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giovedì 29 novembre 2012

RICORSO PENDENTE - TEMPO PER PRESENTARE LA PATENTE DI GUIDA ALLA POLIZIA


Corte di Cassazione Civile n. 20534/2012, sez. VI-2 del 21/11/2012


ORDINANZA
(omissis)
Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 6 novembre 2012 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti, Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 24 luglio 2012, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell'art. 380-bis cod. proc. civ.:
«L. M. ha proposto opposizione avverso il verbale in data 6 dicembre 2006 della Polizia stradale di Potenza con il quale gli era stata contestata la violazione dell'art. 180, comma 8, del codice della strada, per non avere ottemperato all'invito di fornire all'Ufficio di polizia, in qualità di proprietario del veicolo, le generalità del conducente al momento dell'infrazione con riferimento al verbale di contestazione elevato ai sensi degli artt. 148, comma 15, 153, comma 11, e 6, comma 14, del medesimo codice. Riformando la pronuncia del Giudice di pace di Potenza, il Tribunale della stessa città, con sentenza depositata il 26 novembre 2010, in accoglimento dell'appello del M., ha annullato il verbale di contestazione, sul rilievo che, poiché il proprietario del veicolo aveva proposto opposizione avverso il verbale di accertamento dell’illecito presupposto, quella contestazione non poteva ritenersi definitiva. Il Tribunale ha osservato che "la sanzione pecuniaria irrogata sul presupposto della mancata ottemperanza all'obbligo di collaborazione, deve considerarsi illegittima in quanto l'obbligo, sino a che la contestazione non è definita . . ., può essere sempre assolto dal proprietario interessato e non potrà considerarsi inadempiuto sic et simpliciter per il decorso del termine dei sessanta giorni dalla notificazione del verbale afferente la sanzione principale".

Per la cassazione della sentenza del Tribunale il Ministero ha proposto ricorso, sulla base di un motivo.
L’intimato ha resistito con controricorso.
Il motivo — con cui si denuncia violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 126-bis e 180 del codice della strada — appare fondato, giacché, in tema di sanzioni amministrative conseguenti a violazioni del codice della strada, il termine entro cui il proprietario del veicolo è tenuto - ai sensi dell'art. 126-bis, secondo comma, quarto periodo, del codice — a comunicare all'organo di polizia che procede i dati relativi al conducente, non decorre dalla definizione del procedimento di opposizione avverso il verbale di accertamento dell'illecito presupposto, ma dalla richiesta rivolta al proprietario dall'organo di polizia, senza che quest’ultimo sia tenuto a soprassedere alla richiesta in attesa della definizione della contestazione dell’illecito (Cass., Sez. II, 10 novembre 2010, n. 22881).
Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio per esservi accolto».
Letta la memoria del controricorrente.
Considerato che il Collegio condivide la proposta contenuta nella relazione di cui sopra;
che le critiche ad essa mosse dalla difesa del controricorrente non colgono nel segno, perché la soluzione prospettata nella relazione costituisce un orientamento consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, essendo stata, da ultimo, confermata dalla sentenza della Sezione II 22 marzo 2012, n. 4619;
che, pertanto, il ricorso deve essere accolto;
che, cassata la sentenza impugnata, la causa può essere decisa nel merito con il rigetto dell'appello;
che le spese del giudizio di appello e di cassazione - liquidate come da dispositivo - seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’appello di L. M. Condanna L. M. al rimborso
delle spese processuali, che liquida, per il giudizio dinanzi al Tribunale, in euro 300, oltre alle spese prenotate a debito, e, per il giudizio di cassazione, in
euro 585, oltre alle spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2 Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 6 novembre 2012.




martedì 27 novembre 2012

IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - ESTINZIONE PER INATTIVITA' - COMPUTO 90 GIORNI


Consiglio di Stato sez. IV 2/11/2012 n. 5582
Procedimento disciplinare si estingue per inattività - Computo di 90 giorni


FATTO
Il signor A.R., brigadiere della Guardia di Finanza, è stato sottoposto a procedimento penale, definito con sentenza irrevocabile di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato, e in seguito a procedimento disciplinare, all’esito del quale gli è stata inflitta la sanzione della perdita del grado con rimozione dall’impiego. Ha quindi impugnato il provvedimento destitutorio.
Con sentenza 4 maggio 2011, n. 3836, il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, Sezione II, ha accolto il ricorso, ritenendo estinto il procedimento disciplinare per l’inutile decorso del termine previsto dall’art. 120 del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, e dichiarando assorbiti gli ulteriori motivi del ricorso.
L’Amministrazione ha interposto appello contro la sentenza e ha chiesto anche che ne sia sospesa l’esecuzione.
Il R. resiste con controricorso e appello incidentale, sollecitando il rigetto dell’appello e, in subordine, riproponendo i motivi di ricorso dichiarati assorbiti in primo grado.
Con tali motivi l’appellato deduce, sotto diversi profili, la violazione di legge e l’eccesso di potere.
Il provvedimento impugnato contiene una clausola di immediata efficacia, che sarebbe priva di motivazione e - soprattutto - contrasterebbe con l’art. 21 bis della legge 7 agosto 1990, n. 241, nella parte in cui stabilisce che i provvedimenti sanzionatori acquistano efficacia nei confronti del destinatario solo con la comunicazione.
Il procedimento disciplinare sarebbe perento per violazione del termine di 180 giorni per l’avvio del procedimento previsto dall’art. 97 del citato d.P.R. n. 3 del 1957, che sarebbe decorso già dalla precedente sentenza di assoluzione pronunciata dal G.I.P. del Tribunale di Roma il 22 marzo 2000, in relazione al medesimo fatto storico.
Il provvedimento sarebbe viziato da eccesso di potere per carenza di istruttoria e autonoma valutazione dei fatti presupposti; l’Amministrazione non avrebbe motivato in merito alla ritenuta superfluità di un’approfondita istruttoria e alla supposta inattendibilità delle prove o degli indizi di non colpevolezza dell’incolpato.
L’Amministrazione non avrebbe motivato circa le concrete modalità di svolgimento della condotta addebitata al Ricci, assumendo ipotesi contraddittorie e fondandosi su dati non significativi.
Il provvedimento, infine, sarebbe irragionevole e non proporzionato, anche alla luce del mancato accertamento di responsabilità penale, dei precedenti di carriera del militare, della carenza di valutazione circa la pericolosità sociale, della assenza di un fine di lucro.
L’istanza cautelare è stata accolta dal Consiglio di Stato, Sezione IV, con ordinanza 30 novembre 2011, n. 5262.
All’udienza pubblica del 9 ottobre 2012 l’appello è stato chiamato e trattenuto in decisione.
DIRITTO
1. L’appello dell’Amministrazione è fondato e va pertanto accolto.
La decisione della Commissione di disciplina è presa il 21 febbraio 2005; il provvedimento espulsivo che ne segue reca la data del successivo 19 maggio ed è portato a conoscenza del R. il giorno 6 del mese di giugno.
A questo proposito, il Collegio non può che ribadire quanto ha già affermato in sede cautelare. In adesione alla costante giurisprudenza di questo Consiglio, dalla quale non vi è ragione per discostarsi, ai fini del computo dell'intervallo di 90 giorni tra due successivi atti, il superamento del quale - a norma dell' art. 120 del citato d.P.R. n. 3 del 1957 - comporta l'estinzione del procedimento disciplinare, occorre avere riguardo al tempo di adozione degli atti del procedimento sanzionatorio e non al tempo della notifica. Questa, infatti, attiene alla fase dell'efficacia e non a quella del perfezionamento del provvedimento amministrativo cui, invece, deve intendersi logicamente riferito il disposto del suddetto art. 120 (cfr. da ultimo ex plurimis Sez. IV, 30 giugno 2010, n.4163; Sez. VI, 9 novembre 2011, n. 5914; Sez. IV, 15 marzo 2012, n. 1452; Sez. III, 18 aprile 2012, n. 2264).
Sotto il profilo in questione neppure ha rilievo la disposizione dell'art. 21 bis della ricordata legge n. 241 del 1990, che allo stesso modo attiene al ciclo dell'efficacia e non a quello del perfezionamento, dato che testualmente si riferisce al momento dell'acquisto dell'efficacia da parte del provvedimento limitativo della sfera giuridica dei privati.
L'argomento della intervenuta estinzione del procedimento disciplinare, dunque, non ha pregio e va rigettato.
2. Ciò detto, occorre passare all’esame dei motivi dell’appello incidentale, iniziando dal secondo per ragioni di economia espositiva.
Il motivo considera intempestivo l’avvio del procedimento disciplinare, il termine a quo relativo al quale decorrerebbe dalla data della sentenza di non luogo a procedere, emessa in data 22 marzo 2000 – nei confronti del R. e di altri coimputati – dal G.I.P. del Tribunale di Roma.
L’argomento è smentito dagli atti di causa.
Le indagini preliminari per il fatto storico addebitato al R. (l’aver rivelato notizie d’ufficio, che dovevano rimanere segrete, relative alla soluzione dei test psicoattitudinali del concorso per il reclutamento di allievi finanzieri) si sono concluse con la ricordata sentenza, che ha prosciolto il R. e i coimputati dall’imputazione ex artt. 110, 56 e 640 c.p. (con la formula: il fatto non sussiste) e i soli coimputati dall’imputazione ex artt. 110 e 326 c.p. (con la formula: il fatto non costituisce reato). Con riguardo a quest’ultima imputazione, invece, il Ricci è stato in pari data rinviato a giudizio.
La pendenza del processo penale in atto, conseguente all’avvenuto esercizio dell’azione penale, precludeva l’emanazione dell’ordine di inchiesta da parte dell’autorità competente (si vada anche il punto 2.5 della circolare del Comando generale della Guardia di Finanza sui procedimenti disciplinari di stato, richiamata dalla difesa erariale). Correttamente dunque l’Amministrazione ha atteso la definizione del processo penale in corso prima di avviare - nel rispetto dei termini di legge - il procedimento disciplinare conclusosi con il provvedimento impugnato in primo grado.
3. I successivi motivi dell’appello incidentale censurano sotto vari aspetti la motivazione del provvedimento di espulsione, che non sarebbe motivato in modo congruo quanto ai presupposti di fatto e alla misura della sanzione.
Il provvedimento, tuttavia, motiva dettagliatamente, quanto al fatto, sulla base della documentazione acquisita, con una ricostruzione che appare esente da vizi logici e dunque non sindacabile in questa sede.
Nonostante le (pur comprensibili) contestazioni della parte privata, correttamente il provvedimento impugnato valorizza le risultanze del procedimento penale: sotto il profilo specifico della responsabilità disciplinare, è del tutto irrilevante che il R. abbia consegnato i risultati dei test all’aspirante finanziere (come questi ha riferito) o al c.d. intermediario, con lui coimputato (come dichiara “provato” la sentenza di proscioglimento). In disparte il rilievo che l’aspirante può essere stato mosso dall’intento di non coinvolgere altri militari, quello che importa è la condotta addebitata al R., l’avere cioè consegnato ad altri il materiale concorsuale a propria disposizione; condotta che l’Amministrazione – con valutazione, si ripete, non irragionevole – ha ritenuto accertata.
4. Circa poi la ragionevolezza e la proporzionalità della sanzione della perdita del grado per rimozione, va richiamato il consolidato orientamento – al quale il Collegio ritiene di aderire in assenza di particolari ragioni di segno contrario – secondo cui è incontestabile l’ampia discrezionalità che connota le valutazioni dell’Amministrazione in ordine alla sanzione disciplinare da infliggere a fronte delle condotte accertate (cfr. per tutte Cons. Stato, Sez. IV, 15 marzo 2012, n. 1452, ove riferimenti ulteriori).
Su tale premessa, non è né illogica né irragionevole la scelta di irrogare una sanzione destitutoria al sottufficiale della Guardia di Finanza il quale risulti aver fornito a un partecipante alla procedura per il reclutamento di allievi finanzieri le soluzione dei relativi test pscicoattitudinali, utilizzando materiale in suo possesso, che sarebbe dovuto rimanere segreto.
Infatti la condotta rimproverata è del tutto inammissibile, perché costituisce una violazione con gli obblighi assunti con il giuramento di appartenenza e rende del tutto irrilevante qualunque considerazione circa la mancata sanzione penale del fatto, i positivi precedenti dell’incolpato, l’asserita assenza di pericolosità sociale come pure di un fine di lucro, ma giustifica la sanzione espulsiva ai sensi del combinato disposto degli artt. 60 e 63 della legge 31 luglio 1954, n. 599 (sottoposto peraltro anche al giudizio della Corte costituzionale e da questa dichiarato legittimo – si rammenti – con sentenza 24 luglio 1995, n. 356).
5. Resta da esaminare il primo motivo dell’appello incidentale, con riguardo alla dedotta violazione dell’art. 21 bis della legge n. 241 del 1990.
La norma stabilisce che “il provvedimento limitativo della sfera giuridica dei privati acquista efficacia nei confronti di ciascun destinatario con la comunicazione allo stesso effettuata anche nelle forme stabilite per la notifica agli irreperibili nei casi previsti dal codice di procedura civile….. Il provvedimento limitativo della sfera giuridica dei privati non avente carattere sanzionatorio può contenere una motivata clausola di immediata efficacia. I provvedimenti limitativi della sfera giuridica dei privati aventi carattere cautelare ed urgente sono immediatamente efficaci “.
Nel caso di specie, il provvedimento di rimozione dispone la perdita del grado con efficacia immediata; il che non sarebbe consentito, sia per la natura sanzionatoria del provvedimento stesso, sia per il difetto di motivazione della clausola.
Va da sé che il motivo investe non la legittimità del provvedimento, ma il solo momento dell’efficacia, nel senso che la sanzione acquisterebbe efficacia non dal 19 maggio 2005 (data dell’adozione), ma da quella del successivo 6 giugno (data dell’avvenuta notifica). E’ questa la ragione per cui il Collegio ritiene di esaminarlo da ultimo.
Poiché il provvedimento impugnato ha senz’altro carattere sanzionatorio, il motivo è evidentemente fondato (l’Amministrazione non deduce nulla sul punto specifico). Ne deriva che il provvedimento stesso è illegittimo e va annullato in parte qua, con la conseguenza che la sua efficacia deve intendersi decorrere dalla data in cui la relativa notifica è andata a buon fine.
6. Dalle considerazioni che precedono discende la fondatezza dell’ appello dell’Amministrazione e la parziale fondatezza dell’appello incidentale della parte privata, nei sensi di cui prima si è detto. In conclusione va confermata la legittimità del provvedimento impugnato in primo grado, l’efficacia del quale va però fissata al 6 giugno 2005.
Alla luce dell’esito degli appelli, le spese di giudizio sono compensate.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, accoglie l’appello principale nonché, nei limiti di cui in motivazione, l’appello incidentale; per l'effetto, conferma il provvedimento impugnato in primo grado, eccezion fatta per quanto riguarda l’efficacia del provvedimento medesimo, che fissa al 6 giugno 2005.
Compensa le spese.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 9 ottobre 2012

