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martedì 30 ottobre 2012

FRAZIONAMENTO SPAZI INTERNI - NON SERVE LA CONCESSIONE EDILIZIA


Cassazione penale sez. feriale sentenza 01.10.2012 n. 37713

Rileva in fatto e diritto
Con sentenza, deliberata il 3 febbraio 2012 e depositata 2 marzo 2012, la Corte di appello di Lecce ha confermato la sentenza del Tribunale ordinario di quella stessa sede - Sezione distaccata di Gallipoli, 25 marzo 2011, di condanna, nel concorso di circostanze attenuanti generiche, alla pena di cinque mesi di  arresto e Euro 23.000 di ammenda a carico di M.C., imputato del reato di cui agli articoli 44, comma 1, lettere b) e c) del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, emanato con d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, e 181 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, per aver eseguito, senza permesso di costruzione, lavori in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, in (omissis). Con riferimento ai motivi di gravame e in relazione a quanto assume rilievo nella sede del presente scrutinio di legittimità, la Corte territoriale ha osservato: la polizia giudiziaria ha constatato e documentato la realizzazione, all'interno dei preesistenti manufatti, di un bagno e di una cucina, nel primo corpo di fabbrica, e di sette stanze (ciascuna da trenta metri quadrati) nel secondo corpo di fabbrica; la preesistenza dell'edificio non esentava l'appellante dal permesso di costruzione, in quanto il giudicabile ha creato all'interno degli immobili "stanze e strutture chiuse ex novo", così ponendo in essere "un intervento di nuova costruzione"; è, poi, irrilevante l'accertamento del concreto "impatto negativo" sul paesaggio; anche
nel caso di demolizione e ricostruzione del medesimo immobile è necessaria la autorizzazione paesaggistica; e nella specie le opere hanno comportato l'aumento della volumetria; quanto, infine, al trattamento sanzionatorio, il primo giudice ha contenuto la pena base nei minimi edittali e la ha ridotta per effetto delle circostanze attenuanti generiche, sicché la dosimetria della pena non appare afflittiva.
2. — Ricorre l'imputato, col ministero del difensore di fiducia, avvocata Pasqualina Abate, mediante atto recante la data del 23 maggio 2012, col quale sviluppa due motivi con i quali dichiara promiscuamente di denunziare, ai sensi dell'articolo 606, comma 1, lettere b) ed e), cod. proc. pen., inosservanza o erronea applicazione della legge penale, o di altre norme di cui si deve tenere conto nella applicazione della legge penale, in relazione agli articoli 3, 10, 22, 37 e 44 del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, cit. (primo motivo) e in relazione agli articoli 149 e 181 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (secondo motivo); nonché mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione anche sotto il profilo della formale violazione degli articoli 546, comma 1, lettera e), cod. proc. pen. (con entrambi i mezzi di impugnazione).
2.1 - Col primo motivo il difensore deduce: non è stato realizzato alcun "aumento volumetrico degli immobili"; il teste esaminato non ha indicato consistenza e entità del preteso incremento, supposto conseguente alla "diversa tipologia" dei materiali impiegati nella ricostruzione (conci di tufo delle pareti e muri di attico); irrilevante — peraltro in carenza di emergenze dibattimentali in proposito — è la realizzazione "all'interno [delle costruzioni] di più ambienti rispetto a quelli preesistenti"; le c.d. "opere interne" non sono sottoposte a concessione o autorizzazione amministrativa; e tanto ribadisce l'articolo 9 del Regolamento edilizio del comune di Gallipoli; nella specie, comunque, la superficie utile è rimasta inalterata; le opere realizzate rientrano nella "manutenzione straordinaria", nel "restauro o risanamento conservativo" o, tutt'al più, nella ristrutturazione c.d. "leggera", per la quale è sufficiente la sola denunzia di inizio dei lavori.
2.2 - Col secondo motivo il difensore oppone: il precedente di legittimità invocato dalla Corte territoriale non è pertinente; nella specie, infatti, si è trattato non della "totale demolizione e ricostruzione" del fabbricato, bensì del "rifacimento” dei vetusti solai; non sono variate né la volumetria, né le superfici utili; sotto nessun profilo risulta leso il bene giuridico protetto; la previsione della possibilità della sanzione accessoria della rimessione in pristino esclude che possa ritenersi punibile "la mera disobbedienza" in difetto della offensività della condotta.
3. — Il ricorso merita accoglimento.
3.1. — Secondo la rappresentazione della Corte territoriale, circa l'accertamento operato nel dibattimento, la condotta del ricorrente si è esaurita in interventi, di vario tipo, tutti all'interno dei fabbricati e le opere realizzate non hanno comportato alcun ampliamento del perimetro esterno dei manufatti, né la elevazione delle rispettive altezze.
E, bensì, vero che (innovando rispetto al precedente indirizzo, che escludeva, in assoluto, la possibilità di configurare la contravvenzione in relazione a tutte le ristrutturazioni interne che lasciavano inalterata la sagoma della costruzione) la più recente giurisprudenza di questa Corte suprema di cassazione ha fissato il principio di diritto secondo il quale le cosiddette opere interne, non più previste nel d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, come categoria autonoma di intervento edilizio sugli edifici esistenti, quando comportino aumento di unità immobiliari o modifiche dei volumi, dei prospetti e delle superfici ovvero mutamento di destinazione d'uso rientrano negli interventi di ristrutturazione edilizia per i quali è necessario il permesso di costruire (v., da ultimo, Sez. III, n. 47438 del 24/11/2011 - dep. 21/12/2011, Truppi, Rv. 251637). Nella specie, tuttavia, appare innanzi tutto fuori discussione - neppure forma oggetto di contestazione — il mutamento della destinazione di uso dei fabbricati. Quanto all'aumento volumetrico, genericamente supposto dalla Corte territoriale, l'assunto relativo (al di là del rilevo dell'omessa quantificazione della cubatura realizzata in eccedenza) è resistito dal riconoscimento della stessa Corte di merito che la "superficie iniziale" della costruzione era rimasta, in esito ai lavori eseguiti, affatto "inalterata".
Epperò — contrariamente all'assunto del giudice a quo - è da escludersi che integri "aumento volumetrico", il quale richiede il permesso di costruzione, ogni diversa distribuzione in vani, per numero e ampiezza, della identica superficie totale calpestatale, salvo, beninteso il caso — non ricorrente nella specie — della realizzazione di "unità immobiliari" autonome (v, in proposito, Sez. 3, n. 20350 del 16/03/2010 - dep. 28/05/2010, Magistrati, Rv. 247177).
3.2 - Neppure è configurabile il residuo reato di cui all'articolo 181 del decreto legislativo 22 gennaio 2004,n. 42. Fermo il principio che la contravvenzione "ha natura di reato di pericolo e non richiede per la sua configurabilità un effettivo pregiudizio per l'ambiente", pur tuttavia devono escludersi "dal novero delle condotte penalmente rilevanti [..] quelle che si prospettino inidonee, pure in astratto, a compromettere i valori del paesaggio e l'aspetto esteriore degli edifici" (Sez. 3, n. 34764 del 21/06/2011 - dep. 26/09/2011, Fanciulli, Rv. 251244). E tale è, per l'appunto, alla luce delle considerazioni illustrate nel paragrafo che precede, il caso oggetto del presente scrutinio di legittimità. Mentre - è appena il caso di aggiungere — non è assolutamente pertinente il precedente evocato dalla Corte territoriale (Sez. 3, n. 45072 del 24/10/2008 - dep. 04/12/2008, Lavanco e altro, Rv. 241788), trattandosi di arresto concernente la edificazione di "opera nuova [la quale] non aveva niente a che vedere con quella preesistente demolita" sicché costituiva "un organismo edilizio completamente diverso".
3.3 - Consegue l'annullamento, senza rinvio, della sentenza impugnata perché 0 fatto non sussiste.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

