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lunedì 20 gennaio 2014

SANZIONE DISCIPLINARE - LICENZIAMENTO . LA CONTESTAZIONE DEI FATTI DEVE ESSERE IMMEDIATA E NON PUO' ESSERE PROCRASTINATA

Cassazione Civile n. 3532 del 13 febbraio 2013


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
P.I. s.p.a., con lettera del 12.3.99, intimava illicenziamento al proprio dipendente L.D., per aver indebitamente ed illecitamente trattenuto importi relativi ai contrassegni di numerosi pacchi regolarmente consegnati ai destinatari nonché per assenza ingiustificata dal posto di lavoro successivamente al periodo di malattia terminato il 12.8.98.
Il Tribunale di Roma in funzione di giudice del lavoro dichiarava la illegittimita' del detto licenziamento, ordinando a P.I. di reintegrare il dipendente nel suo posto di lavoro con la condanna al risarcimento del danno pari a tutte le mensilita' maturate dal licenziamento fino alla reintegra.
Tale decisione veniva confermata dalla Corte di Appello di Roma, con sentenza del 24 settembre 2007, sulla scorta delle seguenti argomentazioni: a) riguardo al primo addebito, il licenziamento risultava intempestivo,essendo stato intimato ad oltre sette anni dai fatti contestati e dopo che nell'immediatezza degli stessi la societa' aveva disposto il trasferimento del L.D. ad attivita' non comportanti maneggio di denaro, cosi' dimostrando, quindi, di voler adottare una linea disciplinare conservativa del rapporto di lavoro, cio' anche in considerazione del fatto che il dipendente aveva ammesso, da subito, agli ispettori della societa' l'addebito sicché non vi era alcuna ragione di attendere l'esito del procedimento penale iniziato a suo carico; b) quanto al secondo addebito, relativo all'ingiustificata assenza del L.D., dalla istruttoria era emerso che quest'ultimo aveva inoltrato in data 14.8.98 missiva contenente la richiesta di mesi 4 di congedo straordinario non retribuito, lettera che inizialmente era andata smarrita dalla societa' ma, poi, successivamente e, comunque, prima dell'irrogazione dellicenziamento, era stata recapitata al competente ufficio. In sentenza si evidenziava, altresi', che non vi era agli atti alcuna allegazione o riscontro in merito alla circostanza dello stato di detenzione del L.D. che avrebbe potuto indurre la societa' ad altre scelte di recesso, non azionate nel giudizio, e percio' estranee allo stesso.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso le P.I. s.p.a. affidato a due motivi.
Il L.D. e' rimasto intimato.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione dell'art.7 L n. 300/1970 con riguardo alla ritenuta mancanza di immediatezza della contestazione disciplinare rispetto all'accadimento dei fatti.
Si assume che non era condivisibile l'affermazione della Corte di merito relativa al fatto che, avendo nell'immediatezza dei fatti il L.D. reso piena confessione in ordine agli addebiti, era stato del tutto inutile attendere l'esito del giudizio penale prima di inviare la lettera di contestazione disciplinare. Secondo la ricorrente, infatti, quando il fatto oggetto dell'addebitodisciplinare rileva anche su quello penale, la compatibilita' fra il principio della immediatezza della contestazione e l'intervallo necessario all'accertamento della condotta del lavoratore ed alle adeguate valutazione di questa deve portare ad escludere che incorra nella violazione di detto principio il datore di lavoro che scelga di attendere l'esito degli accertamenti svolti in sede penale. Viene formulato quesito di diritto.
Il motivo e' infondato oltre che generico rispetto alle motivazioni addotte dalla Corte.
In merito alla esatta portata del principio della immediatezza della contestazione disciplinare desumibile dal dispostodell'art. 7 della L. 20 maggio 1970 n. 300, questa Corte ha avuto modo di affermare che detto principio, nell'ambito di unlicenziamento per motivi disciplinari, pur dovendo essere inteso in senso relativo, comporta che l'imprenditore porti a conoscenza del lavoratore i fatti contestati non appena essi gli appaiono ragionevolmente sussistenti, non potendo egli legittimamente dilazionare la contestazione fino al momento in cui ritiene di averne assoluta certezza, (v. fra le molte, Cass. 18/01/2007 n. 1101; Cass. 12 maggio 2005 n. 9955; Cass. 13 giugno 2006 n. 13621).
Tale insegnamento correttamente e' stato applicato dalla Corte di merito al caso in esame in cui il L.D., in sede ispettiva, immediatamente ammise gli addebiti sicché la societa' sin da tale momento era in possesso di tutti gli elementi per decidere se procedere alla contestazione disciplinare degli stessi e, quindi, di valutare la sanzione disciplinare da irrogare senza alcuna necessita' di attendere l'esito delle indagini svolte in sede penale.
L'aver lasciato trascorrere un lasso di tempo cosi' ampio ' circa sette anni ' prima di procedere al licenziamento ' e l'essersi limitata, nell'immediato, a trasferire il dipendente ad altro incarico sono comportamenti della societa' che correttamente la Corte di merito ha valutato come idonei a generare nel lavoratore la convinzione che il datore di lavoro avesse inteso adottare una 'linea disciplinare conservativa del rapporto. Cio' in linea con il rilievo il rispetto del principio diimmediatezza va valutato anche in relazione alle clausole generali di correttezza e buona fede, onde evitare la frustrazione del giusto affidamento, che ' in dipendenza della contestazione non immediata, appunto ' il prestatore possaragionevolmente ricavare circa la scelta del datore di lavoro di non esercitare il proprio potere disciplinare, che ne costituisce, infatti, una facolta' e non gia' un obbligo (in tal senso vedi, Cass. n. 18155 del 2006, in motivazione; Cass. n. 16754/2003).
In relazione a tale argomentazione pure utilizzata nell'impugnata sentenza il motivo non muove alcuna censura.
Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1375 e 2105 c.c. in quanto la Corte di appello aveva omesso di pronunciarsi su un aspetto, quello della buona fede e correttezza nella esecuzione del contratto di lavoro, che imponeva al dipendente di comunicare alla societa' il suo stato di detenzione limitandosi a valutare solo il tema della ricezione della richiesta di congedo avanzata dal L.D. mentre era in stato di detenzione.
Tale censura e' inconferente in quanto non tiene conto della motivazione della Corte di Appello la quale aveva rilevato che non vi era stata alcuna allegazione né era stato fornito alcun riscontro alla circostanza relativa allo stato di detenzione del L.D..
Il ricorso va, pertanto, rigettato.
Non si provvede in ordine alle spese del presente giudizio essendo rimasto il L.D. intimato.
P.Q.M.
La Corte, rigetta il ricorso; nulla per le spese.



