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venerdì 19 dicembre 2014

DIFFAMAZIONE

Cassazione Penale, sentenza 9 dicembre 2014, n. 51096

Fatto

1. Il difensore di M.G. propone ricorso per cassazione contro la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Catania in data 3 aprile 2013, con la quale è stata confermata la decisione di condanna adottata dal Tribunale di Catania, in data 9 novembre 2010 e avverso l’ordinanza, con la quale è stata rigettata la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale. Il Tribunale aveva dichiarato M. responsabile del reato di diffamazione a mezzo stampa, ai sensi degli articoli 595 codice penale e 13 della legge n. 47 del 1948 poiché, in qualità di commissario del Corpo della Polizia Municipale Palermo, in un’intervista pubblicata sul quotidiano “La Repubblica”, con riferimento a presunte irregolarità nella gestione delle sanzioni amministrative contestate agli automobilisti palermitani, riferiva “non siamo in presenza di errori casuali, sono errori voluti dall’alto, è ordinata dall’alto…”. Con ciò intendendo dire che i vertici del corpo della Polizia Municipale erano responsabili di tali presunte gravi irregolarità e con ciò offendendo l’onore di P.M., Comandante del corpo della Polizia Municipale di Palermo e di L.M.C., responsabile del servizio di verbalizzazione del medesimo corpo di Polizia Municipale. L’imputato veniva condannato, altresì, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite, liquidato in via equitativa in euro 10.000, a favore dei comandante, ed in euro 5000, in favore della responsabile del servizio.
2. Avverso la sentenza proponeva appello l’imputato, rilevando che il significato delle dichiarazioni rilasciate era ben diverso, essendosi limitato a registrare l’anomalia rappresentata dal numero molto elevato di ricorsi accolti, a causa del ritardo nell’istruttoria della pratica. Conseguentemente, le dichiarazioni rientravano nel diritto di critica sindacale. Chiedeva la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e, in via gradata, censurava il trattamento sanzionatorio.
3. La Corte d’Appello riteneva infondati tutti i motivi, confermando la sentenza emessa dal Tribunale.
4. Avverso la decisione di secondo grado propone ricorso per cassazione il difensore di M. G., lamentando:
– violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza del diritto di critica sindacale;
– vizio di motivazione relativamente all’ordinanza di rigetto della richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale;
– violazione di legge in relazione agli articoli 62 bis, 69 codice penale e 13 della legge n. 47 del 1948, in ordine al rigetto del riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche;
– violazione di legge in ordine alla razionalità dei criteri di liquidazione del danno civile.

Diritto

La sentenza impugnata merita censura.
1. La Corte d’Appello dopo aver operato una condivisibile premessa sui presupposti del diritto di critica, ne ha ritenuto insussistenti i presupposti poiché, nonostante la verità della notizia, rappresentata dall’oggettiva presenza di ritardi anomali e reiterati nella trasmissione dei ricorsi, ha sostenuto che l’imputato avesse travalicato i limiti, distorcendo la realtà, attribuendo la causa dei disservizio al comportamento volutamente omissivo delle due parti civili, rappresentate dai vertici della Polizia Municipale di Palermo. Al contrario, continua la Corte territoriale, risulta documentalmente che le parti civili avevano reiteratamente segnalato al Direttore Generale, al Provveditore, all’Economo, al Ragioniere Generale, al Sindaco e al relativo Assessorato i disservizi, rappresentati dalla mancata riscossione delle somme, con conseguente grave pregiudizio erariale. Si apprende che della vicenda si era occupata anche la Corte dei Conti, avviando un’indagine. Era anche stato costituito un gruppo di lavoro, nominato dal Sindaco, al fine di risolvere la questione e tale nucleo era coordinato dalla persona offesa, L.M.C..
2. Sulla base di tali elementi la Corte territoriale ha ritenuto dolosamente scorretto il comportamento del dichiarante, il quale avrebbe prospettato, nell’intervista giornalistica, un comportamento inerte o doloso dei vertici a fronte, invece, di un impegno specifico per la risoluzione dei problemi, concretizzatosi nella costituzione di un nucleo ad hoc.
3. Con il primo motivo di ricorso la difesa censura la ritenuta insussistenza del diritto di critica sindacale, come emerge dal contenuto dell’intervista rilasciata dall’imputato, quale commissario della Polizia Municipale, ma soprattutto, nella qualità di rappresentante sindacale. Nell’intervista si dava atto dell’abnorme numero di ricorsi accolti, rispetto alle contravvenzioni elevate e dell’assenza di un’attribuzione nominativa di tale responsabilità, risolvendosi il contenuto dell’intervista in una denunzia di disorganizzazione. Conseguentemente, l’accusa rivolta ai vertici politici e amministrativi dell’organizzazione non costituisce diffamazione, ma un doveroso intervento nella veste di pubblico impiegato e di delegato sindacale. Secondo la difesa, sussistono tutti gli elementi del diritto di critica sindacale e di cronaca: in particolare, la veridicità della notizia relativa al numero elevatissimo di contravvenzioni per le quali è intervenuta decadenza, la continenza dell’espressione e la rilevanza della notizia.
4. Con il secondo motivo censura l’ordinanza di rigetto della richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, relativa all’acquisizione di documenti ed escussione di testi.
5. Con il terzo motivo lamenta il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche, rispetto all’aggravante, operato senza tenere conto del valore della pubblica denunzia della disfunzione, l’assenza di riferimenti personali e la rilevanza dell’attività sindacale svolta.
6. Il primo motivo è fondato. Il reato di diffamazione consiste nell’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere, quindi, ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria, anche limitata, se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili (Sez. 5, Sentenza n. 10307 del 18/10/1993 Rv. 195555).
7. Nel caso di specie il labile riferimento (“errori voluti dall’alto … è ordinata dall’alto”) consente di individuare categorie eterogenee di presunti responsabili, peraltro corrispondenti, in parte, ai destinatari delle segnalazioni inviate dalle parti civili, e cioè oltre ai vertici della Polizia Municipale, anche il Sindaco, i referenti dell’Assessorato competente, l’Economo, il Direttore Generale, il Ragioniere, il Provveditore, oltre a tutti coloro che, pur non rivestendo cariche apicali (come in effetti la stessa L.), avrebbero potuto ragionevolmente identificarsi con coloro che “dall’altro” gestiscono e amministrano le procedure di istruzione o riscossione delle sanzioni amministrative conseguenti alle violazioni stradali dei Comune di Palermo.
8. La giurisprudenza sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione dei soggetto passivo dei reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita (Sez. 5, sentenza n. 2135 del 07/12/1999 Rv. 215476; massime precedenti conformi: N. 6507 del 1978 Rv. 139108, N. 8120 del 1992 Rv. 191312, N. 10307 del 1993 Rv. 195555, N. 18249 del 2008 Rv. 239831). Nei caso di specie risulta documentalmente e non è contestato che il ricorrente non abbia menzionato nell’intervista giornalistica il Comandante dei corpo della Polizia Municipale di Palermo e il responsabile dei servizio di verbalizzazione del medesimo corpo di Polizia Municipale, tanto meno ha individuato un qualche politico o funzionario comunale, limitandosi a rilevare che l’elemento anomalo, costituito dal numero dei ricorsi accolti per ritardi nella procedura di notifica della contestazione o per difetto di controdeduzioni, pari a circa il 70%, non poteva essere casuale, facendo da ciò discendere che si trattava di errori “voluti dall’alto”. L’accoglimento del 70% dei ricorsi relativi alle sanzioni amministrative rappresentava, come riconosciuto anche dal giudice di secondo grado, un dato oggettivamente abnorme e non contestato dalle persone offese, che non poteva essere attribuito al caso; pertanto, il ricorrente ne individuava la ragione nell’insipienza di coloro che avevano la responsabilità politica e amministrativa dei servizi comunali e che, evidentemente, per lungo tempo non avevano adottato gli opportuni accorgimenti organizzativi. La censura contenuta nell’articolo in oggetto appare, sotto il profilo dell’individuazione dei responsabili delle disfunzioni, assolutamente generica lontana dai presupposti di “affidabile certezza” richiesti dalla giurisprudenza, in quanto priva di indicazione nominativa, sia riguardo ai singoli responsabili, sia agli enti o alle strutture specificamente preposte, per il tramite dei rispettivi funzionari, dirigenti o politici, all’istruzione e definizione delle pratiche in oggetto.
9. Sulla base di tali considerazioni la decisione impugnata va annullata per insussistenza del fatto.
10. Tale statuizione risulta assorbente rispetto ad ogni altra questione prospettata dal difensore del M., con conseguente mancata adozione di provvedimenti riguardo alle spese della costituita parte civile.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