domenica 28 ottobre 2012

INCIDENTI - IL COMUNE E' RESPONSABILE DELLA CONDIZOINE DELLA STRADA


Cassazione III civile del 28 settembre 2012, n. 16540 


In fatto e in diritto
1. B.N. convenne in giudizio davanti al Giudice di Pace di Cagliari il Comune di Cagliari, esponendo che l'11.6.2001, mentre alla guida del proprio ciclomotore stava percorrendo il (OMISSIS) , a causa della presenza di ghiaia sull'asfalto, aveva perso il controllo del mezzo ed era caduto al suolo, riportando danni al ciclomotore e lesioni personali; chiese, pertanto, la condanna del Comune al risarcimento di tutti i danni subiti. Il Comune di Cagliari, costituitosi, contestò il fondamento delle pretese ed eccepì il proprio difetto di legittimazione passiva, deducendo che nel luogo del sinistro si stavano svolgendo lavori di miglioramento della viabilità, commessi in appalto alla Saromar s.r.l., contrattualmente responsabile per eventuali danni cagionati a terzi. L'Amministrazione comunale chiese, pertanto, il rigetto della domanda e l'autorizzazione alla chiamata in giudizio della Saromar, al fine di essere tenuta indenne in caso di accoglimento delle domande dell'attore. La Saromar s.r.l., costituitasi, contestò il fondamento delle domande e chiese, comunque, l'autorizzazione alla chiamata in giudizio della Società Cattolica di Assicurazione cooperativa a r.l., con la quale aveva stipulato un contratto di assicurazione per danni a terzi. La predetta compagnia assicuratrice, costituitasi, chiese il rigetto delle domande proposte nei suoi confronti e delle domande proposte dall'at. Il Giudice di Pace condannò il Comune al pagamento, in favore dell'attore, della somma di 6 609,15 e rigettò la domanda proposta dal Comune nei confronti della Saromar.
2. Con la sentenza oggetto della presente impugnazione, depositata il 15 febbraio 2006, il Tribunale di Cagliari ha accolto l'appello del Comune e rigettato la domanda del B. , sul presupposto che, nella specie, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, nel caso di specie non trovava applicazione la presunzione di responsabilità per danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c., dovendosi ritenere le strade beni che, per la loro estensione e per l'uso generale e diretto da parte dei cittadini, non consentono una vigilanza ed un controllo idonei ad evitare l'insorgenza di situazioni di pericolo. La responsabilità della p.a. per danni conseguenti a difetto di manutenzione delle strade era dunque configurabile quando fosse risultato violato il principio generale del neminem laedere ex art. 2043 c.c. e, particolarmente, quando le strade, per le condizioni in cui erano state tenute, presentassero per l'utente che fa ragionevole affidamento sulla loro apparente regolarità una situazione di pericolo occulto (c.d. insidia o trabocchetto), caratterizzata congiuntamente dall'elemento oggettivo della non visibilità del pericolo e da quello soggettivo della non prevedibilità, ovvero dell'impossibilità di avvistarlo tempestivamente per poterlo evitare (Cass. n. 366/2000; Cass. 5772/98; Cass. n. 340196). Il danneggiato, pertanto, può agire per il risarcimento soltanto in base all'art. 2043 c.c., per cui gli incombe il relativo onere probatorio, anche in relazione all'esistenza della situazione di pericolo occulto. Dalle deposizioni dei testi escussi nel primo grado del giudizio, era emerso che in prossimità del punto ove il B. perse il controllo del ciclomotore vi era un cantiere aperto dallo Saromar, ove per le lavorazioni si utilizzava sabbia, ghiaia e calcestruzzo, e che nella zona nello stesso periodo vi erano altri lavori in corso, relativi al rifacimento di fognature, nonché un transito di autocarri e betoniere con materiali diversi. Il teste Solla, poi, aveva precisato che i detriti sulla strada erano formati da pietre, ghiaia e cemento, che si sbriciolavano al passaggio delle autovetture; auto che, al momento del sinistro, procedevano incolonnate. Avuto riguardo alle predette risultanze, il Tribunale riteneva che la presenza sulla sede stradale di detriti frantumati, non era chiaro se in tutto o in parte, fosse pienamente visibile, anche a distanza, considerato altresì che il sinistro avvenne in ora diurna. Invero, proprio perché si trattava di residui di lavorazioni stradali, non pareva che gli stessi fossero di minima ed insidiosa quantità, nascosta alla vista dell'utente della strada; né poteva sostenersi che la presenza di ghiaia fosse occultata dalla presenza, davanti al B. , di auto incolonnate, in quanto sarebbe stato sufficiente tenere la distanza di sicurezza per poter avere una chiara visione delle condizioni della strada davanti a sé. Per altro verso, non era condivisibile l'argomentazione del primo giudice, secondo il quale la ghiaia, se non costituisce una situazione di pericolo per un'autovettura, ha la caratteristica di insidia per il ciclomotore, che passando sopra la stessa perde aderenza; infatti, la c.d. insidia stradale non muta la sua natura secondo il mezzo che percorre la strada, ma, come sopra rilevato, consiste in una situazione di pericolo oggettiva, laddove non visibile ed evitabile. Di conseguenza, ogni utente di comune diligenza avrebbe ben potuto tempestivamente avvistare la situazione dei luoghi e, quindi, procedervi sopra con prudenza ovvero evitare il transito il quel tratto della strada.
3. Il B. propone ricorso per cassazione sula base dei seguenti motivi; resiste il Comune con controricorso e chiede dichiararsi inammissibile e, comunque, rigettarsi il ricorso; gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.
3.1. - Violazione e falsa applicazione dell'art. 2051 c.c., in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., per aver ritenuto non applicabile al caso di specie l'art. 2051 c.c. - che prevede la responsabilità del custode per i danni cagionati dalle cose che egli ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito - richiamando un orientamento di questa Corte (n. 5990/98, 921/88) relativo a fattispecie diverse da quella da decidere (strade di difficile controllo - autostrade - strade statali di notevole estensione), nonché basandosi su decisioni ormai datate. La più recente giurisprudenza della Corte ha precisato che l'art. 2051 c.c. è applicabile anche alla P.A. nei casi in cui è possibile "un concreto esercizio del potere di controllo e di vigilanza sulla res" e cioè sulla strada che, nel caso di specie è inserita nella rete urbana dei Comune di Cagliari e non è di notevole estensione (Cass. Civ. sez. III, 23.7.2003 n. 11446).
Secondo Cass. 13 gennaio 2003 n. 298 e 15 gennaio 2003 n. 488, l'esclusione dell'applicazione dell'art. 2051 c.c. trova il proprio fondamento soltanto nella impossibilità, per l'ente proprietario della strada pubblica, di evitare l'insorgenza di situazioni di pericolo derivanti dal bene, e quindi non già nella sola natura demaniale del bene, soggetto all'uso diretto da parte della generalità degli utenti, ma anche nella coesistenza dell'altro elemento di fatto della notevole estensione del bene stesso. Tale orientamento è conforme a quello espresso in motivazione dalla sentenza Corte Cost. 10.5.1999 n. 156). Nel caso di specie, la strada ove si è verificato l'incidente, e cioè il (OMISSIS) , è notoriamente inserita nella rete urbana di Cagliari, ha uno sviluppo di pochi chilometri, è soggetta al limite di velocità di 50 Km, è percorsa giornalmente dai mezzi adibiti al trasporto pubblico, dai mezzi della Nettezza urbana, dai mezzi dei Comune di Cagliari addetti al Controllo del traffico e da quelli incaricati della cura del verde pubblico. Non avrebbe potuto certo ritenersi unM'impossibilità" del Comune di evitare l'insorgenza di situazioni di pericolo derivanti dal bene. Per di più i lavori stradali all'origine dei detriti, causa della caduta della B. , erano stati commissionati proprio dal Comune, che avrebbe in ogni caso dovuto e potuto eliminare tempestivamente ogni situazione di potenziale pericolo, per lo meno segnalando, con opportuni cartelli, i lavori in corso, trattandosi di elementi che avrebbero dovuto essere accertati e valutati dal Giudice di merito, a cui spetta di motivatamente stabilire se sussisteva o meno la possibilità oggetti va del Comune di esercitare un potere continuo di controllo sulle condizioni della strada (Cass. 23.7.2003 n. 11446). Ma il Tribunale di Cagliari non si sarebbe posto alcun problema ed avrebbe deciso in base ad un principio di diritto astratto, palesemente superato ed errato, se riferito alla fattispecie, ignorando che questa Corte di Cassazione, in funzione della estensione delle strade e della concreta possibilità che abbia a P.A. di effettuare la vigilanza e il controllo sul bene in custodia, ha stabilito, invece, che l'art. 2051 e. e. non è applicabile nel caso di danni cagionati da, una strada pubblica solo quando sia oggettivamente impossibile la parte dell'ente pubblico che ne è proprietario, l'esercizio di un continuo ed efficace controllo idoneo ad impedire situazioni di pericolo per gli utenti" (Cass. 23.7.2003 n. 11446; Cass. 13.1.2003 n. 298; Cass. 15.1.2003 n. 488).
3.2. - Motivazione insufficiente e non coerente, illogicità consistente nell'attribuire agli elementi di giudizio significati estranei al senso comune; in relazione alla applicabilità al caso concreto dell'art. 2043 c.c. e 149 Codice della Strada. Dopo avere escluso che al caso di specie fosse applicabile l'art. 2051 c.c. il Giudice dell'appello ha argomentato avverso la decisione del giudice di Pace, escludendo qualunque responsabilità del Comune di Cagliari ex art. 2043 c.c. per l'assenza della così detta "insidia stradale"; in definitiva affermando che l'incidente era addebitabile esclusivamente al comportamento del B. . Per motivare e giustificare la sua tesi il giudice attribuisce agli elementi di giudizio significati estranei al senso comune e rende incoerenti le varie ragioni esposte. Ipotizza che al B. sarebbe stato sufficiente tenere "la distanza di sicurezza" per poter avere una chiara visione delle condizioni della strada davanti a sé ed evitare la caduta. L'art. 149 del Codice della Strada dispone che "Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza tale, che sia garantita in ogni caso l'arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono". Nel caso di specie, nessuna infrazione è stata contestata al B. , né è avvenuta alcuna collisione con i veicoli che lo precedevano, perciò l'affermazione del Giudice appare inconferente, capziosa e priva di qualunque riscontro con la realtà dei fatti. I convincimenti del giudice d'appello sarebbero illogici e irrazionali; contrasterebbero con il comune buon senso e con la quotidiana esperienza di chi circola su uno scooter e con le oggettive ed indiscutibili differenze tecniche e fisiche che deve affrontare chi viaggia su due ruote rispetto all'utente delle quattro ruote o al pedone. Dalla sentenza non emergerebbe attraverso quali elementi di giudizio sia stato possibile determinare la quantità e la visibilità dei detriti stradali, in essa difetterebbe totalmente ogni specifica analisi delle pur acquisite risultanze probatorie, alla cui disamina il giudice non può sottrarsi allorché ritenga che esse valgono a giustificare l'accoglimento della pretesa fatta valere in giudizio, risultando altrimenti impossibile il controllo logico della decisione.
4. - Il primo motivo è fondato, sussistendo l’error in indicando con esso dedotto, ed il suo accoglimento assorbe ogni decisione in ordine al secondo, stante il nuovo motivato esame che il giudice di rinvio dovrà condurre alla luce dei principi che si ribadiscono qui di seguito.
4.1. - Erroneamente la Corte territoriale ha fatto discendere l'inapplicabilità dell'art. 2051 ex. in modo automatico dall'estensione della rete viaria e dall'uso di essa da parte della collettività. Infatti, secondo la più recente ed ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte (Cass. 1.10.2004, n. 19653; Cass. 13.1.2003, n. 298, entrambe in motivazione), che si condivide e si riallaccia alla sentenza 10.5.1999, n. 156, della Corte Costituzionale, un tale effetto non costituisce riflesso incondizionato ed automatico delle indicate caratteristiche della strada, le quali rappresentano meri indizi dell'impossibilità di un concreto esercizio del potere di controllo e di vigilanza sulla strada; impossibilità che può essere ritenuta non già in virtù del semplice riferimento alla natura demaniale ed all'estensione della strada, ma a seguito di un'indagine condotta dal giudice con riferimento al caso concreto. In definitiva, l'estensione della strada e l'uso generale di essa da parte della collettività rilevano nell'indagine che il giudice è tenuto a compiere caso per caso per verificare se l'esercizio del potere di controllo e di vigilanza della strada da parte dell'ente che ne è proprietario sia risultato in concreto possibile, dovendo altrimenti escludersi il rapporto di custodia e ritenersi non configurabile la responsabilità di cui all'art. 2051 c.c..
4.2. - Questa Corte ha anche precisato il concetto di custode, quale titolare del potere di custodia (di diritto, ma anche come disponibilità di fatto), che è potere funzionale, potere esigibile; ma tale funzione ed esigibilità deve essere valutata in concreto, e non tradursi in un principio astratto di esenzione di una parte forte (concessionario di autostrada, ente pubblico territoriale con gestione della rete stradale di appartenenza, o di altro servizio pubblico o di bene demaniale). Questo potere di accertamento della qualità e quantità di custodia, appartiene alla cognizione del giudice che deve applicare la norma ed il suo ambito, senza creare posizioni di vantaggio per la parte danneggiante, ma secondo un prudente apprezzamento delle circostanze e tenendo conto che la norma pone un rilevante onere della prova a carico della parte che risponde della responsabilità oggettiva (Cass. 2.3.2007 n. 4962; Cass. 26.9.2006 n. 20823; Cass. 6.7.2006 n. 15383).
4.3. - Pertanto, il fattore decisivo per l'applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l'impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all'uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all'esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti. In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti (v. Cass. 18.10.2011 n. 21508) hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all'estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all'interno della perimetrazione del centro abitato (v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 15384/06; 3651/06). Occorre, invero, avvertire che, se si tratta di strada comunale all'interno della perimetrazione del centro abitato (L. n. 1150 del 1942, art. 41 quinquies e succ. mod.), la localizzazione della strada è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante da parte del Comune.
4.4. - La sentenza d'appello va cassata perché non conforme agli indicati principi. Il Tribunale di Cagliari, in diversa composizione, procederà a nuovo motivato esame, alla luce di tali principi, e provvederà sulle spese, anche in relazione a quelle del presente giudizio.
P.Q.M.
Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di Cagliari in diversa composizione.

