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venerdì 28 giugno 2013

VESTIZIONE E ORARIO DI LAVORO


Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 16/5/2013 n. 11828

La vestizione rientra nel normale orario di lavoro e deve quindi essere retribuita se eseguita oltre l'orario.


(Omissis)
Svolgimento del processo
1.- Con ricorso al Giudice del lavoro di Milano A.M. C., + ALTRI OMESSI tutti dipendenti
dell'Azienda di Servizi alla persona (A.S.P.) "Golgi-Redaelli", in servizio presso l'Istituto geriatrico
Redaelli di (OMISSIS), esponevano che il tempo necessario ad indossare ed a svestire la
obbligatoria divisa di lavoro (non inferiore a 10 minuti per ciascuna operazione) non era retribuito
ed era a sostanziale carico dei lavoratori. Chiedevano, pertanto, che il giudice dichiarasse che il
tempo necessario per vestizione e svestizione della divisa fosse considerato orario di lavoro e fosse
come tale retribuito, con condanna del datore alla corresponsione delle differenze dovute dal 1
gennaio 1995 al 30 novembre 2000.
2.- Costituitasi in giudizio, l'Amministrazione delle II.PP.A.B. ex E.C.A. di Milano eccepiva il
difetto di giurisdizione del giudice ordinario per la parte della domanda relativa al periodo anteriore
al 30.06.98 e contestava la domanda nel merito.
3.- Subentrata durante il giudizio di primo grado a detta Amministrazione l'Azienda di Servizi alla
Persona "Golgi-Redaelli" e costituitasi in giudizio quest'ultima con le stesse conclusioni della dante
causa, il Tribunale rigettava la domanda. Proposto appello da detti dipendenti, la Corte d'appello di
Milano con sentenza del 27.02.07 accoglieva la l'impugnazione solo per parte dei dipendenti, in
favore dei quali condannava il datore al pagamento delle differenze retributive maturate per il titolo
dedotto; rigettava invece l'impugnazione per i dipendenti D., S., A., M. ed U..
La Corte d'appello, riconosciuta la propria giurisdizione solo per la parte di domanda attinente al
periodo successivo al 30.06.98, sulla base delle risultanze istruttorie rilevava che il tempo
necessario per indossare e dismettere gli indumenti di lavoro rientrava nella prestazione e che, nella
fattispecie, non essendo stato esso computato nell'orario di lavoro, dovesse essere remunerato con la
normale retribuzione. Ritenuto che le dette operazioni di vestizione e vestizione avessero una durata
media giornaliera di dieci minuti, accoglieva la domanda solo per coloro che erano tenuti ad
indossare gli indumenti di lavoro in relazione alle mansioni svolte.
4.- Avverso questa sentenza l'A.S.P. Golgi-Redaelli ha proposto ricorso per cassazione, cui Ba.Gi. e
gli altri dipendenti indicati in epigrafe rispondono con controricorso e ricorso incidentale, a sua
volta contrastato con controricorso dalla ricorrente principale. Fissata la discussione dei ricorsi e
depositata memoria dai ricorrenti incidentali, la Sezione Lavoro, rilevato che questi ultimi hanno
sollevato questioni attinenti la giurisdizione, con ordinanza del 19.07.12 ha trasmesso la causa al
Presidente della Corte per la sua assegnazione alle Sezioni unite.
Successivamente entrambe le parti hanno depositato memoria.
Motivi della decisione
5.- Preliminarmente vanno riuniti il ricorso principale e quello incidentale, ai sensi dell'art. 335
c.p.c..
6.- L'Azienda, ricorrente principale, deduce i seguenti motivi.
6.1.- Violazione dell'art. 299 c.p.c. (primo motivo). Parte ricorrente sostiene che il giudizio di
appello avrebbe dovuto essere interrotto in quanto l'appellante G. era deceduto nel corso del
giudizio di primo grado e, quindi, ben prima del deposito dell'atto di appello. Erroneamente la Corte
d'appello ha ritenuto che l'interruzione fosse evitata dalla notifica di un atto di rinunzia agli atti del
giudizio effettuata, successivamente alla notifica dell'atto di appello, dal difensore per conto del
lavoratore deceduto, in quanto l'interruzione opera automaticamente per effetto del verificarsi del
decesso di una parte prima della sua costituzione in giudizio. Avendo il decesso fatto venir meno il
mandato defensionale, sarebbero nulli la vocatio in ius e il successivo giudizio e la stessa sentenza
ne sarebbe inficiata, risultando anch'essa nulla.
Conseguenza di tale situazione processuale ai sensi dell'art. 305 c.p.c. sarebbe l'estinzione del
processo, atteso che esso non fu proseguito, nè riassunto nei sei mesi successivi alla conoscenza
dell'evento-decesso (che parte ricorrente fissa al 28.10.06, data di notifica dell'atto di rinunzia) e
della sua automatica interruzione.
6.2.- Violazione dell'art. 300 (secondo motivo). In via subordinata, ove la Corte adita ritenesse
inapplicabile l'art. 299 c.p.c. e valida la procura alle liti del G. per la proposizione dell'appello, parte
ricorrente sostiene che il difensore del medesimo, comunicando alla controparte l'avvenuto decesso,
avrebbe comunque procurato l'interruzione del giudizio ai sensi dell'art. 300 c.p.c. e la sua
conseguente nullità.
6.3.- Violazione dell'art. 112 c.p.c. (terzo motivo), non avendo la Corte d'appello considerato che
l'istruttoria aveva acclarato che i dipendenti indossavano gli indumenti di lavoro solo dopo aver
timbrato il cartellino di ingresso e li dismettevano prima di timbrare il cartellino di uscita, quindi,
durante l'orario di lavoro.
6.4.- Violazione dell'art. 17 del c.c.n.l. 94-97 Enti locali; art. 18 del c.c.n.l. artt. 94-97 Sanità
pubblica; R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692, artt. 3 e 6; R.D. 10 settembre 1923, n. 1955, art. 10; D.Lgs.
30 marzo 2001, n. 165, art. 2, comma 2; art. 2, n. 1, della direttiva UE 23.11.93 n. 98/104/CE;
D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66, art. 1, comma 2, lett. a), (quarto motivo). Parte ricorrente ribadisce che
l'istruttoria aveva acclarato che i dipendenti indossavano e dismettevano gli indumenti di lavoro
durante l'orario di lavoro e che il datore di lavoro non imponeva la timbratura del cartellino di
ingresso a vestizione avvenuta, pertanto, la Corte d'appello affermando che dette operazioni
avvenivano durante l'orario di lavoro, enuclea un concetto non corretto, atteso che per "orario di
lavoro" deve intendersi il periodo di tempo in cui il lavoratore sia a disposizione del datore e
nell'esercizio delle sue attività e funzioni.
6.5.- Carenza di motivazione ed error in procedendo (quinto motivo), avendo il giudice di appello
affermato che i lavoratori dovevano indossare gli indumenti di lavoro all'inizio del turno e che,
timbrando il cartellino di entrata ed uscita rispettivamente alcuni minuti prima dell'inizio e della
fine del turno stesso, i tempi concessi erano insufficienti a compiere le operazioni di vestizione e
svestizione durante l'orario di lavoro. Parte ricorrente ribadisce che dall'istruttoria è emerso che
l'Azienda non aveva imposto l'obbligo di indossare la divisa fin dall'inizio del turno e che i
lavoratori indossavano la divisa dopo aver timbrato il cartellino di ingresso, lasciando altresì il
servizio qualche minuto prima della scadenza del turno per poter dismettere la divisa durante
l'orario di lavoro.
6.6.- Carenza di motivazione (sesto motivo), contestandosi la liquidazione equitativa della durata
media giornaliera (dieci minuti) del tempo necessario per indossare e dismettere la divisa di lavoro
e degli importi liquidati in favore di ciascuno dei richiedenti (metà delle somme indicate da
ciascuno, parametrate a venti minuti). I tempi invece avrebbero dovuto essere determinati a seguito
di apposita consulenza tecnica (richiesta dal datore e non ammessa dal Collegio giudicante) e gli
importi avrebbero dovuto tener conto delle effettive presenze in servizio, al netto delle assenze.
7.- Con il ricorso incidentale i dipendenti deducono un unico motivo di impugnazione, con il quale
lamentano violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 45, comma 17, (ora