domenica 25 novembre 2012

GIUDICE ORDINARIO E GIUDICE TRIBUTARIO - COMPETENZE


CORTE DI CASSAZIONE – ORDINANZA 20 NOVEMBRE 2012, N. 20323

Ritenuto in fatto
1. (..) propone istanza di regolamento della giurisdizione in pendenza del giudizio da lui promosso dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Roma avverso il silenzio rifiuto opposto dall’Agenzia delle entrate, Ufficio di ……., all’istanza di rimborso, presentata dal ricorrente nel luglio 2009, della metà delle ritenute operate, a titolo di IRPEF, dalla Banca Nazionale del Lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, sulle somme erogategli per incentivo all’esodo nel periodo maggio 2001-maggio 2005 (in virtù di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, avvenuta quando il ricorrente aveva l’età di 52 anni).
La domanda di rimborso si basava sulla circostanza che l’art. 17, comma 4 bis, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (poi divenuto art. 19, comma 4 bis, a seguito del d.lgs. n. 344 del 2003, in vigore dal 1° gennaio 2004), il quale aveva stabilito che il beneficio della riduzione a metà dell’aliquota IRPEF sulle somme anzidette spettava alle donne se avevano superato l’età di 50 anni e agli uomini se avevano superato l’età di 55 anni, era stato dichiarato in contrasto con il diritto comunitario in quanto introduceva una disparità di trattamento, in materia di condizioni inerenti al licenziamento, fondata sul sesso dei lavoratori e perciò vietata dalla Direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/CEE – con sentenza della Corte di giustizia del 21 luglio 2005, causa C-207/04, Vergani (seguita dall’ordinanza del 16 gennaio 2008, cause C-128/07 ed altre). La norma in questione è stata poi abrogata dall’art. 36, comma 23, del d.l. n. 223 del 2006 (convertito nella legge n. 248 del 2006), ma con effetto dal 4 luglio 2006.
Il (..) ha quindi chiesto al giudice adito, in primo luogo, il riconoscimento del diritto al rimborso, sostenendo la non operatività, nella fattispecie, del termine di decadenza quadriennale stabilito dall’art. 38 del d.P.R. n. 602 del 1973. In via subordinata, ha proposto domanda di risarcimento del danno per il mancato adeguamento della legge nazionale alla disciplina comunitaria.
2. Con il presente ricorso, illustrato con memoria, il (..) chiede che sia dichiarata la giurisdizione del giudice tributario su entrambe le domande proposte.
  1. L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso, chiedendo che sia dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda di risarcimento del danno.

Considerato in diritto
1. Il ricorrente, premesso che è indubbia la sussistenza della giurisdizione del giudice tributario sulla domanda di rimborso parziale delle ritenute subite a titolo di IRPEF sulle somme erogategli, sostiene la configurabilità della giurisdizione del medesimo giudice anche in ordine alla domanda, subordinata, di ristoro patrimoniale per mancato tempestivo adeguamento della legge tributaria interna alla normativa comunitaria, in virtù del principio di concentrazione della tutela, il quale impone di devolvere al giudice del rapporto principale – nella specie di natura tributaria – anche la competenza sui rapporti consequenziali, primo fra tutti quello relativo al risarcimento del danno che costituisca effetto diretto dell’operato dell’amministrazione finanziaria, e come tale da considerarsi “accessorio” al rapporto principale, ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992.
Cita al riguardo, in particolare, le sentenze delle Sezioni unite n. 16871 del 2007 e n. 14499 del 2010, con le quali, proprio richiamando il detto principio di concentrazione, è stata riconosciuta la giurisdizione del giudice tributario, adito per il rimborso di imposte non dovute, anche sulle domande di condanna dell’erario al pagamento degli interessi, al risarcimento del maggior danno da svalutazione monetaria e alla restituzione dell’importo versato dal contribuente per la prestazione di una cauzione necessaria per ottenere il rimborso del credito d’imposta.

