Visualizzazioni totali

giovedì 27 settembre 2012

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - ETILOMETRO - MISURAZIONI DISCORDANTI


Corte di Cassazione Penale sez. IV 12/7/2012 n. 27954
Accertamento dell'ebbrezza - misurazioni discordanti
(Omissis)
RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di appello di Trento ha confermato la sentenza del tribunale della medesima città che aveva ritenuto tizio colpevole del reato di cui all'art. 186 comma 2, lett. c) del codice della strada, per aver guidato una autovettura in stato di ebbrezza in conseguenza dell'uso di bevande alcoliche, tasso alcolemico accertato pari a 1,54 e 1,33 g/l.
2. Ha presentato ricorso per cassazione il difensore di omissis adducendo, a sostegno, l'inosservanza ed erronea applicazione della legge penale ed in particolare dell'art. 186 del codice della strada e dell'art. 379 del regolamento per errata qualificazione del reato. Il ricorrente rileva che l'art. 186 nella formulazione vigente, prevede tre distinte fattispecie in rapporto al tasso alcolemico accertato; una corretta interpretazione della norma avrebbe imposto alla corte d'appello di considerare integrata la fattispecie più lieve prevista dall'art. 186, comma 2, lett. b), e non quella di cui alla lett. c) come ritenuto, perchè quest'ultima può considerarsi integrata solo qualora entrambe le misurazioni etilometriche abbiano dato un risultato che rientra nella fascia considerata; nella specie invece la prima misurazione era stata di 1,54 e quindi superiore al limite necessario per integrare la fascia c), ma la seconda era stata inferiore; richiama in proposito la sentenza di questa corte, IV sezione del 24 novembre 2009, n. 3346. Con un secondo motivo deduce mancanza e manifesta illogicità in ordine alla motivazione addotta dalla corte d'appello per motivare la propria decisione; la corte ha ritenuto che ai fini della qualificazione del reato si debba prendere in considerazione il primo valore accertato in quanto più vicino al momento della guida mentre il secondo valore sarebbe inevitabilmente più basso perchè fisiologicamente l'ubriachezza viene smaltita col trascorrere del tempo e quindi l'indice è destinato a diminuire; il ricorrente contesta tale ricostruzione ritenendo che si tratti di considerazioni suggestive ma non condivisibili. Unico dato certo è che nel momento dell'accertamento il soggetto si trovava in fase discendente di smaltimento dell'alcol; non sarebbe invece possibile affermare con certezza che al momento della guida il tasso alcolemico era quello superiore; infatti tale ragionamento trascura il fatto che vi è una curva di assorbimento dell'alcol che dura, secondo la dottrina medico-legale, tra i 30 e i 120 minuti e nulla può escludere che il primo valore accertato costituisse l'apice di tale curva, sicchè proprio al momento della guida il valore del tasso alcolemico poteva essere inferiore a 1,5 g per litri; il ragionamento della corte si rivela arbitrario.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso merita accoglimento.
Deve premettersi che a seguito delle modifiche intervenute con il decreto legge 3 agosto 2007, n. 117, convertito in legge 2 ottobre 2007, n. 160, il reato di guida in stato di ebbrezza è articolato in tre distinte ed autonome o fattispecie a seconda del tasso alcolemico accertato.
Fermo restando che ai fini della configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza, lo stato di ebbrezza può essere accertato, per tutte le ipotesi attualmente previste dall'art. 186 con qualsiasi mezzo, e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall'accertamento strumentale, (sez. IV 9.6.2011 n. 28787 rv. 250714), si pone il problema di stabilire quale reato si configuri in presenza di due misurazioni alcolimetriche che abbiano dato valori diversi, dovendosi in tale situazione stabilire quale è la fattispecie applicabile. Questa Corte ha già affrontato il problema, osservando (sez. IV 24.11.2009 n. 3346 Rv. 246390) che a norma dell'art. 379 comma 2 del regolamento, la concentrazione necessaria per ritenere sussistente lo stato di ebbrezza deve risultare da almeno due determinazioni concordanti effettuate ad un intervallo di tempo di cinque minuti. Non è possibile dunque ritenere la sussistenza di una delle specifiche fattispecie attualmente previste all'art. 186 comma 2, lett. a), b) e c) se non in presenza di due risultati rientranti nelle fasce rispettivamente previste. Una diversa interpretazione sarebbe, oltre che in contrasto con il tenore letterale della disposizione, in evidente contrasto con il principio del favor rei. Non vi è ragione per discostarsi da tale orientamento.
2.Conclusivamente il fatto deve essere qualificato come violazione dell'art. 186 comma 2, lett. b), e la sentenza impugnata deve essere annullata relativamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bolzano.
P.Q.M.
Qualificato il fatto come violazione dell'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b), annulla la sentenza impugnata relativamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bolzano.
(Omissis)

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - USO DI FARMACI


                         Corte di Cassazione Penale sez. IV 13/7/2012 n. 28388
Etilometro - uso di farmaci che possono alterare il risultato dell'accertamento tecnico