LICENZIAMENTO - IL DIPENDENTE PUO' ESIBIRE DOCUMENTI AZIENDALI A DIFESA DELLA PROPRIA CONDOTTA



Cassazione sez lavoro 20163 del 16.11.2012
Ritenuto in fatto
1.- Con sentenza del 18 maggio 2005 il Tribunale di Catania, giudice del lavoro, accogliendo il ricorso di C. P. nei confronti del C. s.p.a., dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato al ricorrente il 7 maggio 1999, fondato sulla contestazione di abusivo impossessamento di copia di corrispondenza riservata, intercorsa fra il responsabile di gruppo e il titolare della dipendenza di Paterno, nonché di documentazione bancaria riservata, e di utilizzazione di tali copie per una denunciapenale presentata contro tali suoi colleghi e per giudizi da lui intrapresi contro la banca. Il Tribunale condannava altresì la suddetta società alla reintegra del dipendente e alla corresponsione delle retribuzioni intanto maturate.
2.- La decisione veniva confermata dalla Corte d’appello di Catania, che, con la sentenza in epigrafe, respingeva il gravame proposto dalla banca. In particolare, la Corte di merito rilevava che: riguardo al possesso dei documenti non era stato provato alcun abusivo trafugamento, tanto che la stessa datrice di lavoro, nel corso del giudizio, aveva insistito, piuttosto, sulla violazione del solo obbligo di fedeltà; era emerso, peraltro, che all’interno dell’ambiente di lavoro si era creato un clima di vessazioni, poste in essere nei confronti del P., in relazione alla sua attività di sindacalista, dal responsabile di gruppo, direttore della filiale di Catania, e dal titolare dell’agenzia di Paterno, i quali, se pure assolti in sede penale da comportamenti delittuosi a loro imputati, erano risultati responsabili di specificicomportamenti emulativi a carico del ricorrente, concordando, fra l’altro, addebiti inesistenti e formulando ingiuste valutazioni professionali negative, poi annullate in sede giudiziale; in definitiva, l’utilizzazione dei documenti aziendali da parte del dipendente era da considerare pienamente giustificata, in relazione alla condotta non corretta dei suoi superiori, alla quale egli aveva reagito per far valere in giudizio i suoi diritti; in ordine all’entità del risarcimento, contestato dalla datrice di lavoro in ragione della dedotta percezione di altri redditi, non era stata data alcuna prova dell’aliunde perceptum e, al riguardo, le istanze istruttorie proposte in appello erano inammissibili, in quanto proposte solo in sede di note conclusionali.
3.- Propone ricorso in cassazione la società, con quattro motivi. Il dipendente resiste con controricorso, precisato da successiva memoria.
Considerato in diritto
1.- Col primo motivo si denuncia la violazione di norme processuali (art. 414-416, 115-116 c.p.c.), lamentandosi che il giudice di merito abbia posto a fondamento della propria decisione risultanze emerse nel giudizio penale, non allegate col ricorso introduttivo, senza ammettere la parte resistente ad alcuna controprova e senza, peraltro, sottoporre le medesimerisultanze ad alcun vaglio critico e di compatibilità con i criteri civilistici in materia di prova.
2.- Il secondo motivo denuncia violazione degli art. 2105-2106 cc. Si lamenta che la decisione impugnata abbia omesso ogni accertamento in relazione al carattere della documentazione aziendale e alle modalità con le quali il dipendente ne era venuto in possesso, nonché in ordine al tipo di utilizzazione fattane (se in controversia col datore di lavoro, se mediantedivulgazione esterna o solo limitata all’ambito giudiziale, se in maniera funzionale al diritto di difesa).
3.- Col terzo motivo, denunciando violazione dell’art. 2119 ce. e vizio di motivazione, si lamenta che la Corte d’appellosi sia limitata ad una acritica adesione alle valutazioni del giudice di primo grado in ordine alla condotta del dipendente, senza manifestare alcun processo logico argomentativo idoneo a dimostrare l’iter di formazione del convincimento, e, fra l’altro, abbia affermato, in capo ai diretti superiori del lavoratore, l’esistenza di comportamenti inadempienti, invece inesistenti ed esclusi in precedenti sedi di giudizio.
4.- Col quarto motivo, infine, si lamenta che la Corte d’appello abbia ritenuto inammissibili, ai sensi dell’art. 437 c.p.c, le prove sull’aliunde perceptum, sebbene si trattasse di prove sopravvenute, comunque relative ad un’eccezione tempestivamente dedotta.
5.-1 primi tre motivi possono essere esaminati in maniera congiunta, poiché intimamente connessi.
Vi si contesta, per diversi profili, la valutazione del giudice d’appello in ordine al comportamento contestato aldipendente, anche in relazione alla condotta dei suoi colleghi; ma le censure si rivelano infondate, oltre che inammissibili per alcuni aspetti.