2. La tesi non può essere condivisa.
Ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992, per quanto qui interessa, “appartengono alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie comunque denominati, compresi quelli regionali, provinciali e comunali e il contributo per il Servizio sanitario nazionale, nonché le sovrimposte e le addizionali, le sanzioni amministrative, comunque irrogate da uffici finanziari, gli interessi e ogni altro accessorio”.
E’ stato più volte affermato dalle Sezioni unite di questa Corte – sia con riguardo al testo originario del citato art. 2, che faceva riferimento agli “interessi ed altri accessori” relativi ai tributi specificamente elencati, sia a quello vigente – che per “accessori” si intendono gli aggi dovuti all’esattore, le spese di notifica, gli interessi moratori ed il maggior danno da svalutazione monetaria (Cass., Sez. un., nn. 722 del 1999, 15 del 2007, 10826 del 2008).
In questo orientamento giurisprudenziale si inseriscono, pertanto, a pieno titolo le sentenze citate dal ricorrente, le quali si riferiscono anch’esse ad elementi “accessori” alla domanda principale di rimborso, dovendo per tali intendersi quelli aventi, rispetto a quest’ultima, natura strettamente complementare ed aggiuntiva.
Appare evidente, invece, l’assenza di detti caratteri nella domanda di ristoro patrimoniale per mancato adeguamento della legge interna alla disciplina comunitaria, la quale è del tutto autonoma ed avulsa dal rapporto tributario e si presenta, a ben vedere, come domanda alternativa, piuttosto che subordinata, a quella concernente il rimborso dell’imposta.
3. Va, poi, ricordato che la Corte costituzionale, nell’intervenire più volte su questioni concernenti l’art. 2 del d.Igs. n. 546 del 1992, e quindi l’ambito della giurisdizione tributaria, premesso che questa “deve essere considerata un organo speciale di giurisdizione preesistente alla Costituzione”, ha riconosciuto che l’oggetto di tale giurisdizione, così come la disciplina degli organi speciali, ben possano essere modificati dal legislatore ordinario, il quale, tuttavia, incontra precisi limiti costituzionali consistenti nel “non snaturare (come elemento essenziale e caratterizzante la giurisdizione speciale) le materie attribuite” a dette giurisdizioni speciali e nell’assicurare la conformità a Costituzione delle medesime giurisdizioni.
Sulla base di tali considerazioni, la Corte ha affermato che la giurisdizione tributaria “deve ritenersi imprescindibilmente collegata alla natura tributaria del rapporto” e che l’attribuzione alla giurisdizione tributaria di controversie non aventi natura tributaria comporta la violazione del divieto costituzionale di istituire giudici speciali. Tale illegittima attribuzione può derivare, direttamente, da una espressa disposizione legislativa che ampli la giurisdizione tributaria a materie non tributarie ovvero, indirettamente, dall’erronea qualificazione di “tributaria” data dal legislatore (o dall’interprete) ad una particolare materia (cfr., in particolare, le sentenze nn, 64 e 130 del 2008, 238 del 2009, 39 del 2010).
4. In conclusione, la giurisdizione va regolata con la separazione delle domande e la devoluzione di ciascuna al giudice rispettivamente fornito della giurisdizione.
Va, pertanto, dichiarata la giurisdizione del giudice tributario sulla domanda relativa al rimborso dell’imposta e la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda di risarcimento del danno, avendo indubbiamente il ricorrente fatto valere, alla base della domanda di ristoro patrimoniale per mancato tempestivo adeguamento della legge interna alla normativa comunitaria, una situazione giuridica avente natura e consistenza di diritto soggettivo, da ricondurre allo schema della responsabilità per inadempimento dell’obbligazione ex lege dello Stato, di natura indennitaria, inquadrabile nell’area della responsabilità contrattuale (Cass., Sez., un., n. 9147 del 2009 e, da ult., Cass. n. 10813 e 17350 del 2011; cfr. anche Cass., Sez. un., n. 13909 del 2011).
  1. Il ricorrente va condannato alle spese, che si liquidano in dispositivo in applicazione dei criteri stabiliti dal d.m. n. 140 del 2012 (Cass., Sez. un., n. 17405 del 2012).

PQM
Dichiara la giurisdizione del giudice tributario sulla domanda relativa al rimborso dell’IRPEF e la giurisdizione del giudice ordinario, dinanzi al quale rimette le parti, sulla domanda di risarcimento del danno. Condanna il ricorrente alle spese, che liquida in €. 2000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

sabato 24 novembre 2012

VA RICONOSCIUTO IL LIVELLO SUPERIORE ANCHE AL LAVORATORE PROMISCUO


Suprema Corte di Cassazione

Sezione lavoro

sentenza n. 18149 del 23 ottobre 2012

Svolgimento del processo
Con sentenza pronunciata il 20 marzo 2008 e pubblicata il 12 gennaio 2010 la Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Cassino del 15 aprile 2005 con la quale era stata rigettata la domanda delle ricorrenti indicati in epigrafe, dipendenti della P. s.p.a., impresa appaltatrice del servizio di pulizie presso lo stabilimento FIAT Auto di Piedimonte San Germano, volta ad ottenere il riconoscimento del proprio diritto al superiore IV livello di cui al CCNL di categoria. La Corte territoriale ha motivato tale pronuncia considerando che, pur ammettendo che le ricorrenti abbiano svolto il proprio lavoro solo nella giornata di sabato con l’utilizzo di macchine industriali, tale attività non configura lo svolgimento di mansioni promiscue per le quali l’art. ll, seconda comma del CCNL di categoria prevede l’acquisizione del livello di inquadramento superiore.
Le ricorrenti propongono ricorso per cassazione avverso tale sentenza articolato su due motivi.

Resiste con controricorso la C. s.p.a. già P. s.p.a.
La ricorrente C. – unitamente alle altri ricorrenti – presenta memoria ex art. 378 cod. proc. civ.


Motivi della decisione
Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e segg. cod. civ. in relazione all’art. 11, secondo comma del CCNL 21/5/1993 per le imprese di pulimento, con riterimento all’art. 360 n. 3 primo comma cod. proc. civ. In particolare si deduce l’errata interpretazione della norma contrattuale da parte della corte d’Appello che non avrebbe tenuto conto del dato letterale che rappresenta l’imprescindibile dato di partenza dell’indagine ermeneutica. L’art. 11, secondo comma citato espressamente prevede che, in caso di mansioni svolte promiscuamente e appartenenti a diversi livelli, il lavoratore deve essere comunque inquadrato al livello superiore indipendentemente dalla prevalenza della relativa mansione, salvo il caso di mutamento temporaneo delle mansioni. Nel caso in esame la corte romana avrebbe illegittimamente interpretato la norma contrattuale dando rilievo alla prevalenza delle mansioni.

Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1363 e segg. cod. civ. relativamente alla declaratoria del IV livello professionale posta dal CCNL imprese di pulimento, in relazione all’art. 360 n. 3, primo comma, cod. proc. civ. In particolare si lamenta che la corte territoriale avrebbe illegittimamente interpretato la previsione contrattuale in questione ritenendo necessario, ai fini del riconoscimento in questione, l’utilizzo di uso di macchinari industriali per la pulizia, mentre la norma prevede, in modo esemplificativo, varie mansioni anche con l’utilizzo di tali macchinari, senza, per questo, richiederne l’utilizzo ai fini in esame.

Il primo motivo è fondato. La corte territoriale ha escluso che nelle mansioni svolte dalle ricorrenti ricorresse l’ipotesi di cui all’art. 11, secondo comma, del CCNL di categoria in quanto il concetto di “promiscuità” implica la continuità delle relative mansioni, mentre, nel caso in esame, le ricorrenti svolgevano tali mansioni solo nella giornata di sabato, e quindi in quantità nettamente inferiore alle ordinarie mansioni per le quali erano correttamente inquadrate ad un livello inferiore.
L’argomentazione della corte romana non è aderente al dettato della citata norma contrattuale, riportata nel ricorso per cassazione, e che espressamente esclude la prevalenza delle mansioni superiori al fine del riconoscimento del livello superiore che deve essere comunque riconosciuto indipendente dalla prevalenza delle corrispondenti mansioni.
Il dato letterale di tale norma contrattuale non consente, quindi, l’interpretazione datane dalla corte territoriale che ha escluso il superiore inquadramento sull’erroneo presupposto della necessità della prevalenza delle mansioni superiori nel caso della promiscuità delle mansioni stesse.
Deve dunque cassarsi la sentenza impugnata con rinvio alla corte d’appello di Roma in diversa composizione, che si adeguerà al principio di diritto secondo cui, per il riconoscimento del superiore inquadramento ai sensi dell’art. 11, secondo comma, del CCNL di categoria, in caso di promiscuità di mansioni, è irrilevante la prevalenza delle superiori mansioni. Lo stesso giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese di giudizio.

P.Q.M.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso;

Cassa la sentenza impugnata;
Rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.
Così deciso in Roma il 21 settembre 2012.


lunedì 19 novembre 2012

MOBBING E AZIONI VESSATORIE


Cassazione Civile, Sez. Lav., 05 novembre 2012, n. 18927 - Azioni vessatorie e mobbing




ha pronunciato la seguente
SENTENZA

sul ricorso 23350-2010 proposto da:
V., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ATANASIO KIRCHER N. 7, presso lo studio dell'avvocato IASONNA STEFANIA, rappresentata e difesa dagli avvocati PROCACCINI ERNESTO, FORTE FABRIZIO, giusta delega in atti;

- ricorrente
Contro
C. , elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIROLAMO DA CARPI 6, presso lo studio dell'avvocato D1 AGOSTINI PAOLO, rappresentato e difeso dall'avvocato D'AMBROSIO BRUNO, giusta delega in atti;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 4601/2009 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI, depositata il 06/10/2009 R.G.N. 168/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/10/2012 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;
udito l'Avvocato SCOPA RITA per delega PROCACCINI ERNESTO;
udito l'Avvocato D'AMBROSIO BRUNO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ENNIO ATTILIO SEPE che ha concluso per il rigetto del ricorso.