(Omissis)
RITENUTO IN FATTO
1. Il Tribunale di Monza dichiarava tizio colpevole del reato previsto dall'art. 186, comma 2, del codice della strada, condannandolo alla pena ritenuta equa.
La prova della responsabilità dell'imputato veniva tratta dalle risultanze dell'alcoltest, le cui misurazioni venivano ritenute non compromesse dall'assunzione di farmaci alla quale il omissis era costretto da una patologia cronica. Al riguardo, il Tribunale osservava che dalla deposizione del teste della difesa, soggetto qualificato, risultava smentita senza residui di ragionevole dubbio scientifico l'ipotesi che il omissis presentasse al momento delle rilevazioni del tasso alcolimetrico una inconsapevole alterazione del metabolismo conseguente all'assunzione di farmaci.
2. Avverso tale decisione proponeva appello l'imputato. La Corte di appello di Milano, con ordinanza del 3.2.2012, dichiarava l'inammissibilità dell'atto di gravame per aspecificità, ritenendo che lo stesso riproponesse gli argomenti difensivi già utilizzati in primo grado, reiterati senza tener conto della motivazione dell'atto impugnato.
3. Ricorre per cassazione il difensore dell'imputato, il quale contesta il giudizio della Corte di appello rappresentando che la valutazione del giudice di primo grado relativa alla decisività della deposizione del teste omissis era stata contestata nell'atto di impugnazione con il rilievo del carente valore scientifico della stessa e che ciò dava specificità al conseguente motivo di gravame. Contesta, ancora, che il giudice di prime cure aveva ritenuto superflua l'audizione dei testi della difesa; di ciò il ricorrente si era doluto con l'appello.
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è fondato.
Le doglianze del ricorrente impongono di correlare il contenuto esplicativo dell'ordinanza impugnata al contenuto dell'atto di appello. Infatti, l'obbligo di motivazione della decisione d'appello risulta segnato dalla qualità e dalla consistenza delle censure rivolte dall'appellante; di tal che è necessario per questo Collegio procedere all'esame diretto dell'atto d'appello.
Orbene, le censure mosse alla sentenza di primo grado investivano la decisiva considerazione avuta dal giudice di prime cure della deposizione del teste della difesa ancorchè lo stesso si fosse detto non esperto di alcoltest; la mancata audizione degli altri testi della difesa; la mancata considerazione dei documenti prodotti e relativi alla inaffidabilità dell'etilometro.
In tal modo si operava una critica argomentata alla sentenza impugnata, della quale si censurava la focalizzazione su un elemento fa cui decisività era posta in dubbio dai contenuti stessi della deposizione del teste qualificato, mentre altri dati disponibili, ma non ammessi dal giudice di prime cure, avrebbero potuto concorrere a dare dimostrazione della necessità di approfondire l'indagine sulla attendibilità delle misurazioni strumentali.
Invero, se gli esiti dei test alcolimetrici possono in generale essere valutati positivamente dal decidente, ciò non implica la strutturazione di una prova legale al riguardo; rimane fermo l'obbligo del giudice di valutare ogni circostanza pertinente e rilevante. E' principio statuito da questa Corte che allorquando l'alcoltest risulti positivo, costituisce onere della difesa dell'imputato fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l'utilizzo di una errata metodologia nell'esecuzione dell'aspirazione, non essendo sufficiente che ci si limiti a richiedere il deposito della documentazione attestante la regolarità dell'etilometro (Cass. Sez. IV, n. 42084 del 4.10.2011, omissis, rv. 251117).
Nel caso di specie l'atto di appello si compendia nella denuncia della indebita contrazione del diritto alla prova, avendo il primo giudice immotivatamente escluso le ulteriori prove richieste dall'imputato, afferenti l'eventuale formazione di una letteratura tecnica in ordine ai limiti della strumentazione tecnica, l'esistenza di una patologia cronica dell'imputato in grado di incidere sui risultati del test, l'assenza di assunzioni di alcolici nell'arco temporale interessante il giudizio. Orbene, in tema di impugnazioni, la specificità che deve caratterizzare i motivi di appello deve essere intesa alla luce del principio del "favor impugnationis", in virtù del quale, in sede di appello, l'esigenza di specificità del motivo di gravame ben può essere intesa e valutata con minore rigore rispetto al giudizio di legittimità, avuto riguardo alle peculiarità di quest'ultimo (Cass. Sez. IV, n. 48469 del 7.12.2011, omissis ed altro, rv. 251934).
La Corte territoriale non ha fatto corretta applicazione di tale principio, rinvenendo la aspeciflcità dell'impugnazione nonostante questo indichi, sia pure in modo essenziale, le ragioni per cui si ritiene errata la valutazione che il giudice ha compiuto delle prove legittimamente acquisite nel dibattimento, in tal modo facendo sorgere il diritto ad una risposta della Corte d'Appello.
Alla stregua delle suesposte considerazioni, l'impugnato provvedimento deve pertanto essere annullato senza rinvio, con trasmissione degli atti alla Corte d'appello di L'Aquila per il giudizio di secondo grado.
P.Q.M.
annulla l'ordinanza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Milano per giudizio di appello.
(Omissis)

giovedì 20 settembre 2012

LICENZIATO LAVORATORE PART TIME - RIFIUTA DI MODIFICARE L'ORARIO DI LAVORO - ILLEGITTIMITA'


CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE LAVORO SENTENZA DEL 4 SETTEMBRE 2012, N. 14833

Svolgimento del processo
Con sentenza del 25.7.2007 il Tribunale di Verbania annullava il licenziamento intimato il 16.12.2005 a P.F. dalla E.-G. s.a.s. per mancanza di giusta causa o giustificato motivo ordinando alla detta società di reintegrare il lavoratore nel proprio posto di lavoro e condannandola al pagamento delle retribuzioni non corrisposte dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra sulla base della retribuzione globale di fatto pari ad Euro 989,46 oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali.
Tale decisione veniva confermata dalla Corte di Appello di Torino con sentenza del 21.4.2008 che riteneva: ritualmente effettuata, ai sensi dell’art. 145 co. 1 c.p.c., la notifica del ricorso introduttivo del giudizio alla E.-G. s.a.s. e, quindi, rituale anche la declaratoria di contumacia da parte del primo giudice; tardiva la documentazione prodotta in sede di appello da parte della E. – G. tendente a dimostrare che il recesso era avvenuto per ragioni inerenti l’attività produttiva e, comunque, non rilevante visto che il licenziamento era stato adottato perché il P. , assunto part – time, si era rifiutato di modificare l’orario di lavoro; corretta la applicazione da parte del tribunale dell’art. 18 L. n.300/70 non avendo provato la società la insussistenza dei presupposti per l’applicabilità della c.d. tutela reale. Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso la E. – G. affidato a quattro motivi. P.F. resiste con controricorso.
Motivi della decisione
Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 138 e ss., 145 e 160 c.p.c. Lamenta la ricorrente che erroneamente la Corte di Appello ha ritenuto rituale la notifica dell’atto introduttivo del giudizio effettuata a mani della sig.ra A. non nella sede legale della società – sita in (…) come emergente dalla visura e dai libri paga prodotti agli atti – ma in (…) , ciò in palese violazione del disposto dell’art. 145 c.p.c.. In particolare, si assume che la relata – predisposta dal procuratore del P. sul presupposto della successiva notifica – riportava quale luogo di notifica l’indirizzo di via (…) ma nella realtà la notifica sarebbe stata effettuata in (…) ove lavorava la sig.ra A. , persona, peraltro, estranea alla E. – G.
Conclude, quindi, sottolineando anche la violazione delle disposizione del codice di procedura civile in ordine alla persona a cui la copia da notificare deve essere consegnata ex artt. 138 e ss. ed evidenziando la nullità della notifica e di tutti gli atti successivi da essa dipendenti, quindi dell’intero processo di primo grado e della sentenza che lo ha concluso. Formula quesito di diritto.

Il motivo è infondato.