lunedì 15 dicembre 2014

INVESTIGAZIONI - SI PUO' PEDINARE LA MOGLIE DI TUO FRATELLO SE HAI DUBBI CHE POSSA TRADIRLO

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 20 novembre 2014, n. 48264

Ritenuto in fatto
1. Con la decisione in epigrafe la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza in data 17 novembre 2008 del Tribunale di Monza, sezione di Desio, appellata dalla parte civile C.M.T. , che aveva assolto con la formula il fatto non costituisce reato Co.Sa. e S.S. dal reato di cui agli artt. 134 e 1540 r.d. n. 733 del 1991, loro contestato come commesso da (OMISSIS) a (omissis) per avere eseguito attività investigativa, di pedinamento, ricerca e raccolta di informazioni nei confronti della C. , moglie del Co. , di cui S. era cognato.
A ragione osservava, citando tra molte Cass. sez. 1, n. 3032 del 28/04/1997, che per la configurabilità del reato è necessario che l’attività di vigilanza o di investigazione sia esercitata in forma imprenditoriale, ovvero professionale. Nel caso in esame tale esercizio non era invece configurabile, posto che i due imputati avevano realizzato le condotte al limitato fine di sorvegliare la C. , mediante controlli semplici e saltuari, anche se in ipotesi protratti per più mesi, senza alcun supporto organizzativo.
2. Ha proposto ricorso la parte civile C.M.T. , a mezzo del difensore e procuratore speciale avvocato Massimo Borgi, chiedendo l’annullamento ai fini degli interessi civili della sentenza impugnata.
Denunzia violazione degli artt. 134 e 140 r.d. n. 773 del 1941 e vizi della motivazione sostenendo che nessun dato normativo consentirebbe di restringere la previsione dell’art. 134 T.U.LP.S. all’attività imprenditoriale (cita Sez. 1 n. 371 del 07/01/1978, rv. 137622 a proposito del fatto che la previsione si riferisce anche ad attività di singoli individui e Sez. 3, n. 1710 del 30/12/1969, rv. 114647 a proposito dell’affermazione che quel che si richiede è che l’attività abbia una durata apprezzabile).
Evidenzia quindi, con dettaglio di brani delle dichiarazioni dei protagonisti della vicenda, che nel caso in esame le attività di pedinamento e controllo sarebbero state svolte per molti mesi con cadenze almeno bisettimanali.
Considerato in diritto
1. Osserva il Collegio che il ricorso appare manifestamente infondato.
2. Secondo giurisprudenza assolutamente consolidata, ciò che caratterizza l’attività di vigilanza o custodia (di proprietà mobiliari od immobiliari) e di investigazioni, ricerche o raccolta di informazioni per conto di privati, di cui tratta l’art. 134 r.d. n. 733 del 1931 (T.U.LP.S.), è che detta attività sia svolta, per conto terzi, in forma professionale.
Come rimarcato da Sez. 3, n. 42204 del 17/12/2002, Montelli, Rv 223600, richiamando altresì quanto concordemente affermato dal Consiglio di Stato, sia in sede consultiva sia in sede giurisdizionale, “la sottoposizione a controllo amministrativo dell’attività di vigilanza e custodia, svolta in forma imprenditoriale, è qualificata dal fatto che essa è suscettibile di interferire con la funzione di polizia, in quanto costituente attività integrativa di essa”. La subordinazione dell’attività di vigilanza al rilascio dell’autorizzazione prefettizia dipende, quindi, “dal pericolo di compromissione della sicurezza pubblica e della libertà dei cittadini, pericolo che può derivare anche dall’attività – integrativa – diretta alla segnalazione dei reati contro il patrimonio mobiliare o immobiliare e non solo dall’esercizio di attività professionali svolte con l’impiego di armi”.
Tanto ineludibilmente postula, perciò, da un lato che essa sia svolta in forma professionale, o imprenditoriale che dir si voglia (e non sembra doversi qui ricordare che l’impresa può essere anche individuale); dall’altro che sia rivolta alla protezione o al soddisfacimento di interessi di un numero indeterminabile a priori di “terzi”, giacché solo la potenziale diffusione della attività e il generico coinvolgimento di qualsivoglia terzo consente di ritenere configurabile quell’astratto pericolo per la “pubblica sicurezza” che integra l’oggettività giuridica della violazione sanzionata ai sensi, appunto, del “Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza” (nello stesso senso, segnalando che deve comunque trattarsi di “attività imprenditoriale di vigilanza e custodia di beni per conto di terzi”, Sez. 3, Sentenza n. 1605 del 16/12/2009 Provvidenti, Rv. 245868). È dunque la natura stessa del complesso normativo in cui le disposizioni incriminatrici sono inserite, che esclude che possano essere ricondotte a tale ambito comportamenti di controllo e ricerca di informazioni svolte da un privato nel suo particolare interesse e nei confronti di una singola persona, come è avvenuto nel caso di specie: di marito che, facendosi aiutare da un affine, ha controllato per un certo periodo la moglie, e solo lei.
3. Può solo aggiungersi che, alla luce di quanto evidenziato, la formula di assoluzione “il fatto non costituisce reato” adottata dal Tribunale non corrisponde alla ragione del proscioglimento e dovrebbe essere intesa alla stregua di una assoluzione perché “il fatto non sussiste”, giacché ciò che si è nella sostanza accertato sin dalla sentenza di primo grado è che la condotta realizzata non integra dal punto di vista materiale alcuna fattispecie incriminatrice (cfr. sulla irrilevanza della formula adottata a fronte della chiara portata dell’accertamento Sez. U, n. 40049 del 29/05/2008, Guerra, Rv. 240815). Ma alla formale correzione non ha evidentemente interesse la ricorrente.
4. La manifesta infondatezza del ricorso, che ripete censure assolutamente prive di consistenza, nonostante la indiscutibile correttezza dei rilievi, in fatto e in diritto, delle conformi decisioni del merito comporta in conclusione la sua inammissibilità.
E all’inammissibilità consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e – per i profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (C. cost. n. 186 del 2000) – di una somma in favore della cassa delle ammende nella misura che, in ragione, delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro 1.000.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di Euro 1.000,00 alla cassa delle ammende.


venerdì 31 ottobre 2014

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - NULLA SE NON SI VIENE AVVISATI DELLA FACOLTA' DI FARSI ASSISTERE

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE
n. 42667/2013

- omissis - 
Svolgimento del processo
 1. Con la sentenza indicata in epigrafe, pronunciata ai sensi dell’art. 129 c.p.p., il G.i.p. del Tribunale di Reggio Emilia, ricevuta la richiesta del P.M. di emissione di decreto penale, ha assolto l’imputato [OMISSIS] dalla contravvenzione di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), (comm. in [OMISSIS]), per non aver commesso il fatto.
Il giudice, pur dando atto della circostanza che gli esami di laboratorio a cui gli agenti di polizia giudiziaria avevano fatto sottoporre il  [OMISSIS]  avevano evidenziato la presenza di un tasso alcolemico pari a g/l 1,86, ha rilevato che nell’occasione gli agenti operanti avessero omesso di avvisare l’imputato della facoltà di farsi assistere da un difensore, in violazione della prescrizione di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p. Tale violazione integrava la nullità sanzionata dall’art. 178 c.p.p., lett. c) e art. 180 c.p.p., rilevabile d’ufficio in quanto a regime intermedio. Pertanto, escludendo l’informazione probatoria acquisita con l’analisi di laboratorio, difettava la prova della responsabilità dell’imputato.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Bologna denunciando la erronea applicazione della legge. Evidenziava che la invalidità derivante dalla violazione della disposizione di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p. determinava una nullità sottoposta al regime intermedio. Tale nullità è soggetta alle condizioni di deducibilità previste dall’art. 182 c.p.p., comma 2, che impone alla parte che assistere all’atto che si assume viziato – nel caso di specie del prelievo di sangue – di eccepire l’eventuale nullità prima che il predetto atto sia compiuto, ovvero se ciò non sia possibile immediatamente dopo. Attività questa che non è stata posta in essere, con conseguente sanatoria della invalidità.
Motivi della decisione
 3. Il ricorso è infondato.
3.1. Preliminarmente va disattesa l’istanza di rinvio del processo per avere difensore di fiducia dell’imputato aderito alla proclamata astensione dalle udienze; infatti essendo trattato il procedimento con rito camerale non partecipato (art. 611 c.p.p.), la presenza del difensore non è prevista e pertanto non rilevano eventuali impedimenti.
3.2. Passando all’analisi della censura formula, va ricordato che questa Corte ha ripetutamente affermato che la nullità derivante dall’omesso avviso all’indagato da parte della polizia giudiziaria che proceda ad un atto urgente ed indifferibile, quale certamente è la sottoposizione dell’indagato ai test per il rilievo del tasso alcolemico, della facoltà di farsi assistere dal difensore è di natura intermedia e deve ritenersi sanata se non tempestivamente rilevata o se non dedotta prima, ovvero immediatamente dopo il compimento dell’atto, ai sensi dell’art. 182 c.p.p., comma 2 (cfr.
Cass. Sez. 4, Sentenza n. 38003 del 19/09/2012 Ud. (dep. 01/10/2012), Rv. 254374). Questa Corte di legittimità ha altresì affermato che detto termine non è posto dalla norma in relazione alla necessaria effettuazione di un successivo atto in cui intervenga la stessa parte o il difensore, ben potendo la formulazione dell’eccezione aver luogo anche al di fuori dell’espletamento di specifici atti, mediante lo strumento delle “memorie o richieste” che, ai sensi dell’art. 121 c.p.p., possono essere inoltrate in ogni stato e grado del procedimento. In conseguenza, è stata considerata tardivamente proposta l’eccezione di nullità di un atto per l’omesso avviso previsto dall’art. 114 disp. att. c.p.p., allorchè la parte, invece di sollevare l’eccezione immediatamente dopo il compimento dell’atto, abbia atteso il compimento di un successivo atto del procedimento (cfr. Cass. n. 4017/97, n. 42715/03, n. 24733/04, n. 19100/11, n. 14873/12).
Orbene, nel caso di specie non avendo l’imputato formulato l’eccezione in questione nei termini sopra specificati, pur avendone avuta la possibilità immediatamente dopo il compimento dell’atto, in occasione della redazione da parte della P.G. del verbale di identificazione, ritiene il P.G. ricorrente che la nullità si è sanata, con la impossibilità per il giudice di rilevarla di ufficio.
3.3. Ciò detto, va premesso che le nullità di cui all’art. 180 c.p.p. sono definite “intermedie” perchè mutuano parte della disciplina delle nullità assolute (art. 179) e parte di quella delle nullità relative (art. 181). Con le prime ha in comune la possibilità della rilevabilità di ufficio; con le seconde, le limitazioni temporali per la deducibilità di parte, sebbene con termini preclusivi diversi.
Quanto alla deducibilità, l’art. 182, comma 1 pone delle limitazioni soggettive alla legittimazione ad eccepire le nullità. Il secondo comma, invece, pone per le parti dei “paletti” temporali entro cui eccepire la nullità, pena la decadenza dall’esercizio di tale potere (art. 182, comma 3).
Fatta questa premessa, tornando al tema del processo, il ricorrente lamenta che, avendo la parte interessata omesso di eccepire la nullità nei termini concessi, questa si è sanata e, pertanto, il giudice non poteva più rilevarla d’ufficio.
A questo punto bisogna chiarire l’equivoco in cui è caduto il ricorrente.
Dalla lettura degli artt. 182 e 183 c.p.p. a cui si rinvia, non si evince in alcun modo che l’omessa eccezione della nullità comporti automaticamente la sua sanatoria.
L’unico effetto è che la parte decade dalla possibilità di lamentare il vizio con correlata pretesa di una decisione del giudice sul punto.
Ciò è coerente, per le nullità a regime intermedio, con il potere attribuito al giudice di rilevare d’ufficio la invalidità in tempi più ampi di quelli che aveva la parte per eccepirla (confronta art. 180 ed art. 182, comma 2).
Tali considerazioni ci consentono di affermare quanto segue:
- in tema di nullità a regime intermedio, se la parte decade dalla possibilità di eccepirla ai sensi dell’art. 182, comma 2, la invalidità non è automaticamente sanata, in quanto il giudice ha pur sempre il potere di rilevarla di ufficio nei più ampi termini di cui all’art. 180;
- se la parte decade dalla possibilità di eccepire la nullità, ha pur sempre la possibilità di sollecitare il giudice all’esercizio dei suoi poteri officiosi, ma non essendovi per questi l’obbligo del rilievo della nullità, l’omessa sua declaratoria non è sindacabile (cfr. sul punto Cass. Sez. 6, Sentenza n. 13402 del 24/03/2011 Ud. (dep. 01/04/2011), Rv. 249912).
3.4. Consegue da quanto detto che legittimante il Tribunale, nell’esercizio dei poteri conferitigli dall’art. 180 c.p.p., ha rilevato di ufficio la nullità verificatasi e ne ha tratto le conseguenze per la decisione di merito.
Il ricorso deve quindi essere rigettato per la sua infondatezza.
                           P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, il 9 luglio 2013.
Depositato in Cancelleria il 17 ottobre 2013