Udienza del 10 ottobre 2012 - Aula B n. 6 del ruolo - RG n. 23350/10
Presidente: Lamorgese - Relatore: Tria
Fatto

1- La sentenza attualmente impugnata rigetta l'appello di Lidia V. avverso la sentenza del Tribunale di Napoli che, a sua volta, ha respinto la domanda della V. diretta alla condanna di Angelo C., nella qualità di titolare della farmacia "Santa Teresa", al risarcimento del danno esistenziale e del danno derivante dall'anticipato pensionamento della ricorrente e di ogni altro danno patito in conseguenza delle azioni vessatorie poste in essere dai dipendenti e/o dai titolari della suindicata farmacia.
La Corte d'appello di Napoli, per quel che qui interessa, precisa che:
a) il motivo di appello con il quale la ricorrente contesta la decisione del Tribunale di non ammettere il giuramento decisorio è infondato, anche se effettivamente nella sentenza di primo grado manca la motivazione sul punto;
b) ad integrazione della sentenza va precisato che tutte e 24 le circostanze dedotte sul foglio di deferimento del giuramento decisorio sono assolutamente inidonee ad essere considerate sufficienti all'accoglimento o al rigetto della domanda giudiziale; salvo restando che alcune di esse sono provate per tabulas o incontestate;
c) pertanto va esclusa l'ammissibilità del mezzo istruttorio, visto che tutte le altre circostanze dedotte non potrebbero mai portare alla prova della sussistenza di un intento persecutorio idoneo a unificare i singoli episodi tra loro e quindi ad affermare la sussistenza del mobbing e del nesso causale tra la volontà datoriale e la depressione della dipendente culminata nel tentativo di suicidio;
d) invero i suddetti episodi, alcuni dei quali confermati dall'istruttoria testimoniale svolta, appaiono inidonei ad essere unificati da una precisa strategia persecutoria posta in essere dai titolari della farmacia per indurre la lavoratrice alle dimissioni;
e) in particolare l'unico atto, in ipotesi, illegittimo compiuto dal C. nei confronti della lavoratrice - cioè l'invio della lettera di licenziamento - è stato da questi spontaneamente ritirato dopo la lettera di risposta della V. e il rapporto di lavoro è regolarmente proseguito con l'impresa subentrante;
f) da quel momento in poi l'unico elemento problematico emerso è il rapporto difficile tra la ricorrente e la collega Ci., mentre nessuno dei testi ha confermato che la V. sia stata oggetto di continui rimproveri;
g) inoltre, gli episodi riferiti dalla V. con riguardo al Ca. e al Gu. - riprodotti nell'atto d'appello nella versione originaria, senza tenere conto delle risultanze della prova testimoniale - non sono tali da ingenerare neppure il dubbio dell'intento persecutorio;
h) ne deriva che il mobbing è del tutto insussistente, mentre la depressione e il drammatico tentativo di suicidio sono da collegare alla particolare risposta soggettiva della ricorrente rispetto all'utilizzazione del nuovo sistema informatizzato di organizzazione del lavoro e all'ingresso di nuovi collaboratori nella farmacia, conseguenti all'intervenuto cambio di gestione.
2- Il ricorso di V. domanda la cassazione della sentenza per due motivi; resiste, con controricorso, C..
La ricorrente deposita anche memoria ex art. 378 cod. proc. civ.
Diritto
I - Sintesi dei motivi di ricorso
1- Con il primo motivo si denunciano: a) in relazione all'art. 360, n. 3, violazione e falsa applicazione dell'art. 2736 cod. civ. e dell'art. 116 cod. proc. civ.; b) in relazione all'art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e omesso esame di un punto decisivo della controversia.
Si rileva che la Corte d'appello non ha accolto l'istanza della ricorrente di deferimento al C. del giuramento decisorio sui fatti posti a fondamento della propria domanda giudiziale, riproposta in sede di gravame dopo analoga deliberazione del Tribunale.
Si sottolinea che, diversamente da quanto affermato dalla Corte partenopea il giuramento decisorio, quale prova legale, è sempre ammissibile, anche quando si riferisca a fatti già accertati o esclusi dalle risultanze di causa.
Si soggiunge che la motivazione posta a base della decisione contestata è palesemente contraddittoria e illogica. Infatti, la Corte territoriale non ha ammesso il giuramento decisorio perché riguardante circostanze di fatto non idonee a decidere la controversia, ma poi sulle stesse circostanze ha basato la prova testimoniale nonché la pronuncia di insussistenza del comportamento vessatorio e mobbizzante di cui la ricorrente lamentava di essere stata vittima.
2- Con il secondo motivo si denunciano: a) in relazione all'art. 360, n. 3, violazione e falsa applicazione degli arti 2, 32 e 41, secondo comma, Cost., dell'art. 2087 cod. civ., della legge n. 300 del 1970, del d.lgs n. 626/1994; b) in relazione all'art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e omesso esame di un punto decisivo della controversia.
Si sottolinea che il datore di lavoro ha l'obbligo di tutelare l'integrità pscico-fisica del lavoratore, come prescritto dall'art. 2087 cod. civ., dall'art. 9 della legge n. 300 del 1970 e dal d.lgs. n. 626 del 1994, in attuazione dei principi di cui agli artt. 2, 32 e 41 della Costituzione.
In questo quadro la sentenza impugnata viene considerata illegittima in quanto in essa, in modo palesemente contraddittorio e illogico, la Corte partenopea, dopo aver affermato che la quasi totalità dei fatti storici posti a fondamento della domanda della ricorrente risultano non contestati o documentalmente provati - e che tali sono i ripetuti comportamenti vessatori del datore di lavoro - ha rigettato tutte le richieste della V. sull'assunto, enunciato ma non motivato, secondo cui i fatti stessi non avrebbero causato danni alla salute della lavoratrice.

II - Esame delle censure
3 - Il primo motivo è inammissibile.
In base al principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione - da intendere alla luce del canone generale "della strumentalità delle forme processuali" - il ricorrente che sostenga che il Giudice del merito ha errato nel non ammettere il deferimento del giuramento decisorio, ha l'onere di indicare, specificatamente, il contenuto della formula del giuramento stesso, al fine, di consentire la valutazione delle questioni da risolvere e della decisività dello mezzo istruttorio, dato che questo controllo, deve poter essere compiuto dalla Corte di cassazione sulla base delle deduzioni contenute nel ricorso, a pena di inammissibilità come previsto dall'art. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ. (Cass. 26 aprile 2002, n. 6078; Cass. 17 novembre 2005, n. 23286; Cass. 3 luglio 2001, n. 8998)
Nella specie tale principio non risulta essere stato rispettato in quanto la ricorrente non ha riprodotto nel ricorso il contenuto della formula del giuramento decisorio di cui si tratta.
Tanto basta per considerare il motivo inammissibile.