D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 69), contestando la decisione della Corte di appello di
pronunziare sulla domanda solo per il periodo decorrente dal 1.07.98, ritenendo insussistente la
propria giurisdizione per il periodo 1.01.95-30.06.98. Ritengono i ricorrenti che nel caso in cui un
rapporto di lavoro con datore di lavoro a natura pubblica si sia svolto in parte prima del 30.06.98 ed
in parte successivamente ed il petitum sia unico, deve ritenersi che la controversia non sia
frazionabile e rientri per intero nella giurisdizione del giudice ordinario, soprattutto nel caso in cui il
comportamento dell'Amministrazione, generatore della pretesa del dipendente, sia iniziato prima di
quest'ultima data e sia proseguito successivamente con carattere permanente.
8.- Con i primi due motivi, da trattare in unico contesto, la ricorrente principale sostiene che la
Corte d'appello avrebbe dovuto interrompere il giudizio a seguito del decesso dell'attore G.R.,
avvenuto nel corso del giudizio di primo grado e, quindi, prima che avesse inizio il giudizio di
appello.
Premesso che nei confronti del G. la Corte di appello non ha adottato alcuna decisione, avendo
preso atto della rinunzia agli atti del giudizio formulata dal difensore dallo stesso originariamente
officiato, deve rilevarsi che il decesso della parte costituita, sopravvenuto nel corso del giudizio di
primo grado e non denunciato dal procuratore, non priva quest'ultimo del potere di proporre
validamente l'impugnazione per la parte deceduta. Infatti, il decesso verificatasi nel corso del
giudizio non determina automaticamente l'interruzione del processo, come conseguenza
dell'estinzione del rapporto procuratorio ai sensi dell'art. 1722 c.c., n. 4, essendo l'interruzione
l'effetto di una fattispecie complessa costituita dalla verificazione del decesso e dalla dichiarazione
in udienza o dalla notificazione alle altre parti compiuta dal procuratore della parte deceduta. Fino a
questo momento si verifica l'ultrattività del mandato al procuratore ad litem, in virtù della deroga di
cui all'art. 300 c.p.c., commi 1 e 2, alle norme che, sul piano sostanziale, disciplinano il rapporto
procuratorio (Cass. 10.01.06 n. 144 e 6.05.05 n. 9394).
Nel caso di specie ferma restando la validità dell'atto di appello anche in favore del G., per il
disposto dell'art. 299 c.p.c. e art. 300 c.p.c., comma 2, l'evento interruttivo risulta dichiarato (e
conosciuto dalla controparte) solo nel corso del giudizio di secondo grado, con la notifica
all'Azienda appellata della rinunzia agli atti del giudizio da parte del difensore del deceduto.
Circa gli effetti della denunzia dell'evento, la giurisprudenza prevalente della Corte di cassazione,
cui questo Collegio intende dare continuità, ritiene che nel caso di riunione di più cause in unico
processo l'evento interruttivo che interessa la parte di uno di detti procedimenti non intacca il
contraddittorio rispetto alle parti degli altri procedimenti connessi per l'oggetto (e, come tali,
scindibili e tra di loro autonomi), nè viene a ledere l'attività difensiva o una efficiente
rappresentanza tecnica di dette parti, di modo che l'interruzione del processo deve essere dichiarata
limitatamente alla parte colpita dall'evento interruttivo e non in riferimento all'intero processo (S.u.
5.07.07 n. 15142, nonchè Sez. lav. 1.02.07 n. 2225, 13.09.03 n. 13471 e 25.02.02 n. 2676).
Ricostruito in tali termini lo scenario normativo, deve tuttavia rilevarsi che in tale contesto
l'Azienda Radaelli non ha ora interesse a far valere la mancata interruzione del processo, atteso che
ulteriore giurisprudenza di questa Corte ritiene che le norme che disciplinano l'interruzione del
processo sono preordinate alla tutela della parte colpita dal relativo evento, la quale è l'unica
legittimata a dolersi dell'irrituale continuazione del processo nonostante il verificarsi della causa
interruttiva; ne consegue che, la mancata interruzione del processo non può essere rilevata d'ufficio
dal giudice, nè essere eccepita dall'altra parte come motivo di nullità (Cass. 13.11.09 n. 24025,
20.07.05 n. 15249 e 18.07.97 n. 6625).
In conclusione, dovendo ritenersi che l'irregolarità nella continuazione del processo poteva essere
eccepita soltanto dai successori della parte deceduta e che costoro non hanno adottato alcuna
iniziativa in tal senso, i primi due motivi del ricorso principale debbono essere rigettati.
9.- Procedendo ulteriormente nell'esame dei motivi terzo, quarto e quinto, deve rilevarsi che la
vestizione degli indumenti di lavoro (e, più in generale, della divisa aziendale) costituisce
un'operazione preparatoria della prestazione di lavoro e ad essa strumentale. La consolidata
giurisprudenza della Sezione lavoro ritiene che al fine di valutare se il tempo occorrente per tale
operazione debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale
specifica. In particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove
indossare la divisa o gli indumenti (anche eventualmente presso la propria abitazione, prima di
recarsi al lavoro), la relativa operazione fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento
dell'attività lavorativa, e come tale il tempo necessario per il suo compimento non deve essere
retribuito. Se, invece, le modalità esecutive di detta operazione sono imposte dal datore di lavoro,
che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, l'operazione stessa rientra nel lavoro effettivo e
di conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito (Cass. 10.09.10 n. 19358, 9.09.06
n. 19273 e 21.10.03 n. 15734).
Tale affermazione non si pone in contrasto con il D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66, art. 1, lett. a, (che
recepisce le direttive 93/104 e 00/34 CE, concernenti taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di
lavoro), secondo il quale la nozione di orario di lavoro si identifica con "qualsiasi periodo in cui il
lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell'esercizio della sua attività o delle
sue funzioni". E', inoltre, confermata dall'interpretazione data dalla stessa Sezione alla clausola
dell'art. 5 del contratto collettivo per i lavoratori delle industrie metalmeccaniche - per il quale
"sono considerate ore di lavoro quelle di effettiva prestazione" - nel senso che sono da
ricomprendere nella nozione di lavoro "effettivo" anche le attività preparatorie allo svolgimento
dell'attività lavorativa e quelle successive alla prestazione, ove siano eterodirette dal datore di
lavoro, e che come tali dette attività debbono essere retribuite nella misura contrattuale prevista per
la prestazione (sentenze 2.07.09 n. 15492 e 25.06.09 n. 14919, entrambe con riferimento ai tempi di
vestizione e svestizione della divisa di lavoro, la seconda emessa ex art. 420 bis c.p.c.).
10.- La Corte d'appello, pur aderendo a questa impostazione di diritto, è giunta alla sua pronunzia
sulla base di una incompleta considerazione del materiale probatorio acquisito nel corso
dell'istruttoria.
Il Collegio di merito ha affermato che le operazioni di vestizione e vestizione non avvenivano
nell'ambito dell'orario di lavoro all'esito dell'esame delle risultanze della prova testimoniale e dei
cartellini- orario. Tale conclusione, tuttavia, non da esauriente conto delle risultanze della prova
testimoniale e, in particolare delle dichiarazioni di quei testi che hanno dichiarato che l'Azienda non
imponeva l'obbligo di indossare la divisa fin dall'inizio del turno (teste M.) e che i lavoratori dopo
aver timbrato si recavano negli spogliatoi, dove indossavano la divisa, e solo dopo si recavano al
reparto lasciando altresì il servizio qualche minuto prima della scadenza del turno per poter
dismettere la divisa durante l'orario di lavoro (testi N., P. e Be.). Manca, soprattutto, un raffronto tra
le dichiarazioni in questione e le risultanze dei cartellini-orario, con riferimento agli orari di