COMPENSAZIONE DELLE SPESE

Corte di Cassazione - sentenza 15 ottobre 2014 n. 21871 

Ritenuto in fatto 

1.- [...] propose appello avverso la sentenza del giudice di pace di Roma con la quale era stata accolta l'opposizione proposta avverso la cartella di pagamento n. [...] , con compensazione delle spese del giudizio, deducendo la erroneità della sentenza in ordine alla statuizione sulle spese. 
2. - Il Tribunale di Roma, in composizione monocratica, respinse il gravame, osservando che le ragioni della compensazione si ricavavano dal complessivo tenore della sentenza, in cui si evidenziava che la mancata costituzione del Comune di Roma e la mancata contestazione delle ragioni espresse dal ricorrente, con il sostanziale implicito riconoscimento delle ragioni dello stesso, costituiva un elemento giustificativo della avvenuta compensazione delle spese. 
Inoltre, ad integrazione della motivazione del giudice di prime cure, osservò il Tribunale che i giusti motivi della compensazione potevano essere riferiti, in primo luogo, alla circostanza che l'opposizione nel primo grado di giudizio fosse stata accolta per motivi che prescindevano dall'accertamento di merito circa la effettiva commissione della infrazione, ed inoltre dalla considerazione della natura della controversia, atteso che nei giudizi dinanzi al giudice di pace è escluso l'obbligo del patrocinio e che, nel procedimento di opposizione a sanzione amministrativa, la legge, all'epoca del ricorso proposto, stabiliva l'esenzione dal pagamento del contributo unificato e la notifica del ricorso e del decreto da parte della cancelleria, non volendosi gravare l'interessato di alcun onere, in relazione al limitatissimo valore economico della controversia. 
Il Tribunale compensò le spese del giudizio di secondo grado in considerazione della necessità di integrazione della sentenza di primo grado. 
3. - Per la cassazione di tale sentenza ricorre il [...] sulla base di un unico articolato motivo. Resiste con controricorso Roma Capitale, già Comune di Roma. 

Considerato in diritto 

1. - Il Collegio ha deliberato l'adozione della motivazione in forma semplificata. 
2. - Con l'unico articolato motivo si deduce violazione o falsa applicazione degli artt. 91, primo comma, e 92, secondo comma, cod.proc.civ., 118, secondo comma, disp.att., 132, secondo comma, n. 4, cod.proc.civ., 111 Cost., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La sentenza impugnata viene censurata nella parte in cui ha confermato la decisione del giudice di primo grado sulla compensazione delle spese di lite, nonostante l'attuale ricorrente fosse totalmente vittorioso traendo argomento dalla mancata costituzione del Comune di Roma e dalla mancata contestazione delle ragioni espresse da controparte e dalla circostanza che l'opposizione nel primo grado di giudizio fosse stata accolta per motivi che prescindevano dall'accertamento di merito circa la effettiva commissione della infrazione, nonché dalla considerazione della natura della controversia, atteso che nei giudizi dinanzi al giudice di pace è escluso l'obbligo del patrocinio e che, nel procedimento di opposizione a sanzione amministrativa, la legge, all'epoca del ricorso proposto, stabiliva l'esenzione dal pagamento del contributo unificato e la notifica del ricorso e del decreto da parte della cancelleria, non volendosi gravare l'interessato di alcun onere, in relazione al limitatissimo valore economico della controversia. Si contesta altresì la disposta compensazione delle spese del giudizio di primo grado motivata sulla base della avvenuta integrazione della motivazione della decisione di primo grado. 
3. - La censura è meritevole di accoglimento. 
Nel regime anteriore a quello introdotto dall'art. 2, comma 1, lett. a) della legge 28 dicembre 2005, n. 263, e, successivamente, dalla legge n. 69 del 2009, il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese "per giusti motivi" deve trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l'adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purché, tuttavia, le ragioni giustificataci dello stesso siano chiaramente e inequivocamente desumibili dal complesso della motivazione adottata a sostegno della statuizione di merito (v. Cass., S.U., sentt. n. 20598 e n. 20599 del 2008, Sez. Lav., sent. n. 17868 del 2009, n. Sez. VI-II, ord. n. 316 del 2012). 
Nella specie, deve escludersi che le ragioni della compensazione delle spese del giudizio innanzi al giudice di pace che il Tribunale ha ritenuto essere desumibili dalla motivazione della decisione di primo grado risultino conformi a diritto. Ed infatti, la mancata opposizione dell'Amministrazione alla domanda rivolta nei suoi confronti non giustifica, di per sé, la compensazione delle corrispondenti spese processuali in quanto comunque l'istante è stato costretto ad adire il giudice per ottenere il riconoscimento del diritto. 
Né può costituire giusto motivo di compensazione delle spese la circostanza che la decisione di primo grado fosse stata favorevole al [...] per motivi che prescindono dal merito, non potendosi sostenere che nell'ordinamento vi sia un favor per gli errori meramente procedurali della pubblica amministrazione (v. Cass., sent. n. 8114 del 2011). 
Ed anche il limitato valore economico della controversia può - come correttamente sottolineato dal ricorrente - tutt'al più determinare l'applicazione di uno piuttosto che di altro scaglione nella liquidazione delle spese processuali. 
Infine, giustificare il provvedimento di compensazione delle spese processuali sulla base del mancato esercizio della facoltà di difendersi personalmente equivarrebbe a negare il diritto della parte di farsi assistere da un difensore. 
Resta assorbito dalle argomentazioni che precedono l'esame della parte della censura relativa alla statuizione di compensazione delle spese del giudizio di secondo grado. 
4. - Conclusivamente, il ricorso deve essere accolto. La sentenza impugnata deve essere cassata, e la causa deve essere rinviata ad altro giudice - che viene individuato nel Tribunale di Roma in persona di diverso giudicante, cui è demandato anche il regolamento delle spese del giudizio - che la riesaminerà facendo applicazione dei principi di diritto enunciati sub 3. 