La corte territoriale ha valutato rituale la notifica del ricorso introduttivo del giudizio in quanto effettuata dagli Ufficiali Giudiziari di Verbania il 3.11.2006 in (…) , con attestazione della consegna a mani “dell’impiegata A.C. , dipendente addetto alla ricezione degli atti, tale qualificatosi, capace” – come si evinceva dalla relata di notifica. La corte ha correttamente evidenziato che la sede legale della società era pacificamente in (…) e che non risultava presentata una querela di falso nei confronti delle attestazioni svolte dall’Ufficiale Giudiziario che aveva proceduto alla notifica; ha, quindi, affermato la correttezza della declaratoria di contumacia della E. – G. operata nel giudizio di primo grado e la decadenza della stessa dall’esercizio delle facoltà ex art. 416 c.p.c..
In effetti tutto il motivo in esame si fonda sull’assunto che l’Ufficiale Giudiziario avrebbe attestato di aver effettuato la notifica dell’atto introduttivo del giudizio in (…) , ma in realtà, la notifica sarebbe avvenuta in un luogo diverso – in (…) – ed a persona non addetta alla ricezione. Tuttavia, come già giustamente evidenziato dalla corte territoriale, l’attuale ricorrente (allora appellante) avrebbe dovuto – ma non lo ha fatto – proporre querela di falso, essendo pacifico che l’ufficiale giudiziario compie pubbliche funzioni e, come tale, i suoi sono atti pubblici che soggiacciono alla disciplina di cui all’art. 2700 c.c., perché attestanti le operazioni da lui compiute (giurisprudenza costante, ex multis, Cass. 22/02/2010, n. 4193).
Con il secondo motivo si denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 291 c.p.c. e 2697 c.c. Si assume che la corte territoriale, nel decidere in favore dell’appellato, avrebbe omesso valutare il materiale probatorio fornito dall’appellante, così violando i principi fondamentali di cui all’art. 291 c.p.c. e 2697 c.c., e basando il proprio convincimento non sulla sufficienza delle prove addotte dal P. ma attribuendo significato di non contestazione dei fatti allegati dal ricorrente alla contumacia della E. G.
Con il terzo motivo si denuncia la nullità della sentenza d’appello per difetto completo di motivazione circa l’illegittimità del licenziamento e falsa applicazione dell’art. 2 D.Lgs. n. 61/2000
Si deduce che la corte d’appello – e prima ancora il tribunale – non aveva considerato che le mansioni cui era adibito il P. erano divenute, di fatto, impossibili a seguito della chiusura del magazzino ove il predetto prestava la propria attività lavorativa e che, dunque, il licenziamento era stato adottato per giustificato motivo oggettivo costituito da ragioni inerenti l’attività produttiva, contrattasi di molto per una forte crisi del settore in cui la E. G. operava. Inoltre, come esposto nel secondo motivo, la corte territoriale aveva ritenuto tardiva tutta la documentazione prodotta dall’appellante (attuale ricorrente) e pur in assenza di qualsivoglia attività istruttoria – se non il libero interrogatorio del ricorrente – aveva valutato come fondata la pretesa del P.
Entrambi i motivi, da trattare congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono infondati.
Ed infatti l’impugnata sentenza ha basato la propria decisione sulle risultanze dei documenti ritualmente acquisiti al processo da cui emergeva che il licenziamento era stato adottato non già per ragioni inerenti all’attività produttiva – come sostenuto nell’appello dalla E. G. – ma perché il P. si era rifiutato di modificare l’orario di lavoro. La Corte di merito, quindi, non ha, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, attribuito alcuna rilevanza alla contumacia. Con il quarto motivo viene denunciata la nullità della sentenza impugnata per difetto completo di motivazione circa l’applicazione della tutela reale in luogo di quella obbligatoria e falsa applicazione dell’art. 18 L. n. 300/70. Si deduce che erroneamente la corte di merito aveva applicato la c.d. tutela reale sulla scorta dell’affermazione che era onere della E-G provare il requisito dimensionale nel giudizio di primo grado laddove, invece, detto onere incombeva sul lavoratore e, peraltro, dalla documentazione prodotta in secondo grado emergeva che la società non occupava più di quindici dipendenti al momento del licenziamento. Formula, quindi, quesito.
Il motivo è infondato.

L’orientamento di questa Corte è ormai consolidato nell’affermare il principio secondo cui l’onere di provare l’esistenza del requisito occupazionale che impedisce l’applicazione della disciplina generale della L. n. 300 del 1970, art. 18, grava sul datore di lavoro (Cass. SU n. 141/2006; Cass. 6344/2009). Ne consegue che correttamente l’impugnata sentenza ha ritenuto che la E. – G., contumace in primo grado, non potesse più in appello fornire la prova della insussistenza del requisito dimensionale essendo decaduta dalla possibilità di provare la circostanza suddetta. Alla luce di quanto esposto il ricorso va rigettato.
Le spese del presente giudizio di legittimità cadono a carico della E.-G. s.a.s. di M. B. e sono liquidate nella misura di cui al dispositivo in favore del resistente.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 50,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 oltre accessori come per legge.
Depositata in Cancelleria il 04.09.2012