4.- Il secondo motivo è, invece, fondato.
4.1- In base ad un consolidato e condiviso orientamento di questa Corte, nella disciplina del rapporto di lavoro, ove numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata alla persona del lavoratore con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale, il datore di lavoro non solo è contrattualmente obbligato a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l'integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente (ai sensi dell'art. 2087 cod. civ.), ma deve altresì rispettare il generale obbligo di neminem laedere e non deve tenere comportamenti che possano cagionare danni di natura non patrimoniale, configurabili ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i suddetti diritti.
Tali comportamenti, anche ove non siano determinati ex ante da norme di legge, sono suscettibili di tutela risarcitoria previa individuazione, caso per caso, da parte del giudice del merito, il quale, senza duplicare le voci del risarcimento (con l'attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici), è chiamato a discriminare i meri pregiudizi - concretizzatisi in disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravità, come tali non risarcibili - dai danni che vanno invece risarciti (Cass. 12 maggio 2009, n. 10864; Cass. SU 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass. 6 marzo 2006 n. 4774; Cass. 17 febbraio 2009 n. 3785).
Fra le situazioni potenzialmente dannose e non normativamente tipizzate rientra il mobbing che, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e recepito dalla giurisprudenza di questa Corte, designa (essendo stato mutuato da una branca dell'etologia) un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all'obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo (vedi per tutte; Corte cost. sentenza n. 359 del 2003).
Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono quindi ricorrere molteplici elementi: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio - illeciti o anche leciti se considerati singolarmente - che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) il suindicato elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (vedi: Cass. 21 maggio 2011 n. 12048; Cass. 26/3/2010 n. 7382).
Alla base della responsabilità per mobbing lavorativo si pone normalmente l'art. 2087 cod. civ., che obbliga il datore di lavoro ad adottare le misure necessarie a tutelare l'integrità psico-fisica e la personalità morale del lavoratore, per garantirne la salute, la dignità e i diritti fondamentali, di cui agli artt. 2,3 e 32 Cost.
D'altra parte, come risulta dalla stessa definizione del fenomeno, se anche le diverse condotte denunciate dal lavoratore non si ricompongano in un unicum e non risultano, pertanto, complessivamente e cumulativamente idonee a destabilizzare l'equilibrio psico-fisico del lavoratore o a mortificare la sua dignità, ciò non esclude che tali condotte o alcune di esse, ancorché finalisticamente non accumunate, possano risultare, se esaminate separatamente e distintamente, lesive dei fondamentali diritti del lavoratore, costituzionalmente tutelati, di cui si è detto (arg. ex Cass. sez. VI pen. 8 marzo 2006 n. 31413).
E a ciò non è di ostacolo neppure la eventuale originaria prospettazione della domanda giudiziale in termini di danno da mobbing, in quanto si tratta piuttosto di una operazione di esatta qualificazione giuridica dell'azione che il giudice è tenuto ad effettuare, interpretando il titolo su cui si fonda la controversia ed anche applicando norme di legge diverse da quelle invocate dalle parti interessate, purché lasciando inalterati sia il petitum che la causa petendi e non attribuendo un bene diverso da quello domandato o introducendo nel tema controverso nuovi elementi di fatto (Cass. 23 marzo 2005, n. 6326; Cass. Io settembre 2004, n. 17610; Cass. 12 aprile 2006, n. 8519).
Inoltre, al fine della corretta individuazione della potenzialità lesiva (nei detti termini) delle indicate condotte si deve tenere anche degli esiti del lungo processo evolutivo che si è avuto in ambito comunitario, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di giustizia, in materia di diritto antidiscriminatorio e antivessatorio, in genere e in particolare nei rapporti di lavoro, a partire dalla introduzione dell'art. 13 nel Trattato CE, da parte del Trattato di Amsterdam del 1997.
Tale processo, poi proseguito in sede comunitaria e nazionale, ha portato, nel corso del tempo e principalmente per effetto del recepimento di direttive comunitarie, alla conseguenza che anche nel nostro ordinamento condotte potenzialmente lesive dei diritti fondamentali di cui si tratta abbiano ricevuto una specifica tipizzazione, come discriminatorie (in modo diretto о indiretto).
I contorni di questa complessa normativa sono divenuti più netti soprattutto a partire dall'entrata in vigore dei d.lgs. n. 215 e n. 216 del 2003, nei quali sono stati specificamente individuati alcuni fattori di discriminazione (orientamento sessuale, religione, convinzioni personali, handicap, età, razza, origine etnica) e, per l'onere della prova, si è stabilito che, quando la vittima fornisce elementi di fatto desunti anche da dati di carattere statistico, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell'esistenza di atti, patti о comportamenti discriminatori per una delle ragioni prese in considerazione, spetta al convenuto l'onere della prova sull'insussistenza della discriminazione, cioè principalmente della insussistenza dell'elemento psicologico (riproducendo così la analoga disposizione contenuta nella legge 10 aprile 1991, n. 125, in materia di discriminazioni di genere).
In ordinamenti come il nostro che già prevedono a livello costituzionale norme di tutela dei diritti fondamentali del lavoratore, il suindicato elenco di fattori discriminatori e/o vessatori non è da considerare tassativo (ed è anzi destinato ad acquisire particolare rilevanza ai fini dell'applicazione della speciale forma di tutela prevista dalla legge n. 92 del 2012 in caso di licenziamento discriminatorio) così come, per quel che riguarda l'onere della prova, anche prima dell'entrata in vigore dei citati d.lgs. n. 215 e n. 216 del 2003, nel nostro ordinamento processuale era già previsto che, nel rito del lavoro, il principio dispositivo deve essere contemperato con quello della ricerca della verità materiale, con l'utilizzazione da parte del giudice anche di poteri officiosi oltre che della prova per presunzioni, alla quale, specialmente in casi come quello in oggetto, va attribuito precipuo rilievo, secondo la giurisprudenza di questa Corte.
Infatti, la prova presuntiva (o indiziaria) - che esige che il Giudice prenda in esame tutti i fatti noti emersi nel corso dell'istruzione, valutandoli tutti insieme e gli uni per mezzo degli altri e quindi esclude che il Giudice, avendo a disposizione una pluralità di indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga a dignità di prova (Cass. 9 marzo 2012, n. 3703) - consente attraverso la complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, gravità, frustrazione personale e/o professionale, altre circostanze del caso concreto) di poter risalire coerentemente, con un prudente apprezzamento, al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell'art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove.
Ciò, del resto, è conforme al consolidato orientamento di questa Corte in materia di prova del danno da demansionamento (Cass. SU 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass. SU 24 marzo 2006, n. 6572 del 2006; Cass. 19 dicembre 2008, n. 29832; Cass. 26 novembre 2008, n, 28274), oltre che trovare riscontro nella giurisprudenza amministrativa in materia di mobbing (Cons. Stato 21 aprile 2010, n. 2272).
4.2. La Corte partenopea si è discostata dai suddetti principi in quanto - dopo aver riferito che la domanda azionata non è stata formulata come richiesta di risarcimento del danno da mobbing ma nei più ampi termini di richiesta di "risarcimento del danno esistenziale e del danno dovuto all'anticipato conseguimento del trattamento di quiescenza e di ogni altro danno patito in conseguenza delle azioni vessatorie" poste in essere dai soggetti appartenenti alla farmacia Santa Teresa, in qualità di dipendenti o titolari della farmacia stessa - ha impostato tutta la propria decisione sulla insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dalla ricorrente.
Quindi, una volta escluso il suddetto intento e quindi il mobbing - sulla base di una valutazione delle prove raccolte effettuata sempre nell'ottica della ricerca una "strategia persecutoria" - la Corte territoriale ha respinto la domanda, peraltro interpretata in modo scorretto sì da alterarne il senso e il contenuto sostanziale, in relazione alle finalità perseguite dalla ricorrente (Cass. 2 novembre 2005, n. 21208; Cass. 27 luglio 2010, n. 17547).
Prima di arrivare alla suddetta conclusione la Corte d'appello non si è neppure posta il problema di valutare se alcuni dei comportamenti denunciati - esaminati singolarmente ma sempre in relazione agli altri - pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per la ricorrente e, come tali, siano ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro che possa essere chiamato a risponderne, ovviamente nei soli limiti dei danni a lui imputabili.
Ciò, da un lato, significa che se tra i diversi episodi addotti si accerti che qualcuno ha carattere vessatorio questo non necessariamente implica l'attribuzione al comportamento datoriale del ruolo di causa o concausa dello stato depressivo della ricorrente culminato nel tentativo di suicidio, ma non per questo esclude che possa configurarsi un danno giuridicamente apprezzabile.
E, d'altra parte, comporta che la determinazione, in ipotesi, dell'eventuale efficacia causale diretta o indiretta di una condotta vessatoria datoriale rispetto al suindicato stato patologico sia effettuata sulla base di un adeguato accertamento della situazione psichica della ricorrente prima dell'insorgere della depressione culminata nel tentativo di suicidio (Cass. 8 giugno 2007, n. 13400; Cass. 11 giugno 2009, n. 13530).
4.3. - Poiché la sentenza impugnata, con motivazione incongrua, ha violato i suindicati principi, i relativi profili di censura deve essere accolto.
III - Conclusioni
5. Ne consegue che, in relazione alle censure accolte, la sentenza deve essere cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d'appello di Napoli, in diversa composizione, che si atterrà ai principi su enunciati e, in particolare, al seguente principio di diritto:
"Nella ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il Giudice del merito, pur nella accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall'interessato e quindi della configurabilità del mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati - esaminati singolarmente ma sempre in relazione agli altri - pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e, come tali, siano ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro che possa essere chiamato a risponderne, ovviamente nei soli limiti dei danni a lui imputabili".
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il primo motivo e accoglie il secondo. Cassa la sentenza impugnata, in relazione alle censure accolte, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'appello di Napoli, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione lavoro, il 10 ottobre 2012.