P.Q.M. 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, al Tribunale di Roma in persona di diverso giudicante. 




lunedì 27 ottobre 2014

CARABINIERE SUGGERISCE L'AVVOCATO ALL'ARRESTATO - ABUSO D'UFFICIO

Cassazione Penale sentenza 3 ottobre 2014, n. 41191 
- omissis - 
Fatto 

Con la sentenza impugnata veniva confermata la sentenza del Tribunale di Cagliari del 30/11/2012, con la quale [...]S. era ritenuto responsabile del reato continuato di cui agli artt. 323 e 479 cod. pen., commesso fino al 13/04/2007, quale maresciallo in servizio presso le Stazioni dei Carabinieri di Sinnai prima e di Quartu S. Elena poi, nominando l'avv. [...] difensore d'ufficio degli arrestati [...] , [...] , [...] , [...] , [...] e [...] nonostante lo stesso non fosse inserito nell'elenco dei difensori reperibili predisposto dal locale consiglio dell'ordine degli avvocati, sollecitando gli arrestati [...] o i congiunti degli stessi a nominare l'avv. [...] quale difensore di fiducia ed attestando falsamente, nei verbali di arresto di [...] , che il [...] era stato interpellato con esito negativo circa la volontà di nominare un difensore di fiducia, laddove l'arrestato se realmente sentito avrebbe nominato l'avv.[...] , con successiva nomina quale difensore di ufficio, da parte dell'imputato, dell'avv. [...] , e che gli altri avevano nominato quest'ultimo come difensore di fiducia; [...] era ritenuto responsabile del concorso nel reato di abuso d'ufficio; e i predetti venivano condannati alle rispettive pene di anni due di reclusione per il [...] e di anni uno e mesi quattro di reclusione per l'[...] , ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile [...]. 
Gli imputati ricorrono sui punti e per i motivi di seguito indicati. 
1. Sulle condotte di abuso d'ufficio relative alle nomine d'ufficio dell'avv. [...] , il ricorrente [...] deduce illogicità della motivazione nella ritenuta inattendibilità della tesi difensiva in ordine ai problemi di funzionamento del cali center dei difensori d'ufficio e delle utenze di questi ultimi, che avevano indotto l'imputato ad avvalersi di una lista informale di difensori prontamente reperibili, fra i quali l'avv. [...] , nonostante tale versione avesse trovato riscontro nelle dichiarazioni dei testi Cap. [...] e Lgt. [...] . Lamenta la mancata assunzione di prove decisive costituite dall'acquisizione dei verbali di tutti gli arresti eseguiti dall'imputato e dall'audizione del presidente del consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Cagliari, e contraddittorietà della motivazione sul punto con il riferimento alla frequenza delle nomine dell'avv. [...] effettuate dal [...] ai fini della prova del dolo intenzionale del reato. Rileva violazione di legge nel riferimento, ai fini del requisito dell'illegittimità della condotta, alla mancata adozione di un formale provvedimento di nomina di un difensore immediatamente irreperibile in luogo di quelli di turno, che l'art. 386 cod. proc. pen. riserva al pubblico ministero, e contraddittorietà della motivazione sul punto con il richiamo alla norma appena indicata a proposito dei fatti di indebita sollecitazione alla nomina fiduciaria dell'avv. [...] . 
2. Sulle condotte di abuso d'ufficio relative alle indicazioni agli arrestati del nominativo dell'avv. [...] , il ricorrente [...] deduce illogicità della motivazione nell'omessa valutazione del contesto in cui tali indicazioni venivano fornite, delle dichiarazioni degli arrestati, per le quali gli stessi recepivano liberamente i consigli dell'imputato, e dell'esistenza di analoghi comportamenti di colleghi dell'imputato, in quanto dato contraddittorio con l'affermazione di un rapporto personale fra quest'ultimo e l'[...] . 
3. Sull'elemento psicologico del reato di abuso d'ufficio, il ricorrente [...] deduce violazione di legge ed illogicità della motivazione nella ritenuta esistenza del dolo intenzionale in base all'esperienza di servizio dell'imputato, che non comprendeva specifiche competenze in tema di deontologia forense, e a rapporti di amicizia e di convivialità fra il [...] e l'[...] , non significativi per la presenza agli incontri conviviali di altri militari ed in quanto riferiti dal teste Mar. Lo. all'intento dell'imputato di stabilire, tramite il legale, migliori contatti con gli informatori. 
4. Sull'evento del reato di abuso d'ufficio, il ricorrente [...] deduce violazione di legge nella ritenuta ravvisabilità di un ingiusto vantaggio patrimoniale in un guadagno del legale favorito costituente comunque congruo corrispettivo dell'attività professionale prestata. 
5. Sul concorso nel reato di abuso d'ufficio, il ricorrente [...] , dedotte censure analoghe a quelle proposte dal [...] con riguardo all'elemento psicologico del reato, lamenta altresì violazione di legge nella ritenuta configurabilità della responsabilità concorsuale a seguito dell'inconsapevole conseguimento delle nomine, in assenza di comportamenti materiali dell'imputato finalizzati ad ottenerle, e di una posizione di garanzia dell'[...] rispetto all'interesse tutelato dalla norma incriminatrice. 
6. Sull'affermazione di responsabilità per il reato di falso ideologico, il ricorrente [...] deduce illogicità della motivazione nella ritenuta attendibilità delle dichiarazioni degli arrestati a fronte dei rilievi difensivi sui problemi psichiatrici dell'E. , sulle contraddizioni del [...] , sulle spiegazioni dell'imputato in ordine alla derivazione da un mero errore materiale della verbalizzazione della nomina dell'avv. [...] da parte del F. e sul rancore manifestato da quest'ultimo e dal [...] con l'asserzione di essere stati ingiustamente tratti in arresto. 