giovedì 18 ottobre 2012

DIRITTO DI ACCESSO AD ESPOSTO CHE INNESCA IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - SUSSISTE



N. 05132/2012REG.PROV.COLL.
N. 00370/2012 REG.RIC.
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso in appello iscritto al numero di registro generale 370 del 2012, proposto da:
COMUNE DI CAVE, in persona del sindaco in carica, rappresentato e difeso dall'avv. Ruggero Frascaroli, con domicilio eletto presso l’avv. Ruggero Frascaroli in Roma, viale Regina Margherita, n. 46;
contro
FAGIANI MARCELLO, rappresentato e difeso dagli avv. Rossella
Lonetti e Peppino Lonetti, con domicilio eletto presso l’avv. Peppino
Lonetti in Roma, via Livorno, n. 42;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA, SEZIONE II TER n. 9469 del 1° dicembre 2011, resa tra le parti, concernente DINIEGO ACCESSO AI DOCUMENTI AMMINISTRATIVI RELATIVI A PROCEDIMENTO DISCIPLINARE;
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
02/10/12 N. 00370/2012 REG.RIC.
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Marcello Fagiani;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 13 luglio 2012 il Cons. Carlo Saltelli e uditi per le parti gli avvocati Ruggero Frascaroli e Rossella Lonetti; Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.