5.1.- La decisione impugnata contiene una ricostruzione analitica delle modalità, con cui il dipendente era entrato in possesso della documentazione aziendale, puntualmente riferendosi, altresì, alle precise, dettagliate, giustificazioni allegate dal P. nonché alla sostanziale rinuncia datoriale, già in sede di comunicazione delle ragioni del recesso, alla originaria contestazione di abusivo impossessamento e, comunque, al mancato assolvimento, da parte dell’azienda, dell’onere di dimostrare il carattere illecito della detenzione dei documenti.
5.2.- Anche in ordine all’utilizzazione dei medesimi documenti la sentenza si rivela del tutto coerente e congrua, avendo accertato in modo specifico che il lavoratore aveva posto la documentazione a fondamento di una denuncia proposta unicamente al fine di far valere i propri diritti nonché a far emergere, anche per il suo ruolo di sindacalista attivo all’interno dell’azienda, condotte inadempienti e antisindacali da parte della datrice di lavoro. Valutazione, questa, che conduce a conclusioni del tutto conformi ai più recenti, ormai consolidati, orientamenti della giurisprudenza, secondo cui non integraviolazione dell’obbligo di fedeltà la utilizzazione di documenti aziendali finalizzata all’esercizio di diritti (cfr. Cass. n. 3038 del 2011; n. 12528 del 2004; n. 22923 del 2004).
5.3.- Che siffatte valutazioni siano riferite a risultanze del procedimento penale, scaturito dalle denunce del dipendente, non inficia il giudizio ora censurato, atteso che la possibilità per il giudice civile, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all’esito del processo penale, non comporta alcuna preclusione per detto giudice nella possibilità di utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale già definito con sentenza e di fondare il proprio giudizio su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede, procedendo a tal fine a diretto esame del contenuto del materiale probatorio ovvero ricavandoli dalla sentenza penale o, se necessario, dagli atti del relativo processo, in modo da individuare esattamente i fatti materiali accertati per poi sottoporli a proprio vaglio critico svincolato dalla interpretazione e dalla valutazione che ne abbia dato il giudice penale (cfr. Cass. n. 11483 del 2004). Né può dirsi che , nella specie, i fatti emersi nel giudizio penale, e specificamente il clima di continua vessazione cui il dipendenteera stato sottoposto, non fossero rilevanti ai fini dell’accoglimento della domanda giudiziale, basata giustappunto sulla necessità di difendere la posizione lavorativa, o che i medesimi non siano stati soggetti ad una autonoma valutazione da parte dei giudici d’appello, le cui conclusioni, al contrario, scaturiscono da un apprezzamento analitico delle risultanze delprocesso penale; né, d’altra parte, è qui censurabile la rilevanza delle risultanze acquisite e la ritenuta sufficienza delle medesime, senza necessità di ulteriori acquisizioni.
5.4.- Le censure della ricorrente si risolvono in gran parte, inammissibilmente, in una valutazione dei fatti contrapposta a quella dei giudici di merito. Il che si riscontra anche in ordine alla complessiva valutazione dei comportamenti vessatori posti in essere da alcuni colleghi del P., oggetto di un accertamento analitico da parte dei giudici di merito, essendosi in particolare acclarato – in termini di gravità e di ostinata reiterazione -la illegittimità di quelle condotte, perpetrate anchemediante la redazione, ingiustificata, di giudizi professionali negativi, poi annullati in sede giudiziale, sì che ne emerge, complessivamente, un quadro di diffusa vessazione, cui il lavoratore ha inteso reagire anche mediante la utilizzazione delladocumentazione in questione.
6.- Il quarto motivo è proposto in maniera inammissibile. La prova, ulteriore, relativa ai redditi percepiti aliunde non è stata ammessa sul presupposto della sua tardività. Si tratta, non della formulazione dell’eccezione, che si configura come eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio, ma della prova dei redditi suddetti, per la cui ammissione in grado d’appello è necessario un giudizio di indispensabilità (riguardo alla sua connessione con le risultanze già acquisite nonché alla sua decisiva rilevanza), tanto più se si alleghino fatti nuovi sopravvenuti alla stessa costituzione nel giudizio d’appello; giudizio che è comunque rimesso alla discrezionalità del giudice di merito, sì che, nella specie, difetta una adeguata censura, in assenza di specificazioni, anche di ordine temporale, circa la idoneità della nuova prova a contrastare la prova già acquisita, ovvero ad integrarla in maniera decisiva, mediante la dimostrazione di fatti indispensabili ai fini della decisione, che sarebbe stato impossibile allegare nei termini prescritti.
7.- In conclusione, il ricorso è respinto. La ricorrente è condannata alle spese del giudizio, secondo il criterio della soccombenza, con liquidazione in dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in euro 70,00 per esborsi e in euro quattromila per compensi professionali, oltre accessori di legge.