timbratura all'ingresso ed all'uscita e l'orario di inizio e conclusione dei turni di lavoro.
La rilevata carenza rende insufficiente l'esame della Corte d'appello su un punto essenziale,
rilevante ai fini dell'applicazione del principio di diritto sopra enunziato, ovvero se esistesse
l'obbligo - nascente da disposizione del datore di lavoro - di indossare gli indumenti di lavoro fin
dall'orario di inizio del turno, oppure, fosse consentito ai singoli di indossarli in un momento
successivo all'inizio della prestazione. Analoga carenza si rileva per il momento della svestizione,
non risultando con certezza se i dipendenti potessero dismettere gli indumenti di lavoro prima della
fine del turno o dovessero attendere la sua conclusione.
Questa carenza, come da disposizione che sarà di seguito formulata, dovrà essere colmata dal
giudice di merito in sede di rinvio previo riesame delle testimonianze e di tutte le risultanze
documentali acquisite in istruttoria.
In questi limiti i motivi terzo, quarto e quinto sono fondati e debbono essere accolti, con
conseguente assorbimento del sesto.
11.- Pacifica la qualità di pubblici dipendenti in regime di rapporto di pubblico impiego privatizzato
dei lavoratori-attori e preso atto che la domanda dagli stessi proposta è riferita a periodi di lavoro
temporalmente determinati, variabili per durata a seconda delle posizioni specifiche dei singoli, ma
tutti posti a cavallo del 30.06.98, la Corte d'appello ha ritenuto esistente la propria giurisdizione
solo per il periodo successivo a quella data, ravvisando la giurisdizione del giudice amministrativo
per il periodo anteriore.
Tale statuizione, impugnata dai lavoratori ricorrenti incidentali, deve essere rivista alla luce della
più recente giurisprudenza, che tende a ricondurre tutte le fattispecie di rapporto di lavoro pubblico
poste a cavallo del limite temporale del 30.06.98 sotto la giurisdizione del giudice ordinario. Grazie
all'elaborazione concettuale delle Sezioni unite, infatti, nell'ambito di una visione sostanzialmente
unitaria della giurisdizione, la Corte di cassazione ha interpretato la norma transitoria del D.Lgs. 30
marzo 2001, n. 165, art. 69, comma 7, - per la quale le controversie dei pubblici dipendenti
privatizzati sono attribuite al giudice ordinario solo se relative a questioni attinenti a periodo del
rapporto di lavoro successivo al 30.06.98 - nel senso che essa stabilisce, come regola, la
giurisdizione del giudice ordinario, per ogni questione che riguardi il periodo del rapporto
successivo al 30 giugno 1998 o che parzialmente investa anche il periodo precedente, ove risulti
essere sostanzialmente unitaria la fattispecie dedotta in giudizio, relegando ad eccezione la
giurisdizione del giudice amministrativo per le sole questioni che riguardino unicamente il periodo
del rapporto compreso entro la data suddetta (Sez. unite 23.11.12 n. 20726 e 1.03.12 n. 3183).
Questa giurisprudenza, in altre parole, superando il criterio del frazionamento della giurisdizione,
ritiene che ove la questione attinente il rapporto di pubblico impiego dedotta in giudizio costituisca
una "fattispecie sostanzialmente unitaria", è consentito non distinguere più il periodo del rapporto
antecedente al 1 luglio 1998 da quello successivo, atteso che l'unitarietà della fattispecie attrae la
giurisdizione al giudice ordinario; in questo ambito la giurisdizione del giudice amministrativo
assume un carattere residuale, in quanto ad essa saranno devolute solo le controversie in cui la
fattispecie abbraccia esclusivamente il periodo fino a quella data.
In forza di questo principio, nel caso di specie, dato che tutti i lavoratori ricorrenti hanno iniziato il
loro rapporto di impiego antecedentemente al 1.07.98 ed hanno formulato la domanda avendo a
riferimento il periodo 1.01.95-30.11.00, deve riconoscersi la giurisdizione esclusiva del giudice
ordinario, con accoglimento sul punto dell'odierno ricorso incidentale.
12.- Nella trattazione del motivo di ricorso i ricorrenti incidentali sostengono che, una volta
affermata la giurisdizione del giudice ordinario, non troverebbe più applicazione la decadenza
comminata dallo stesso art. 45 per le controversie attinenti a periodi anteriori al 30.06.98 non
proposte entro il 15.09.00.
Tale questione, collegata a quella di giurisdizione presa in esame al capo che precede ma pur
sempre implicante un autonoma risposta in diritto, non viene sottoposta al Collegio nel quesito di
diritto formulato ex art. 366 bis, nella specie applicabile ratione temporis.
Considerato che il quesito in questione costituisce la sintesi logico- giuridica della questione
sottoposta al vaglio del giudice di legittimità e deve essere formulata in termini tali per cui dalla
risposta - negativa od affermativa - che ad esso si dia, discenda univocamente l'accoglimento od il
rigetto del gravame (S.u. 28.09.07 n. 20360), deve ritenersi detta ulteriore questione non sottoposta
all'odierno giudice di legittimità.
13.- A prescindere dalle richieste dei ricorrenti, sul punto può qui tuttavia rilevarsi che la già citata
sentenza n. 20726 del 2012 ha posto in evidenza che il nuovo orientamento giurisprudenziale
ridimensiona l'ambito di operatività della decadenza dal diritto nelle controversie, riguardanti un
periodo antecedente e successivo al 30.06.98, in cui il dipendente pubblico per il primo periodo non
ha azionato la pretesa dinanzi al giudice amministrativo. Il mutamento giurisprudenziale qui
richiamato tocca anche l'affidamento che le parti hanno fatto sulla portata della decadenza (avente
carattere sostanziale secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, v. S.u. 3.05.05
n. 9101); affidamento che, come in generale per il mutamento (cd. overruling) giurisprudenziale in
materia di termini processuali e di decadenza, trova tutela nei limiti previsti dalla sentenza Sez. un.
11.07.11 n. 15144 quanto all'idoneità dell'atto posto in essere dalla parte, che abbia fatto
affidamento sulla giurisprudenza dell'epoca, ad evitare la decadenza o la preclusione.
14.- In conclusione, quanto al ricorso principale, debbono essere rigettati i motivi primo e secondo e
debbono essere accolti i motivi terzo, quarto e quinto del ricorso principale, con assorbimento del
sesto. Deve essere, inoltre, accolto il ricorso incidentale, dichiarando la giurisdizione del giudice
ordinario anche per la parte della domanda antecedente al 1.07.98.
15.- La sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio al giudice indicato in dispositivo il quale,
previ gli accertamenti indicati al capo 10 che precede, farà applicazione del seguente principio di
diritto: il tempo occorrente per la vestizione e la svestizione degli indumenti di lavoro rientra
nell'orario di lavoro effettivo, e deve essere retribuito come tale, ove dette operazioni, con apposita
disciplina del momento e del luogo di esecuzione, siano imposte dal datore di lavoro, mentre non
deve essere retribuito ove la scelta di momento e luogo sia lasciata al lavoratore.
Lo stesso giudice, in ragione del riconoscimento della sua giurisdizione qui effettuato, prenderà in
esame con le medesime prescrizioni anche la parte della domanda riguardante il periodo del
rapporto di impiego antecedente il giorno 1.07.98 e pronunzierà, altresì, sulle spese del presente
giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte, a Sezioni unite, riuniti i ricorsi, così provvede:
- rigetta il primo ed il secondo motivo del ricorso principale ed accoglie i motivi terzo, quarto e
quinto, con assorbimento del sesto, accogliendo, altresì il ricorso incidentale;
- dichiara la giurisdizione del giudice ordinario anche per la parte della domanda antecedente il 1
luglio 1998 e, cassata la sentenza impugnata, rinvia alla Corte d'appello di Milano in diversa
composizione anche per le spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, il 12 marzo 2013.
Depositato in Cancelleria il 16 maggio 2013

venerdì 21 giugno 2013

FOTOGRAFIE EFFETTUATE CON AUTOVELOX - POSSIBILE VIOLAZIONE DELLA PRIVACY - RESPONSABILITA'


Corte di Cassazione Civile sez. I 31/3/2013 n. 5023

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(Omissis) convenne innanzi al Pretore di Bologna il Corpo di Polizia Municipale di omissis chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti per la violazione della sua privacy, nella somma di L. 5.500.000. A suo dire il 26 aprile 1998 un apparecchio autovelox aveva ritratto la sua vettura con a bordo una sua cliente e la foto era stata allegata alla notifica del verbale della infrazione ai limiti di velocità, e, dopo la notifica effettuata presso la sua abitazione, la documentazione era stata consegnata irregolarmente nelle mani della moglie, che aveva chiesto il ritiro. Di qui la turbativa della pace domestica e familiare.
Il Comune eccepiva la propria carenza di legittimazione ed il Tribunale, succeduto al Pretore, disattesa detta eccezione sul rilievo che i dipendenti della Polizia Municipale erano evocabili al fine di fondare una responsabilità dell'Ente, accolse la domanda e riconobbe un ristoro di L. 2.000.000. La Corte di Appello di Bologna, accogliendo il gravame del Comune con sentenza 15 aprile 2005; ne ha dichiarato la carenza di legittimazione a resistere alla proposta domanda risarcitoria posto che il Sindaco, nella sua veste di Capo della Polizia Municipale, avrebbe agito quale organo dello Stato. Per la cassazione di tale sentenza omissis ha proposto ricorso il 30 maggio 2006 resistito da controricorso del Comune 6 luglio 2006 articolante ricorso incidentale, cui il omissis non ha opposto difese. Entrambe le parti hanno depositato memorie finali ed i loro difensori hanno discusso oralmente.
MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi vanno riuniti ai sensi dell'art. 335 c.p.c..
Ad avviso del Collegio è pienamente fondato il secondo, assorbente, motivo del ricorso principale, che denunzia violazione di legge, nel mentre sono inammissibili o assorbiti (come appresso sarà specificato) i motivi del ricorso del Comune.
Il ricorso principale censura in due motivi l’inesistenza e comunque la erroneità della motivazione della sentenza della Corte di Appello: ad avviso dell'impugnante, come ampiamente articolato nel secondo assorbente motivo del ricorso, la attribuzione ex lege n. 65/86 delle funzioni di polizia locale ai dipendenti del Comune e la assegnazione delle potestà, quali ufficiali di P.G., della contestazione delle infrazioni al Codice della Strada appare inequivoca scelta in termini di riferibilità diretta all'Ente di appartenenza delle conseguenze del loro agire.
L'assunto dal quale muove il ricorso è esatto, posto che la fissazione in capo al Comune e al suo personale di Polizia dei compiti di accertamento delle violazioni del codice della strada all'interno del territorio comunale e di effettuazione della loro contestazione nelle forme di legge è frutto di una attribuzione legale sempre rammentata da questa Corte.
Si è infatti affermato che rientra nei compiti della polizia municipale l'accertamento delle infrazioni al Codice consumate nel territorio comunale, anche se fuori del centro abitato, posto che l'art. 11 comma 3, che demanda al Ministero dell'interno i servizi di polizia stradale, con la sola salvezza delle attribuzioni dei comuni per quanto concerne i centri abitati, attiene alla direzione e predisposizione di tali servizi, nonchè al loro coordinamento, ma non alla legge 3 luglio 1986, n. 65, con riferimento all'intero territorio dell'ente di appartenenza (in tal senso Cass. 3019/2002 e quindi Cass. 5771/2008 - 5199/2007 - 15688/2006 – 22366/2006).
E la riferibilità all'Ente di appartenenza dell'agire anzidetto, nei suoi profili di accertamento-contestazione-notificazione, e non certo al Ministero dell'Interno - è completata dalla indiscutibile legittimazione del Sindaco-Comune per i procedimenti di opposizione ex lege n. 689 del 1981, al verbale di contestazione redatto dagli agenti della Polizia Municipale (Cass. 17189/2007 - 21624/2006).
La riferibilità delle conseguenze dannose ex art. 2043 c.c., dell'agire di tali Agenti è poi evidente alla luce del disposto dell'art. 28 Cost. e art. 2049 c.c.. E' dunque errata, come esattamente denunziato, la statuizione della Corte di Bologna di "estraneità" del Comune dalle conseguenze illecite dell'agire dei suoi dipendenti, accertatori e notificatori della contestata violazione del codice della strada .
L'incidentale proposto dal Comune è subordinato e, per tal ragione, accolto il ricorso principale, deve essere esaminato.
Il primo e secondo motivo sub D1 e D2 (afferenti la nullità della citazione per indeterminatezza del soggetto evocato e la nullità del rapporto processuale conseguente) non colgono il fatto che sulla validità del rapporto la Corte di Bologna si è pronunziata con sintetica quanto chiara proposizione (vd. pag. 13 pen. cpv.) condividendo l'interpretazione sanante del Tribunale: quindi è inammissibile una impugnazione per mera riproposizione di una questione che non si faccia carico, come nella specie avvenuto, di criticare la soluzione data alla instaurazione del contraddittorio.
Il terzo motivo sub D3 è del pari inammissibile: la questione di difetto di giurisdizione era stata posta innanzi al Tribunale che la aveva correttamente esclusa, ritenendo che attenesse al merito di una domanda ex art. 2043 c.c., la prospettazione sulla insindacabilità da parte del G.O. delle domande di accesso agli atti; la Corte di Appello, che pur aveva riportato a pag. 9 punto 4 il riproposto profilo come motivo di appello, pur avendo obbligo di valutarlo in limine, nulla ha osservato, passando alla disamina delle questioni processuali. Ebbene il motivo di ricorso, lungi dal denunziare l’omessa pronunzia sul motivo ritualmente formulato, si attarda in critiche della sentenza di primo grado che sono affatto fuor di segno: la censura è quindi inammissibile (e per tal radicale irricevibilità viene decisa dalla Sezione Semplice senza rimessione alle S.U.).
Gli altri motivi (D4-D5-D6-D7: diritto di accesso agli atti - inapplicabilità delle norme a tutela della privacy - inesistenza del danno) sono da ritenersi effettivamente assorbiti, restando quindi la loro cognizione rimessa al giudice del rinvio. Spetterà alla Corte in sede di rinvio, cassata la sentenza, applicare il principio di diritto posto per il ricorso principale ed esaminare quindi nel merito l'appello anche per i profili qui dichiarati assorbiti, regolando infine le spese di questo giudizio.
P.Q.M.
Riuniti i ricorsi, accoglie il secondo motivo del ricorso principale del quale dichiara assorbito il primo; dichiara inammissibili i primi tre motivi del ricorso incidentale ed assorbe i residui motivi; cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di Appello di Bologna in diversa, composizione.
(Omissis)

L'INPS E' TENUTA AD EROGARE LA PENSIONE DI REVERSIBILITA' IN AGGIUNTA ALL'INTEGRAZIONE AL MINIMO DELLA PENSIONE DIRETTA


Corte di Cassazione Sezione civile, lavoro n. 13233/2013 del 28/5/2013



Svolgimento del processo

L’INPS impugnava la sentenza del Tribunale di Lamezia Terme con cui era stata accolta la domanda di E. C. diretta alla condanna dell’Istituto alla restituzione della somma di L. 2.741.370, illegittimamente ritenuta per integrazione al minimo sulla sua pensione diretta, essendo l’assicurata percettrice anche di pensione di reversibilità.
La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza depositata il 29 gennaio 2008, rigettava il gravame.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso l’INPS, affidato ad unico motivo.
La C. ha depositato delega in calce al ricorso notificato.

Motivi della decisione

1.- L’INPS denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1241 e 2967 c.c.; dell’art. 6 
L. n. 638/83; dell’art. 38, commi 7-10, della legge 28 dicembre 2001 n. 448.
Lamenta che nella specie trattavasi di mero calcolo contabile dei reciproci rapporti di dare-avere, risultando inapplicabili le norme in tema di compensazione, evidenziando l’unicità del beneficio dell'integrazione, che, nell'ipotesi di plurititolarità, può essere riconosciuto su uno solo dei trattamenti.
Formulava il seguente quesito di diritto: “Nell’ipotesi di pensionato titolare di pensione diretta e di pensione di reversibilità, qualora l’Inps abbia errato nell’erogare per un certo periodo l’integrazione al minimo sulla pensione di reversibilità anziché sulla pensione diretta, può l’ente previdenziale, nel conteggiare quanto preteso per quello stesso periodo dall’interessato, ai sensi dell’articolo 6 del decreto legge 12 settembre 1983, n. 463 convertito in dalla Legge n. 638/83, a titolo di integrazione al minimo sulla pensione diretta, detrarre da quanto dovuto l’importo già  erogato al medesimo titolo di integrazione al minimo sulla pensione di reversibilità , attuando un mero accertamento di poste attive e passive?”
  1. Il motivo è infondato.

    Questa Corte ha più volte osservato che le pensioni godute dallo stesso soggetto, che siano erogate da uno stesso istituto assicuratore o da istituti diversi, una quale pensione diretta e l'altra quale pensione ai superstiti, ineriscono a rapporti ben distinti, e questa distinzione si estende anche alle eventuali integrazioni al minimo, costituenti accessori della pensione in relazione a cui sono
      dovute o di fatto sono corrisposte. Ne consegue che, in caso di riconoscimento della integrazione al minimo della pensione per cui questo beneficio effettivamente spetti, in base all'art. 6, terzo comma, del D.L. 12 settembre 1983 n. 463, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 1983 n. 638, non e esclusa l’operatività delle norme limitative della ripetizione, quali l’art. 52 della legge 9 marzo 1989 n. 88 e l’art 1, comma  duecentosessantatreesimo, della legge 23 dicembre 1996 n. 662 con riferimento alle somme che siano state erroneamente corrisposte a titolo di integrazione (anche per gli stessi periodi) su un'altra pensione (Cass. 27 aprile 2001 n. 6142; Cass. 12 maggio 2001 n. 6618; Cass. 18 dicembre 2001 n. 15996; Cass. 7 febbraio 2008 n. 2868; Cass. 17 ottobre 2011 n. 21427).
    Ne consegue la inoperatività della compensazione, ed a maggior ragione di quella impropria, stante la distinzione dei rapporti.
    Non avendo l’INPS neppure dedotto, e tanto meno provato, che nella specie l’indebita percezione sia derivata da dolo dell’assicurata (ex art. 52 L. n. 88/89), il ricorso deve pertanto respingersi.

    8 3. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la socccombenza e si liquidano (valutata la sola partecipazione alla discussione del difensore dell’assicurata) come da dispositivo.

    P.Q.M.

    La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, pari ad €.50,00 per esborsi ed €. 1.500,00 per compensi, oltre accessori di legge.
    Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 20 marzo 2013


NOTIFICA MEZZO POSTA - DEVONO ESSERE RIGOROSAMENTE MENZIONATE LE MODALITA' NELL'AVVISO DI RICEVIMENTO - NULLITA'


Corte di Cassazione Civile n. 13278/2013, sez. VI-5 del 28/5/2013


Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Nel ricorso iscritto a R.G. n.25149/2011 è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:
1 - E' chiesta la cassazione della sentenza n. 178.02.2010, pronunziata dalla CTR di Palermo Sezione Staccata di Messina n. 02, il 15.06.2010, depositata l'11 agosto 2010.
Con tale decisione, la C.T.R. ha respinto l'appello del contribuente e confermato la decisione di primo grado, che aveva rigettato l'originario ricorso del contribuente contro la cartella.
2 - Il ricorso, che attiene ad impugnazione di cartella di pagamento, emessa sulla base di provvedimento di irrogazione di sanzioni, censura l'impugnata decisione per violazione e/o falsa applicazione della L. n. 890 del 1982, art. 3, e L. n. 212 del 2000, art. 6.
3 - L'intimata Agenzia, giusto controricorso, ha chiesto il rigetto della impugnazione.
3 bis - Con istanza 12.11.2012, il ricorrente ha chiesto la sollecita trattazione del ricorso, evidenziando e documentando l'avvio della procedura esecutiva in proprio danno.
4 - La questione posta dal ricorso, attiene alla regolarità o meno della notifica dell'atto previo, sostenendosi che, avrebbero errato i Giudici di merito nel presupporne la legittimità, dal momento che, nel caso, non risultavano essere state osservati tutti gli adempimenti richiesti.
I Giudici di appello, in effetti, dopo avere constatato che il contribuente era residente in (omissis) e che l'atto risultava essere indirizzato al "signor R.N. via (omissis)", ha ritenuto legittima la notifica, avendo verificato che l'agente postale, alla cui attività andava riconosciuta efficacia probatoria fino a querela di falso, aveva curato i prescritti adempimenti, dando atto di avere "immesso avviso cassetta ingresso dello stabile in indirizzo".
Lamenta in questa sede il ricorrente che l'atto non risultava essergli pervenuto e che, d'altronde, le carenze di notifica, erano connesse, sia all'originario errore omissivo dell'Ufficio, che non aveva, compiutamente, indicato l'indirizzo omettendo il numero civico, sia pure a vizi del procedimento notificatorio, non risultando annotato dall'Agente Postale quale era il numero civico dello stabile nel quale si era, concretamente, introdotto.
4 bis - Il ricorso sembra fondato, alla stregua dei principi generali enunciati dalla Corte Costituzionale con le Sentenze n. 03/2010 e n. 258/2012 nonchè, per quanto di rilievo in questa sede, dalla Corte di Cassazione, fra l'altro, con le sentenze n. 1224/1999 e n. 28856/2005; queste ultime, in particolare, hanno affermato che nel caso di notifica a mezzo posta e di irreperibilità relativa, le modalità di notifica devono essere rigorosamente osservate e menzionate nell'avviso di ricevimento, deducendone che la dove, come nel caso, dalla sola annotazione dell'Agente Postale riportata nell'avviso, non possa ricavarsi l'avvenuto puntuale espletamento di tutte le prescritte formalità, e segnatamente il luogo di immissione dell'avviso, la notifica non può ritenersi correttamente effettuata.
5 - Si ritiene, dunque, sussistano i presupposti per la trattazione del ricorso in Camera di Consiglio e la definizione, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c., con pronuncia di accoglimento per manifesta fondatezza.
Il Consigliere relatore Antonino Di Blasi.
La Corte, vista la relazione, il ricorso e la memoria 02.04.2013, nonchè il controricorso e gli altri atti di causa;
Considerato che alla stregua dei principi affermati nelle richiamate e condivise pronunce, il ricorso va accolto, per manifesta fondatezza e, per l'effetto, annullata l'impugnata sentenza;
Considerato, altresì, che il Giudice del rinvio, che si designa in altra sezione della CTR della Sicilia, procederà al riesame e quindi, adeguandosi ai richiamati principi, deciderà nel merito ed anche sulle spese del giudizio, offrendo congrua motivazione;
Visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

P.Q.M.
accoglie il ricorso, cassa l'impugnata decisione e rinvia ad altra sezione della CTR della Sicilia.
Così deciso in Roma, il 17 aprile 2013.

domenica 9 giugno 2013

RIPOSO SETTIMANALE - MANCATO GODIMENTO - INDENNITA' - NATURA RISARCITORIA


Consiglio di Stato Adunanza plenaria 19/4/2013 n. 7

1. L’indennità richiesta dal dipendente pubblico per danno da usura psicofisica, derivante dalla perdita del riposo settimanale, ha natura risarcitoria e non retributiva, non consistendo in una voce ordinaria o straordinaria della retribuzione da corrispondersi periodicamente e destinata a compensare l’eccedenza della prestazione lavorativa, bensì essendo diretta ad indennizzare ai sensi dell’art. 2059 cod. civ. il lavoratore per il predetto danno correlato all’inadempimento contrattuale del datore di lavoro; pertanto, essa si prescrive nell’ordinario termine decennale di cui all’art. 2946 cod. civ. 
2. Dalla prestazione lavorativa nel "settimo giorno" di lavoro settimanale può discendere il danno da usura psicofisica che, quale danno non patrimoniale risarcibile si distingue due distinte fattispecie: a) il danno biologico, consistente nella lesione dell’integrità psicofisica medicalmente accertabile; b) il danno di tipo esistenziale, da intendere come ogni pregiudizio (di natura oggettiva e non meramente emotiva e interiore) al fare areddituale del soggetto, tale da alterarne le abitudini, gli assetti relazionali e le scelte di vita quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno.

(Omissis)
FATTO
Con due ricorsi proposti davanti al Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sede di Napoli, taluni dipendenti della Gestione Governativa della Circumvesuviana, poi trasformatasi in Circumvesuviana s.r.l., chiedevano riconoscersi il proprio diritto al risarcimento del danno subìto per aver spesso, a richiesta, per esigenze aziendali e fin dall’assunzione prestato servizio anche nel giorno destinato al riposo settimanale, senza fruire di riposi compensativi.
Con sentenze 31 maggio 2007 nn. 5876 e 5977 della sezione terza i ricorsi erano accolti, eccetto che per alcuni dipendenti in relazione ai quali il giudizio era dichiarato estinto per intervenuta transazione in ordine alla pretesa azionata. In particolare, per quanto qui rileva il TAR ha affermato che la prestazione di servizio in giorno festivo, pur a fronte di una maggiorazione della retribuzione ma non compensata con riposo in altro giorno, dà luogo a risarcimento del danno derivante dall’usura psicofisica, assistito da presunzione assoluta, e che per la pretesa di tale risarcimento, concernente danno derivante da inadempimento contrattuale di un obbligo non patrimoniale, opera la prescrizione decennale e non quella quinquennale, non vertendosi in materia di pagamento di somme periodicamente dovute.
Le pronunce sono state appellate (l’una integralmente, l’altra nella parte in cui il ricorso rispettivamente deciso era accolto) dalla Circumvesuviana s.r.l.. In entrambi gli appelli si deduce in due motivi error in iudicando in quanto:
- la pretesa al risarcimento è stata avanzata dai ricorrenti in relazione al danno non da usura psicofisica, bensì biologico, il quale, concretizzandosi in una infermità contratta dal lavoratore, non può essere ritenuto presuntivamente sussistente ma deve essere dimostrato sia nella sua sussistenza che nel nesso eziologico con l’attività lavorativa usurante; e nella specie siffatta dimostrazione non è stata fornita, non avendo i medesimi ricorrenti lamentato di aver contratto un’infermità o comunque subìto conseguenze transitorie o permanenti nella capacità lavorativa o sulla vita di relazione a seguito della mancata fruizione del riposo settimanale;
- in subordine, al vantato credito si applica la prescrizione quinquennale, trattandosi di pretesa al pagamento periodico di somme di denaro dovute in considerazione dell’invalidità dell’accordo di volta in volta formatosi sull’espletamento dell’attività lavorativa nell’ambito del rapporto di pubblico impiego.
Gli appellati non si sono costituiti in giudizio.
Con ordinanza 11 gennaio 2013 n. 114 la Sezione sesta, riuniti i due appelli e riscontrata la presenza di un indirizzo della stessa Sezione, formatosi su fattispecie identiche, che condurrebbe all’accoglimento degli appelli, indirizzo al quale si contrappone altra pronuncia della Sezione quinta, anch’essa in fattispecie identica, ai sensi dell’art. 99 del codice del processo amministrativo ha ritenuto di rimettere all’Adunanza plenaria l’esame delle controversie, stante la possibilità che si consolidino interpretazioni danti luogo a contrasti giurisprudenziali in tema di prova da allegare quando sia asserito il danno alla salute da usura psicofisica per prestazioni lavorative non dovute, nonché di individuazione del termine di prescrizione per l’esercizio del diritto al risarcimento di conseguenza affermato.
Parte appellante ha depositato memoria con la quale ha essenzialmente sostenuto la difformità delle fattispecie considerate, ribadendo come nei casi in esame la domanda avanzata in primo grado attenesse al danno biologico e richiedesse, pertanto, specifica prova in assenza della quale non può farsi riferimento a nozioni di comune esperienza o a presunzioni semplici, d’altra parte non essendo rinvenibile alcun elemento utile ad ovviare all’elusione dell’onere gravante sugli istanti; ha quindi insistito nelle proprie richieste anche in ordine al termine prescrizionale.
All’odierna udienza pubblica gli appelli sono stati introitati in decisione, previa trattazione orale.
DIRITTO
1. Nel caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale per usura psicofisica, derivante da attività lavorativa prestata anche nel giorno destinato al riposo settimanale ed in assenza di riposo compensativo, con sentenze 8 marzo 2012, n. 1371, 15 luglio 2010, n. 4553 e 1° settembre 2009, n. 5125, la Sezione sesta di questo Consiglio di Stato, pur dando atto del suo pregresso indirizzo difforme, ha ripetutamente affermato, richiamando al riguardo la pronuncia 11 novembre 2008, n. 26972, delle Sezioni unite della Corte di cassazione, che il lavoratore è tenuto ad allegare e provare in termini reali, sia nell'an che nel quantum, il pregiudizio del suo diritto fondamentale alla salute psicofisica, nei suoi caratteri naturalistici nonché nella sua dipendenza causale dalla violazione dei diritti del lavoratore di cui all'art. 36 Cost.; conclusione, questa, ritenuta maggiormente persuasiva nell'ambito dell'attuale fase di evoluzione giurisprudenziale circa l'onnicomprensiva categoria del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. il quale, anche nei casi in cui la sua applicazione consegua alla violazione di diritti inviolabili della persona come il diritto alla salute, costituisce pur sempre un'ipotesi di danno-conseguenza, il cui ristoro è in concreto possibile solo a seguito dell'integrale allegazione e prova in ordine sia alla sua consistenza materiale che alla sua riferibilità eziologica alla condotta del soggetto asseritamente danneggiante. Pertanto, in mancanza dell’allegazione degli elementi probatori relativi alla lamentata violazione del diritto alla salute, la domanda risarcitoria non è accoglibile, con conseguente assorbimento della questione relativa all’assoggettamento del preteso diritto risarcitorio al termine di prescrizione decennale di cui alle ordinarie ipotesi di responsabilità contrattuale, ovvero entro il termine quinquennale di cui all'art. 2948, n. 4), cod. civ.. Tuttavia per completezza espositiva tale questione è stata risolta anch’essa dalla Sezione in adesione alla seconda delle richiamate opzioni interpretative; ciò nella considerazione che sono assoggettate alla regola generale della prescrizione quinquennale le pretese economiche dei lavoratori relative al pagamento di somme periodicamente dovute in ragione dell’invalidità dell'accordo di volta in volta formatosi con il datore di lavoro in ordine allo svolgimento dell'attività lavorativa.
2. Come rilevato con l’ordinanza di rimessione, con la sentenza 3 dicembre 2012, n. 6161, la Sezione quinta ha è ritenuto di dover rimeditare il descritto orientamento sotto i due profili della tipologia del danno risarcibile e della prova.
2.1. Circa il primo profilo, ha premesso che in tema di danno non patrimoniale risarcibile la giurisprudenza civile individua distinte fattispecie: il danno biologico, consistente nella lesione dell’integrità psicofisica medicalmente accertabile, ed il danno di tipo esistenziale, da intendere come ogni pregiudizio (di natura oggettiva e non meramente emotiva e interiore) al fare areddituale del soggetto, tale da alterarne le abitudini, gli assetti relazionali e le scelte di vita quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno, quale il demansionamento del prestatore di lavoro. E dalla prestazione lavorativa nel “settimo giorno” possono discendere entrambi: il danno da usura psicofisica, di tipo esistenziale, legato alla accresciuta penosità del lavoro in assenza delle pause di riposo garantite dall’art. 36, comma 3, Cost., ed il danno alla salute o biologico, che si concretizza in una infermità del lavoratore.
Nel caso esaminato la Sezione quinta ha ricondotto la domanda di risarcimento al danno esistenziale da usura psicofisica, stanti le generiche allegazioni dei ricorrenti, prive di riferimenti ad infermità, e tenuto conto che, pur accennando talora al danno alla salute psicofisica, in ricorso essi indicavano come evento dannoso il venir meno del «normale svolgimento della vita» e il «peggioramento dellavita», come da diffida inviata all’Amministrazione; la sentenza appellata era poi esplicita nell’indicare tale tipo di danno come oggetto dell’accertamento. Ha inoltre ritenuto che non ostasse a questa conclusione l’allusione in qualche punto degli atti defensionali al danno biologico, poiché nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda il giudice non è condizionato dalla formula adottata dalla parte, dovendo egli tener conto del contenuto sostanziale della pretesa come desumibile dalla situazione dedotta in giudizio e dalle eventuali precisazioni formulate nel corso del medesimo, nonché del provvedimento in concreto richiesto; onde anche un’errata deduzione di una causa petendi non preclude al giudice la corretta qualificazione del danno e la sua liquidazione, iuxta alligata et probata.
2.2. Circa il profilo della prova, ha evidenziato che nelle sentenze della Sezione sesta si richiama la pronuncia delle Sezioni unite della Corte di cassazione 11 novembre 2008, n. 26973 – con cui erano stati composti contrasti giurisprudenziali circa il danno non patrimoniale - per concludere circa la necessità che il lavoratore fornisca una prova piena del pregiudizio del suo diritto fondamentale. Tuttavia, ha osservato, se è vero che la giurisprudenza nega che in questi casi il danno sia in re ipsa e non necessiti di alcuna prova, circa il pregiudizio non patrimoniale diverso dal danno biologico la stessa sentenza delle Sezioni unite afferma che: «Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri. Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto» (punto 4.10 della motivazione). Anche in tema di prova del danno biologico, richiedente l’accertamento medico-legale, la pronuncia ammette che, come è nei poteri del giudice disattendere motivatamente le opinioni del consulente tecnico, è parimenti nei suoi poteri non disporre siffatto accertamento, non solo se non sia possibile ma anche quando ritenuto motivatamente superfluo, e quindi «porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni».
2.2.1. A tanto la Sezione quinta ha correlato il tema fondamentale della controversia e, in generale, del processo amministrativo, costituito dall’ambito della prova per presunzioni semplici e l’allegazione dei fatti come suo limite: la prova per presunzioni semplici facilita l'assolvimento dell'onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova contraria, sicché, una volta formata e rilevata, essa ha la medesima efficacia della presunzione legale iuris tantum e consente al giudice, attraverso il ricorso alle presunzioni, di sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell'onere di allegazione concernente sia l'oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (Cass., 13 maggio 2011, n. 10527).
2.2.2. Al riguardo, ha osservato che nella giurisprudenza amministrativa e nella normativa spesso il termine “presunto” viene impiegato non nel significato tecnico di “ritenuto vero salvo prova contraria” ma in quello atecnico di “sospettato” o di “supposto”, laddove l’accertamento della situazione giuridica rilevante attiene non ad una inversione dell’onere della prova, superabile da controparte con la prova contraria, cioè a una “presunzione”, bensì alla “fattispecie giuridica sostanziale”, in cui la norma è fondata su un “ragionamento presuntivo” del legislatore condotto in base all’id quod plerumque accidit.
Di contro, sono coerenti con i princìpi di cui all’art. 2729 cod. civ. le applicazioni giurisprudenziali in materia di colpa della pubblica amministrazione, di natura normativa e non psicologica, presunta in relazione all’accertata illegittimità dell’atto amministrativo in base alle allegazioni del danneggiato della violazione di norme di diritto o dei princìpi della funzione pubblica, cioè entro i confini dell’allegazione dei fatti (con l’eccezione della materia dei contratti pubblici dopo CGUE, 30 settembre 2010, C-314/09, Stadt Graz, che esclude la rilevanza della nozione di colpa, ancorché presunta, in quanto non conforme al diritto dell’Unione europea); nonché nei casi di imputazione dell’inquinamento ambientale ad un soggetto, intesa restrittiva della concorrenza e lottizzazione abusiva.
In tema di danni nei contratti pubblici, non ha invece condiviso per plurime ragioni l’orientamento che, nell’ottica di correggere una possibile overcompensation delle imprese, ricorre alla presunzione semplice per dimezzare dal 10% al 5% del valore dell’offerta la misura del lucro cessante liquidabile a favore delle imprese illegittimamente pretermesse dall’aggiudicazione, qualora esse non possano documentare di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze, lasciati disponibili, per l’espletamento di altri servizi, in quanto sarebbe da ritenere che l’impresa possa avere ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per lo svolgimento di altri, analoghi servizi, così vedendo in parte ridotta la propria perdita di utilità, con conseguente riduzione in via equitativa del danno risarcibile.
2.2.3. In base ai criteri sopra enucleati, con la pronuncia n. 6161 del 2012 sono stati ravvisati nel caso di specie i presupposti per dare ingresso alla prova per presunzioni e per la sua rilevabilità:
- trattandosi infatti di un pregiudizio relativo ad un bene immateriale, la prova per presunzioni è non solo ammissibile ma è la prova principale;
-in punto di allegazione dei fatti, poi, i ricorrenti in primo grado avevano allegato di aver prestato attività lavorativa nella ferrovia Circumvesuviana, di aver svolto continuativamente attività lavorativa per sette giorni senza fruire di riposo compensativo e che tale situazione si era protratta per circa un decennio;
- da tale allegazione, non controversa, si desumono due circostanze significative: le mansioni esercitate, di addetti ad un servizio di trasporto passeggeri, che presuppongono diligenza in grado elevato al fine di preservare l’incolumità degli utenti e correlativa responsabilità; e la durata, di circa un decennio;
- da tali fatti noti si può inferire la conseguenza dell’usura psicofisica per la ragionevole probabilità, desunta dalle regole di esperienza delle diverse discipline che hanno studiato lo stress, da quelle mediche a quelle psicologiche a quelle aziendalistiche, che lo svolgimento di mansioni attinenti al trasporto passeggeri anche nel settimo giorno senza riposo compensativo per quasi un decennio abbia ingenerato nei ricorrenti usura psicofisica.
2.3. Individuata in tal modo la natura dei diritti risarcitori in questione, la Sezione quinta ha ritenuto applicabile ai medesimi l’ordinaria prescrizione decennale, anziché quinquennale di cui all’art. 2948, n. 4, cod. civ., poiché nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda in giudizio l’accertamento di un diritto avente ad oggetto non già una voce ordinaria o straordinaria della retribuzione, ma l’accertamento di un danno patito per effetto di una inadempienza contrattuale del datore di lavoro, come appunto nel caso di danno da usura psicofisica provocato dal mancato godimento del riposo settimanale, la tutela richiesta non riguarda prestazioni periodiche o aventi causa debendi continuativa, ma l’accertamento di un debito connesso e tuttavia di distinta natura, per il quale vale la regola della prescrizione nel termine ordinario (decennale) e non la disciplina della prescrizione (quinquennale) stabilita dall’art. 2948 c.c..
3.- Ciò posto, l’Adunanza plenaria ritiene di dover condividere i criteri e le conclusioni enunciati dalla pronunzia da ultimo richiamata per le ragioni che seguono.
3.1.- In primo luogo, va dato atto che pure nei casi qui in esame, diversamente dalla prospettazione di parte appellante, appare chiaro in fatto che i ricorrenti in primo grado hanno inteso, in realtà, collegare il chiesto risarcimento non ad un danno propriamente biologico, suscettibile di accertamento medico-legale, bensì ad un danno derivante dalla usura «psico-fisica scaturente dalla mancata fruizione del riposo settimanale e compensativo», spettante ai dipendenti «affinché essi possano reintegrare le proprie energie fisiche e psichiche» e quale «diritto perfetto ed irrinunciabile»; danno rappresentato per come attinente alla sfera esistenziale perché tale da impedire al dipendente «di realizzare, in tutto in parte, la propria personalità, costringendolo a limitare o, nei casi estremi, a non esercitare quelle attività, anche non lavorative, che afferiscono alla vita normale di un soggetto».
In linea giuridica, si osserva che la giurisprudenza civile anche recentemente è concorde nel ritenere che il giudice di merito, nell'indagine diretta all'individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali le domande medesime risultino contenute, dovendo, per converso, aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, sì come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, mentre incorre nel vizio di omesso esame ove limiti la sua pronuncia in relazione alla sola prospettazione letterale della pretesa, trascurando la ricerca dell'effettivo suo contenuto sostanziale. In particolare, il giudice non può prescindere dal considerare che anche un'istanza non espressa può ritenersi implicitamente formulata se in rapporto di connessione con il petitum e la causa petendi (cfr. Cass., sez. II, 10 febbraio 2010 n. 3012).
In quest’ottica si pone anche la giurisprudenza amministrativa, secondo cui le modalità di redazione del ricorso giurisdizionale non possono costituire un limite alla tutela giurisdizionale, allorquando esse siano tali da consentire comunque al giudice, sia pur attraverso una operazione più o meno complessa d'interpretazione del testo, la precisa individuazione del bene giuridico cui l'interessato tende ed ingiustamente negato dall'attività amministrativa e le ragioni a fondamento della pretesa, sempreché con tale operazione ermeneutica il giudice non si sostituisca al richiedente, integrando la domanda giudiziale stessa (cfr. Cons. St., sez. V, 22 settembre 2011, n. 5345).
Ed invero, il principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato, ora codificato dall'art. 112 cod. proc. civ., comporta il divieto di attribuire un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda, ed è da ritenersi violato ogni qual volta il giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri uno degli elementi identificativi dell'azione, cioè il petitum e la causa petendi, attribuendo quindi un bene della vita diverso da quello richiesto ovvero ponga a fondamento della propria decisione fatti o situazioni estranei alla materia del contendere, ma non anche quando procede alla qualificazione giuridica dei fatti e della domanda giudiziale ovvero alla sua interpretazione (Cons. St., sez. IV, 10 gennaio 2006, n. 27).
Irrilevante, dunque, è il fatto che gli originari istanti abbiano talvolta definito il danno lamentato come “biologico”.
3.2. Quanto al danno da usura psicofisica in questione, stante l’afferenza a lesione di un diritto inviolabile della persona costituzionalmente protetto e, in particolare, del diritto irrinunciabile del lavoratore al riposo settimanale per come espressamente riconosciuto dall’art. 36, co. 3, Cost., non è controversa, né peraltro è controvertibile, la sua riconducibilità al disposto dell’art. 2059 cod. civ., il quale, interpretato in modo conforme a Costituzione, prevede difatti una categoria unitaria di danno non patrimoniale per lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, in cui rientrano sia il danno alla salute in senso stretto, cosiddetto biologico, sia quello c.d. tipo esistenziale quale quello appunto da usura psicofisica, intesi come tipologie descrittive e non strutturali.
Quanto alla necessità che ai fini della sua risarcibilità tale danno debba essere allegato e provato tanto nella sussistenza che nel nesso eziologico, l’Adunanza osserva che ciò appare indubbio anche alla stregua della giurisprudenza civile successiva alle citate sentenze delle Sezioni unite nn. 26972 e 26973 del 2008, che difatti ha ribadito come «Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno - conseguenza, che deve essere allegato e provato, non potendosi accogliere la tesi che identifica il danno con l'evento dannoso, parlando di ‘danno evento’ ovvero che il danno sarebbe ‘in re ipsa’, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo» (cfr. Cass., sez. II, 19 agosto 2011 n. 17427).
Nondimeno, con riguardo al danno propriamente biologico, la stessa giurisprudenza ammette che «l'indagine medico legale non è indispensabile e il giudice può, nell'ambito della valutazione discrezionale al medesimo riservata, accertare il verificarsi della menomazione dell'integrità psico-fisica della persona facendo ricorso alle presunzioni e quantificare il danno in via equitativa», essendo però «sempre necessario - pur non potendosi evidentemente procedere a una rigorosa e analitica determinazione - che la motivazione indichi gli elementi di fatto che nel caso concreto sono stati tenuti presenti e i criteri adottati nella liquidazione equitativa, perché altrimenti la valutazione si risolverebbe in un giudizio del tutto arbitrario, in quanto non è suscettibile di alcun controllo» (cfr. cit. n. 17427 del 2011).
A maggior ragione deve ritenersi pienamente ammissibile il ricorso a presunzioni in tema di danno ad un bene immateriale, quale quello del suddetto tipo esistenziale, diverso dal biologico e consistente nel pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, arrecato alle attività non remunerative del soggetto passivo, costretto ad alterare le proprie abitudini ed i propri assetti relazionali ed a sottostare a scelte di vita diverse dalle precedenti in ordine all'espressione ed alla realizzazione della sua personalità anche nel mondo esterno.
Presunzioni che, ovviamente, devono essere intese nel senso tecnico di presunzioni semplici (non assolute, come ritenuto dal primo giudice), ossia di «conseguenze che (…) il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato» (art. 2727 cod. civ.), che sono «lasciate alla prudenza del giudice» stesso «il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti» (art. 2729 cod. civ.), e che non costituiscono uno strumento probatorio di rango '"secondario" nella gerarchia dei mezzi di prova e "più debole" rispetto alla prova diretta o rappresentativa, valendo sostanzialmente, come la presunzione legale, a facilitare l'assolvimento dell'onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova contraria.
Anzi la giurisprudenza civile ha sottolineato come «la presunzione semplice e la presunzione legale ‘iuris tantum’ si distinguono unicamente in ordine al modo di insorgenza, in quanto mentre il fatto sul quale la prima si fonda dev'essere provato in giudizio, e il relativo onere grava su colui che intende trarne vantaggio, la seconda è stabilita dalla legge e, quindi, non abbisogna della prova di un fatto sul quale possa fondarsi e giustificarsi. Una volta, tuttavia, che la presunzione semplice si sia formata e sia stata rilevata (cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale ‘iuris tantum’, quando viene rilevata, in quanto l'una e l'altra trasferiscono a colui, contro il quale esse depongono, l'onere della prova contraria». Sicché, provato il “fatto-base”, la parte deve ritenersi sollevata dall’onere di provare il fatto rilevante ma ignoto che, in assenza di prova contraria, deve ritenersi provato; e ciò con il «solo limite del principio di probabilità», principio secondo il quale «non occorre (…) che i fatti, su cui la presunzione si fonda, siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l'unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva (…), ma è sufficiente che l'operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza (…), basate sull'’id quod plerumque accidit’», laddove peraltro «la parte contro cui gioca la presunzione è in ogni caso ammessa a fornire la prova contraria, spettando in tal caso al giudice stabilire l'idoneità nel caso concreto di quest'ultima a vincerla» ai sensi del cit. art. 116 cod. prov. civ. (cfr. Cass., sez. III, 12 giugno 2006 n. 13546; v. anche in senso conforme, più recentemente, Cass., sez. VI, 4 gennaio 2013, n. 132).
In altri termini, il convincimento del giudice può ben fondarsi anche su una sola presunzione, purché grave e precisa, e non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità; cioè che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possano verificarsi secondo regole di esperienza (cfr. Cass., sez. VI, 4 gennaio 2013, n. 132).
In definitiva, sulla scorta dei principi civilistici sopra ricordati, condivisi dall’Adunanza, di cui la giurisprudenza amministrativa – come ricordato nella citata sentenza n. 6161 del 2012 per i casi in essa enumerati - ha già fatto applicazione, va affermato che nelle controversie attinenti alla materia in esame ben può farsi ricorso alla prova per presunzione semplice.
3.3. Viene ora all’esame dell’Adunanza la questione se sia stata fornita dagli interessati la prova del “fatto-base” su cui fondano la domanda risarcitoria anzidetta, dal quale possa inferirsi la ricorrenza del fatto rilevante ai fini dell’accoglimento della stessa domanda.
Alla stregua dello stesso criterio utilizzato al precedente punto 3.1) per qualificare la domanda degli originari istanti, deve ritenersi che siffatta questione costituisca specifico profilo del primo motivo d’appello, nel punto in cui l’appellante deduce che parte ricorrente non abbia allegato e provato non solo una lesione della salute, ma neppure che «in conseguenza dell’assenza del riposo settimanale (…) vi siano state conseguenze transitorie o permanenti nella sua capacità lavorativa ovvero ancora sulla sua vita di relazione».
Al riguardo, si rileva che i ricorrenti in primo grado esponevano di essere dipendenti di Circumvesuviana, cioè di azienda di trasporto pubblico di passeggeri, indicando nelle allegate precedenti istanze-diffide e/o buste paga la rispettiva qualifica di macchinista, gestore, conduttore, agente di movimento, addetto p.l., nonché di aver «spesso», «sin dalla data di assunzione in servizio» ed «a richiesta e per esigenze aziendali», prestato attività lavorativa anche nei giorni destinati al riposo settimanale, percependo la retribuzione con le maggiorazioni contrattuali previste ma senza che fosse stato loro mai concesso il corrispondente riposo settimanale compensativo.
Circostanze, queste, come già accennato incontroverse, le quali consistono in allegazioni sufficienti a costituire prova di una serie concatenata di fatti noti avente i requisiti della gravità, precisione e concordanza, ossia del detto fatto-base, dal quale è agevole inferire il fatto-conseguenza del pregiudizio subìto in applicazione di regole di esperienza, ossia come conseguenza ragionevolmente possibile secondo un criterio di normalità.
Tali regole di esperienza sono, infatti, tecniche di apprezzamento dei fatti di carattere generale, derivanti dall'osservazione reiterata di fenomeni naturali e socioeconomici; di esse il giudice è tenuto ad avvalersi, ai sensi dell'art. 115, co. 2, cod. proc. civ., come regola di giudizio destinata a governare sia la valutazione delle prove che l'argomentazione di tipo presuntivo (cfr. Cass., sez. II, 4 ottobre 2011 n. 20313).
Ed alla stregua delle medesime regole di esperienza, in assenza di prova contraria da parte di Circumvesuviana, è oggettivamente indiscutibile che la perdita definitiva del riposo settimanale si traduce nella mancata ricostituzione delle energie psicofisiche del lavoratore che, ove reiterata nell’arco di un periodo complessivo notevole (com’è nella specie, quanto meno nell’ordine di numerosi anni, sia pure «spesso», cioè non sempre, ma frequentemente e sistematicamente), si connota di gravità e comporta la cosiddetta usura psicofisica del medesimo lavoratore, determinandone una situazione patologica di stress, vale a dire una sofferenza soggettiva con significativa compromissione nel funzionamento sociale, ma anche lavorativonell’ambito sia sociale, sia lavorativo. Tanto, oltre che nozione di senso comune, è oggetto – come rilevato nella ripetuta sentenza n. 6161 del 2012 – di studi in varie discipline nei campi di medicina, biologia, psicologia, sociologia, aziendalistica, ecc..
In linea generale, non è poi senza rilievo, sotto questo specifico aspetto, che il riposo settimanale sia qualificato dal già citato art. 36, co. 3, Cost., come diritto del lavoratore, il quale non può rinunziarvi: se tale qualificazione non può ritenersi dia luogo ad una presunzione assoluta di danno, non dovendosi confondere il piano del pregiudizio da riparare (danno-conseguenza) con l’ingiustizia del diritto leso (evento dannoso) da dimostrare, nondimeno è utile a far emergere siffatta regola di esperienza in quanto posta essa stessa alla base proprio del precetto costituzionale.
3.4. In conclusione, per quanto esposto sin qui il primo motivo degli appelli in trattazione si rivela infondato.
4. Ad esito analogo si perviene circa il secondo motivo: la rivendicata attribuzione patrimoniale, spettante per quanto innanzi ai ricorrenti in primo grado (e sulla cui misura stabilita dal primo giudice non v’è censura), ha natura risarcitoria e non retributiva, non consistendo in una voce ordinaria o straordinaria della retribuzione, da corrispondersi periodicamente e destinata a compensare la prestazione lavorativa eccedente rispetto agli obblighi contrattuali, bensì essendo diretta ad indennizzare il lavoratore per il titolo, autonomo e diverso rispetto alla prestazione lavorativa, rappresentato dalla perdita del riposo e dalla conseguente usura psicofisica, cioè per il danno, previsto dal ripetuto art. 2059 cod. civ., correlato all’inadempimento contrattuale del datore di lavoro; soggiace quindi alla disciplina della prescrizione nell’ordinario termine decennale prevista dall’art. 2946 cod. civ., non già della prescrizione dei crediti nel termine quinquennale di cui al successivo art. 2948, n. 4, e neppure della prescrizione ex art. 2947 cod. civ. per il risarcimento del danno aquiliano, parimenti nel termine quinquennale (cfr. Cass., sez. lav., 7 marzo 2002 n. 3298 e, tra le più recenti, 8 maggio 2007 n. 10441).
5. Per le ragioni svolte i due appelli già riuniti devono essere respinti.
Non v’è luogo a pronuncia sulle spese del presente grado del giudizio, stante la mancata costituzione degli appellati.
6. In base alle esposte considerazioni l’Adunanza plenaria afferma i seguenti principi di diritto:
I) Nell’ipotesi in cui il dipendente pubblico chieda in giudizio il risarcimento per danno da usura psicofisica, deducendo che tale danno sia stato provocato dal frequente mancato godimento del riposo settimanale, reiterato nell’arco di un notevole periodo complessivo di tempo, senza che egli abbia fruito di riposo compensativo ed ancorché abbia percepito le previste maggiorazioni retributive per lo svolgimento di attività lavorativa in giorno festivo, deve ritenersi soddisfatto dal ricorrente l’onere di allegazione concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze costituenti il fatto-base su cui essa si fonda, sicché il giudice possa far ricorso alle presunzioni, basate sulle regole di esperienza, per ritenere provato il fatto-conseguenza del pregiudizio subìto dall’istante.
II) L’attribuzione patrimoniale rivendicata da un dipendente pubblico per danno da usura psicofisica, derivante dalla perdita del riposo settimanale, ha natura risarcitoria e non retributiva, non consistendo in una voce ordinaria o straordinaria della retribuzione da corrispondersi periodicamente e destinata a compensare l’eccedenza della prestazione lavorativa, bensì essendo diretta ad indennizzare ai sensi dell’art. 2059 cod. civ. il lavoratore per il predetto danno correlato all’inadempimento contrattuale del datore di lavoro; pertanto, essa si prescrive nell’ordinario termine decennale di cui all’art. 2946 cod. civ., e non nel termine breve (quinquennale) di cui ai successivi artt. 2947, previsto per il risarcimento del danno aquiliano, e 2948, n. 4, previsto per i crediti.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria), definitivamente pronunciando sugli appelli riuniti, come in epigrafe proposti, respinge i medesimi appelli riuniti.
Nulla spese
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 25 marzo 2013 con l'intervento dei magistrati:

Giorgio Giovannini, Presidente
Riccardo Virgilio, Presidente
Pier Giorgio Lignani, Presidente
Stefano Baccarini, Presidente
Alessandro Pajno, Presidente
Marzio Branca, Consigliere
Aldo Scola, Consigliere
Vito Poli, Consigliere
Francesco Caringella, Consigliere
Maurizio Meschino, Consigliere
Salvatore Cacace, Consigliere
Sergio De Felice, Consigliere
Angelica Dell'Utri, Consigliere, Estensore
IL PRESIDENTE
L'ESTENSOREIL SEGRETARIO
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 19/04/2013
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
Il Dirigente della Sezione