FATTO
1. Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sez. II ter, con la sentenza n. 9469 del 1° dicembre 2011 ha accolto il ricorso proposto dal sig. Marcello Fagiani ed ha ordinato all’intimata amministrazione comunale di Cave l’accesso documentale richiesto mediante consegna della copia dell’esposto (che ha dato luogo al provvedimento disciplinare in danno del ricorrente), nella sua forma completa e priva di cancellatura o mascherature.
2. Con rituale e tempestivo atto di appello il Comune di Cave ha chiesto la riforma di tale sentenza, lamentando l’erroneo rigetto dell’eccezione di tardività del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, eccezione articolata sotto due diversi profili, e l’infondatezza della pretesa del ricorrente, giacché il richiesto accesso, lungi dall’essere stato negato, era stato consentito, pur contemperandolo doverosamente con l’interesse alla riservatezza dell’autore dell’esposto, non essendo necessaria ai fini della tutela del ricorrente la conoscenza delle generalità del denunciante.
L’appellato ha resistito al gravame, chiedendone il rigetto.
3. Con ordinanza n. 2100 del 13 aprile 2012 la Sezione ha ordinato il deposito del fascicolo di ufficio del giudizio di primo grado, indispensabile anche al fine della delibazione dell’eccezione di tardività del ricorso sollevata dall’amministrazione comunale di Cave.
Acquisito il fascicolo, all’udienza in camera di consiglio del 13 luglio 2012, dopo la rituale discussione, la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
4. L’appello è infondato.
4.1. Il quarto comma dell’articolo 25 della legge 7 agosto 1990, n. 241, stabilisce che in caso di diniego dell’accesso, espresso o tacito, di atti delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali, l’interessato, in alternativa al ricorso al tribunale amministrativo regionale, può chiedere al difensore civico competente per ambito territoriale, se costituito, il riesame della determinazione di diniego; qualora il difensore civico ritenga illegittimo il diniego, ne informa il richiedente e lo comunica all’autorità disponente e se quest’ultima non emana il provvedimento confermativo motivato entro trenta giorni dal ricevimento della comunica del difensore civico, l’accesso è consentito; inoltre, se il richiedente l’accesso si sia rivolto al difensore civico, il termine per l’impugnazione del diniego, di cui al successivo comma cinque, decorre dalla data di ricevimento, da parte del richiedente, dell’esito della sua istanza al difensore civico. Nel caso di specie, posto che non è contestato che il sig. MarcelloFagiani abbia legittimamente esercitato la facoltà di chiedere al
Difensore Civico della Provincia di Roma il riesame del diniego (parziale) di accesso agli atti opposto alla sua richiesta dal Comune di Cave, quest’ultima ha sostenuto che tale facoltà sarebbe stata esercitata tardivamente e cioè con ricorso in data 10 dicembre 2010, laddove il preteso diniego, se sussistente, si sarebbe concretizzato con la conoscenza dell’atto richiesto avvenuta in data 9 novembre 2010. Tale ricostruzione non può essere condivisa, atteso che, come emerge
dagli atti di causa, se è vero che l’amministrazione di Cave comunicava l’accoglimento dell’istanza di accesso con nota prot. 13993 del 9 novembre 2010, non solo non vi è alcuna prova che la copia dell’esposto richiesto sia stata consegnata in tale data (nessun elemento contrario rilevandosi dalla lettura del ricorso di primo grado e non potendo avere alcun rilievo l’indicazione degli atti e delle relative date contenute nell’indice del foliario), per quanto tale copia dell’esposto era priva dei dati per individuare il denunciante e le sue generalità, così che in data 10 novembre 2010 l’interessato (ed il suo difensore) instava nuovamente per l’accesso al predetto documento completo delle generalità del denunciante: rispetto a tale nuova richiesta il ricorso al Difensore Civico della Provincia è del tutto rituale e tempestivo, non potendo avere alcun valore la precedente nota comunale del 9 novembre 2010 che annunciava genericamente l’accoglimento dell’istanza di accesso, consentita poi effettivamente con modalità tali da non essere utili all’effettiva tutela della posizione giuridica del ricorrente. Sotto altro profilo, deve rilevarsi che, diversamente da quanto sostenuto dall’amministrazione comunale appellante, il termine per la proposizione del ricorso giurisdizione avverso il silenzio non poteva decorrere dalla conoscenza della nota prot. 1419 del 2 febbraio 2011, atteso che con quest’ultima l’amministrazione si era sostanzialmente limitata a comunicare al Difensore Civico le ragioni del diniego opposto all’interessato di consentire l’accesso integrale (completo cioè dei dati idonei ad individuare il denunciante) all’esposto che aveva determinato nei suoi confronti l’avvio del procedimento disciplinare, tale comunicazione non potendo integrare di per sè, ancorché diretta per conoscenza anche all’interessato ed al suo difensore, gli estremi del motivato atto confermativo del diniego. Correttamente pertanto il ricorso è stato proposto nel termine di trenta giorni dalla comunicazione in data 1° marzo 2011, pervenuta il 7 marzo 2011, con cui il Difensore Civico ha comunicato all’interessato l’esito negativo della sollecitazione rivolta al Comune di Cave per il riesame del contestato diniego di accesso, evidenziando la possibilità di poter adire il giudice amministrativo nei successivi trenta giorni.
Sono pertanto destituiti di fondamento giuridico i primi due motivi di gravame.
4.2. Quanto al merito della questione la Sezione rileva che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale non vi è motivo per discostarsi, il soggetto che subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che hanno determinato l’attivazione di tale potere (C.d.S., sez. IV, 19 gennaio 2012, n. 231; sez. V, 19 maggio 2009, n. 3081), non ostandovi neppure il diritto alla riservatezza che non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha ad oggetto il nome di coloro che hanno reso denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo, giacché al predetto diritto alla riservatezza non può riconoscersi un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi, tanto più che l’ordinamento non attribuisce valore giuridico positivo all’anonimato (C.d.S., sez. VI, 25 giugno 2007, n. 3601).
Non può pertanto seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’appellato, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre eventualmente denuncia per calunnia a tutela della propria onorabilità: il che rende del tutto prive di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso asseritamente strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo al procedimento disciplinare in danno del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinate un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore.
Anche il terzo motivo di gravame deve essere pertanto respinto.
5. In conclusione alla stregua delle osservazioni svolte l’appello deve essere respinto.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, definitivamente pronunciando sull’appello proposto dal Comune di Cave avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sez. II ter, n. 9469 del 1° dicembre 2011, lo respinge. Condanna l’amministrazione appellante al pagamento in favore del sig. Marcello Fagiani delle spese del presente grado di giudizio che liquida complessivamente in €. 2.500,00 (duemilacinquecento).
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 13 luglio 2012
con l'intervento dei magistrati:
Stefano Baccarini, Presidente
Carlo Saltelli, Consigliere, Estensore
Nicola Gaviano, Consigliere
Fabio Franconiero, Consigliere
Carlo Schilardi, Consigliere
L'ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 28/09/2012
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