LAVORO INTERINALE - LA MANCANZA DELLA TEMPORANEITA' COMPORTA L'ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO

Cassazione civile , Lavoro, n. 161 del 8 gennaio 2014


Ragioni della decisione
1. T.M. convenne in giudizio E. spa e l'agenzia interinaleE.W. spa, esponendo di aver stipulato due contratti di lavorotemporaneo con l'agenzia interinale, il primo in data 21 marzo 2003 con causale 'casi previsti dal ccnl', per Io svolgimento di mansioni di agente di 'call center' presso l'impresa utilizzatrice 'I.P.' spa (in seguito E. spa) con tre successive proroghe; il secondo il 2 novembre 2004, per 'picchi di attivita'' o 'punte di intensa attivita''. Chiedeva che venisse dichiarato sussistente un rapporto di lavoro direttamente con l'impresa utilizzatrice ed a tempo indeterminato per una serie di ragioni attinenti alla illegittimita' del contratto.
2. Il Tribunale dichiaro' l'illegittimita' del primo contratto. Dichiaro', di conseguenza, la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con l'E. a decorrere dal primo contratto e condanno' la societa' al pagamento delle retribuzioni a decorrere dalla messa in mora.
3. L'E. spa propose appello contro tale decisione.
4. La Corte d'appello di Torino, accolse l'appello e rigetto' la domanda.
5. Nella sentenza la Corte d'appello precisa che il contratto di fornitura di lavoro temporaneo ha natura causale, nel senso che l'imprenditore puo' farvi ricorso solo nei casi previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva e che cio' implica la necessaria esplicitazione del motivo della sua conclusione, cui e' collegata la possibilita' di controllarne il rispetto. La Corte aggiunge anche che l'indicazione della causale deve essere sufficientemente specifica cosi' da poter essere oggetto di successivo accertamento giudiziale e che, nel caso in esame, la causale non era specifica, bensi' generica e quindi risultava violata la regola dettata dal legislatore.
6. Tutto cio' premesso, pero', la Corte assume che, diversamente da quanto essa stessa aveva sostenuto in precedenti decisioni ''l'indicazione generica dei motivi di ricorso al lavoro temporaneo non comporta, ex art. 10 l. n. 196 del 1997, laconversione del rapporto di lavoro alle dipendenze della impresa utilizzatrice e a tempo indeterminato'. È questo il motivo per cui la sentenza di primo grado viene riformata e la domanda rigettata.
7. Contro tale decisione la ricorrente propone due motivi di ricorso. E. spa si difende con controricorso. Entrambe la parti hanno depositato una memoria.
8. Con il primo motivo del ricorso la lavoratrice denunzia violazione dell'art. 10 della legge n. 196 del 1997, criticando la tesi enunciata dalla Corte di Torino per la quale, in presenza di una causale giudicata dalla stessa Corte generica e pur sussistendo l'obbligo, imposto dalla legge, di indicare una causale specifica e controllabile a posteriori, tuttavia, in caso di violazione di tale obbligo, la legge del 1997 non prevede sanzioni di sorta.
9. La tesi sostenuta dalla Corte d'appello non e' fondata, per le ragioni piu' volte esposte da questa Corte di cassazione in una lunga serie di sentenze. Tra le molte, e' sufficiente qui richiamare Cass. 24 giugno 2011 n. 13960 e Cass. 12 gennaio 2012 n. 232 che cosi' si esprime: 'in materia di contratto di lavoro interinale, la mancata o la generica previsione, nelcontratto intercorrente tra l'impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui e' possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell'impresa utilizzatrice, spezza l'unitarieta' della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilita' dell'offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e fa venir meno quella presunzione di legittimita' del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall'indicazione nelcontratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale puo' essere concluso. Pertanto, trova applicazione il disposto di cui alla legge 24 giugno 1997, n. 196, art. 10 e dunque quanto previsto dalla legge 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1, per cui ilcontratto di lavoro col fornitore 'interposto' si considera a tutti gli effetti instaurato con l'utilizzatore 'interponente' (nello stesso senso, cfr. anche Cass. 5 luglio 2011 n. 14714; Cass. 29 maggio 2013 n. 13404, alle cui motivazioni si rinvia per ulteriori approfondimenti).
10. Le medesime sentenze hanno infine precisato che, quando il contratto di lavoro che accompagna il contratto difornitura e' a tempo determinato, alla conversione soggettiva del rapporto, si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal decreto legislativo 368 del 2001, o dalle discipline previgenti, a cominciare dalla forma scritta, che ineluttabilmente in tale contesto manca con riferimento al rapporto tra impresa utilizzatrice e lavoratore (sul punto, v. anche: Cass. 1148 del 2013 e Cass. 6933 del 2012).
11. L'effetto finale e', pertanto, la conversione del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo in un ordinariocontratto di lavoro a tempo indeterminato tra l'utilizzatore della prestazione, datore di lavoro effettivo, e il lavoratore.
12. Il primo motivo di ricorso deve quindi essere accolto, mentre il secondo rimane assorbito.
13.L'accoglimento del ricorso comporta la cassazione della sentenza, con rinvio alla medesima Corte d'appello in diversa composizione, che decidera' anche in ordine alle spese del giudizio di legittimita'.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d'appello di Torino, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese.