ESTORSIONE DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO - BUSTA PAGA


Suprema Corte di Cassazione
sezione II
sentenza del 3 agosto 2012, n. 31535
Ritenuto in fatto
Con sentenza del 26.11.2008 il Tribunale di Nicosia condannava S.V., previa concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti, alla pena complessiva di anni sette di reclusione ed euro 3.500 di multa per vari fatti di estorsione in danno rispettivamente, P.V. (capo A) ;S.R. (capo B), I.M.(capo H), R.R. (capo I), M.E. e altri (capo L), P.C e altri (capo M), tutti dipendenti della F sub spa di cui S.V. era azionista di maggioranza; di LA., (capo C), T.M. capo E) G.A. (capo F) T M dipendenti della T. s.r.l., facente parte del gruppo società capeggiato dalla F. sub di C.G.( capo G), dipendente della T. s.r.l controllata dalla T. costretti, secondo l’accusa a”restituire” alle società con le quali Iintrattenevano i rapporti di impiego, sotto minaccia, in difetto, di mancata assunzione o di licenziamento, una parte delle somme ricevute a titolo di retribuzione e o comunque ad accettare somme inferiori a quelle figuranti sulle buste paga.
La Corte di appello di Caltanissetta, con sentenza del 14.6.2011, in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava prescritti i reati sub C) ed E), e riduceva la pena complessiva ad anni cinque e mesi tre di reclusione ed euro 3100 di multa, sostituendo all’interdizione perpetua dai pp.uu disposta dal Tribunale quella dell’interdizione temporanea; confermava nel resto.
Ricorre il S. per mezzo dei propri difensori.
Le censure di legittimità complessivamente articolate nei due ricorsi, rispettivamente a firma degli avv.ti I. e F., sono le seguenti:
1. Violazione dell’art. 429 c.p.p. per mancata enunciazione dei fatti in forma chiara e precisa, soprattutto con riferimento al contenuto delle presunte minacce cui i lavoratori sarebbero stati assoggettati;
2. Violazione dell’art. 434 c.p.p. in riferimento ai reati di cui ai capi A) e B). Per i fatti oggetto delle predette imputazioni il S. sarebbe stato infatti già sottoposto a procedimento penale, conclusosi con sentenza di non luogo a procedere del gip del Tribunale di Nicosia del 23.11.2000, nel presupposto che sarebbero state ravvisabili nelle condotte del S. soltanto violazioni finanziarie. Sarebbe erronea, al riguardo, la valutazione della Corte territoriale secondo cui la diversa qualificazione giuridica del fatto escluderebbe la preclusione processuale, dovendo piuttosto essere considerata l’identità storica delle condotte. Per il resto, l’azione penale per il reato di estorsione in ordine a i fatti in questione, sarebbe poi stata ripresa in assenza di autorizzazione alla riapertura delle indagini;
3. Violazione di legge in relazione all’art. 1781ett. c) c.p.p. e nullità dell’incidente probatorio svoltosi davanti al Gip di Nicosia che avrebbe proceduto all’esperimento istruttorio senza consentire al S. legittimamente impedito, di parteciparvi; sarebbe al riguardo inconferente il riferimento al rinvio ad horas disposto dal gip, che non poté avere pratica attuazione, ed erroneo il rilievo della marginalità dell’attività processuale effettivamente espletata nel corso dell’incidente probatorio.
4. Violazione degli artt. 516, 521 e 522 c.p.p., per difetto di correlazione tra imputazione e sentenza. I fatti contestati ai capi G) H), ed I), sarebbero stati datati diversamente, al pari di quelli di cui ai capi L) ed M), per questi ultimi essendo stata ritenuta in concreto anche una diversa condotta di reato; nel ricorso a firma dell’avv. I. il motivo è dettagliatamente sviluppato con il confronto tra l’imputazione e le dichiarazioni delle singole persone offese;
5. Violazione di legge e difetto di motivazione in ordine alla conferma del giudizio di responsabilità dell’imputato per i capi di condanna esclusi dalla prescrizione. Nelle dichiarazioni delle varie persone offese, come illustrate nei ricorsi, mancherebbe qualunque indicazione di condotte integranti gli elementi costitutivi di minacce estorsive, perché tutti i dipendenti delle varie società avevano liberamente accettato le condizioni contrattuali loro proposte. Inoltre, nel caso del P. la Corte avrebbe trascurato che lo stesso era stato assunto oltre la data del commesso reato indicato nel capo M); nel caso della C. (capo G), l’oggetto della minaccia estorsiva sarebbe stato riferito dai giudici territoriali alla restituzione di un’indennità INAIL non considerata nell’imputazione; nel caso del C. non sarebbe nemmeno noto in quale data egli sarebbe stato costretto a restituire parte della retribuzione ricevuta;
6. Violazione di legge e difetto di motivazione in ordine all’affermazione della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di estorsione; la Corte territoriale non avrebbe considerato, tra l’altro, che il S. aveva ritenuto lecito il proprio operato in ragione del consenso liberamente espresso dalle varie persone offese all’offerta contrattuale loro proposta al momento dell’assunzione, tanto più in ragione della scarsa qualificazione professionale dei soggetti assunti; e non avrebbe considerato che lo scopo del S. che peraltro condivideva con altri le responsabilità gestionali delle varie imprese, era stato sempre quello di salvaguardare i livelli occupazionali e di evitare il fallimento delle imprese; in ogni caso, i lavoratori avrebbero potuto ricorrere al giudice per far valere i propri diritti, ciò che porrebbe il problema della configurabilità del tentativo di estorsione in luogo dell’estorsione consumata;
7. Violazione dell’art. 81 c.p. La Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere non una pluralità di condotte estorsive unificate sotto il vincolo della continuazione, ma un’unica condotta estorsiva riguardante “cumulativamente” tutti i soggetti assunti alle dipendenze delle varie società;
8. Violazione di legge e difetto di motivazione in relazione agli artt. 81 e 133 c.p. la pena determinata dalla Corte di merito tanto per il reato base che in relazione agli aumenti per continuazione, sarebbe eccessiva rispetto all’entità dei fatti. La Corte non avrebbe inoltre considerato lo scopo perseguito dal S. di assicurare alle persone offese il mantenimento del posto di lavoro;
9. Violazione degli artt. 78, 83, 100, 122 c.p.p. e 39 disp. att. c.p.p. e difetto di motivazione riguardo alla ritenuta ritualità della costituzioni di parti civile delle persone offese T.M., C.G., SR R.R e G.A. Gli atti di costituzione sarebbero privi della sottoscrizione degli interessati e del difensore procuratore; la procura speciale difetterebbe inoltre dei requisiti previsti dall’art. 122 c.p.p., in particolare con riferimento al suo oggetto. A sostegno delle proprie deduzioni sul punto, la difesa cita Cass. pen., sez. VI, 13.5.1999, Brandimarte, e Cass. pen. Sez. 11123.1.2002 n. 8553 Maffeo).
10. Violazione di legge in ordine all’affermazione della responsabilità del ricorrente in riferimento alle assunzioni del P. nella quale risulterebbe evidente il mancato coinvolgimento del S e del P. riguardo alle dichiarazioni del quale sarebbe ravvisabile un vero e proprio travisamento della prova da parte dei giudici di appello;
11. Violazione dell’art. 47 c.p. la Corte territoriale non avrebbe considerato che le condotte del S. sarebbero il frutto di un evidente errore di diritto sulla legittimità del proprio operato tradottosi in un errore sul fatto costituivo del reato indotto anche dalla riqualificazione delle condotte come violazioni finanziarie nella precedente sentenza di non luogo a procedere del gip del Tribunale di Nicosia;
12. Violazione di legge in relazione al principio del ragionevole dubbio fissato dall’art. 533 c.p. nel testo risultante dalla modifica di cui all’art. 5 I. nr. 46 del 2006 rispetto a tutti i capi di condanna;