EQUA RIPARAZIONE - NON SI PRESCRIVE


Cass. Sez. unite , sentenza n. 16783 del 2 ottobre 2012

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Mi.Gi. (nato a (OMISSIS)), Mi.Gr. e F., M.S., in proprio e nella qualità di erede di mi.gi., e m. g. (nato a Messina il (OMISSIS)), con ricorso del 12 febbraio 2008 hanno chiesto alla corte d'appello di Reggio Calabria la condanna del Ministero della giustizia al pagamento dell'equo indennizzo per il pregiudizio subito per l'irragionevole durata di una causa avente ad oggetto diritti condominiali iniziata davanti al tribunale di Messina con atto di citazione del 15, 16 e 18 maggio 1981 definito con sentenza del 6 ottobre 2005, ancora pendente in appello.
L'amministrazione ha eccepito la prescrizione parziale del credito azionato. La corte d'appello, con decreto del 10 novembre 2008 ha ritenuto che, per la complessità dell'attività istruttoria svolta e la non sollecita riassunzione del giudizio a seguito di due interruzioni, la durata ragionevole del giudizio di primo grado doveva determinarsi in sei anni; che l'eccezione di prescrizione era in parte fondata e che, pertanto, il diritto all'equa riparazione per il periodo anteriore al decennio dal 12 febbraio 2008, data del ricorso introduttivo, si era estinto e che il periodo di durata irragionevole doveva determinarsi in sette anni, sette mesi e 24 giorni, tenendo conto dei periodi di inattività addebitabili all'ufficio giudiziario. Conseguentemente, la corte territoriale, respinta la domanda di indennizzo del danno patrimoniale perchè non provato, ha condannato l'amministrazione convenuta al pagamento di Euro 7.650,03, pari ad Euro 1.000,00 per anno di ritardo calcolato con riferimento all'attualità, in favore di tutti ricorrenti, con gli interessi al tasso legale dalla data del decreto e le spese legali, compensate fino alla metà. A sostegno dell'accoglimento dell'eccezione di prescrizione la corte territoriale, premesso che per la natura indennitaria e non risarcitoria del credito dovesse applicarsi la prescrizione decennale, ha ritenuto che il termine di prescrizione decorre giorno per giorno dal momento in cui il processo presupposto supera la durata ragionevole, come in tutti gli illeciti permanenti, e pertanto che la prescrizione si era maturata a partire dal sesto anno successivo alla proposizione della domanda di merito fino al decimo anno anteriore alla presentazione della domanda ai sensi della L. n. 89 del 2001, e quindi fino al 12 febbraio 1998.
M.G. e F., quali eredi di Mi. G. (nato a (OMISSIS)), Mi.Gr. e Fl. (nata nel (OMISSIS)) M.S. e f. (nata nel (OMISSIS)) e m.g. (nato a (OMISSIS)) hanno proposto ricorso sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso il Ministero. Il ricorso, inizialmente assegnato alla prima sezione civile, a seguito di ordinanza del 17 ottobre 2011 che ha segnalato il contrasto tra diverse pronunce in ordine all'applicabilità della prescrizione nelle controversie ai sensi della L. n. 89 del 2001, è stato assegnato alle sezioni unite. In occasione dell'udienza di discussione davanti a queste sezioni unite la difesa erariale ha depositato memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 2934 e 2935 c.c., e vizio di motivazione i ricorrenti, censurano l'accoglimento dell'eccezione di prescrizione rilevando che la L. n. 89 del 2001, prevede esclusivamente la decadenza e non anche la prescrizione che, peraltro, è incompatibile con la natura indennitaria dell'equa riparazione, il cui presupposto è proprio l'inattività delle parti che dovrebbe fungere da presupposto del credito azionato, e con la circostanza che il dies a quo non può essere individuato con la necessaria certezza, perchè la durata
ragionevole del giudizio deve essere determinata caso per caso dal giudice, valutando l'andamento dell'intero giudizio quando lo stesso sia terminato, circostanza che comporterebbe l'inflazione dei giudizi promossi, anche in pendenza dei giudizi presupposti, al solo fine di interrompere l'eventuale prescrizione. Nè potrebbe applicarsi il principio secondo cui nell'illecito permanente il diritto al risarcimento matura giorno per giorno, perchè il pregiudizio da durata irragionevole nasce solo quando è superata la durata ragionevole ed è proporzionale alla durata e si aggrava con il passare del tempo e, pertanto la prescrizione decorrerebbe solo dal momento della cessazione della condotta lesiva. Comunque la prescrizione non potrebbe decorrere da un momento anteriore all'entrata in vigore della legge n. 89 del 2001, perchè è solo con l'art. 4 di tale normativa che è stata attribuita la facoltà di chiedere l'indennizzo per il pregiudizio derivante dall'irragionevole durata del giudizio anche nel corso dello stesso, mentre l'art. 35 della CEDU prevedeva che prima di adire la corte di Strasburgo dovessero essere esaurite le vie di ricorso interne. L'assurda conseguenza della tesi seguita dalla corte territoriale sarebbe che al momento dell'entrata in vigore della L. n. 89 del 2001 si sarebbe già maturata la prescrizione in relazione a tutti i diritti presupposti per i quali la durata ragionevole fosse stata superata già da dieci anni. Con il secondo motivo, deducendo la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, e dell'art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo nonchè vizio di motivazione, si lamenta che sia stata determinata la durata ragionevole del giudizio in sei anni, mentre la costante giurisprudenza della corte di Strasburgo e dei giudici nazionali fissano il termine massimo di durata ragionevole in tre anni. Comunque sarebbe anche erronea la motivazione sulla base della quale è stato determinato il termine più lungo perchè la causa non presentava particolare difficoltà, aveva richiesto solo l'espletamento di una c.t.u. e le interruzioni, verificatesi nel 1995 e nel 1998, debbono ritenersi comprese nel predetto termine perchè eventi fisiologici. Peraltro, essendo gli eventi interruttivi accaduti dopo 14 anni dall'inizio del processo,non avrebbero avuto alcun rilievo se il processo fosse stato definito entro i tre anni. Il terzo motivo, prospettando un ulteriore profilo di violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, dell'art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e vizio di motivazione di ricorso censura il provvedimento di merito per avere liquidato la somma di Euro 7.650,03 in favore dei sei ricorrenti e quindi la somma di Euro
1.275,00 per ognuno di essi, discostandosi dal parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo fissato dalla giurisprudenza della corte di Strasburgo.
2. In ordine alla questione prospettata con il primo motivo, come esattamente rilevato dall'ordinanza di rimessione, è insorto un contrasto all'interno della Corte. L'indirizzo tradizionale e largamente prevalente afferma che in tema di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata
del processo, la L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 4, nella parte in cui prevede la facoltà di agire per l'indennizzo in pendenza del processo presupposto, non consente di far decorrere il relativo termine della prescrizione prima della scadenza del termine decadenziale previsto nel medesimo art. 4 per la proposizione della domanda, in tal senso deponendo, oltre all'incompatibilità tra prescrizione e decadenza, se relative al medesimo atto da compiere, la difficoltà pratica di accertare la data di maturazione del diritto, avuto riguardo alla variabilità della ragionevole durata del processo in rapporto ai criteri previsti per la sua determinazione, nonchè il frazionamento della pretesa indennitaria e la proliferazione delle iniziative processuali, che l'operatività della prescrizione in corso di causa imporrebbe alla parte, in caso di ritardo ultradecennale nella definizione del processo
(Cass. 30 dicembre 2009 n. 27719, e nello stesso senso, 12 febbraio 2010 n. 3325; 22 febbraio 2010, n. 4091; 24 febbraio 2010, n. 4526; 26 febbraio 2010, n. 4760; 4 ottobre 2010 n. 20564, 11 gennaio 2011 n. 478). Secondo l'ordinanza di rimessione, in senso opposto si sarebbe pronunciata Cass. 24 febbraio 2010 n. 4524 dalla quale è stata estratta la seguente massima: "il diritto di chi ha subito una danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dalla L. 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'art. 6, par. 1, della Convenzione, ad un equa riparazione, secondo quanto previsto dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, ha natura indennitaria e non risarcitoria ed è quindi soggetto all'ordinaria prescrizione decennale e non a quella breve dettata dall'art. 2947 c.c.; la vicenda estintiva matura nel tempo e per effetto del proseguire del processo e del verificarsi dei pregiudizi per i soggetti legittimati a chiedere l'indennizzo, per cui all'attore compete ogni danno dal momento degli eventi lesivi che si susseguono a decorrere dal decimo anno anteriore alla domanda, salvo che questa sia stata proposta oltre il termine di sei mesi di cui all'ultimo inciso della L. n. 89 del 2001, art. 4". Nella specie, peraltro, era in discussione soltanto la durata del termine ma non l'applicazione della prescrizione già avvenuta. Questa massima è stata espressamente posta a base del provvedimento di merito in questa sede impugnato e ad essa l'ordinanza di rimessione aggiunge l'ulteriore considerazione che la scelta di qualificare come meramente processuale la L. n. 89 del 2001, art. 4, fatta propria dal primo orientamento, non approfondisce le ragioni per le quali al diritto che nasce nel corso del processo per l'indennizzo dei danni prodotti dal prolungarsi di esso, pur non essendovi un esplicita deroga normativa alla regola generale dell'art. 2934 c.c., comma 2, e potendosi comunque far valere nel momento in cui si assume che la violazione del diritto alla giusta durata del procedimento si è verificata (art. 2935 c.c.), non possa applicarsi la prescrizione ordinaria decennale (art. 2946 c.c.), con ogni disposizione accessoria (interruzione e sospensione), per i danni maturati successivamente al 1 agosto 1973, data di inizio del funzionamento dell'organo giurisdizionale sopranazionale che poteva accertare la lesione dei diritti dei legittimati ad agire prima ancora dell'entrata in vigore della cosiddetta legge Pinto. Sottolineare che la decadenza prevista nella citata L. n. 89 del 2001, impedisce che maturi la prescrizione, non tiene conto che il processo presupposto può continuare ed essere pendente anche oltre la data della domanda di equa riparazione, con la conseguenza che l'esame della eccezione di prescrizione può valutarsi prima della definitività della sentenza che conclude il processo presupposto, anche in considerazione del diritto vivente che risulta dalle decisioni della Corte Europea dei diritti dell'uomo che hanno riconosciuto la prescrittibilità delle posizioni soggettive tutelate dalla convenzione, alle quali possono di regola applicarsi le norme processuali e sostanziali di diritto interno, ove non impediscano la tutela effettiva del diritto di cui alla Convenzione stessa (con riferimento alla prescrizione, cfr. Previti c. Italia 8 dicembre 2009 ric. n. 45291/06, Par. 118, 119 e 123). Conclude l'ordinanza di rimessione che del contrasto appare opportuno investire le sezioni unite della Corte, anche in ragione dei rilevanti problemi di politica giudiziaria che la risoluzione della questione pone, in rapporto agli oneri rilevanti di bilancio che l'applicazione della cosiddetta legge Pinto comporta, che potrebbero variare, secondo che si applichi l'uno o l'altro dei principi sopra enunciati.
3. La Corte ritiene di dover privilegiare l'orientamento largamente prevalente nella propria giurisprudenza.