COMUNICAZIONE ALL'AUTORITA' DI P.S. DELLE PERSONE ALLOGGIATE NELLE STRUTTURE RICETTIVE


Decreto Ministero dell'interno 7/1/2013
Disposizioni concernenti la comunicazione alle autorita' di pubblica sicurezza dell'arrivo di persone alloggiate in strutture ricettive
(G.U. 17/1/2013 n. 14)
Articolo 1
Comunicazione giornaliera
1. Le generalita' delle persone alloggiate presso le strutture ricettive di cui all'art. 109 del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, vengono trasmesse a cura dei gestori delle stesse strutture, entro 24 ore successive all'arrivo delle persone alloggiate, e comunque all'arrivo stesso per soggiorni inferiori alle 24 ore, alle questure territorialmente competenti secondo le modalita' previste dai successivi articoli 2 e 3 del presente decreto.
Articolo 2
Trasmissione della comunicazione con mezzi informatici/telematici
1. I gestori delle strutture ricettive devono produrre specifica domanda alla questura della provincia in cui hanno sede le predette strutture. La questura abilita la struttura ricettiva, attraverso la necessaria certificazione digitale, esclusivamente all'inserimento, in un apposito sistema web oriented esposto su rete internet, dei dati degli alloggiati, con possibilita' di consultare solo i dati relativi al giorno di trasmissione. La struttura ricettiva puo' anche trasferire, direttamente nell'applicazione, i dati gia' digitalizzati, utilizzando programmi applicativi a proprie spese secondo le modalita' di cui al punto 2.4.2 dell'allegato tecnico.
2. Ciascuna struttura ricettiva inserisce i dati esclusivamente nel sistema della questura territorialmente competente. I dati da trasmettere in via informatica/telematica sono quelli indicati al punto 1 dell'allegato tecnico al presente decreto. La ricevuta digitale degli inserimenti effettuati con le modalita' di cui al presente articolo, puo' essere scaricata e conservata da ciascuna struttura ricettiva secondo le indicazioni descritte al punto 3.1 dell'allegato tecnico e vale come attestazione dell'avvenuto adempimento.
3. Qualsiasi impedimento, anche solo di natura tecnica, che non consenta la trasmissione dei dati con la modalita' descritta nel presente articolo deve essere, con ogni mezzo, tempestivamente comunicato alla questura territorialmente competente. In tale ipotesi il gestore deve provvedere ad effettuare la comunicazione giornaliera secondo le ulteriori modalita' individuate dall'art. 3 del presente decreto.
Articolo 3
Trasmissione della comunicazione mediante fax o posta elettronica certificata
Nei casi in cui sussistano problematiche di natura tecnica al sistema web che impediscano la trasmissione secondo le modalita' previste al precedente art. 2, la comunicazione delle generalita' dei soggetti alloggiati e' effettuata mediante trasmissione a mezzo fax ovvero tramite posta elettronica certificata alla questura territorialmente competente. I dati da trasmettere via fax o via posta elettronica certificata sono quelli indicati al punto 1 dell'allegato tecnico al presente decreto e vanno inviati secondo un elenco sequenziale dei soggetti alloggiati. La ricevuta degli inserimenti effettuati con le modalita' di cui al presente articolo, e' definita rispettivamente al punto 3.
2 dell'allegato tecnico per quanto attiene la trasmissione a mezzo fax e al punto 3.3. dello stesso allegato per quanto attiene la trasmissione a mezzo posta elettronica certificata.
Articolo 4
Modalita' di conservazione ed accesso ai dati
1. I dati acquisiti con le modalita' di cui agli artt. 2 e 3 del presente decreto sono conservati in una struttura informatica, logicamente separati per ciascuna Questura, presso il Centro Elettronico Nazionale della Polizia di Stato.
2. Titolare del trattamento dati e' il Ministero dell'Interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza; Responsabile del trattamento dei dati e' la Direzione Centrale per gli Affari Generali della Polizia di Stato dello stesso Dipartimento; incaricati del trattamento dei dati sono gli operatori individuati dal responsabile del trattamento di seguito indicati: il personale di Questure, Commissariati di PS e Uffici Centrali del Dipartimento di PS per finalita' di ricerca; il personale del Centro Elettronico Nazionale della Polizia di Stato per le attivita' di gestione e manutenzione tecnica del sistema.
3. L'accesso ai dati in linea e' consentito ad agenti e ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza della Polizia di Stato, espressamente autorizzati con apposito provvedimento del questore, per finalita' di prevenzione, accertamento e repressione dei reati, nonche' di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica. Le informazioni sono consultabili in linea per 15 giorni, decorsi i quali le stesse sono rese accessibili esclusivamente agli ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza della Polizia di Stato, addetti ai servizi investigativi e dotati di specifico profilo di accesso a livello nazionale.
4. I dati raccolti nel sistema sono definitivamente distrutti dopo 5 anni dall'inserimento.
5. I gestori delle strutture ricettive sono tenuti alla cancellazione dei dati digitali trasmessi secondo le modalita' di cui all'art. 2 ed alla distruzione della copia cartacea degli elenchi trasmessi secondo le modalita' di cui all'art. 3, non appena ottenute le relative ricevute. Le stesse devono essere conservate per 5 anni.
Articolo 5
Disposizioni finali
1. I decreti ministeriali del 5 luglio 1994, 12 luglio 1996 e 11 dicembre 2000, indicati in premessa, sono abrogati.
2. Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. 3. Le disposizioni previste dal presente decreto entrano in vigore a decorrere dal giorno stesso della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