13. Violazione dell’art. 129 c.p.p. con riferimento alle posizione di N.N., essendosi il reato in suo danno prescritto già alla data della sentenza di appello, e in relazione ai capi A), B), L) ed M), anch’essi già prescritti in considerazione del tempus commissi delicti e del nuovo regime prescrizionale del reato continuato previsto dall’art. 158 novellato;
Considerato in diritto
1. Poco più che accademica e soltanto tuzioristica è la deduzione della nullità della citazione a giudizio per indeterminatezza dei capi di imputazione. Per tutti i fatti di reato è specificato il rapporto di lavoro delle varie persone offese con questa o quella società in cui era comunque interessato il S, e la minaccia estorsiva è adeguatamente descritta con riferimento alla “sanzione” della mancata assunzione o del licenziamento delle varie persone offese in caso di dissenso dalle condizioni iugulatorie loro imposte (”restituzione” di parte delle retribuzioni o accettazione di compensi inferiori a quelli risultanti dalla buste paga). Cosa altro potesse pretendersi non è chiaro, né la difesa in realtà riesce a spiegarlo, di là dal suo notarile puntiglio sulla questione.
2. La deduzione della preclusione dell’azione penale per precedente giudicato sullo stesso fatto è palesemente infondata. Premesso che nei termini infine correttamente prospettati dalla stessa difesa, si tratterebbe piuttosto di un”’improcedibilità relativa”, cioè dipendente dalla mancata autorizzazione alla riapertura delle indagini dopo la sentenza di non luogo a procedere già pronunciata nei confronti di S. per i reati finanziari contestatigli in margine alla gestione delle stesse società implicate nelle vicende estorsive, le valutazioni della Corte di merito sulla questione devono ritenersi corrette, dal momento che le violazioni finanziarie potevano al più integrare fatti di reato concorrenti con le condotte estorsive mentre la loro contestazione non implicava certo di per sé l’esclusione del reato di cui all’art. 629 c.p, , o la “riqualificazione” di fatti estorsivi non oggetto di contestazione e in nessun modo “sovrapponibili” ai reati finanziari. 3. La deduzione della nullità dell’incidente probatorio svoltosi davanti al gip di Nicosia è prospettata in termini che non consentono in nessun modo di apprezzarne la rilevanza. L’incidente processuale fu finalizzato all’acquisizione di una perizia tecnica che non risulta particolarmente valorizzata nelle sentenze di merito (la motivazione della sentenza di primo grado si apre anzi, a pag. 4, con l’esplicita sottolineatura della fondamentale importanza delle dichiarazioni delle persone offese) , e sul contenuto della quale nemmeno la difesa indugia in qualche modo. Non può quindi condividersi il rilievo difensivo della portata “generale” della eventuale nullità dell’atto ai sensi dell’art. 178 lett. c) c.p.p.: tutto si risolverebbe nella inutilizzabilità di una consulenza inutilizzata e comunque palesemente marginale rispetto al sostegno probatorio offerto all’accusa dalle dichiarazioni delle varie persone offese e , come si vedrà, dalle sostanziali ammissioni dello stesso imputato. Senza dire che la difesa non ha nemmeno opposto deduzioni sufficientemente documentate alle argomentazioni con cui la Corte di merito aveva già respinto l’eccezione.
4. Le questioni sul vizio di correlazione tra imputazione e sentenza muovono da presupposti di fatto in realtà insussistenti. Nella sentenza di primo grado i capi di condanna sono riferibili alle contestazioni originarie (il S. risulta dichiarato colpevole dei reati “ascrittigli” ai capi Al, B), C) E), F) G], H), I), L) ed M) della rubrica senza nessuna indicazione di una qualunque variazione della data dei vari fatti di reato, o di reati concorrenti successivi) ; è vero che con riguardo ad alcune imputazioni le dichiarazioni delle persone offese fanno riferimento anche a fatti successivi ( ad es. R. ha accennato a prassi illecite protrattesi fino al 2004, mentre alla stregua della formulazione del capo B) della rubrica, riguardante la stessa persona offesa, le condotte estorsive si arrestano al 1998; analogamente, G. persona offesa del reato di cui al capo G) dichiarò di avere subito vessazioni fino al 2002, mentre la contestazione fa riferimento a fatti commessi fino al Dicembre 2000; indicazioni diverse da quelle rilevabili dai capi di imputazione sotto il profilo della collocazione temporale dei fatti sono desumili anche dal contenuto delle dichiarazioni delle persone offese dei reati sub l) ed M), ma in, assenza di corrispondenti iniziative dell’accusa e comunque di “aggiustamenti” dei capi di imputazione da parte del giudice di merito, se ne deve concludere che per i fatti emersi in giudizio eccedenti l’ambito temporale delle immutate contestazioni originarie gli spunti accusatori ulteriori rimangono consegnati al processo come semplicemente “descrittivi” di una situazione di illegalità ancora perdurante, refluendo al più, indirettamente, solo ai fini della prova dei fatti effettivamente contestati.
4.1. Non diversamente va ritenuto per quel che riguarda il presunto vizio di correlazione tra imputazione e sentenza in ordine alla posizione di e G. (capo G della rubrica). In questo caso, la difesa lamenta che il S. sarebbe stato condannato per avere preteso la restituzione di un’indennità INAll corrisposta a favore della lavoratrice, non oggetto di contestazione, ma nella motivazione della sentenza di primo grado è evidente il riferimento all’imputazione nella parte in cui si rileva la divergenza tra le buste paga che la G. era costretta a sottoscrivere e l’effettivo importo della retribuzione ricevuta mentre le dichiarazioni della stessa persona offesa sull’indennità INAIL sono registrate incidentalmente, in quanto comunque comprese nel narrato della teste, e il capo di condanna corrispondente all’imputazione sub G) risulta testualmente conforme all’accusa.
4.2. Nel confermare parzialmente la sentenza di primo grado, anche la Corte di Appello ha poi lasciato immutato il quadro delle contestazioni oggetto del ribadito giudizio di condanna. Non può tuttavia trascurarsi che nella parte motiva i giudici di appello mostrano una non esatta comprensione dei termini della questione, rilevando, a pag. 12, che i fatti successivi alle date indicate nei capi di imputazione dovrebbero ritenersi implicitamente contestati con riferimento alla “sostanza” dei vari rapporti di lavoro e che su di essi l’imputato avrebbe avuto modo di difendersi, con la conseguenza che tanto consentirebbe di supplire “all’erroneo dato testuale indicato nelle imputazioni” . Ma il dato testuale indicato nelle imputazioni non può considerarsi, propriamente, erroneo, rivelandosi semmai “incompleto” rispetto all’effettiva durata dei rapporti di lavoro. E’ così ad es.nella sentenza di primo grado si legge (pag. 6) che il S. aveva dichiarato di avere lavorato alle dipendenze della F. dal 1995 al 2004, periodo che comprende quello dal 1995 al 1998 indicato nei capi d’accusa da marzo a Dicembre 2000 indicato nel capo G) è incluso nelle dichiarazioni di e C.G. che ha datato dal 1999 all’Ottobre 2002 il suo rapporto di lavoro con la T. e tanto è a dirsi anche per tutte le altre divergenze temporali.
5. La confusione in cui è incorsa al riguardo la sentenza impugnata (che in nessun modo altera però i termini concreti del giudizio di condanna) concorre tuttavia ad escludere profili di manifesta infondatezza dei ricorsi e a lasciare aperta la valutazione del decorso del termine prescrizionale per i vari reati, in quanto “cronologicamente” cristallizzati secondo le imputazioni originarie, anche successivamente alla pronuncia della Corte di Appello. Deve di conseguenza rilevarsi, anche tenuto delle sospensioni del termine prescrizionale intervenute nel corso del giudizio, la ormai maturata prescrizione dei reati di cui ai capi B) l) ed M), nonché dei reati di cui al capo A) limitatamente ai fatti commessi fino al 21.6.1998, non essendo d’altra parte rilevabili le condizioni per il prosciogli mento nel merito ai sensi dell’art. 129 co 2 c.p.p.