3.1. Si deve innanzi tutto prendere atto che, qualunque sia la tesi interpretativa preferibile sul piano teorico generale circa la prescrittibilità di ogni diritto, anche se di natura costituzionale o avente base legale in una disciplina sovranazionale (pur se, conseguentemente, debba ritenersi indisponibile), e circa la compatibilità della prescrizione e decadenza di uno stesso diritto, la lettera della L. n. 89 del 2001, art. 4, con norma che ha evidente natura di legge speciale, prevede testualmente che il termine per proporre la domanda di equa riparazione quando il processo è esaurito è termine di decadenza, mentre per proporre la domanda in corso di processo non è previsto alcun termine. E sempre sul piano testuale una convincente lettura dell'art. 2697 c.c., in coerenza, peraltro con la rubrica dell'art. 2964 c.c., postula appunto l'affermazione dell'incompatibilità tra decorrenza del termine di prescrizione e la pendenza del termine di decadenza per l'esercizio del medesimo diritto, prevedendo che il termine di prescrizione possa iniziare a decorrere solo quando il compimento dell'atto o il riconoscimento del diritto disponibile abbiano impedito il maturarsi della decadenza.
3.2. Omogenea alla disciplina processuale a regime è poi la disciplina transitoria di cui alla L. n. 89 del 2001, la quale, nel consentire la prosecuzione davanti al giudice italiano delle cause di equa riparazioni pendenti davanti alla Corte di Strasburgo, pone due limiti temporali che all'evidenza debbono essere qualificati come di decadenza: quello di sei mesi dalla data di entrata in vigore della L. n. 89 per iniziare il giudizio davanti al giudice italiano e il rispetto del termine di sei mesi, dall'esaurimento delle vie di ricorso interne previsto dall'originario testo dell'art. 36 della CEDU per il ricorso alla Corte EDU. Nè è senza rilievo la genesi della legge interna diretta al tempo stesso ad alleviare il carico di lavoro della Corte di Strasburgo, ma anche a semplificare e rendere più facilmente accessibile l'azione riparatoria contro l'eccessiva durata dei giudizi, come la stessa giurisprudenza di Strasburgo ha più volte riconosciuto, mentre l'introduzione di un termine prescrizionale non previsto certamente dalla legge speciale ne frustrerebbe in modo grave le finalità, contraddicendone la ratio. Tale argomento non risulta peraltro superato nè dall'osservazione secondo la quale la regola generale della prescrittibilità dei diritti non potrebbe essere superato da una disciplina derogatoria di natura implicita, nè dal rilievo che l'art. 6, così come la L. n. 89, art. 4,
riferendosi alla proponibilità dell'azione, limiterebbero i loro effetti al piano processuale, mentre la prescrizione opera su quello sostanziale. Infatti, la disciplina speciale, esplicita o implicita che sia, è sempre idonea a derogare a quella generale e la problematica se la prescrizione colpisca il diritto o l'azione, pur se affrontata dallo stesso legislatore (art. 2934 c.c.), è di natura tutta teorica, come dimostra il fatto che nello stesso ordinamento positivo sono numerosissime le ipotesi in cui diverse disposizioni legislative predicano la prescrizione dell'azione, e pertanto, anche a voler tralasciare il principio generale chiovendiano secondo il quale il processo deve dare a chi ha ragione proprio tutto quello che la norma sostanziale garantisce, la distinzione tra norma sostanziale e processuale, agli specifici fini di cui si tratta, è troppo controvertibile per potervi fondare una conclusione dai riflessi pratici di grandissimo rilievo.
3.4. L'analisi della disciplina positiva conferma pienamente i rilievi che si possono trarre dal dato letterale desunto dalla disciplina speciale, che è di per sè sufficiente a giustificare la soluzione accolta. Infatti, in tesi generale, pur essendo prescrizione e decadenza connesse all'inerzia del soggetto e dirette a dare certezza ai rapporti giuridici, in un caso viene presa in considerazione l'inerzia protratta per un certo tempo, suscettibile di interruzione e sospensione, mentre nell'altro ciò che rileva non è la durata dell'inerzia, ma il solo fatto che un'inerzia ci sia o sia cessata, tanto che è irrilevante ogni situazione che potrebbe giustificare l'eventuale interruzione o sospensione del termine (art. 2964 c.c.). Rilievo che trova conferma nella disciplina speciale perchè se la L. n. 89 del 2001, art. 4, ritiene irrilevante l'inerzia fino a che non sia decorso il termine di sei mesi dalla definitività della decisione che conclude il processo, non si potrebbe poi ritenere, contraddittoriamente, che la stessa inerzia, sia pure prolungata per tutta la durata in cui il processo, pur avendo superato la durata ragionevole, non è ancora definitivamente concluso possa provocare l'estinzione del diritto alla ragionevole durata, precludendo al tempo stesso la proponibilità della relativa azione giudiziaria. D'altra parte, se pure introdotta come istituto generale dal nuovo codice, la decadenza, a differenza dalla prescrizione, non è istituto di applicazione generale, essendo necessaria una previsione legislativa o negoziale specifica che la giustifica e che, in quanto tali, sono destinate a prevalere sulla normativa generale.
3.5. Confermano le conclusioni raggiunte due situazioni processuali che sono state invocate a sostegno dell'opposta tesi. La prima è quella dell'inoperatività della decadenza dall'opposizione alla stima dell'indennità di espropriazione in caso di omesso deposito della relazione dell'ufficio tecnico erariale nel foglio degli annunzi legali della provincia. In tal caso, non potendo operare il termine di
decadenza, in via alternativa e non cumulativa, la giurisprudenza della corte afferma comunque l'operatività della prescrizione (Cass. 10 settembre 2004, n. 18237; 8 maggio 2001, n. 6367; 20 dicembre 2000, n. 16026). La seconda ipotesi, in cui si riscontra l'alternatività dell'operatività della decadenza rispetto alla prescrizione, è quella del recupero delle somme che il conduttore abbia versato oltre quelle previste dalla legge (L. n. 392 del 1078, art. 79, comma 2, o dalla L. n. 431 del 1998, art. 13). In tal caso se il conduttore agisce rispettando il termine di decadenza può recuperare tutte le somme indebitamente versate, ma se non rispetta il termine di decadenza, non per questo l'azione diventa improponibile, salva, tuttavia la possibilità del locatore di eccepire la prescrizione (ex multis v. Cass. 7 luglio 2010, n. 16009: 6 maggio 2010, n. 10964, 3 aprile 2009 n. 8143). In entrambi i casi, pertanto, è solo il mancato operare della decadenza, vuoi per mancata decorrenza del termine vuoi per scadenza dello stesso, che rende operativo il termine di prescrizione, ma non è mai dato che in corso di termine di decadenza, quando l'inerzia del titolare è giuridicamente irrilevante, lo stesso possa perdere il diritto vantato.
3.6. Di grande rilievo sono infine le ragioni di ordine pratico che militano a favore della tesi accolta. In primo luogo, imporre a carico dell'interessato l'onere di agire nel termine di prescrizione decorrente dal maturarsi della durata irragionevole del giudizio comporta la difficoltà pratica di accertare tale maturazione, caso per caso, in quanto la valutazione dipende da una serie di circostanze, tra l'altro, suscettibili di variare nel tempo, nel senso che un termine che appare irragionevole in una certa fase del processo potrebbe divenire ragionevole successivamente in seguito all'insorgere di difficoltà processuali o essere riassorbito da un più veloce svolgimento di un grado successivo. In secondo luogo l'opposta tesi, in una situazione di fatto in cui l'orientamento di questa corte (Cass. 22 gennaio 2010, n. 1101) secondo cui nulla impedisce alla pubblica amministrazione di predisporre i mezzi necessari per offrire direttamente soddisfazione a chi abbia sofferto un danno a cagione dell'eccessiva durata di un giudizio in cui sia stato coinvolto, senza rendere necessario il ricorso al giudice, stenta a diventare diritto vivente e, fatto ancor più rilevante, non ha dato luogo al formarsi di una prassi amministrativa in tal senso. Ne deriva che, a parte la possibilità solo teorica di interrompere la prescrizione con atti stragiudiziali, di cui resterebbe dubbia l'idoneità interruttiva negli orientamenti giurisprudenziali, permarrebbe necessariamente una forte incentivazione alla proliferazione di iniziative giudiziarie che certamente non potrebbero essere qualificate di abuso del processo, essendo dirette a evitare legittimamente il verificarsi dell'ipotizzata prescrizione del diritto, in una situazione fattuale che non prevede in fatto l'esercizio stragiudiziale del diritto stesso. Il tutto con notevole aggravio del carico di lavoro giudiziario, che, solo per quanto riguarda questa Corte ha raggiunto nel 2011 già la soglia dell'undici per cento del numero dei ricorsi che annualmente vengono depositati.
4. L'accoglimento del primo motivo impone l'esame degli altri motivi di ricorso. Il processo presupposto ha avuto una durata di anni ventisette e mesi 9 (dal 18 maggio 1981 al 12 febbraio 2008, data di proposizione del ricorso ex L. n. 89 del 2001) per due gradi di giudizio, esclusa la prescrizione fino al decennio anteriore alla proposizione del ricorso introduttivo del presente giudizio. La determinazione della durata ragionevole e la liquidazione dell'equa riparazione può avvenire senza ulteriore accertamenti di fatto, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., non essendovi ulteriori accertamenti di fatto da compiere e non potendosi condividere la motivazione della corte di merito che da un lato è dei tutto apodittica, facendo riferimento all'espletamento di una c.t.u., che è evento processuale ordinario, e dall'altro è illogica, avendo ritenuto rilevanti due eventi come l'interruzione e sospensione del processo intervenuti in un periodo largamente successivo a quello in cui era già maturato il periodo di durata irragionevole. Applicando quindi, in mancanza di elementi contrari, i criteri ordinariamente seguiti dalla Corte di Strasburgo e da questa Corte, detratti cinque anni di durata ragionevole per i due gradi di giudizio di merito, la durata irragionevole è di anni ventidue e mesi 9. Applicando il parametro di Euro 750,00 per i primi tre anni di ritardo e di Euro 1.000,00 per gli anni successivi l'equa riparazione deve essere determinata di Euro 22.000,00. Tale somma va attribuita, in accoglimento del terzo motivo, a ciascuno dei ricorrenti, salvo che per M.G. e F., che agiscono jure ereditario, ai quali spetta pro quota. Le spese del giudizio di merito, da riliquidare senza vincolo alla pronuncia cassata, e quelle di questo giudizio, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
la Corte accoglie il ricorso e, decidendo nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., condanna l'amministrazione al pagamento di Euro 22.000,00 in favore di M.G. e F., pro quota, e in favore di ciascuno degli altri ricorrenti, G., Fl.(nata nel (OMISSIS)), S., f. (nata nel (OMISSIS)), M. S. e Gi., con gli interessi al tasso legale dalla data della domanda al soddisfo; condanna inoltre l'amministrazione al pagamento in favore dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di merito che liquida in Euro 1.233,00 (di cui Euro 400,00 per diritti, Euro 700,00 per onorari ed Euro 133,00 per esborsi) e in Euro 2.200,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) per il giudizio di cassazione, in entrambi i casi oltre alle spese4 generali e agli accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 27 marzo 2012.
Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2012   