EQUO INDENNIZZO - SPETTA ANCHE A CHI E' CONTUMACE

Cass. Sez. Unite n.585 del 14 gennaio 2014


fatto e diritto
Con il decreto indicato in epigrafe la Corte d'appello di Perugia ' nel provvedere anche nei riguardi di altre parti, che non hanno impugnato il provvedimento ' ha accolto solo parzialmente la domanda proposta da F.G. , intesa ad ottenere l'equa riparazione del danno non patrimoniale conseguente alla durata non ragionevole di una causa civile di divisione ereditaria, rimasta pendente davanti al Tribunale di Frosinone dal 6 dicembre 1976 e ancora in corso presso la Corte d'appello di Roma: l'indennizzo e' stato commisurato esclusivamente al tempo successivo al 23 maggio 1994, quando lo stesso F.G. si era costituito in quel giudizio, dopo essere rimasto fino ad allora contumace; e' stato inoltre decurtato degli importi corrispondenti sia ai periodi di inattivita' attribuibili alle parti, quantificati in tre anni e otto mesi, sia alla durata ordinaria delprocesso, determinata complessivamente in sette anni per i due gradi di merito, in considerazione della complessita' della controversia.
F.G. ha proposto ricorso per cassazione, in base a due motivi, poi illustrati anche con memoria. Il Ministero della giustizia si e' costituito con controricorso.
Con il primo motivo di ricorso F.G. lamenta che erroneamente e ingiustificatamente, con il decreto impugnato, l'indennizzo spettantegli e' stato limitato, senza alcuna motivazione, al periodo successivo alla sua costituzione nel giudizio presupposto: sostiene che invece si sarebbe dovuto tenere conto anche del tempo in cui era stato contumace (peraltro senza restare inerte, essendo comparsa personalmente nella prima udienza e in varie successive, anche in nome di lui, sua madre, che lo rappresentava in quanto ancora minorenne), poiche' ne' l'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, ne' l'art. 6 della convenzione Europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali, ratificata e resa esecutiva nell'ordinamento interno italiano ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, subordinano il diritto all'equa riparazione alla condizione dell'attiva partecipazione al processo che abbia avuto una durata non ragionevole.
Sulla questione posta dal ricorrente, nell'ambito della giurisprudenza di legittimita', si e' delineato, un contrasto, per la cui composizione la causa e' stata assegnata alle sezioni unite.
Cass. 12 ottobre 2007 n. 21508, 2 aprile 2010 n. 8130, 10 novembre 2011 n. 27091, 14 dicembre 2012 n. 23153, 21 febbraio 2013 n. 4387 hanno ritenuto che l'indennizzo di cui si tratta compete senz'altro anche a chi non si e' costituito (o per il tempo in cui non si e' costituito), poiche' comunque 'il contumace e' parte del giudizio'.
Invece Cass. 10 luglio 2009 n. 16284, 4 novembre 2009 n. 23416, 19 ottobre 2011 n. 21646, per la particolare ipotesi della successione a titolo universale alla parte originaria, hanno riconosciuto la possibilita' per gli eredi di ottenere l'equariparazione, per il periodo successivo alla morte del de cuius, soltanto ove si siano costituiti in proprio in giudizio, stante altrimenti 'la mancanza di una parte processuale attiva, danneggiata dalla violazione del termine di ragionevole durata delprocesso'.
Questo secondo indirizzo, ma con riferimento alla generalita' dei casi, e' stato anche seguito, con maggiore ampiezza di motivazione, da Cass. 23 giugno 2011 n. 13803 e 21 febbraio 2013 n. 4474, secondo cui 'la necessita' di una costituzione in giudizio della parte che invoca la tutela della legge a sanzionare l'irragionevole durata e' premessa indiscutibile per unaragionevole operativita' dell'intero sistema di cui alla legge n. 89 del 2001, non potendo operare, in difetto di talecostituzione, lo scrutinio sul comportamento della parte delineato dall'art. 2, secondo comma, della legge, e non essendo neppure esercitabili i poteri di liquidazione equitativa dell'indennizzo correlati, ragionevolmente, al concreto patema che sulla parte ha avuto la durata del processo' e 'solo la parte che abbia, in realta', attivamente partecipato al processo in quanto costituita puo' subire quel patema d'animo ovvero quella sofferenza psichica causata dal superamento del limite ragionevoledella durata del processo e, quindi, assumere la qualita' di parte danneggiata (che costituisce la condizione imprescindibile tutelata dalla legge n. 89 del 2001)', a differenza di 'chi ha scelto, consapevolmente, di non costituirsi nel giudizio e, quindi, di disinteressarsi dello stesso, dimostrandosi, in linea potenziale, incurante degli effetti di una possibile decisione negativa nei suoi confronti (ed insensibile ai tempi di svolgimento del processo, che, peraltro, non di rado, pur rimanendo posizionato solo alla finestra, auspica che si protraggano oltre quella che dovrebbe essere la loro fisiologica durata)'.
Tra questi due orientamenti, ritiene il collegio di dover aderire al primo.