6. Non colgono nel segno le deduzioni difensive relative ai reati di cui al capo A), relativamente ai fatti sopravvissuti alla prescrizione, e ai reati di cui ai capi F), G), H) I). In sintesi, riguardo al reato di cui al capo) A) nella sentenza di primo grado è esplicitamente indicato l’intervento diretto del ricorrente nei confronti del P. tra l’altro con la minaccia di licenziamento personalmente rivolta al lavoratore se avesse preteso di percepire l’intero stipendio indicato sulla basta paga; arbitraria, in quanto non supportata da idonei riferimenti processuali, è quindi l’affermazione difensiva secondo cui nella vicenda la parte datoriale fu rappresentata solo da V.M., al quale andrebbe esclusivamente imputata la condotta estorsiva; riguardo alle altre imputazioni, le deduzioni difensive sono per lo più generiche e assertive, fatta eccezione, per la questione, già esaminata, della presunta immutazione del fatto riguardante la C. o comunque volte ad un diverso apprezzamento di merito delle risultanze istruttorie in termini non congeniali ai limiti del giudizio di legittimità.
6.1 In ogni caso, la coralità delle indicazioni provenienti dai numerosi lavoratori coinvolti sulle pratiche illegali loro imposte all’atto dell’assunzione o nel corso dello svolgimento dei vari rapporti di lavoro sono adeguatamente analizzate e valorizzate nella sentenza impugnata e in quella di primo grado, e del resto nemmeno la difesa contesta che le condizioni contrattuali fossero quelle indicate dai lavoratori, ripiegando piuttosto sulla tesi del consenso liberamente espresso dagli interessati, o sulle motivazioni “altruistiche” del S. (che avrebbe agito per mantenere i livelli occupazionali e scongiurare i licenziamenti).
6.2 Ma anche tali ultime deduzioni sono scarsamente apprezzabili, considerando che il tenore delle dichiarazioni dei vari lavoratori riportate nelle sentenze di merito lascia poco spazio all’ipotesi di serene pattuizioni “consensuali” (vedi ad es., le dichiarazioni della C. riportate a pag. 12 della sentenza di primo grado, dove si ricorda tra l’altro l’esplicita lamentela della persona offesa sull’iniquità delle condizioni contrattuali; tutt’altro che un consenso liberamente espresso emerge anche dalle dichiarazioni della R. particolarmente sottolineate nei ricorsi, ma alquanto “edulcorate” nella “versione” difensiva, risultando piuttosto, dalla sentenza di primo grado -pag. 14- che la teste aveva accettato condizioni contrattuali percepite come inique perché versava in una situazione di bisogno, e vi si era adeguata anche nel corso del rapporto per timore di perdere il posto).
6.3 Inconferente si rivela poi “affermazione difensiva circa le (presunte) motivazioni altruistiche del S. (a sostegno delle quali era stata formulata dalla difesa, nel corso del giudizio di merito, una richiesta di perizia giustamente ritenuta inammissibile dalla Corte di merito, per il suo carattere ipotetico ed esplorativo), che semmai evocano una difficile situazione del mercato del lavoro propizia alla coartazione della volontà dei dipendenti (Cfr. Cass. sez. 2, n. 36642 del 21/09/2007 Levanti e altro), e peraltro costantemente indicata dalle persone offese a spiegazione della loro acquiescenza.
6.4 In questo contesto, ancor meno è dato comprendere il rilievo difensivo della scarsa qualificazione dei lavoratori occupati, perché se fosse stato possibile un diverso inquadramento contrattuale e mansionale degli interessati con retribuzioni “trasparenti” e legittimamente corrispondenti a quelle effettivamente corrisposte, non ci sarebbe stato alcun bisogno delle pratiche illegali sperimentate dal ricorrente.
7. Quanto alle altre questioni difensive sul tema della responsabilità penale non si comprende perché l’esito favorevole del giudizio sulle violazioni finanziarie avrebbe dovuto indurre nel S. l’erroneo ed “esimente” convincimento della legittimità delle proprie condotte estorsive; né perché tutti i fatti estorsivi contestati dovrebbero considerarsi una condotta “unica”, annientando l’individualità delle varie persone offese; o, infine, perché mai la possibilità delle persone offese di rivolgersi al giudice civile per ottenere il soddisfacimento dei propri diritti, escluderebbe l’estorsione consumata, a fronte di ingiusti profitti pur sempre effettivamente realizzati dal ricorrente, per quanto “minacciati” dal possibile esito di eventuali azioni civili.
7.1. Per il resto, basta aggiungere che la sentenza impugnata ha fatto buon governo dei principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in materia di estorsione contrattuale ai danni di lavoratori ( cfr. Cass. Sez. 2 n. 16656 del 20/04/2010 Privitera ed altro, secondo cui integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, in presenza di una legittima aspettativa di assunzione, costringa l’aspirante lavoratore ad accettare condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi; Cass. sez. 2, n. 656 del 04/11/2009 Perez, dove il principio è ribadito in relazione alla prospettazione da parte del datore di lavoro ai dipendenti, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro per il caso in cui non accettino un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga; Cass. 5ez. 2, n. 36642 del 21/09/2007 levanti e altro, cìt., dove l’individuazione degli estremi del reato di estorsione nella condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato di lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringa i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, e più in generale condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi.
8. Infondata, infine, è anche la doglianza relativa all’ammissibilità della costituzione di parte civile delle persone offese T.M, C.G, S.R. e G.A. AI riguardo la Corte rileva esattamente che la costituzione di parte civile deve ritenersi ammissibile, ancorché la sottoscrizione del difensore sia apposta esclusivamente in calce alla procura speciale rilasciata dalla persona offesa (oltre a Cass. sez. V, n. 22671 del 2002, cit. nella sentenza impugnata, vedi, anche, Corte di Cassazione nr 00645 28/09/2006 Yang, mentre con riferimento alla “determinatezza” delle domande civili, rispetto al necessario rapporto di causalità tra il danno e il fatto di reato, si deve rilevare che l’impegno argomentativo necessario a giustificare l’esercizio dell’azione civile nel processo penale dipende dalla natura delle imputazioni e dal rapporto tra i fatti lamentati e la pretesa azionata, sicché, allorquando detto rapporto, com’è del tutto ovvio nel caso di specie, sia di immediata evidenza, si deve ritenere che ai fini dell’esposizione della “causa petendi” sia sufficiente il mero richiamo al fatto descritto nel capo di imputazione (cfr. , tra le altre, Corte di Cassazione nr. 06910 del 27/04/1999 Mazzella);
Alla stregua delle precedenti considerazioni la sentenza impugnata deve essere annullata in ordine ai reati di cui ai capi B) l) ed M), nonché in ordine ai reati di cui al capo A) limitatamente ai fatti commessi fino al 21.6.1998, perché estinti per prescrizione, con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Caltanissetta per nuova determinazione della pena in ordine ai reati residui, assorbiti, allo stato, nei concreti termini della pronuncia di annullamento, i motivi sul trattamento sanzionatorio. I ricorsi vanno nel resto rigettati. Vanno confermate le statuizioni civili nei confronti di S.R. ai sensi dell’art. 578 c.p.p . Il ricorrente va infine condannato alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili C.G., G.A, R.R. e S.R., che liquida in complessivi euro 3400 oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A.
 