martedì 6 novembre 2012

LAVORO NOTTURNO - VA RICONOSCIUTO LO STRESS DA LAVORO


Corte di Cassazione Sez. Lavoro – Sent. del 24.10.2012, n. 18211


Portiere di notte – E’ lavoro effettivo anche se ci sono pause di discontinuità


Corte di Cassazione Sez. Lavoro – Sent. del 24.10.2012, n. 18211

Presidente De Renzis – Relatore Berrino


Svolgimento del processo

G.G. , premesso di aver lavorato dal (…) al (…) come portiere di notte alle dipendenze della società N. srl e di aver inutilmente chiesto il passaggio al turno diurno a causa delle sue condizioni di salute, convenne quest'ultima innanzi al giudice del lavoro del Tribunale di Roma per sentirla condannare al pagamento delle differenze retributive maturate, previa dichiarazione di illegittimità del licenziamento intimatogli il (…), con ordine di reintegra nel posto di lavoro. Da parte sua la N. srl propose opposizione al decreto ingiuntivo intimatole per il pagamento dei contributi evasi in relazione alla posizione lavorativa del G. Riunite le cause, il giudice adito accertò la legittimità del licenziamento, dopo aver rilevato che la società aveva altri due portieri diurni, per cui non avrebbe potuto collocare utilmente il ricorrente nell'organico; il giudicante ritenne, invece, fondata la sola domanda per differenze retributive non prescritte dovute a titolo di straordinario notturno e ferie e condannò la società al pagamento della somma di Euro 47.000 circa, oltre che a quella di Euro 25.000 per danno biologico accertato nella misura del 15%; infine, respinse l'opposizione della società al decreto ingiuntivo. A seguito di impugnazione principale della società e di impugnazione incidentale del G., la Corte d'appello di Roma, con sentenza del 18/3/08 - 23/2/09, ha respinto il gravame proposto dalla società ed ha accolto parzialmente quello formulato in via incidentale dall'ex dipendente, condannando la N. srl al pagamento dell'ulteriore somma di Euro 1292,00 a titolo di differenze retributive accertate sulla base di una nuova consulenza tecnica d'ufficio, confermando nel resto l'appellata decisione. Per la cassazione della sentenza propone ricorso la N. srl che affida l'impugnazione a quattordici motivi di censura. Resiste con controricorso l'Inps, mentre rimane solo intimato il G. La ricorrente deposita, altresì, memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c.
Motivi della decisione
1. Col primo motivo la società ricorrente denunzia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1 e 3 del R.D.L. n. 692/1923, anche in relazione all'art. 2697 c.c., sostenendo che i caratteri del lavoro effettivo consistono nell'applicazione assidua e continuativa con esclusione di quelle occupazioni che richiedano per la loro natura o nella specialità del caso un lavoro discontinuo o di semplice attesa o custodia, sicché la Corte d'appello avrebbe omesso di considerare che la prestazione di un portiere di notte di un albergo, quale quella svolta dal G., rientrava tra le attività che implicano naturalmente un lavoro discontinuo, se non addirittura di semplice attesa o custodia. La ricorrente contesta, altresì, che fosse suo onere, come affermato dalla Corte di merito, quello di dimostrare che la suddetta prestazione lavorativa si era tradotta nei fatti in una sorta di mera reperibilità del dipendente. A conclusione del motivo la ricorrente chiede di accertare se la prestazione di un portiere di notte di albergo implichi per sua natura una prestazione discontinua ai sensi dell'art. 3 del R.D. n. 692/1923, con conseguente onere a carico del lavoratore di provare le modalità ed i tempi del servizio prestato nell'arco di tempo compreso fra l'orario iniziale e quello finale dell'attività lavorativa, in modo da consentire di tener conto delle pause di inattività. 2. Col secondo motivo è dedotta la carenza o contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, costituito dalle modalità e dai tempi del servizio prestato dal lavoratore nell'arco di tempo fra orario iniziale ed orario finale dell'attività lavorativa. Si sostiene, in pratica, che la Corte d'appello non avrebbe correttamente valorizzato gli elementi del fatto accertati in istruttoria, che potevano condurre a ricostruire la reale portata dell'attività prestata dal ricorrente in primo grado nell'arco temporale del proprio turno di lavoro. Osserva la Corte che i primi due motivi possono essere trattati congiuntamente in quanto investono, sotto diversi aspetti, la stessa questione dell'espletamento, da parte del G., di un lavoro discontinuo al fine di sostenere che il medesimo non avrebbe dimostrato le modalità di svolgimento del lavoro nel periodo intermedio tra l'inizio e la fine del suo turno notturno, non consentendo, in tal modo, di tener conto delle pause di inattività; nel contempo si denunzia che il giudice d'appello non avrebbe adeguatamente valutato al riguardo gli atti istruttori dai quali sarebbe stato possibile desumere la fondatezza della tesi difensiva dell'avvenuta esecuzione di una prestazione lavorativa sostanzialmente discontinua. Entrambi i motivi sono infondati. Occorre, infatti, partire dalla considerazione che il lavoro discontinuo, di cui all'art. 3 r.d.l. n. 692 del 1923, è caratterizzato da attese non lavorate, durante le quali il dipendente può reintegrare con pause di riposo le energie psicofisiche consumate, e che l'espletamento di lavoro straordinario è configurabile non solo ove sia convenzionalmente fissato un orario di lavoro e siano provate, anche in via presuntiva ed indiziaria, le modalità ed i tempi del servizio prestato nell'arco di tempo compreso tra l'orario iniziale e quello finale dell'attività lavorativa, così da tenere conto delle pause di inattività, ma anche allorquando l'attività lavorativa prestata dal dipendente oltre il limite dell'orario massimo legale, non operante nei suoi confronti, sia, alla stregua del concreto svolgimento del rapporto di lavoro, irrazionale e pregiudizievole del bene dell'integrità fisica del lavoratore stesso (v. in tal senso Cass. sez. lav. n. 5049 del 26/02/2008 e Cass. sez. lav. n. 1173 del 19/01/2009). Si è, infatti, affermato (Cass. Sez. Lav. n. 21695 del 14/08/2008) che "il principio di ragionevolezza, in base al quale l'orario di lavoro deve comunque rispettare i limiti imposti dalla tutela del diritto alla salute, si applica anche alle mansioni discontinue o di semplice attesa per le quali la variabilità, caso per caso, della loro onerosità - che dipende dalla intensità e dalla natura della prestazione ed è diversa a seconda che questa sia continuativa, anche se di semplice attesa, o discontinua - impedisce una limitazione dell'orario in via generale da parte del legislatore. La valutazione in ordine al superamento, in concreto, del suddetto limite, spetta al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità se assistita da motivazione logica e sufficiente. (Nella specie, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto in contrasto con il principio di ragionevolezza la prestazione di un autista di autotreni, impegnato, con brevi intervalli di attesa tra un’attività e l'altra, nel trasporto e nel carico e scarico della merce, con un orario di lavoro di 16 ore al giorno per quattro giorni alla settimana)." (in senso conforme v. Cass. sez. tav. n. 10542 del 3/7/2003) Quanto all'incidenza della temporanea inattività nella determinazione della durata dell'orario di lavoro nelle ipotesi di lavoro discontinuo si è avuto modo di statuire (Cass. Sez. Lav. n. 5023 del 2/3/2009) che "il criterio distintivo tra riposo intermedio, non computabile ai fini della determinazione della durata del lavoro, e semplice temporanea inattività, computabile, invece, a tali fini, e che trova applicazione anche nel lavoro discontinuo, consiste nella diversa condizione in cui si trova il lavoratore, il quale, nel primo caso, può disporre liberamente di se stesso per un certo periodo di tempo anche se è costretto a rimanere nella sede del lavoro o a subire una qualche limitazione, mentre, nel secondo, pur restando inoperoso, è obbligato a tenere costantemente disponibile la propria forza di lavoro per ogni richiesta o necessità. (Nella specie si è escluso che fossero periodi di riposo intermedi quelli durante i quali, nel corso di un viaggio, l'autista di un autotreno, sprovvisto di cabina, lascia la guida al compagno, trattandosi, in tal caso, non di un periodo di riposo intermedio vero e proprio, bensì di semplice temporanea inattività). Orbene, nella fattispecie la Corte di merito ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi dopo aver verificato, all'esito dell'esame delle deposizioni testimoniali, adeguatamente valutate con argomentazioni immuni da vizi di carattere logico-giuridico, che era risultato provato lo svolgimento dell'orario indicato in ricorso, cioè dalle ore 21,00 alle ore 9,00 del mattino seguente e che era stato, altresì, dimostrato che durante tale turno il G. era addetto, quale portiere notturno, alla ricezione ed all'accoglienza dei clienti, oltre che alla custodia dei valori in cassaforte, mettendo completamente a disposizione della datrice di lavoro le proprie energie lavorative anche nei momenti di minor traffico, per cui le stesse non potevano non essere considerate effettive, con la conseguenza che era risultato lo svolgimento di un orario di lavoro superiore a quello ordinario, tale da dover essere remunerato come straordinario. Inoltre, la Corte d'appello ha adeguatamente valutato il superamento del limite della ragionevolezza della durata giornaliera dell'orario di lavoro ai fini che qui interessano, avendo appurato che la N. non poteva ignorare il fatto che i ritmi lavorativi del G. erano stati caratterizzati da turni notturni di dodici ore per molti anni ed ha spiegato di aver tenuto conto delle deposizioni di tutti i testi, alcuni dei quali avevano ammesso di aver visto il G. all'inizio del turno ed altri alla fine, con la conseguenza che dalle deposizioni complessivamente valutate erano stati provati gli elementi di fatto posti a fondamento della domanda. Pertanto, le critiche alla valutazione del materiale probatorio si traducono in un inammissibile tentativo di rivisitazione del merito delle risultanze testimoniali che non è consentito nel giudizio di legittimità. Non va, infatti, dimenticato che "in tema di giudizio di cassazione, la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Conseguentemente, per potersi configurare il vizio di motivazione su un asserito punto decisivo della controversia, è necessario un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza. Pertanto, il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronunzia, costituisce vizio di omesso esame di un punto decisivo solo se le risultanze processuali non esaminate siano tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l'efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento è fondato, onde la "ratio decidendi" venga a trovarsi priva di base. (Nella specie la S.C. ha ritenuto inammissibile il motivo di ricorso in quanto che la ricorrente si era limitata a riproporre le proprie tesi sulla valutazione delle prove acquisite senza addurre argomentazioni idonee ad inficiare la motivazione della sentenza impugnata, peraltro esente da lacune o vizi logici determinanti)." (Cass. Sez. 3 n. 9368 del 21/4/2006; in senso conf. v. anche Cass. sez. lav. n. 15355 del 9/8/04).