Si deve convenire con il ricorrente a proposito dell'assenza, nelle disposizioni sia internazionali sia interne che disciplinano la materia, di ogni espressa limitazione, per il contumace, del diritto a ottenere in tempi ragionevoli la conclusione del giudizio, anche se non vi si e' costituito: l'art. 6 della convenzione Europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali, attribuisce tale diritto a 'ogni persona', relativamente alla 'sua causa', mentre l'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89 assicura una equa riparazione a 'chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale' per effetto della violazione di quel principio. La tutela e' dunque apprestata indistintamente a tutti coloro che sono coinvolti in un procedimento giurisdizionale, tra i quali non puo' non essere annoverata anche la parte non costituita in giudizio, nei cui confronti la decisione e' comunque destinata a esplicare i suoi effetti. Risulta pertanto arbitrario escludere il contumace dalla garanzia di 'ragionevole durata', che l'art. 111 della Costituzione inserisce tra quelle del 'giusto processo' e demanda alla legge di assicurare, insieme con quelle del contraddittorio, della parita' tra le parti, della terzieta' e imparzialita' del giudice, che certamente competono anche a chi non si sia costituito in giudizio. Nella tradizione giuridica italiana, del resto, lacontumacia e' sempre stata configurata come un atteggiamento pienamente legittimo, non preclusivo dell'assunzione della qualita' di parte, ma ragione anzi di talune specifiche tutele.
Anche la contumacia, peraltro, puo' in ipotesi influire ' talvolta positivamente, talaltra negativamente ' sui tempi del giudizio, rispettivamente implicando o escludendo, secondo i casi, la necessita' di alcune attivita' processuali. Consiste dunque pure essa in un 'comportamento' della parte, valutabile, ai sensi del II comma dell'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, ai fini dell'accertamento della violazione del principio di ragionevole durata. Non e' allora condivisibile l'assunto secondo cui la contumacia preclude comunque il riconoscimento del diritto all'equa riparazione, poiche' impedisce di applicare il criterio del 'comportamento delle parti', del quale occorre tenere conto, a norma della disposizione suddetta. Puo' peraltro accadere che anche la parte costituita in giudizio non abbia tenuto affatto condotte idonee a incidere in qualche modo sulla durata del processo: il che non fa venire meno il suo diritto a essere indennizzata, ove il termine ragionevole sia stato superato, anche se il parametro del suo 'comportamento' risulta in tal caso inutilizzabile.
Ugualmente incongruo appare l'altro argomento addotto a sostegno della tesi dell'incompatibilita' tra contumacia e diritto all'equa riparazione: la mancata costituzione in giudizio viene considerata come indice univoco di disinteresse all'esito della lite e conseguentemente alla sua durata, la quale pertanto, pur se eccessiva, non potrebbe comportare quel patema d'animo che invece prova chi partecipa attivamente al processo. Si tratta di asserzioni e deduzioni aprioristiche, basate su assiomatici presupposti. La scelta della contumacia puo' derivare dalle piu' varie ragioni, anche diverse dall'indifferenza per il risultato e per i tempi della controversia, come tra l'altro la convinzione della totale plausibilita' o al contrario della assoluta infondatezza delle ragioni avversarie, che possono far apparire inutile affrontare le spese occorrenti per contrastarle, costituendosi in giudizio. L'esito della causa, peraltro, e' ininfluente ai fini del riconoscimento del diritto all'indennizzo, che compete anche alla parte soccombente. Inoltre la durata superiore ai limiti della ragionevolezza del processo fa presumere senz'altro la causazione di un danno non patrimoniale (in questa sede soltanto su di esso si verte) di per se' derivante dall'attesa, prolungata per un tempo esorbitante, di una decisione che comunque incide sulla parte nei cui confronti viene assunta. Non vi e' dunque ragione per negare che anche il contumace possa subire quel disagio psicologico, che normalmente risentono le parti a causa del ritardo eccessivo con cui viene definito il processo che le riguarda.
La mancata costituzione in giudizio puo' quindi eventualmente influire sull'an o sul quantum dell'equa riparazione, ma non costituisce di per se' motivo per escludere senz'altro il relativo diritto.
Accolto pertanto il primo motivo di ricorso, resta assorbito il secondo, con cui F.G. , in via subordinata, sostiene che l'indennizzo avrebbe dovuto essergli attribuito per l'intero periodo successivo alla sua costituzione in giudizio, senza le decurtazioni operate dalla Corte d'appello.
Il decreto impugnato deve pertanto essere cassato, nella parte in cui ha provveduto sulla domanda di F.G. , con rinvio ad altro giudice, che si designa nella Corte d'appello di Perugia in diversa composizione, cui viene anche rimessa la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimita'.
P.Q.M.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbito il secondo; cassa il decreto impugnato nella parte in cui ha provveduto sulla domanda di F.G. ; rinvia la causa alla Corte d'appello di Perugia in diversa composizione, cui rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimita'.