P.Q.M.
 
Annulla la sentenza impugnata in ordine ai reati di cui ai capi B) L) ed M), nonché in ordine ai reati di cui al capo A) limitatamente ai fatti commessi fino al 21.6.1998, perché estinti per prescrizione, con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Caltanissetta per nuova determinazione della pena in ordine ai reati residui; rigetta nel resto i ricorsi;conferma le statuizioni civili nei confronti di S.R. ai sensi dell’art. 578 c.p.p.; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili e C.G., G.A, R.R. e S.R., che liquida in complessivi 400 oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A.
Depositata in Cancelleria il 03.08.2012

LAVORO - MALATTIA - OBBLIGHI DEL LAVORATORE E DEL DATORE


Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 19/7/2012 n. 12051
(Omissis)
Svolgimento del processo
1. Con ricorso ritualmente notificato C.C. esponeva:
che era dipendente dell'Agenzia delle entrate; che in data 16.12.97 veniva sottoposta - su sua stessa richiesta - a visita collegiale della ASL e dichiarata permanentemente inidonea al servizio; che era stata assente dai servizio per malattia dal marzo 1998 al 21.11.98, dietro presentazione di regolari certificazioni mediche; che aveva richiesto in data 11.11.98 il rientro anticipato dalla malattia, presentando certificato medico che attestava le migliorate condizioni di salute; che l'amministrazione non consentiva il rientro fino alla nuova visita collegiale della ASL, avvenuta nel febbraio '99, che verificava l'idoneità al servizio; che illegittimamente l'Agenzia per il periodo dal 17.11.98 al 19.2.99 procedeva alla decurtazione del trattamento stipendiale. Chiedeva dichiararsi l'illegittimità di tale provvedimento non essendo imputabile alla ricorrente l'assenza dal 17.11.98 in poi.
Si costituiva ritualmente l'Agenzia delle Entrate e deduceva che: il rientro in servizio della ricorrente non era consentito in presenza di un accertamento di inidoneità permanente; che l'amministrazione si attivava immediatamente a richiedere la nuova visita collegiale;
che alla ricorrente era stato applicato il trattamento economico previsto in caso di assenza per malattia, con le relative riduzioni previste dopo i primi nove mesi, (10%); dopo i successivi tre mesi (50%), nessuna retribuzione dopo i successivi 6 mesi.
Con sentenza n. 11.716 del 13 giugno 2005 il Tribunale di Roma accoglieva la domanda della ricorrente con la condanna alle spese di lite.
2. Avverso la pronuncia di primo grado proponeva appello l'Agenzia delle Entrate rilevando che il Tribunale non aveva considerato: che l'Amministrazione ai sensi del D.P.R. 1957, art. 130, era vincolata al giudizio tecnico di dispensa; che dopo appena tre giorni dalla richiesta di rientro in servizio si era attivata per chiedere la nuova visita alla ASL; che il ritardo nell'espletamento della visita non era imputabile al datore di lavoro; che in mancanza di prestazione non poteva essere riconosciuto l'intero trattamento retributivo.
C.C. si costituiva nel procedimento di secondo grado chiedendo il rigetto dell' impugnazione.
La corte d'appello di Roma con sentenza del 22 giugno 2007 - 25 settembre 2007, in riforma dell'impugnata sentenza, rigettava il ricorso di primo grado e compensando le spese di lite tra le parti.
3. Avverso questa pronuncia ricorre per cassazione l'originaria ricorrente con tre motivi.
Resiste con controricorso la parte intimata. La ricorrente ha depositato memoria.
Motivi della decisione
1. Il ricorso è articolato in tre motivi.
Con i primi due motivi la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 3 del 1957, artt. 129, 130, 131 e 132, nonchè vizio di motivazione per quanto concerne il soggetto cui attribuire le conseguenze del ritardo della ASL nell'effettuare la visita medico - legale e per quanto concerne la ritenuta irricevibilità della prestazione lavorativa sino all'esito della visita medico - legale. La corte d'appello ha erroneamente ritenuto che dovessero gravare sulla dipendente le conseguenze del ritardo con il quale l'azienda sanitaria aveva dato seguito alla richiesta di visita da parte dell'agenzia delle entrate. In ogni caso l'esito positivo della visita medica doveva retroagire al momento della presentazione della richiesta di rientro in servizio da parte della dipendente.
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione per quanto concerne il momento di effettuazione della visita medica.
Secondo la ricorrente la corte d'appello erroneamente ha escluso l'erogazione del trattamento retributivo pieno prima del rientro.
2. Preliminarmente va dichiarata l'inammissibilità del controricorso perchè tardivo in quanto notificato oltre il termine previsto dall'art. 370 c.p.c..
3. Il ricorso - i cui tre motivi possono essere esaminati congiuntamente - è fondato.
In diritto deve considerarsi che la condizione di malattia del dipendente costituisce giustificato impedimento che esclude l'inadempimento dell'obbligo di prestazione lavorativa (art. 2110 c.c.); ma nel momento in cui cessa la malattia, il lavoratore è tenuto all'adempimento di tale obbligo e, ove offra la prestazione lavorativa, è il datore di lavoro inadempiente (mora credendi) ove ingiustificatamente la rifiuti.
La peculiarità del caso di specie è data dal fatto che la malattia della dipendente era espressione di un'inidoneità al lavoro inizialmente valutata (dall'ASL che aveva sottoposto la dipendente a visita collegiale medica) come permanente. Ciò però non aveva portato l'agenzia delle entrate, pubblica amministrazione datrice di lavoro, ad adottare un provvedimento di dispensa dal servizio. La dipendente quindi si è assentata dal servizio in una condizione di malattia tout court, sicchè, cessata la malattia per il miglioramento delle sue condizioni fisiche, che quindi faceva venir meno il carattere permanente dell'inidoneità al lavoro inizialmente certificata dalla ASL, non si poneva un problema di riammissione in servizio per revoca di un provvedimento di dispensa, mai intervenuto, ma c'era soltanto la mera riattivazione dell'obbligo di prestazione lavorativa.
L'agenzia delle entrate poteva sì verificare la riacquistata idoneità al lavoro della ricorrente prima di ammetterla in servizio una volta che inizialmente (in data 16 dicembre 1997) era stata certificata la sua permanente inidoneità al servizio da parte dell'azienda sanitaria. Ma l'agenzia delle entrate - rifiutando nell'immediato la prestazione lavorativa e contestualmente richiedendo alla stessa azienda sanitaria di sottoporre nuovamente a visita medica la dipendente a distanza di poco più di un anno al fine di verificare se esistesse, o no, la condizione di inidoneità al servizio che inizialmente era stata valutata come "permanente" - ha assunto il rischio dell'esito del controllo sanitario, che non poteva gravare sulla dipendente.
Una volta che la visita collegiale medica aveva accertato il miglioramento delle condizioni di salute della ricorrente, come risultante dal certificato medico dalla stessa prodotto, e quindi la ripristinata idoneità al lavoro, il rifiuto della prestazione lavorativa da parte dell'agenzia risultava ingiustificato fin dall'inizio.
Va quindi affermato, come principio di diritto, che è inadempiente, per mora credendi, il datore di lavoro che rifiuti la prestazione lavorativa del lavoratore il quale, già assente dal lavoro per malattia, chieda di riprendere la sua attività allegando e documentando la cessazione della malattia stessa ante tempus.
4. Il ricorso va pertanto accolto e conseguentemente l'impugnata sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese di questo giudizio di cassazione, alla corte d'appello di Roma in diversa composizione.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla corte d'appello di Roma in diversa composizione.