domenica 14 ottobre 2012

NOTIFICA VERBALI - OMISSIONI - CONOSCENZA A POSTERIORI - ANNULLABILITA'


Corte di Cassazione Sez. Sesta Civ. - Ord. del 14.09.2012, n. 15479

Fatto e diritto
  1. - Il ricorrente impugna l’ordinanza del 22 marzo 2010 del giudice di pace di Sassari, emessa ai sensi dell’articolo 23, primo comma, Legge 689/1981, con la quale veniva dichiarato inammissibile per tardività il suo ricorso proposto avverso sei verbali di accertamento di violazioni al codice della strada.
    2. - Il ricorrente chiarisce nel suo ricorso avanti al giudice di pace di aver avuto notizia delle violazioni in questione soltanto all’esito di un accesso effettuato nel dicembre del 2009 ad Equitalia di Sassari e all’esito della richiesta di copia dei verbali avanzata al Comando dei vigili urbani del Comune di Ardara (Sassari). Chiarisce al riguardo che i verbali risultavano notificati ai sensi dell’articolo 143 c.p.c., erroneamente utilizzato dal messo notificatore poiché il ricorrente era dal 2001 residente in (…) . Aggiunge nel ricorso che, anche a voler ritenere valide le notifiche dei verbali, esse erano intervenute tutte oltre i 150 giorni dalla violazione con perenzione del relativo diritto.
    3. - Il giudice di pace dichiarava inammissibile il ricorso avverso le sei violazioni, perché proposto tardivamente oltre i 60 giorni dalle “eseguite” notifiche dei verbali. Osservava che le eccezioni sollevate circa le modalità di notifica e l’eventuale decadenza dell’Amministrazione dovevano essere avanzate con ricorsi tempestivamente proposti, non potendosi considerare “il titolo prodotto in atti (estratto di ruolo)… valido per poter procedere”.
    4. - Il ricorrente articola tre motivi di ricorso con i quali deduce violazione falsa applicazione degli articoli 140, 143 e 160 c.p.c., nonché nullità della sentenza per avere il giudice di pace omesso di esaminare tutte le questioni prospettate ed infine vizio di motivazione in relazione ai punti fondamentali della controversia come esposti.
    5. - Nessuna attività in questa sede ha svolto l’amministrazione pur regolarmente intimata.
    6. - Attivata la procedura ex art. 375 cpc, il consigliere relatore delegato ha depositato relazione con la quale ritiene che il ricorso debba essere rigettato. La relazione è stata comunicata al Pubblico Ministero e notificata al difensore del ricorrente. Parte ricorrente ha depositato memoria.
    7. - Il ricorso è fondato e va accolto. I motivi possono essere trattati congiuntamente perché tra loro strettamente connessi.
    Il ricorrente ha impugnato sei diversi verbali per violazioni al codice della strada, assumendo di non aver mai ricevuto regolare notifica degli stessi, perché eseguita ai sensi dell’articolo 143 c.p.c. e di aver avuto conoscenza dei verbali in questione soltanto il 21 dicembre 2009 in occasione di un suo accesso ad Equitalia di Sassari per il pagamento di altri di tributi. Il ricorrente ha chiaramente indicato la natura recuperatoria dell’opposizione proposta, che poneva a suo fondamento la mancata notificazione dell’atto presupposto.
    Il giudice di pace non avrebbe dovuto pronunciarsi ai sensi dell’art. 23, primo comma, legge 689 del 1981, dovendo invece verificare la correttezza dell’assunto in ordine alla mancata conoscenza dell’atto presupposto ed in relazione ai vizi di notifica denunciati. Costituisce, infatti, orientamento consolidato di questa Corte, pienamente condiviso da questo Collegio, il principio secondo cui in relazione alla cartella esattoriale o all’avviso di mora emessi per riscuotere sanzioni amministrative pecuniarie è ammissibile l’opposizione L. 24 novembre 1981, n. 689, ex art. 22, allorché la parte assuma che tali atti sono i primi attraverso i quali essa è venuta a conoscenza della sanzione irrogatale in quanto sia mancata la notifica dell’ordinanza ingiunzione (Cass. 18-7-2005 n. 15149, Cass. 13-3-2007 n. 5871), come appunto nella fattispecie.
    7. - Il ricorso va accolto, il provvedimento impugnato cassato, e la causa va rimessa per nuovo esame ad altro giudice del merito pari ordinato, che si indica in diverso giudice di pace dello stesso ufficio, cui è anche demandato, ex art. 385 cpc, di pronunziare sulle spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altro giudice di pace di Sassari, che deciderà anche sulle spese.
Depositata in Cancelleria il 14.09.2012

venerdì 12 ottobre 2012

GUIDA MOTOCICLI - PATENTE CAT."B"


Corte di Cassazione Civile sez. II 11/2/2011 n. 3413
Guida dei motocicli non leggeri con patente B rilasciata dal 26 aprile 1988

(Omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

xx proponeva tempestiva opposizione, davanti il GdP di Torino all'ordinanza ingiunzione con la quale il Prefetto di Torino in data 20/1/2003 gli ingiungeva il pagamento della somma di Euro … per la violazione dell'art. 116 comma 13 cds. La sanzione gli era stata comminata per avere guidato, in data 11/9/2001, un motoveicolo per il quale era richiesta la patente A essendo invece munito di patente di diversa categoria (patente di categoria B) L'opponente eccepiva la falsa applicazione dell'articolo 116, comma 13 e art. 125, comma 3, con riferimento alla sentenza n. 3 del 1997 della Corte Costituzionale dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 116 comma 13, nella parte in cui puniva con sanzione penale colui che, munito di patente di guida B), C) o D) avesse guidato un motoveicolo per il quale etra richiesta la patente di categoria A); il giudice delle leggi aveva ritenuto che il regime sanzionatorio previsto per tale condotta integrasse disparita di trattamento rispetto alle ipotesi similari punite con la sola sanzione amministrativa degl'art. 125 C.d.S.) di guida di autoveicolo diverso da quello per ci quale è stata rilasciata la patente posseduta.

L'opponente eccepiva inoltre:
la tardiva emissione dell'ordinanza;- la tardiva notifica dell'ordinanza - ingiunzione.
Con sentenza del 30/3/2004 il GdP rigettava il ricorso ritenendo, in fatto, sussistente la violazione contestata (guida di motociclo in mancanza della richiesta patente di categoria A) e, in diritto, - l'inapplicabilità del termine di cui all'art. 204 C.d.S. di 90 gg. per la notifica del provvedimento, applicabile solo in presenza di ricorso ex art. 203 C.d.S. (il ricorso in via amministrativa al Prefetto), quando il contravventore ha la possibilità di effettuare il pagamento in misura ridotta;
- l'inapplicabilità del termine generale di 30 giorni ai cui alla legge n. 241 del 1990 in mancanza di alcuna impugnazione o ricorso avverso il verbale della Polizia Municipale con il quale gli era stata contestata l'infrazione.
Per la Cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso xxx affidandolo a due motivi la Prefettura di Torino non ha svolto difese.
MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente, riproponendo le difese svolte e non accolte in sede d'opposizione, denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 116 in relazione all'art. 125 del codice della strada nonchè omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.
In particolare il ricorrente lamenta che il giudice non ha tenuto in considerazione che la disciplina che sanzionava la guida di un motoveicolo con patente inidonea (art. 116 comma 13 del codice della strada) alla stessa stregua della guida senza patente era già stata censurata dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 3 del 1997 e la successiva depenalizzazione (D.Lgs. 30 dicembre 1999, n. 507, art. 19) della condotta considerata dall'art. 116, comma 13, non era idonea a ripristinare l'identità di trattamento sanzionatorie tra le due ipotesi (guida senza patente e guida con patente inidonea). Il motivo di ricorso è fondato per le ragioni che seguono.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 3 del 1997 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 art. 116 nuovo comma 13, nella parte in cui puniva con la sanzione penale, colui che, munito di patente di categoria B, C o D, guida un veicolo per il quale è richiesta patente di categoria A. La Corte Costituzionale con successiva ordinanza n. 208 del 2004 ha, con condivisibile motivazione, chiarito che con la sentenza n. 3 del 1997 non è stata solo dichiarata illegittima la sanzione penale prevista per la fattispecie di guida di motociclo con patente inidonea, ma è stata eliminata dall'ordinamento la stessa assimilazione tra guida senza patente e guida (di motoveicolo con patente diversa da quella di categoria A; pertanto la guida di motoveicolo con cilindrata superiore a 125 cc per il quale è richiesta patente di categoria A da parte di soggetto munito di patente di categoria B non è disciplinata, neppure dopo la riforma del 1999, dall'art. 116 del codice della strada.
Ed infatti, come rilevato dalla stessa Corte Costituzionale, in base alla formulazione originaria del D.Lgs. n. 285 del 1992, per tutte le ipotesi di guida con patente diversa da quella prescritta era prevista la sanzione amministrativa di cui all'art. 125 del codice della strada mentre l'art. 116, commi 13 e art. 18, erano riferibili esclusivamente alla fattispecie di guida senza alcun titolo abilitativo; successivamente (ma prima della depenalizzazione del 1999), con le modificazioni apportate all'art. 125, comma 3, è stata introdotta un'elencazione analitica delle ipotesi di guida con patente inidonea soggette a sanzione amministrativa, tra le quali non era ricompresa proprio l'ipotesi di guida di motoveicolo con patente inidonea; questa modifica aveva indotto a ritenere che l'art. 116 comma 13, dovesse comprendere anche l'ipotesi di guida di motoveicolo con patente inidonea (v. Cass. 19/8/2005 n. 17019).
Il D.Lgs. n. 507 del 1999, art. 19, comma 1, lett. a), ha modificato l'art. 116 comma 13, sostituendo la sanzione amministrativa alla sanzione penale, ma non ha modificato la condotta sanzionata che, per effetto della sentenza n. 3 del 1997 della Corte Costituzionale (seppure emessa con riferimento alla fattispecie penale), non comprendeva più la condotta di chi avesse condotto un motociclo per il quale fosse richiesta la patente di categoria A essendo munito di patente di categoria B).
In questo stesso senso si è già pronunciata questa Corto (Cass. Sez. 2 22/11/2007 n. 5987) affermando che dopo la sentenza n. 3 del 1997 della Corte Costituzionale e prima della novella introdotta con il decreto legge n. 151 del 2003, convertito dalla legge n. 214 del 2003, (con la quale per la ipotesi in questione è stato introdotto un trattamento sanzionatorio più mite rispetto alla guida senza patente) l'essere munito di patente B, non impediva di condurre motocicli per i quali e prevista obbligatoriamente quella di tipo A, perché nel suddetto periodo di tempo (all'interno dei quale è stata accertata la pretesa violazione) nessuna sanzione poteva essere applicata: non la sanzione amministrativa dell'art. 125 perchè non prevista per la guida di motoveicolo con patente inidonea, ma neppure a sanzione amministrativa dell'art. 116 perchè, prima della sua depenalizzazione, era stata eliminata l'assimilazione tra guida senza patente e guida con patente inidonea.
Ne deriva che il primo motivo di ricorso va accolto e .a sentenza deve essere cassata, restando assorbito il secondo motivo di ricorso (erroneamente indicato con il numero 3) relativo al mancato accoglimento delle eccezioni di tardiva emissione dell'ordinanza e di tardiva notifica del provvedimento.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, decidendosi nel merito ex art. 384 c.p.c., deve essere annullata l'ordinanza impugnata.
Le spese del giudizio di merito e del presente giudizio di Cassazione possono essere compensate tenuto conto che - l'ordinanza ingiunzione è stata emessa e il ricorso è stato introdotto in presenza di un orientamento giurisprudenziale (v. Cass. 19/8/2005 n. 17019) per il quale alla fattispecie sarebbe stata applicabile la sanzione amministrativa ex art. 116 comma 13, c del codice della strada che in effetti fu applicata.
P.Q.M.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbiti gli altri motivi e, decidendo nel merito, in accoglimento del ricorso annulla l'ordinanza impugnata Compensa le spese dei due giudizi.(Omissis)