Diritto 

1. I motivi proposti dal ricorrente [...] sulle condotte di abuso d'ufficio relative alle nomine d'ufficio dell'avv. [...] sono infondati. 
È in primo luogo infondata la censura di illogicità della motivazione sulla ritenuta inattendibilità della tesi difensiva per la quale le nomine di cui sopra sarebbero state indotte da difficoltà nel funzionamento del sistema di cali center per il reperimento dei difensori e dalla conseguente necessità di contattare un legale immediatamente disponibile. Il riscontro indicato dal ricorrente nelle dichiarazioni dei testi [...] e [...] era infatti esaminato dalla Corte territoriale e ritenuto inaffidabile per i termini vaghi con i quali si era espresso il [...] e per la mancanza di collegamento temporale con i fatti contestati dei contenuti di entrambe le dichiarazioni. E, di contro, si osservava nella sentenza impugnata che i dati documentali sull'operatività del sistema ufficiale di reperimento dei difensori indicavano la presenza di venti legali disponibili e l'Effettivo rintraccio degli stessi, e che la ricostruzione della difesa non era stata confermata da altri militari escussi ed aveva trovato ulteriore smentita nell'assenza di alcuna menzione dei dedotti problemi nei verbali di arresto. 
Anche la mancata assunzione delle prove, richieste dalla difesa nell'acquisizione dei verbali di tutti gli arresti eseguiti dall'imputato e nell'audizione del Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Cagliari, veniva congruamente giustificata dai giudici di merito con l'irrilevanza delle stesse, in considerazione del periodo temporale delimitato a cui si riferivano gli atti contestati, che escludeva la necessità di una verifica di tutte le attività di arresto riferibili al [...] , e dell'impossibilità che il teste potesse indicare elementi ulteriori sul funzionamento di un sistema in ordine al quale erano state acquisite attestazioni documentali. Né sussiste la dedotta contraddittorietà di tale motivazione con il rilievo attribuito alla frequenza delle nomine dell'avv. [...] ai fini della prova dell'elemento psicologico del reato, laddove nella sentenza impugnata si argomentava specificamente sulla sufficienza a questi fini del numero delle nomine risultanti dai verbali di arresto di cui all'imputazione. 
Prive di decisività sono infine le doglianze sul tema della mancanza di formali provvedimenti di nomina dell'avv. [...] in luogo dei difensori di turno, che non veniva in realtà valorizzato dalla Corte territoriale; la quale dava invece risalto, come si è detto, alla circostanza per la quale nei verbali di arresto contestati non erano menzionate la problematiche di funzionamento del sistema ufficiale. 
2. Il motivo proposto dal ricorrente [...] sulle condotte di abuso d'ufficio relative alle indicazioni agli arrestati del nominativo dell'avv. [...] è infondato. 
Non sussiste in particolare la dedotta illogicità della motivazione nella mancata valutazione del contesto in cui i fatti si verificavano e della spontanea accettazione, da parte degli arrestati, delle indicazioni dell'imputato. Si tratta invero di aspetti correttamente ritenuti dalla Corte territoriale irrilevanti nel momento in cui i testimoni confermavano che il [...] caldeggiava la nomina dell'avv. [...] esaltandone le qualità professionali; condotta, questa, sufficiente ad integrare il contestato reato di abuso d'ufficio, ravvisabile ove il soggetto agente impartisca comunque ai cittadini, con i quali abbia rapporti per ragioni inerenti alle proprie funzioni, consigli sulla nomina di un difensore (Sez. 6, n. 36592 del 06/07/2005, Tarallo, Rv. 232256). Né le conclusioni dei giudici di merito incorrono nella dedotta contraddizione con l'asserita presenza di comportamenti analoghi di colleghi dell'imputato, circostanza che non incide sulla descritta configurabilità del reato neppure sotto il profilo dell'esclusione dell'esistenza di un rapporto esclusivo fra il [...] e l'[...] , elemento irrilevante ai fini della realizzazione della fattispecie criminosa. 
3. Il motivo proposto dal ricorrente [...] sull'elemento psicologico del reato di abuso d'ufficio è infondato. 
Non sono illogici i riferimenti della sentenza impugnata all'esperienza professionale dell'imputato ed ai rapporti di amicizia e convivialità fra lo stesso e l'[...] , indicati quale dimostrativi della consapevolezza dell'ingiusto vantaggio conseguito al secondo a prescindere dalla conoscenza di specifici aspetti di deontologia forense, non necessaria per apprezzare i risultati positivi indebitamente conseguiti da un difensore per la preferenza nelle nomine rispetto ad altri legali, e del coinvolgimento di altri militari nei contatti conviviali. 
Neppure elementi di illogicità sono introdotti nell'argomentazione della Corte territoriale dal richiamo della stessa alle dichiarazioni del teste [...] sul possibile intento del [...] di ottenere, coltivando i rapporti con l'[...] , migliori opportunità di contatto con informatori. Il dolo intenzionale, proprio del reato di abuso d'ufficio, sussiste invero anche qualora il vantaggio patrimoniale procurato costituisca lo strumento che consente al soggetto agente di perseguire un fine ulteriore, anche lecito, che si sovrappone tuttavia, senza eliderla, alla finalità illecita di vantaggio; assumendo nel reato la posizione del movente, ben distinta da quella del dolo (Sez. 5, n. 14283 del 17/11/1999, Pinto, Rv. 216122). 
Il ricorrente non considera peraltro l'ulteriore elemento valutato nella sentenza impugnata con riguardo alla varietà delle modalità con le quali l'avv. [...] era favorito nelle nomine, ad ulteriore conferma della preminente e consapevole finalizzazione delle condotte a tale risultato. 
4. Il motivo proposto dal ricorrente [...] sull'evento del reato di abuso d'ufficio è inammissibile. 
La doglianza del ricorrente è generica in quanto distonica, rispetto al contenuto della motivazione della sentenza impugnata, nel censurare la ritenuta sussistenza dell'evento in un profitto lecitamente conseguito dall'[...] quale corrispettivo di un'attività professionale effettivamente prestata, laddove la Corte territoriale individuava invece l'ingiustizia del vantaggio nell'accaparramento dei clienti, vietato dall'art. 19 del codice deontologico forense e pertanto produttivo di una radicale illegittimità delle conseguenti prestazioni. 
5. Il motivo proposto dal ricorrente [...] sul concorso nel reato di abuso d'ufficio è infondato. 
L'infondatezza delle censure proposte dal [...] in tema di elemento psicologico del reato investe evidentemente anche gli analoghi rilievi dedotti in proposito dall'[...] . 
Per quanto riguarda l'ulteriore censura di violazione di legge nella ritenuta configurabilità del concorso dell'[...] in assenza di comportamenti materiali dello stesso, finalizzati al conseguimento delle nomine, va rammentato che il concorso dell'extraneus nel reato di abuso d'ufficio non richiede necessariamente la presenza di pressioni o sollecitazioni del primo nei confronti del secondo, essendo altresì bastevole l'esistenza di un'intesa fra i due soggetti (Sez. 6, n. 8121 del 29/05/2000, Margini, Rv. 216719; Sez. 6, n. 15116 del 25/02/2003, Gueli, Rv. 224690; Sez. 6, n. 2844 dell'01/12/2003 (27/01/2004), Celiano, Rv. 227260). Intesa che nella specie era ampiamente motivata, nella sentenza impugnata, con riguardo per un verso a quanto riportato nei punti precedenti in ordine ai rapporti di frequentazione fra il [...] e l'[...] , e per altro al rilievo, specificamente formulato dalla Corte territoriale sulla questione in esame, dell'accettazione delle nomine, da parte dell'[...] , nella consapevolezza dell'irregolarità delle stesse. 
6. Il motivo proposto dal ricorrente [...] sull'affermazione di responsabilità per il reato di falso ideologico è infondato. 
La sentenza impugnata rispondeva adeguatamente ai rilievi formulati già in sede di appello sull'attendibilità delle dichiarazioni degli arrestati, e riproposti nel ricorso, osservando in primo luogo ed in via generale come non potessero essere valutate a questi fini le affermazioni dei testi su domande riguardanti i fatti per i quali gli stessi erano stati tratti in arresto; tanto integrando congrua motivazione sui caratteri asseritamente contraddittori e interessati delle dichiarazioni dei testi [...] . In particolare, peraltro, la Corte territoriale argomentava in termini altrettanto coerenti sull'ininfluenza dei problemi psichiatrici dell'[...] rispetto alla semplice asserzione dello stesso di non conoscere l'avv. [...] , sufficiente ad escludere che l'arrestato lo avesse effettivamente nominato, e sul riscontro delle dichiarazioni del [...] e del [...] in quelle dei rispettivi difensori e, per il [...] , anche nella verbalizzazione, in sede di convalida dell'arresto, delle rimostranze del predetto sulle modalità di nomina del difensore. Mentre il ricorrente non propone alcune specifica deduzione sulle dichiarazioni del teste [...] , anch'esse poste a fondamento dell'affermazione di responsabilità dell'imputato. 
Va peraltro osservato, con riguardo alle posizioni di entrambi gli imputati, che per taluni dei fatti di abuso d'ufficio, in particolare quelli commessi l'01/10/2005, il 9/10/2005 e il 30/01/2006, risulta decorso il termine prescrizionale, da ultimo l'08/07/2014, pur tenendosi conto di sospensioni di detto termine per undici mesi e otto giorni. La sentenza deve pertanto essere annullata senza rinvio con la declaratoria di estinzione degli episodi indicati, e con rinvio alla Corte d'Appello di Cagliari per la conseguente rideterminazione della pena. I ricorsi devono per il resto essere rigettati. 

P.Q.M. 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo A come commesso fino al [...], nei confronti di entrambi gli imputati, perché estinto per prescrizione. 
Annulla la predetta sentenza relativamente al trattamento sanzionatorio con rinvio per nuova determinazione alla Corte d'Appello di Cagliari. 
Rigetta nel resto i ricorsi. 