3. Col terzo motivo è dedotta la violazione o falsa applicazione degli artt. 2109 e 2110 c.c., adducendosi, in relazione alla contestata decisione del riconoscimento dell'indennità sostitutiva delle ferie non godute in corrispondenza del periodo di congedo per malattia, che la Corte d'appello, pur avendo motivato in ordine alla patologia dalla quale era affetto il G. ed al nesso eziologico tra lo "stress" subito e l'attività lavorativa svolta, tuttavia non avrebbe considerato se esisteva realmente una incompatibilità tra la malattia ed il godimento delle ferie. 4. Col quarto motivo la ricorrente deduce la carenza o contraddittorietà della motivazione in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio consistente nella sussistenza o meno di una incompatibilità tra stato di malattia del lavoratore e fruizione delle ferie. In sostanza viene riproposta la stessa questione di cui al precedente motivo n. 3, seppur sotto la diversa prospettazione dell'asserita esistenza di un vizio motivazionale, in quanto a giudizio della ricorrente la Corte d'appello avrebbe trascurato di verificare se lo stato patologico denunziato dal lavoratore era di natura tale da non consentirgli egualmente la fruizione delle ferie. 5. Col quinto motivo si segnala la carenza di motivazione su fatti controversi e decisivi per il giudizio consistenti nella pretesa maturazione delle ferie per il periodo di aspettativa richiesto dal lavoratore, nonché sull'indennità sostitutiva delle ferie. Anche in tal caso è riproposta la questione di fondo di cui al terzo motivo, seppur sotto il diverso aspetto della omessa motivazione in ordine alla eccezione di insussistenza di una maturazione dell'indennità sostitutiva delle ferie durante il periodo di aspettativa richiesto dal lavoratore, oltre che in merito alla eccezione della insussistenza del diritto alla maturazione delle ferie rispetto al diverso istituto indiretto dell'indennità sostitutiva del preavviso. 6. Col sesto motivo è denunziata la violazione o falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. e viene formulato il seguente quesito di diritto: "Dica la suprema Corte, con riferimento ad un motivo di appello con il quale si contesti la sentenza di primo grado per non avere considerato che l'indennità sostitutiva delle ferie non godute non può spettare per un periodo di aspettativa richiesto dal lavoratore sull'indennità sostitutiva del preavviso, se violi o applichi falsamente al caso di specie l'art. 112 c.p.c. la sentenza d'appello che ometta di pronunciarsi sul punto".7. Col settimo motivo è dedotta la nullità della sentenza o del procedimento ed è posto il seguente quesito di diritto: "Dica la suprema Corte, con riferimento ad un motivo di appello con il quale si contesti la sentenza di primo grado per non avere considerato che l'indennità sostitutiva delle ferie non godute non può spettare per un periodo di aspettativa richiesto dal lavoratore sull'indennità sostitutiva del preavviso, se sia affetta da nullità la sentenza d'appello che ometta di pronunciarsi sul punto". Osserva la Corte che il terzo, il quarto, il quinto, il sesto ed il settimo motivo possono essere trattati congiuntamente in quanto sottopongono alla disamina della Corte l'identica questione, seppur sotto i diversi profili del vizio di violazione di legge e di quello della motivazione, del diritto al riconoscimento della indennità sostitutiva per ferie in coincidenza col periodo di aspettativa per malattia e dell'incidenza o meno delle ferie non godute sull'indennità sostitutiva di preavviso. Tali motivi sono infondati.
Anzitutto, con argomentazione congruamente motivata ed immune da vizi di carattere logico-giuridico, la Corte d'appello ha spiegato che la consulenza tecnica d'ufficio, accuratamente eseguita sulla persona del periziando e sulla scorta delle certificazioni mediche non smentite, aveva consentito di accertare l'esistenza della patologia dalla quale era affetto il G., vale a dire il "disturbo depressivo ansioso cronico quale evoluzione di un disturbo dall'adattamento reattivo a situazione occupazionale stressante", oltre che la sussistenza del nesso causale fra tale patologia e lo "stress" generato dall'attività lavorativa dal medesimo svolta, per cui la stessa Corte è pervenuta al convincimento che non vi erano dubbi sul fatto che il mancato godimento del periodo di ferie era dipeso dalla fruizione del congedo per la riscontrata malattia, con la conseguenza che non poteva non competergli l'indennità sostitutiva per ferie non godute. Si rivelano, pertanto, infondate le censure di cui al quarto e quinto motivo del ricorso attraverso le quali la ricorrente tenta di accreditare la tesi della presunta compatibilità, a suo dire non vagliata dai giudici d'appello, tra stato di malattia del lavoratore e fruizione delle ferie. In realtà, il principio da superare è, all'opposto, quello di incompatibilità tra godimento delle ferie e stato di malattia ed un tale onere non può che gravare sul datore di lavoro una volta che lo stato di malattia impeditivo del godimento delle ferie gli sia stato comunicato dal dipendente e lo stesso sia stato accertato, per cui sotto tale aspetto è destituita di fondamento la censura di cui al terzo motivo attraverso la quale si prospetta l'esistenza di un onere a carico del lavoratore per la dimostrazione della incompatibilità tra malattia denunziata e ferie da usufruire. A tal proposito le Sezioni Unite di questa Corte hanno già avuto in passato modo di statuire (Cass. sez. un. n. 1947 del 23/2/1998) che "con riguardo alla malattia del lavoratore subordinato insorta durante il periodo di godimento delle ferie, il principio dell'effetto sospensivo di detto periodo, enunciato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 616 del 1987 e chiarito dalla stessa Corte con la sentenza n. 297 del 1990, non ha valore assoluto, ma tollera eccezioni, per l'individuazione delle quali occorre aver riguardo alla specificità degli stati morbosi denunciati e alla loro incompatibilità con l'essenziale funzione di riposo, recupero delle energie psicofisiche e ricreazione, propria delle ferie. Consegue che l'avviso, comunicato dal lavoratore, del suo stato di malattia, sul presupposto della sua incompatibilità con le finalità delle ferie, determina - dalla data della conoscenza di esso da parte del datore di lavoro - la conversione dell'assenza per ferie in assenza per malattia, salvo che il datore medesimo non provi l'infondatezza di detto presupposto allegando la compatibilità della malattia con il godimento delle ferie; sicché in tal caso il giudice del merito deve valutare il sostanziale ed apprezzabile pregiudizio anche temporale che la malattia arrechi alle ferie ed al beneficio che ne deve derivare in riferimento alla natura e all'entità dello stato morboso". In applicazione di tale principio si è anche affermato (Cass. sez. lav. n. 15768 del 14/12/2000) che "il principio della sospensione delle ferie per malattia insorta durante il relativo periodo, stabilito dalla Corte costituzionale con sentenza n. 616 del 1987, opera ogni qualvolta la fruizione delle ferie risulti pregiudicata in concreto dalla malattia (spettando al datore di lavoro, una volta che la malattia sia stata certificata, l'onere di provare l'inesistenza di tale pregiudizio); pertanto, deve ritenersi in contrasto con tale principio la regolamentazione collettiva (nella specie, art. 24 c.c.n.l. "industria vetro" 1990) che aggancia l'effetto sospensivo o meno della malattia alla sua durata, in quanto, pur non esistendo nel nostro ordinamento una definizione unitaria di malattia, sicuramente la durata superiore o inferiore ad un determinato numero di giorni non vale a costituire un corretto criterio per stabilire se la malattia denunciata sia o meno compatibile con il godimento delle ferie". Quanto al sesto e settimo motivo, attraverso i quali è lamentata l'omessa pronunzia in merito alle eccezioni con le quali si era dedotto che l'indennità sostitutiva delle ferie non maturava in costanza dell'aspettativa richiesta dal lavoratore e che nemmeno poteva tenersene conto ai fini dell'indennità sostitutiva del preavviso, si osserva quanto segue: anzitutto non è ravvisabile la denunziata omissione di pronunzia, avendo i giudici d'appello affermato che l'indennità sostitutiva per ferie spettava in relazione al loro mancato godimento, a sua volta determinato dal congedo per malattia regolarmente accertata. Per quel che riguarda, invece, l'ulteriore eccezione attinente alla contestata maturazione delle ferie sull'indennità di preavviso, di cui è lamentata l'omessa disamina, è da rilevare che la ricorrente non spiega, in ossequio al principio della autosufficienza, i termini esatti della questione sollevata nel giudizio d'appello, in quanto, nel riportarla, afferma testualmente ed in maniera generica quanto segue: "Ma stando al dispositivo la condanna al pagamento delle ferie sembrerebbe limitata ai sei mesi di malattia e ai due mesi di preavviso. E qui va osservato che il preavviso non è stato effettuato ed è stata erogata l'indennità sostitutiva sulla quale non maturano le ferie." Come è dato vedere è la medesima ricorrente a porre in dubbio il presupposto della questione sollevata, vale a dire che la condanna comprendesse pure due mesi di preavviso e non la sola indennità sostitutiva per ferie non godute. In ogni caso è bene ricordare che questa Corte ha di recente evidenziato (Cass. sez. lav. n. 11462 del 9/7/2012) che " in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito anche dall'art. 36 Cost. e dall'art. 7 della direttiva 2003/88/CE (v. la sentenza 20 gennaio 2009 nei procedimenti riuniti c-350/06 e c-520/06 della Corte di giustizia dell'Unione Europea), ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore l'indennità sostitutiva che ha, per un verso, carattere risarcitorio, in quanto idonea a compensare il danno costituito dalla perdita di un bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l'opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l'istituto delle ferie è destinato e, per altro verso, costituisce erogazione di indubbia natura retributiva, perché non solo è connessa al sinallagma caratterizzante il rapporto di lavoro, quale rapporto a prestazioni corrispettive, ma più specificamente rappresenta il corrispettivo dell'attività lavorativa resa in periodo che, pur essendo di per sé retribuito, avrebbe invece dovuto essere non lavorato perché destinato al godimento delle ferie annuali, restando indifferente l'eventuale responsabilità del datore di lavoro per il mancato godimento delle stesse. Ne consegue l'illegittimità, per contrasto con norme imperative, delle disposizioni dei contratti collettivi che escludano il diritto del lavoratore all'equivalente economico di periodi di ferie non goduti al momento della risoluzione del rapporto, salva l'ipotesi del lavoratore che abbia disattesa la specifica offerta della fruizione del periodo di ferie da parte del datore di lavoro. (Nella specie, relativa ad impossibilità del lavoratore di fruire delle ferie in ragione del suo stato di malattia cui è seguita la risoluzione del rapporto, la S.C., nell'affermare il principi su esteso, ha cassato la sentenza impugnata, che aveva escluso il diritto del lavoratore sulla base dell'art. 19, commi 8 e 15, del c.c.n.l. scuola per il quadriennio normativo 1994-1997, che subordina il diritto all'indennità sostitutiva alla mancata fruizione per esigenze di servizio). 8. Con l'ottavo motivo è denunziata la violazione o falsa applicazione dell'art. 2087 c.c., anche in relazione agli artt. 2697 c.c. e 1218 c.c., in ordine alla contestata condanna al pagamento del danno biologico ritenuto sussistente dalla Corte di merito sulla base della individuata responsabilità datoriale ai sensi dell'art. 2087 c.c.. Viene, quindi, posto il seguente quesito di diritto: "Dica la suprema Corte, con riferimento ad un'ipotesi di pretesa responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. se integri violazione o falsa applicazione di quest'ultima disposizione, anche in relazione all'art. 2697 c.c., la sentenza della Corte d'appello che, qualificata come oggettiva la responsabilità datoriale, ometta di verificare se il lavoratore abbia dedotto e provato l'esistenza di un rapporto di causalità tra la mancata adozione di determinate misure di sicurezza, generiche o specifiche, ed il danno lamentato." 