domenica 7 ottobre 2012

RIFIUTA DI LAVORARE IL SABATO - GIORNO DI RIPOSO - LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO


Corte di Cassazione Sez. Lavoro - Sent. del 25.09.2012, n. 16248

Presidente Vidiri - Relatore Fernandes
Svolgimento del processo
Il giudice del lavoro presso il tribunale di Bari, con sentenza del 19.11.2004, rigettava la domanda di C.F. , dipendente dalla S. s.r.l. con mansioni di operaio qualificato, intesa ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli con lettera del 6.5.1998 per aver opposto un netto rifiuto alla richiesta dell’azienda, comunicatagli il venerdì 17.4.1998, di prestare attività lavorativa nel giorno successivo, il sabato, già destinato al riposo, perché l’elettricista di turno sarebbe stato assente dal lavoro. Tale decisione veniva confermata dalla Corte di Appello territoriale sulla scorta dei seguenti argomenti: il fatto contestato al C. era stato provato dalle risultanze della prova orale; il CCNL di categoria prevedeva espressamente che il lavoratore non poteva rifiutarsi, salvo giustificato motivo, di compiere lavoro straordinario, notturno e festivo; l’addebito mosso al C. era da qualificare come un grave atto di insubordinazione non potendo considerarsi valido il motivo addotto dal lavoratore a giustificazione del suo rifiuto di prestare attività lavorativa il sabato successivo; la sanzione irrogata era proporzionata ai fatti contestati.
Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il C.affidato a cinque motivi. La S. s.r.l. resiste con controricorso.
Motivi della decisione
Col primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione delle norme di diritto in relazione agli art. 2119 c.c., 1 e 5 della legge 15.7.1966 n. 604 ed agli artt. 24 e 6 CCNL per i lavoratori addetti alla piccola e media industria metalmeccanica ed alla installazione di impianti. Si lamenta che nel corso del giudizio di merito nessuna prova era stata fornita dalla S. sulla legittimità dell’irrogato licenziamento. Viene, quindi, formulato il seguente quesito di diritto: “la violazione dell’art. 5 L. n. 604/1966 e della legislazione speciale e generale doveva procurare la dichiarazione di illegittimità del licenziamento senza preavviso con ordine di reintegrazione nel posto e nella retribuzione”.
Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dei contratti ed accordi collettivi nazionali di lavoro (in relazione agli artt. 1455, 2106, 2107, 2119, 2697 c.c, 1 e 5 della L. n. 604/1966 ed all’art. 116 c.p.c.). Dopo aver riportato il contenuto di alcuni commi dell’art. 6 del CCNL di categoria il ricorrente ha definito quesito la seguente affermazione: “La società ha violato la normativa contrattuale nonché la legislazione generale e speciale così come invocata per aver richiesto lo straordinario al di fuori della eccezionalità; per non averlo concordato in sede aziendale; per non aver provato l’insorta necessità eccezionale”.
Con il terzo motivo si denuncia la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso. In particolare, la impugnata sentenza avrebbe ignorato il fatto che la società non aveva fornito la prova della gravità dell’addebito e che, quindi, doveva essere dichiarata la illegittimità del licenziamento.
Con il quarto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione di norme dei contratti ed accordi collettivi nazionali (artt. 1455, 2106, 2107, 2119 c.c. e 112 e 116 c.p.c.) nonché per motivazione contraddittoria laddove la corte di merito, dopo aver riconosciuto che il lavoratore aveva provato documentalmente la visita medica urologica fissata per il sabato 18.4.1998, aveva poi affermato di non poterne tenere conto.
Con il quinto motivo si denuncia la omessa ed insufficiente motivazione per non essere stato valutato nella impugnata sentenza l’esemplare curriculum professionale del lavoratore che non era stato mai destinatario di un provvedimento disciplinare e la omessa valutazione concreta e complessiva dei fatti sia sotto il profilo soggettivo che oggettivo e del requisito della proporzionalità tra addebito e sanzione irrogata. Tutti i motivi sono inammissibili.
Il primo per mancanza dei requisiti prescritti dall’art. 366 bis cpc, applicabile ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006 e prima del 4 luglio 2009, e quindi anche al ricorso in esame.
Ai sensi dell’art. 366 cit., nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena d’inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto idoneo a far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamele compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (Cass. 7 aprile 2009 n. 8463). Nel perseguire tale scopo il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c. deve infatti compendiare la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito; la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. 12 marzo 2012 n. 3864). È, pertanto, inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge” (Cass. 17 luglio 2008 n. 19769), ovvero allorquando il quesito sia formulato in modo implicito, sì da dovere essere ricavato per via di interpretazione dal giudice; od ancora sia formulato in modo tale da richiedere alla Corte un inammissibile accertamento di fatto (Cass. sez. un. 28 settembre 2007 n. 20360).
È di tutta evidenza che il motivo in esame è del tutto privo dei sopra richiamati requisiti di ammissibilità. Ed infatti si limita a chiedere a questa Suprema Corte puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge. Il secondo motivo denuncia la violazione di norme del CCNL di categoria senza neppure formulare censure specifiche alla impugnata sentenza ed è del tutto privo di quesito.
Il terzo ed il quinto motivo denunciano vizio di motivazione ma non evidenziano, nel ragionamento del giudice di merito quale risulta dalla sentenza, né una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento né che le ragioni poste a fondamento della decisione risultino sostanzialmente contrastanti in guisa da elidersi a vicenda e da non consentire l’individuazione della “ratio decidendi”, e cioè l’identificazione del procedimento logico - giuridico posto a base della decisione adottata. In effetti i lamentati vizi consistono in un inammissibile difforme apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo a detto giudice individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge in cui un valore legale è assegnato alla prova (Cass. 29 settembre 2009 n. 20844; 6 marzo 2008 n. 6064; SU. 11 giugno 1998 n. 18885).
Peraltro, la sentenza impugnata ha adeguatamente motivato e in ordine alla prova fornita dalla società circa l’addebito mosso al C.(sul punto il con il terzo motivo il ricorrente genericamente afferma che detta prova non era stata data) e sulla proporzionalità tra l’addebito e la sanzione irrogata inquadrandolo quale grave atto di insubordinazione capace di per sé solo di giustificare il provvedimento espulsivo.
Infine, anche il quarto motivo - rubricato come violazione e falsa applicazione di norme e accordi collettivi - denuncia il vizio di motivazione contraddittoria senza tenere in alcun conto delle argomentazioni addotte dalla corte di appello circa le ragioni per le quali la certificazione dell’ambulatorio di urologia del Policlinico di Bari non poteva valere a giustificare il rifiuto di prestare l’attività lavorativa da parte del C. , motivazione del tutto coerente e tutt’altro che contraddittoria.
Per quanto sin qui esposto il ricorso va, dunque, rigettato. Il ricorrente, per il principio della soccombenza va condannato alle spese del presente giudizio di legittimità liquidate come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio in favore della società resistente, liquidate in Euro 40,00 per esporsi ed Euro 2.500,00 per onorari oltre accessori come per legge.
Depositata in Cancelleria il 25.09.2012