domenica 26 ottobre 2014

SANZIONI DISCIPLINARI - NON SEMPRE E' NECESSARIA LA CONTESTAZIONE IMMEDIATA

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 20 giugno 2014, n. 14103

Lavoro subordinato - Dipendente INPS - Licenziamento per giusta causa - Abusivo esercizio della professione - Infedeltà del lavoratore
1. Con sentenza del 24.3.2009, la Corte d’appello di Genova ha confermato la sentenza 24.10.2006 del tribunale di La Spezia, che aveva rigettato la domanda con la quale B.W. aveva impugnato il licenziamento disciplinare irrogatogli dall’INPS, suo datore di lavoro.
2. In particolare, dagli atti risulta che nei confronti del lavoratore - già trasferito cautelativamente ad altra sede lavorativa nel maggio 2000 a seguito di indagine penale nei suoi confronti, e già destinatario di lettera dell’INPS del 31.7.2001 di messa in mora in relazione ad un asserito danno di oltre £. 4 miliardi per 66 trattamenti pensionistici indebitamente liquidati - era stato richiesto dalla Procura della Repubblica di La Spezia in data 28.5.2002 il rinvio a giudizio per i reati di corruzione aggravata, truffa aggravata, falsità ideologica e materiale in atto pubblico, abusivo esercizio di una professione ed usura, in relazione a fatti commessi nell’attività di servizio; il 19.9.2002, l’INPS aveva levato contestazione disciplinare per i detti fatti, ritenuti sanzionabili con il licenziamento in tronco; il 29.10.2003 il lavoratore subiva sospensione cautelare dal servizio in relazione al rinvio a giudizio; il procedimento disciplinare, immediatamente sospeso per la pendenza del processo penale, era stato quindi riattivato parzialmente dopo che il tribunale di La Spezia, disponendo il rinvio al giudizio del lavoratore per vari dei reati ascritti, con sentenza del GUP lo assolveva dal reato di usura e di esercizio abusivo della professione; in particolare, la ripresa del procedimento disciplinare veniva fatta in data 14.11.2003 limitatamente al lavoro in nero svolto dal dipendente INPS nei confronti di privato consulente del lavoro, contestandosi l’infedeltà del lavoratore anche sulla base dell’accertamento del ricevimento di somme di denaro da terzi contenuto nella sentenza penale che pur lo aveva prosciolto per i titoli di reato anzidetti; il 19.2.2004 il dipendente veniva licenziato per giusta causa.
3. La corte territoriale ha ritenuto tempestiva la contestazione disciplinare, rituale l’iter procedimentale, legittima la ripresa del procedimento, proporzionata la sanzione.
4. Avverso tale sentenza propone ricorso il lavoratore per quattro motivi. L’INPS è rimasto intimato, limitandosi a delegare il difensore per l’attività di udienza.
5. Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, nella parte in cui ha ritenuto tempestiva la contestazione disciplinare del 19.9.2002, trascurando che già con comunicazione 26.2.2000 il lavoratore era stato trasferito ad altra sede in correlazione con vicende dell’inchiesta penale che lo interessava e con quella amministrativa per la revoca delle pratiche pensionistiche da lui lavorate, e che con nota di messa in mora 31.7.2001 era stato quantificato il danno all’istituto derivante da pratiche pensionistiche false ascritte al lavoratore, sicché sin da tali momenti il datore non avrebbe potuto che esser già a conoscenza dei fata disciplinarmente rilevanti e, correlativamente, la contestazione disciplinare sarebbe dovuta avvenire nei venti giorni successivi, ai sensi dell’art. 28 co. 8 c.c.n.1. 6.7.1995 (applicabile ratione tempons, ai sensi della disciplina transitoria dettata dall’art. 19 c.c.n.l. 9.10.2003).
6. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 7 Stat. Lav. e 27, co. 2, e 28, co. 8, del c.c.n.l. 6.7.1995, per avere la sentenza ritenuto tempestiva la contestazione disciplinare, escludendo la possibilità per il datore di lavoro di effettuarla precedentemente in ragione del segreto istruttorio sui medesimi fatti derivante dalla pendenza di procedimento penale. Il ricorrente formula il seguente quesito di diritto: "se il datore di lavoro che abbia conoscenza di fatti di rilievo disciplinare fornanti oggetto di indagine penale ovvero connessi con fatti oggetto di indagine preliminare sia esentato dall'obbligo di tempestiva contestatone dell’illecito disciplinare al dipendente, nel rispetto dei tempi e delle modalità di procedura imposte dall'art. 27 co. 2 c.c.n.l 6.7.1995, e ciò al fine di salvaguardare il segreto istruttorio.
7. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 7 Stat. Lav. e 28, co. 8, del c.c.n.l. 6.7.1995, nonché omessa insufficiente o contraddittoria motivazione della sentenza, in relazione alla ritenuta irrilevanza della pregiudizialità tra I fatti oggetto del procedimento penale pendente e quelli del procedimento disciplinare, laddove secondo il ricorrente la connessione di relativi fatti è rilevante, ed è tale da impedire la conclusione del procedimento disciplinare sulle questioni connesse con quelle ancora oggetto del procedimento penale. Il ricorrente formula il seguente quesito di diritto: "se il datore di lavoro che procede disciplinarmente nei confronti del dipendente per un fatto di rilievo disciplinare connesso con altri formanti oggetto di procedimento penale sia tenuto, ai sensi dell'art. 28, co. 8, c.c.n.l 6.6.1995, a sospendere il procedimento disciplinare medesimo soltanto nell’ipotesi in cui la connessione tra i fatti sia caratterizzata dai presupposti e dal vincolo della pregiudizialità ovvero se ogni ipotesi di connessione, anche probatoria, tra i medesimi fatti imponga al datore di lavoro di provvedere alla sospensione del procedimento disciplinare".
8. Con il quarto motivo di ricorso, si lamenta omessa o insufficiente motivazione circa un atto decisivo del giudizio, inerente la contestata violazione del principio di immutabilità della contestazione disciplinare, per avere la sentenza trascurato che in sede di riapertura del procedimento disciplinare già sospeso erano stati indicati fatti ulteriori rispetto a quelli già oggetto della contestazione, inerenti alcune dazioni di denaro al ricorrente, e si erano posti tali fatti a base non più dell’originario addebito di corruzione, bensì di quello diverso relativo alla violazione del principio di esclusività del rapporto di pubblico impiego.
9. Il primo motivo di ricorso riguarda la tempestività della contestazione disciplinare ed è infondato.
10. L’accertamento di un danno subito dal datore non implica necessariamente l’accertamento sul contenuto della responsabilità in tutti i suoi elementi e sul grado di responsabilità e può richiedere accertamenti ulteriori in relazione alla complessità dei fatti: solo ove siano accertati adeguatamente tutti gli anzidetti profili, sorge l’obbligo della contestazione disciplinare, presupponendo questa l’accertamento dell’illecito disciplinare in tutti i suoi elementi costitutivi.
11. Nella specie, la sentenza di merito ha correttamente rilevato che il trasferimento del lavoratore era solo misura cautelare dettata dalla necessità di evitare la presenza del lavoratore nel luogo oggetto di indagini amministrative circa le irregolarità compiute e probabilmente ascrivibili al lavoratore trasferito; la sentenza ha del pari rilevato che la messa in mora è pure atto cautelare con il quale l’ente ha inteso premunirsi contro gli effetti estintivi della prescrizione in ordine a suoi possibili crediti, il cui ammontare non era definito completamente, essendo in coso l’indagine penale; infine, la sentenza ha anche preso atto che l’indagine penale era notevolmente complessa, per la mole di documenti da esaminare e per la necessità di verificare i presupposti di numerosi trattamenti pensionistici erogati con i soggetti figuranti come datori di lavoro in diversi periodi, e che solo all’esito dell’indagine penale i rilievi e le irregolarità avevano preso corpo e consistenza ed erano emersi i nominativi dei soggetti responsabili degli illeciti.
12. La valutazione della corte territoriale risulta adeguata e corretta, e rispetta i principi affermati da questa Corte in ordine alla tempestività della contestazione disciplinare. Si è infatti affermato (Sez. L, Sentenza n. 20719 del 10/09/2013; Sez. L, Sentenza n. 15649 del 01/07/2010; Sez. L, Sentenza n. 18711 del 06/09/2007; Sez. L, Sentenza n. 14113 del 20/06/2006) che, in tema di procedimento disciplinare, il principio secondo il quale l'addebito deve essere contestato immediatamente va inteso in un'accezione relativa, compatibile con l'intervallo di tempo necessario al datore di lavoro per il preciso accertamento delle infrazioni commesse dal prestatore. La valutazione dell'immediatezza della contestazione è rimessa alla valutazione del giudice di merito (il cui giudizio, insindacabile in sede di legittimità ove sia immune da vizi logici e sia adeguatamente motivato), il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili ed idonee.
13. Il secondo motivo di ricorso riguarda la rilevanza del segreto istruttorio (su fatti valutabili sia a fini penali che disciplinari), al fine di legittimare il datore di lavoro a procrastinare la contestazione disciplinare all’esito del venir meno del segreto.
14. La doglianza formulata al riguardo dal ricorrente non ha pregio. Da un lato, questa Corte ha più volte affermato (Sez. L, Sentenza n. 3600 del 16/02/2010; Sez. L, Sentenza n. 4502 del 21/02/2008) che, ai fini dell'accertamento della sussistenza del requisito della tempestività del licenziamento, in caso di intervenuta sospensione cautelare di un lavoratore sottoposto a procedimento penale, la definitiva contestazione disciplinare ed il licenziamento per i relativi fatti ben possono essere differiti in relazione alla pendenza del procedimento penale stesso; si è precisato inoltre (Sez. L, Sentenza n. 3697 del 17/02/2010; Sez. L, Sentenza a 3697 del 17/02/2010) che, in tema di procedimento disciplinare a carico di pubblici dipendenti, per fatti penalmente rilevanti, non è ipotizzabile la violazione del principio di immediatezza della contestazione e dell'adozione del provvedimento disciplinare, qualora la P.A., uniformandosi alle disposizioni della contrattazione collettiva in caso di emergenza di fatti-reato, abbia atteso l'esito delle indagini e del processo, destinando il dipendente ad altre mansioni, e in seguito, avuta notizia, in via ufficiale, del rinvio a giudizio, abbia provveduto alla sospensione cautelare e, all’esito del processo penale, a nuova valutazione dei fatti ascritti al lavoratore, disponendone il licenziamento.
15. Dall’altro lato, si è pure specificamente evidenziata l’esigenza del rispetto del segreto istruttorio, affermando (Sez. 2, Sentenza n. 23477 del 05/11/2009), pur nel diverso ambito delle sanzioni amministrative, che, qualora gli elementi di prova di un illecito amministrativo emergano dagli atti relativi alle indagini penali, il termine stabilito dalla legge per la notificazione della contestazione decorre dalla ricezione degli atti trasmessi dall'autorità giudiziaria all'autorità amministrativa, posto che, qualora fosse consentito agli agenti accertatoti di contestare immediatamente all'indagato la violazione amministrativa, l'autorità giudiziaria non sarebbe messa in condizione di valutare se ricorra o meno la "vis attractiva" della fattispecie penale e, nel contempo, sarebbe frustrato il segreto istruttorio imposto dall'art. 329 cod. proc. pen..
16. Può dunque affermarsi che, in tema di procedimento disciplinare, ai fini dell'accertamento della sussistenza del requisito della tempestività della contestazione, in caso di intervenuta sospensione cautelare di un lavoratore sottoposto a procedimento penale, la contestazione disciplinare per i relativi fatti ben può essere differita dal datore di lavoro in relazione alla pendenza del procedimento penale stesso, anche in ragione delle esigenze di tutela del segreto istruttorio.
17. Il terzo motivo riguarda la possibilità di riprendere il procedimento disciplinare per fatti dei quali la rilevanza penale sia esclusa, ove i medesimi fatti siano connessi ad altri ancora oggetto di procedimento penale.
18. La sentenza ha correttamente motivato la decisione sul punto, rilevando che dalla sentenza di assoluzione risulta che le somme percepite dal dipendente INPS costituivano il compenso per attività lavorativa svolta in nero e non il profitto del reato di esercizio abusivo della professione, sicché all’esito di tale sentenza non vi era più connessione con i fatti per i quali vi era stato rinvio a giudizio, che erano diversi e legati da mera contemporaneità e non da connessione con quelli oggetti del procedimento disciplinare riattivato. Una volta venuta meno la connessione, l’INPS non era più tenuto ad attendere l’esito del processo penale per gli altri reati contestati al dipendente e ben poteva riattivare il procedimento disciplinare per fatti autonomi per i quali la responsabilità penale del dipendente era stata ormai definita.
19. In secondo luogo, va poi detto che la legge non condiziona più la sospensione del procedimento disciplinare alla durata ilei processo penale, limitando le eventuali garanzie del lavoratore al più alla sola sospensione cautelare ed alla sua durata, affermandosi invece una autonomia del procedimento disciplinare che legittima il datore di lavoro (pur non imponendogli tale soluzione, come sopra evidenziato) a svolgere il procedimento disciplinare senza necessariamente attendere l’esito di quello penale, tanto più se i fatti oggetto dei due procedimenti sono diversi, come nella specie. Si è infatti affermato, pur con riferimento al lavoro pubblico c.d. "privatizzato" dei dirigenti (Sez. L, Sentenza n. 9458 del 21/04/2009) che, essendo divenuto inapplicabile l’art. 117 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (che stabiliva il divieto di avvio di un procedimento disciplinare in pendenza di quello penale) a seguito della privatizzazione del rapporto di lavoro, a!l'amministrazione è data facoltà in ogni tempo di scegliere se avviare il procedimento disciplinare o attendere l'esito del giudizio penale.
20. In tale contesto, l’obbligo di sospensione del procedimento disciplinare in pendenza del procedimento penale può si derivare da previsione contrattuale, ma -ove questa preveda la sospensione in ragione dell’identità dei fatti oggetto dei due procedimenti- la relativa previsione non può estendersi fino al punto da ricomprendere anche fatti diversi oggetto di procedimento penale, pur connessi sul piano meramente probatorio e non legati a quelli oggetto del procedimento disciplinare da vincolo di pregiudizialità.
21. Può dunque affermarsi che il datore di lavoro può riattivare il procedimento disciplinare per fatti dei quali la rilevanza penale sia esclusa, anche ove i medesimi fatti siano connessi ad altri ancora oggetto di procedimento penale, non legati ai primi da vincolo di pregiudizialità.
22. Il quarto motivo riguarda la immutabilità della contestazione disciplinare ed è infondato: la sentenza impugnata ha, infatti, correttamente motivato in ordine alla corrispondenza dei fatti posti a base della sanzione con quelli già oggetto di contestazione disciplinare. In particolare, lo svolgimento di attività lavorativa di consulenza del lavoro e la ricezione di somme di denaro nell’ambito di tale attività, nella loro dimensione fattuale e fenomenica, erano state già contestate al lavoratore nella contestazione del 2002, restando irrilevante che solo con la riattivazione del procedimento disciplinare all’esito della sentenza del GUP del tribunale, i medesimi fatti siano stati considerati per l’addebito di diversa (e, peraltro, minore) violazione, essendo questa mera qualificazione giuridica diversa (non più esercizio abusivo della professione, ma lavoro illegittimo alle dipendenze di terzi) di fatti immutati nella loro fenomenicità e rispetto ai quali il lavoratore era già in grado di controdedurre.
23. Le spese seguono la soccombenza.
 