9. Col nono motivo la ricorrente si duole della carenza di motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, consistente nella esistenza, o meno, di un rapporto di causalità, in una fattispecie di asserita responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c., tra la mancata adozione di determinate misure di sicurezza, generiche o specifiche, ed il danno lamentato. In pratica ci si lamenta del fatto che la Corte territoriale avrebbe dovuto individuare una condotta alternativa, sulla base di regole tecniche o di esperienza, tale che se la stessa fosse stata adottata dalla parte datoriale, il lavoratore sarebbe stato immune da qualsiasi danno, per cui l'assenza di tale accertamento trasforma in responsabilità oggettiva quella individuata in capo alla datrice di lavoro, con conseguente manifestazione del denunziato vizio motivazionale. L'ottavo ed il nono motivo possono essere esaminati congiuntamente in quanto con essi è posta all'attenzione della Corte la stessa questione dell'accertamento della responsabilità della datrice di lavoro in ordine alla determinazione del danno biologico riconosciuto al G. ed alla asserita insussistenza della prova del nesso di causalità tra la mancata adozione di determinate misure di sicurezza, generiche o specifiche, ed il danno lamentato. Entrambi i motivi sono infondati. Invero, i giudici d'appello hanno solo posto in risalto che l'interpretazione giurisprudenziale della norma di cui all'art. 2087 c.c. tenderebbe, a loro giudizio, alla configurazione di una sorta di responsabilità oggettiva imprenditoriale, mentre ciò che in realtà rileva è che, al di là della condivisione o meno di un determinato orientamento, i medesimi giudici hanno correttamente evidenziato che in ogni caso non può non sussistere un generale dovere di protezione del datore di lavoro nei confronti del prestatore di lavoro, dovere che, secondo il loro convincimento adeguatamente motivato, non è risultato essere stato ottemperato nella fattispecie. Infatti, nell'impugnata sentenza è stato specificatamente osservato che la società N. aveva imposto al G. ritmi lavorativi gravosi, caratterizzati da turni notturni di dodici ore per molti anni, come tali incidenti sull'equilibrio psico-fisico del medesimo, la qual cosa, alla luce della puntuale relazione medico-legale disposta d'ufficio ed attentamente vagliata, era assunta a vera e propria concausa della accertata sindrome nevrotica depressiva ansiosa a carico dell'ex dipendente, per cui era irrilevante che quest'ultimo non avesse mai contestato l'orario di lavoro durante lo svolgimento del rapporto e che avesse rivendicato il risarcimento del danno solo a seguito del licenziamento. In effetti, precisato che la responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell'obbligo di prevenzione di cui all'art. 2087 cod. civ. non è una responsabilità oggettiva, essendone elemento costitutivo la colpa, quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore, va anche chiarito che il predetto obbligo di prevenzione impone all'imprenditore di adottare non soltanto le misure tassativamente prescritte dalla legge in relazione al tipo di attività esercitata, che rappresentano lo standard minimale fissato dal legislatore per la tutela della sicurezza del lavoratore, ma anche le altre misure richieste in concreto dalla specificità del rischio, atteso che la sicurezza del lavoratore è un bene protetto dall'art. 41, secondo comma, Cost. (in tal senso v. da ultimo Cass. sez. lav. n. 6337 del 23/4/2012). 10. Col decimo motivo è denunziata la violazione o falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., anche in relazione agli artt. 2699 c.c. e 2700 c.c., in quanto si sostiene che ai fini dell'accertamento della fondatezza del credito contributivo preteso dall'Inps in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, relativamente allo straordinario che avrebbe svolto il G. , la Corte d'appello aveva erroneamente considerato l'utilizzabilità, sia pure in concorso con altri elementi istruttori, della prova desumibile dal verbale redatto dagli ispettori dell'ente previdenziale, senza considerare che tale verbale poteva far fede per quello che gli ispettori avevano direttamente constatato, ma non dei fatti da essi riportati, che dovevano essere sottoposti al vaglio probatorio. 11. Con l'undicesimo motivo la ricorrente censura la sentenza per carenza di motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, consistente nella dedotta insussistenza di ulteriori titoli a base della pretesa monitoria dell'Inps. In particolare viene segnalata l'omessa motivazione in ordine alla dedotta natura autonoma dei rapporti di lavoro ritenuti subordinati dall'Inps a seguito di ispezione, alla eccezione di prescrizione del credito contributivo vantato dall'istituto previdenziale ed all'entità delle sanzioni applicate, ritenute dalla ricorrente eccessive. 12. Col dodicesimo motivo ci si duole della violazione o falsa applicazione dell'art. 112 cpc. in quanto si adduce che la Corte d'appello ha omesso di pronunziarsi in ordine alle altre eccezioni sollevate nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo, quali quelle della insussistenza dei presupposti per il riconoscimento degli ulteriori titoli vantati dall'Inps, della prescrizione e della riduzione delle sanzioni. 13. Col tredicesimo motivo è denunziata la nullità della sentenza per omessa pronuncia su questioni prospettate in sede di appello, vale a dire le stesse indicate nei precedenti motivi n. 11 e n. 12. In pratica, coi motivi esposti dal numero dieci al tredici la società pone in evidenza la stessa questione della mancanza dei presupposti legittimanti l'azione monitoria dell'Inps, ritenuti erroneamente sussistenti da parte dei giudici d'appello, nonché l'omessa pronunzia su alcune eccezioni (prescrizione quinquennale e riduzione delle sanzioni irrogate) riproposte in secondo grado, per cui tali motivi possono essere esaminati congiuntamente. Tali motivi sono infondati. Invero, correttamente il giudice d'appello ha spiegato che i verbali ispettivi potevano ritenersi adeguatamente completati dalle deposizioni testimoniali che avevano consentito di accertare l'effettivo svolgimento del lavoro straordinario da parte del G. , per cui non è fondata l'affermazione della ricorrente secondo la quale la Corte di merito avrebbe dato esclusivo rilievo al contenuto dei predetti verbali. Quanto alle eccezioni della prescrizione quinquennale e della riduzione delle sanzioni, eccezioni che la ricorrente sostiene di aver riproposto in appello a causa del loro rigetto da parte del primo giudice, non può ritenersi che ricorra un'ipotesi di omessa pronunzia, avendo la Corte d'appello confermato nel resto l'impugnata sentenza, vale a dire anche la parte della stessa attraverso la quale era stato deciso il rigetto delle predette eccezioni, per cui si è in presenza di un implicito rigetto dei relativi motivi d'appello.
Quindi, dalla statuizione di conferma nel resto della gravata sentenza di primo grado si deduce l'esistenza di un implicito rigetto di queste ultime questioni nella sede del giudizio d'appello.
Si è, infatti, affermato (Cass. Sez. 3, n. 19131 del 23/9/2004) che "non è configurabile il vizio di omessa pronuncia (art. 112, cod. proc. civ.) quando una domanda non espressamente esaminata debba ritenersi rigettata - sia pure con pronuncia implicita - in quanto indissolubilmente avvinta ad altra domanda che ne costituisce il presupposto e il necessario antecedente logico - giuridico, che sia stata decisa e rigettata dal giudice".Nello stesso senso si è precisato (Cass. Sez. 2, n. 10001 del 24/6/2003) che "qualora ricorrano gli estremi di una reiezione implicita della pretesa o della deduzione difensiva ovvero di un loro assorbimento in altre declaratorie non è configurabile il vizio di omessa pronuncia di cui all'art. 112 cod. proc. civ., che si riscontra soltanto allorché manchi una decisione in ordine a una domanda a o a un assunto che renda necessaria una statuizione di accoglimento o di rigetto".14. Con l'ultimo motivo la ricorrente censura la sentenza per carenza o contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio costituito dalla pretesa patologia del G , in quanto, a suo dire, la Corte avrebbe recepito integralmente le risultanze della consulenza tecnica d'ufficio, ignorando le deduzioni critiche della propria difesa basate sulla consulenza tecnica di parte. Il motivo è infondato, in quanto la ricorrente limita il contenuto della presente censura ad un mero dissenso diagnostico rispetto alle conclusioni cui è pervenuta la Corte territoriale sulla base delle risultanze peritali adeguatamente valutate, risultanze che l'hanno indotta a ritenere che sussisteva nella fattispecie la lamentata patologia e che era stato accertato che i gravosi turni di lavoro notturno protratti nel tempo avevano assunto il ruolo di concausa della stessa, in guisa tale da far sorgere i presupposti per il riconoscimento del danno biologico richiesto dal lavoratore. Invero, premesso che l'impugnazione è proposta per un presunto vizio motivazionale della sentenza, va ricordato che la valutazione espressa dal giudice di merito in ordine alla obbiettiva esistenza delle infermità, alla loro natura ed entità, nonché alla loro dipendenza dall'attività lavorativa svolta costituisce tipico accertamento di fatto incensurabile in sede di legittimità quando è sorretto, come nella fattispecie, da motivazione immune da vizi logici e giuridici che consenta di identificare l'iter argomentativo posto a fondamento della decisione.
In effetti, allorquando il giudice di merito fondi, come nel caso in esame, la sua decisione sulle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, facendole proprie, perché i lamentati errori e lacune della consulenza determinino un vizio di motivazione della sentenza di merito, censurabile in sede di legittimità, è necessario che essi siano la conseguenza di errori dovuti alla documentata devianza dai canoni della scienza medica o di omissione degli accertamenti strumentali e diagnostiche dai quali non si possa prescindere per la formulazione di una corretta diagnosi.
Orbene, sotto questo specifico aspetto, non è sufficiente, per la sussistenza del vizio di motivazione, la mera prospettazione di una semplice difformità tra le valutazioni del perito d'ufficio e quella della parte circa l'entità e l'incidenza del dato patologico, poiché in mancanza degli errori e delle omissioni sopra specificate le censure di difetto di motivazione costituiscono un mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico e si traducono in una inammissibile richiesta di revisione dei merito del convincimento del giudice (cfr. tra le tante Cass. n. 7341/2004).
Il ricorso va, pertanto, rigettato. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza della ricorrente e vanno liquidate come da dispositivo in favore dell'Inps, mentre alcuna statuizione va in tal senso adottata nei riguardi del G., atteso che quest'ultimo è rimasto solo intimato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio nei confronti dell'Inps in Euro 7000,00 per compensi professionali ed Euro 40,00 per esborsi, oltre IVA e CPA ai sensi di legge. Nulla per le spese nei confronti di G.G. .


Depositata in Cancelleria il 24.10.2012