sabato 4 gennaio 2014

LEGGE 104 - TRASFERIMENTO

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 18 dicembre 2013, n. 28320

Lavoro – Diritti e obblighi del datore e del lavoratore – Familiare disabile – Assistenza continuativa
– Diritto al trasferimento

Svolgimento del processo
Con sentenza del 24 ottobre 2008 la Corte d’appello di Campobasso, in riforma della sentenza del
Tribunale di Campobasso del 18 gennaio 2007, ha dichiarato il diritto di C.N., dipendente del
Ministero della Giustizia con funzioni di cancelliere in servizio presso l’ufficio del Giudice di Pace
di Trivento dal 2001, al trasferimento, ai sensi dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992 per assistenza
alla madre, al Tribunale di Melfi ovvero di una delle altri sedi da lui richieste in via subordinata. La
Corte territoriale ha motivato tale pronuncia ritenendo l’applicabilità del citato art. 33, comma 5
della legge n. 104 del 1992 non solo in sede di scelta della sede di lavoro al momento
dell’assunzione, ma anche nel corso del rapporto di lavoro mediante domanda di trasferimento. La
stessa Corte molisana ha pure ritenuto provata la continuità nell’assistenza della madre invalida da
parte del dipendente istante, interpretando tale requisito in senso relativo senza la necessità della
quotidianità e della convivenza.
Il Ministero della Giustizia propone ricorso per cassazione avverso tale pronuncia affidato ad un
unico motivo.

Resiste il C. con controricorso.

Motivi della decisione
Con l’unico motivo si lamenta violazione  e  falsa  applicazione dell’art. 33, comma  5  della  legge  n. 104 del 1992, con riferimento all’art. 360, n. 3 cod. proc. civ. In particolare si deduce che, pur
ammettendo la possibilità di applicazione della norma anche al caso di trasferimento e non solo di
prima assegnazione, il diritto a tale trasferimento per assistere il familiare disabile esisterebbe solo
se ed in quanto l’assistenza a quest’ultimo sia in atto al momento dell’istanza di trasferimento.
Il motivo è infondato. Va affermato in questa sede il principio di diritto per cui la norma di cui alla
L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 5, sul diritto del genitore o familiare lavoratore “che
assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato” di scegliere, ove
possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, è applicabile non solo all’inizio del
rapporto di lavoro mediante la scelta della sede ove viene svolta l’attività lavorativa, ma anche nel
corso del rapporto mediante domanda di trasferimento. La ratio della norma è infatti quella di
favorire l’assistenza al parente o affine handicappato, ed è irrilevante, a tal fine, se tale esigenza
sorga nel corso del rapporto o sia presente all’epoca dell’inizio del rapporto stesso. La norma in
esame pone quale condizione per il godimento del diritto da essa previsto, oltre allo stato di
handicappato del parente o affine da assistere, la continuità dell’assistenza, Trattasi di circostanze di
fatto il cui accertamento è riservato al giudice del merito che, nel caso in esame, ha compiutamente
considerato la circostanza motivando adeguatamente sul punto. La giurisprudenza citata dal
Ministero ricorrente non è pertinente, in quanto si riferisce al caso in cui la convivenza sia stata
interrotta per effetto dell’assegnazione della sede lavorativa ed il familiare tenda successivamente a
ripristinarla attraverso il trasferimento in una sede vicina al domicilio dell’handicappato; nel caso in
esame, viceversa, non è in questione la convivenza, che lo stesso ricorrente afferma non costituire
più requisito per il godimento del diritto in questione a seguito delle modifiche apportate dalla legge
n. 53 del 2000, ma la continuità nell’assistenza, circostanza di fatto il cui accertamento è, come
detto, riservata al giudice del merito che ha ampiamente motivato sul punto con l’indicazione di
elementi probatori certamente adeguati e sufficienti.
Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso;
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in € 100,00 per esborsi ed €
2.500,00 per compensi professionali oltre accessori di legge.