalla ricorrente a fondamento della sua domanda.
4. Anche le censure riguardanti il risarcimento del danno non possono essere accolte.
Esclusa la condotta di mobbing - perché non puntualmente e specificamente dedotta, e quindi non provata - le censure relative al risarcimento del danno sono ovviamente assorbite.
Quanto alla condotta più specifica - quella dell'errata attribuzione della qualifica di "mediocre" - La Corte d'appello con tipico apprezzamento di merito ha ritenuto la inidoneità delle allegazioni in punto di verificazione dei danni, comunque genericamente indicati come biologico, esistenziale, patrimoniale ed alla professionalità, riferiti - complessivamente ed indistintamente - alla allegata condotta mobbizzante e non già distintamente (oltre che a quest’ultima anche) al riconoscimento per alcuni anni della nota di qualifica di "mediocre".
Né la ricorrente (segnatamente nel terzo motivo di ricorso) ha fatto riferimento ad un'iniziale domanda di risarcimento del danno specificamente riferito (non già alla complessiva condotta mobbizzante, ma) all'illegittima attribuzione della nota di qualifica di mediocre. La stessa circostanza che il risarcimento del danno sia stato richiesto in misura omnicomprensivamente quantificata in € 500.000,00 non consentiva ai giudici di merito di identificare una distinta pretesa risarcitoria, tanto più che le conseguenze patrimoniali dell'erronea attribuzione della nota di qualifica erano state quantificate nella perdita del premio di rendimento che il tribunale ha riconosciuto, condannando la società convenuto al relativo pagamento, e di cui più non si è discusso tra le parti.
5. Il ricorso va quindi rigettato.
Sussistono giustificati motivi (in considerazione dell’evoluzione giurisprudenziale sulle questioni dibattute e della problematicità delle stesse nel contesto del progressivo assetto del diritto vivente) per compensare tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso; compensa tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione.