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lunedì 28 gennaio 2013

DIPENDENTE PUBBLICO CHE SI ASSENTA SENZA GIUSTIFICAZIONE - SEQUESTRO SUL CONTO BANCARIO - SUSSISTE.


CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 18 gennaio 2013, n. 2723

Considerato in fatto
1)- Nell’ambito del procedimento penale a carico di: E.M.
- indagato per il reato ex art. 640/co.2 CP perché nella qualità di dipendente del Ministero delle Politiche Agricole, con l'artificio di presentare certificazioni prestampate con firma fotocopiata relativamente ai propri impegni presso il Comune di Radicondoli attestanti un impegno per mandato assessoriale per complessive ore 39 settimanali, si assentava in maniera ingiustificata dal servizio presso la propria amministrazione, conseguendo l'illecito profitto della retribuzione;
2)- il GIP presso il Tribunale di Siena, in data 23.04.2012, emetteva il decreto di sequestro preventivo , finalizzato anche alla confisca per equivalente delle somme di denaro giacenti sul c/c intestato all'imputato nonché sui crediti derivanti dal rapporto di lavoro con il predetto Ministero, sino alla concorrenza di € 41.443,68;
3)-avverso tale provvedimento di sequestro proponeva impugnazione l'indagato, ma il Tribunale per il riesame di Siena, con decisione del 05.06.2012, rigettava il gravame e confermava il provvedimento impugnato
-ricorre per cassazione l'indagato a mezzo del Difensore di fiducia:
MOTIVI ex art. 606,1° co, lett. b) c.p.p.
4)-Il ricorrente censura l'ordinanza per violazione dell'art. 640/co.2 CP, atteso che il provvedimento di sequestro era stato emesso in assenza del necessario "fumus" del reato contestato, in quanto :
- mancava l'estremo dell'idoneità dei raggiri ed artifici essendo evidente che le autorizzazioni erano redatte su moduli fotocopiati, ove anche la firma era in fotocopia;
- mancava l'elemento soggettivo del reato poiché l'indagato aveva dichiarato il vero, avendo effettivamente prestato la sua attività di assessore presso il Comune di Radicondoli;
- mancava anche l'estremo del profitto atteso che l'art. 79/co 3 D L.vo n. 267 del 18.08.2000 attribuiva ai componenti degli organi elettivi il diritto di assentarsi dal lavoro e il successivo comma 5 prevedeva che per le assenze superiori a quelle previste per legge, erano consentiti ulteriori permessi sino ad ore 24 mensili ma privi di retribuzione, ne conseguiva, a parere del ricorrente , l'impossibilità di lucrare compensi per le ore eccedenti quelle consentite;
CHIEDE l'annullamento del provvedimento impugnato;

Considerato in diritto

5)-Quanto ai motivi sul merito del sequestro preventivo va subito evidenziato che lo stesso risulta emesso nell'ambito dei criteri dettati dall'art. 321 c.p.p. , atteso che il GIP prima ed il Tribunale poi hanno motivato in ordine al "fumus" del reato di cui all'art. 640/co.2 cp, richiamando i dati fattuali su cui si fondava l'imputazione e la necessità di assicurare la futura eventuale confisca, richiamando i dati oggettivi dell'indebito utilizzo di moduli fotocopiati, artificiosamente riempiti dallo stesso indagato , e la conseguente erogazione della retribuzione per un numero di ore superiore a quello consentito
- Si tratta di valutazioni, nel merito, supportate da congrua motivazione, esenti da illogicità evidenti e pertanto incensurabili in questa sede dì legittimità.
6) Il ricorrente deduce motivi che ricalcano i presupposti necessari per l'applicazione delle misure cautelari personali e non anche di quella reale, contestata nei caso di specie. In effetti, come è stato ribadito anche dalla Corte Costituzionale (vedi ordinanza n. 153 del 2007 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 324 c.p.p. in relazione all'art. 111 Cost., comma 2, nella parte in cui limiterebbe i poteri del Tribunale del riesame alla verifica della sola astratta possibilità di sussumere il fatto in una determinata ipotesi di reato), per le misure cautelari reali non è richiesto il presupposto della gravità, indiziaria, postulato, invece, in tema di cautele personali, in correlazione alla diversità, pure di rango costituzionale, dei valori coinvolti.
- Tale "ratio" si riflette anche sull'ampiezza del sindacato giurisdizionale relativo alla verifica della base fattuale richiesta per l'adozione delle misure cautelari, valendo il paradigma della qualificata probabilità di responsabilità nelle misure cautelari personali ed il diverso metro del "fumus commissi delicti" in tema di sequestri,
- Del resto una tale prospettiva trova conforto anche nella interpretazione letterale delle norme che disciplinano l'applicazione delle misure cautelari perché l'art. 321 c.p.p. non menziona gli indizi di colpevolezza fra le condizioni di applicabilità del sequestro, né è possibile ritenere applicabile, come si è già notato, alle misure cautelari reali l'art. 273 c.p.p., dettato per le misure cautelari personali e non richiamato in materia di misure cautelari reali (vedi ex multis, oltre a SS.UU. penali 25 marzo 1993, Girimi, già citata, anche Cass. Sez. 6 penale, 9 luglio 1999-5 agosto 1999, n. 2672, CED 214185).
- Occorre sottolineare , infatti, che il ricorso per cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli "errores in iudicando" o in "procedendo", sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi dì coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice (sezioni un., 29 maggio 2008, 1), (Cassazione penale, sez. III, 22/10/2010. n. 43249)
7) L'ordinanza impugnata risulta pertanto incensurabile perché non si è limitato a rappresentare la compatibilità astratta dell'imputazione rispetto alla condotta ascritta ma si è estesa alla valutazione delle ragioni difensive cosi come prospettate, evidenziandone l'infondatezza richiamando i dati oggettivi dell'indebito utilizzo di moduli fotocopiati, artificiosamente riempiti dallo stesso indagato , ed il conseguente introito dell'illecito profitto della retribuzione.
8) I motivi di ricorso articolati collidono con il precetto dell'art. 606 tette) c.p.p. in quanto trascurano di prendere in considerazione aspetti sostanziali e decisivi della motivazione del provvedimento impugnato , proponendo soluzioni e valutazioni alternative, sicché sono da ritenersi inammissibili.
9)-Ai sensi dell'art. 616 c.p.p. , con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l'imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento , nonché -ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità- al pagamento a favore della Cassa delle Ammende, della somma di €.1000,00, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di €1.000,00 alla Cassa delle Ammende.

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