P.Q.M.
 
Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, che si liquidano in € 100 per spese ed € 5.000 per competenze, oltre accessori come per legge.


SANZIONI DISCIPLINARI - CONTESTAZIONE NECESSARIA

E' illegittima, per lesione dei principi fondamentali di garanzia, la sanzione disciplinare inferta a persona detenuta quando non è preceduta dalla contestazione della violazione.

(Cass. Sezione I Penale, 16.9.13-15.10.13, n. 42420)

OMISSIS;
avverso l'ordinanza n. 1958/2012 GIUD. SORVEGLIANZA di CALTANISSETTA, del 20/04/2012;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA SILVIO BONITO;
lette le conclusioni del PG Dott. LETTIERI Nicola il quale ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.
1. Avverso l'ordinanza con la quale il Magistrato di sorveglianza di Caltanissetta, in data 20 aprile 2012, rigettava il reclamo proposto da B.G. avverso la sanzione disciplinare inflittagli il 28 marzo 2012, giacchè, ad avviso di detto magistrato, incentrata la doglianza sul merito della sanzione reclamata e non già sulla ritualità della medesima, propone ricorso per cassazione il detenuto interessato, con atto personalmente indirizzato al magistrato di sorveglianza qualificato, in quella sede, alla stregua di ricorso di legittimità, deducendo violazione di legge e travisamento del contenuto del reclamo.
Lamenta, in particolare, il ricorrente che il suo reclamo era fondato sul rilievo che non gli era stato contestato il rapporto disciplinare e non già su censure relative al merito della sanzione, di guisa che il rigetto impugnato si appalesa fondato su un presupposto errato.
2. Il P.G. in sede con motivata requisitoria scritta concludeva per la inammissibilità del ricorso perchè non autosufficiente.
3. Il ricorso è fondato.
Pur dovendosi dare atto di un orientamento oscillante di questa sezione della Corte in ordine alla questione di diritto posta dal ricorso (nel senso contrario a quanto sostenuto da qui a breve si veda n. 35562/2008, in senso viceversa conforme, n. 13685/2008) ritiene il Collegio di condividere l'orientamento unitariamente assunto a partire da Cass., 8.1.2010, n. 5776 e con esso la censura di parte ricorrente relativa alla violazione della norma procedimentale di cui alla L. n. 354 del 1975, art. 38 e di cui al D.P.R. n. 230 del 2000, art. 81.
L'art. 38 dell'Ordinamento penitenziario prescrive, infatti, che:
"Nessuna sanzione può essere inflitta se non con provvedimento motivato, dopo la contestazione dell'addebito all'interessato il quale è ammesso ad esporre le proprie discolpe" e l'art. 81 innanzi citato prescrive, da parte sua, che i fatti di rilievo disciplinare debbano essere contestati al detenuto dal Direttore dell'Istituto penitenziario non oltre dieci giorni dal rapporto relativo all'infrazione e che, entro 10 giorni dalla data della contestazione, abbia a seguire la convocazione dell'incolpato per la decisione disciplinare. Sulla base di tali premesse normative il Collegio intende dare seguito all'indirizzo di questa Corte per il quale, seppure non sia possibile assimilare in toto le infrazioni disciplinari alle fattispecie di reato, deve tenersi conto che anche in relazione alle prime trovano applicazione quei principi fondamentali di garanzia per i quali il detenuto può essere sottoposto a sanzione solo per infrazioni espressamente previste ed a conclusione del regolamentato procedimento disciplinare (L. n. 354 del 1975, ex artt. 38, 39 e D.P.R. n. 230 del 2000, artt. 77 e segg.). E dunque, tenuto conto che modalità e termini di contestazione dell'addebito e di applicazione della sanzione sono strumenti per la concreta attuazione di quei principi di garanzia che presiedono alla regolamentazione della procedura disciplinare (ispirata al rispetto della dignità della persona e del principio del contraddittorio ed altresì tesa al mantenimento dell'ordine e della disciplina all'interno dell'Istituto penitenziario nonchè al reinserimento sociale del condannato), siffatte modalità e termini non possono essere pretermessi e la loro inosservanza, negativamente riflettendosi sull'intero procedimento, rende illegittima la decisione adottata a conclusione del medesimo (cfr. Cass. sentenze n. 13685/2008 e n. 14670/2007, nonchè, seppure con diversa valutazione della "natura" dei termini di cui al D.P.R. n. 230 del 2000, art. 81, sent. n. 48848/2003). Nel caso sottoposto all'esame della Corte, a fronte di una specifica doglianza del detenuto ricorrente circa la ritualità del procedimento di infrazione con riferimento all'art. 38 dell'O.P. e, quindi, anche ai tempi di cui al citato D.P.R. n. 230 del 2000, art. 81 dappoichè mai contestata l'infrazione disciplinare, il giudice a quo ha replicato esplicitamente affermando che nessuna censura procedimentale risultava articolata dal detenuto, con ciò palesemente travisando il contenuto del reclamo, viceversa incentrato proprio su un rilievo tipicamente di tale natura.
Da ciò consegue l'annullamento del provvedimento impugnato, con rinvio al giudice territoriale perchè, in applicazione degli esposti principi, valuti la ritualità del procedimento disciplinare dedotto in giudizio.
P.Q.M.

la Corte, annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Magistrato di sorveglianza di Caltanissetta.

venerdì 26 settembre 2014

LA MALATTIA NON PUO' SOSPENDERE LA MATURAZIONE DELLE FERIE

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 14 aprile – 29 luglio 2014, n. 17177 
Presidente Roselli – Relatore Tria 

Svolgimento del processo 

1.- La sentenza attualmente impugnata (depositata il 2 marzo 2007) conferma la sentenza del Tribunale di Milano n. 3413/2004 che, accogliendo parzialmente il ricorso di R.G., ha dichiarato illegittimo l'art. 10 del CCNL del 12 marzo 1980, ove disponeva la diminuzione proporzionale del monte ferie in relazione ai periodi di malattia superiori a centottanta giorni e ha condannato la datrice di lavoro Ferrovie Nord Milano Esercizio s.p.a. a restituire al dipendente i soli giorni di assenza per malattia, escludendo quelli corrispondenti al periodo di aspettativa. 
La Corte d'appello di Milano, per quel che qui interessa, precisa che: 
a) la società appellante ripropone, invocando la clausola dell'inscindibilità di cui all'art. 23 dell'Accordo di rinnovo 25 luglio 1997, l'argomento già disatteso in primo grado secondo cui la decurtazione prevista dalla suddetta clausola sarebbe giustificata dal miglior trattamento riconosciuto in caso di assenza per malattia; 
b) va rilevato, in contrario, che una corretta interpretazione della norma contrattuale in questione effettuata sulla base del diritto vivente formatosi a proposito degli artt. 2109 e 2110 cod. civ. in accorcio con gli artt. 32, primo comma, 36 e 38 Cost., suggellato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 66 del 1963 e, di recente, da Cass. SU 12 novembre 2001, n. 14020, porta a considerare assolutamente acquisito il principio secondo cui la maturazione del diritto alle ferie non può essere impedita dalla sospensione del rapporto per malattia; 
e) tale principio è inderogabile non può certamente essere disatteso dalla contrattazione collettiva, né lo è dall'art. 10 dal d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66, il quale, nel confermare l'applicazione dell'art. 2109 cod. civ., autorizza i contratti collettivi soltanto a prevedere condizioni di miglior favore. 
2.- Il ricorso di Ferrovie Nord s.p.a. (già Ferrovie Nord Milano Esercizio s.p.a.) domanda la cassazione della sentenza per due motivi; resiste, con controricorso, R.G.. 

Motivi della decisione 

Deve essere preliminarmente precisato che al presente ricorso si applicano ratione temporis le prescrizioni di cui all'art. art. 366-bis cod. proc. civ. 
I - Sintesi dei motivi di ricorso 
1. - Il ricorso è articolato in due motivi. 
1.1. - Con il primo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2109 cod. civ., in relazione all'art. 10 CCNL del 12 marzo 1980. 
Si sostiene che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 66 del 1963 richiamata nella sentenza impugnata, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 2109 cod. civ. "con stretto riferimento solo al primo anno di lavoro presso lo stesso datore", così eliminando il limite dell'anno ininterrotto di servizio e sostituendolo con il principio del frazionamento. 
Anche Cass. SU 12 novembre 2001, n. 14020 ha ribadito il medesimo principio della proporzionalità tra lavoro prestato e ferie da godere. 
Tuttavia a questo stesso principio si ispira anche l'art. 10 del CCNL di cui si discute, anche se la Corte milanese non se ne è avveduta, così come non ha considerato che l'interpretazione sostenuta nella sentenza impugnata è anche incompatibile con l'art. 10 del d.lgs. n. 66 del 2003. 
Quindi, conclusivamente , si chiede a questa Corte di stabilire "se l'art. 2109 cod. civ., nella parte ove non si riferisce alla maturazione delle ferie nel corso del primo anno di lavoro (già tacciata di illegittimità costituzionale), legittimi la fruizione delle ferie da parte dei dipendenti comunque in proporzione al lavoro effettivamente prestato, a prescindere dalle cause che hanno portato a tale assenza dal lavoro". 
1.2.- Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e/o falsa applicazione "dell'art. 10 CCNL 12 marzo 1980, in relazione all'intera disciplina contrattuale applicabile ai dipendenti del settore autoferrotranviario". 
Nel quesito posto a corredo dei motivo si chiede a questa Corte di stabilire "se l'art. 10 CCNL 12 marzo 1980, stante il nesso di inscindibilità previsto dalla contrattazione collettiva e la complessità (recte: il complesso) delle altre norme collettive che permettono ai dipendenti di usufruire di un periodo di riposo adeguato al lavoro prestato, sia da ritenersi una disposizione compatibile con la corrispettività delle prestazioni previste nell'ambito del rapporto di lavoro". 
III - Esame delle censure 
2.- I due motivi di ricorso - da esaminare congiuntamente, data la loro intima connessione - sono inammissibili, per le ragioni di seguito esposte. 
3. - Dal punto di vista della formulazione, va rilevato che i quesiti di diritto posti a corredo dei motivi non risultano conformi al precetto dell'art. 366-bis cod. proc. civ., non assolvendo alla funzione di integrare il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l'enunciazione del principio giuridico generale. Come è noto, infatti, tale obbligatoria funzione risponde all'esigenza di soddisfare l'interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, ed al tempo stesso, con una più ampia valenza, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione, il principio di diritto applicabile alla fattispecie. In conseguenza gli indicati quesiti non possono consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell'interpello della Corte di legittimità in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo, ma devono costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte in condizione di rispondere ad essi con l'enunciazione di una "regula juris" che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all'esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata (vedi per tutti: Cass. 9 maggio 2008, n. 11535; Cass. 7 marzo 2012, n. 3530; Cass. 17 maggio 2013, n. 12098). 
Va. a tale riguardo, anche richiamato quanto da questa Corte precisato, secondo cui: "a fini indicativi va detto che potrebbe apparire utile il ricorso ad uno schema secondo il quale sinteticamente si domandi alla Corte se, in una fattispecie quale quella contestualmente e sommariamente descritta nel quesito (fatto), si applichi la regola di diritto auspicata dal ricorrente in luogo di quella diversa adottata nella sentenza impugnata" (vedi: Cass. SU 5 febbraio 2008, n. 2658). 
Orbene, i quesiti di diritto formulati dalla società ricorrente non risultano conformi ai canoni interpretativi indicati perché sono assolutamente generici e inidonei ad esprimere, in termini riassuntivi, ma concretamente pertinenti all'articolazione delle censure in relazione alla fattispecie controversa, il vizio ricostruttivo addebitato alla decisione derivante da asseriti errori nella interpretazione delle norme legislative e contrattuali che regolano la fattispecie. 
4. - Per completezza a ciò è da aggiungere che anche le argomentazioni poste a base delle censure risultano estremamente generiche e si risolvono nell'affermazione apodittica della prospettata violazione delle norme richiamate non seguita da dimostrazione adeguata, tanto più in considerazione della conformità della decisione assunta dalla Corte milanese a Cass. SU 12 novembre 2001, n. 14020 (e alla successiva giurisprudenza di legittimità ad essa conforme), secondo cui "il diritto del lavoratore alle ferie annuali, tutelato dall'art. 36 Cost., è ricollegabile non solo ad ima funzione di corrispettivo dell'attività lavorativa, ma altresì - come riconosciuto dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 616 del 1987 e n. 158 del 2001 - al soddisfacimento di esigenze psicologiche fondamentali del lavoratore, il quale - a prescindere dalla effettività della prestazione - mediante le ferie può partecipare più incisivamente alla vita familiare e sociale e può vedersi tutelato il proprio diritto alla salute nell'interesse dello stesso datore di lavoro; da ciò consegue che la maturazione di tale diritto non può essere impedita dalla sospensione del rapporto per malattia del lavoratore e che la stessa autonomia privata, nella determinazione della durata delle ferie ex art. 2109, capoverso, cod. civ., trova un limite insuperabile nella necessità di parificare ai periodi di servizio quelli di assenza del lavoratore per malattia". 
Ne risulta che, anche da questo punto di vista, il ricorso è inammissibile perché in esso non vengono specificate le ragioni della contestazione della statuizione contenuta nella sentenza impugnata per cui il principio affermato dalla giurisprudenza costituzionale e da quella di questa Corte secondo cui la maturazione del diritto alle ferie non può essere impedita dalla sospensione del rapporto per malattia è inderogabile e non può certamente essere disatteso dalla contrattazione collettiva, né lo è dall'art. 10 dal d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66, il quale, nel confermare l'applicazione dell'ari. 2109 cod. civ., autorizza i contratti collettivi soltanto a prevedere condizioni di miglior favore. 
Pertanto, esso non risulta conforme al consolidato orientamento di questa Corte, in base al quale: "nel ricorso per cassazione il requisito della esposizione dei motivi di impugnazione - nella quale la specificazione dei motivi e l'indicazione espressa delle norme di diritto non costituiscono requisiti autonomi, avendo la seconda la funzione di chiarire il contenuto dei motivi - mira ad assicurare che il ricorso consenta, senza il sussidio di altre fonti, l'immediata e pronta individuazione delle questioni da risolvere, cosicché devono ritenersi inammissibili quei motivi che non precisino in alcuna maniera in che cosa consista la violazione di legge che avrebbe portato alla pronuncia di merito che si sostiene errata, o che si limitino ad. una affermazione apodittica non seguita da alcuna dimostrazione" (vedi, per tutte: Cass. 6 luglio 2007, n. 15263; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 1 luglio 2003, n. 10330; Cass. 14 agosto 1998, n. 8013). 
IV - Conclusioni 
5. - In sintesi, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Le spese del presente giudizio di cassazione - liquidate nella misura indicata in dispositivo - seguono la soccombenza. 

P.Q.M. 

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese dei presente giudizio di cassazione, liquidate in euro 100,00 (cento/00) per esborsi, euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre accessori come per legge.