LICENZIAMENTO - CONDOTTA COLPOSA DEL LAVORATORE


Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 16/7/2012 n. 12127
Licenziamento - Condotta colposa del lavoratore - Sanzione disciplinare


(Omissis)
Svolgimento del processo
G.A. esponeva al Tribunale di Bergamo di essere dipendente della s.r.l. Carrara Legnami; di essere stato da questa licenziato con effetto immediato, con lettera del 12 luglio 2007, per "avere avuto un comportamento assolutamente non idoneo nei confronti dei suoi colleghi e soprattutto verso il datore di lavoro, insultandolo pesantemente davanti al personale". Lamentava l'illegittimità del provvedimento per contrasto con la L. n. 300 del 1970, art. 7, non essendo stato proceduto da alcuna contestazione disciplinare, ed in ogni caso perchè privo di giusta causa di giustificato motivo.
Chiedeva pertanto la reintegra nel suo posto di lavoro, con le ulteriori conseguenze di cui all'art. 18 della legge menzionata.
Si costituiva la società convenuta deducendo che il licenziamento in questione non era disciplinare, e che comunque, in base al principio della rinnovabilità degli atti affetti da vizi formali, esso era stato reiterato con lettera del 14 maggio 2008.
Il Tribunale, con sentenza depositata il 27 aprile 2009, rigettava le domande attoree.
Proponeva appello il G. lamentando che il primo giudice, ritenendo che fosse stato comunicato un secondo licenziamento, era incorso nel vizio di ultra petizione; che comunque la lettera del 14 maggio 2008 non conteneva alcun licenziamento; che in ogni caso il licenziamento era ingiustificato e sproporzionato.
La Corte d'appello di Brescia, con sentenza depositata il 22 dicembre 2009, dichiarava illegittimo il licenziamento ed ordinava la reintegra del G. nel suo posto di lavoro.
Osservava la Corte che il licenziamento del 12 luglio 2007 aveva senza dubbio natura disciplinare, e come tale doveva essere preceduto dalla contestazione degli addebiti, nella specie non avvenuta; che seppure era ammissibile la rinnovazione dell'atto affetto da vizi di forma, la lettera del 14 maggio 2008 non conteneva alcun licenziamento, ma solo la contestazione degli addebiti, riservando ad un momento successivo, all'esito delle eventuali giustificazioni, la decisione di risolvere il rapporto; che tale manifestazione di volontà non era mai intervenuta, sicchè l'unico licenziamento intimato dalla società era quello del 12 luglio 2007, da ritenersi in contrasto con la L. n. 300 del 1970, art. 7. Ordinava pertanto la reintegrazione del G. nel suo posto di lavoro, con le conseguenze di cui all'art. 18 Stat. Lav..
Propone ricorso per cassazione la s.r.l. Carrara Legnami, affidato a tre motivi, poi illustrati con memoria.
Resiste il G. con controricorso.
Motivi della decisione
1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, art. 1362 c.c. e ss., artt. 116 e 132 c.p.c.; oltre ad omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Lamentava in particolare l'erronea interpretazione e valutazione della lettera di licenziamento del 12 luglio 2007, contenendo essa legittimamente sia la contestazione dell'addebito, sia il contestuale licenziamento.
Con il secondo ed il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell'art. 112 c.p.c., per avere la Corte di merito ritenuto illegittimo il licenziamento per non essere stato concesso il termine minimo di cinque giorni a difesa, motivo mai sottoposto all'esame dei giudici di appello da parte del ricorrente. Denuncia anche la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, nonchè degli artt. 116 e 132 c.p.c., oltre ad omessa ed illogica motivazione su punti decisivi della controversia, con riferimento all'interpretazione della lettera del 14 maggio 2008, che la Corte di merito erroneamente escluse contenesse un licenziamento, ma solo la rinnovazione della contestazione disciplinare.
3. I motivi, che per la loro stretta connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono infondati. Non v'è infatti dubbio che il licenziamento motivato da una condotta colposa o comunque manchevole del lavoratore, indipendentemente dalla sua inclusione o meno tra le misure disciplinari dalla specifica disciplina del rapporto, debba essere (ontologicamente) considerato disciplinare e, quindi, deve essere assoggettato alle garanzie dettate in favore del lavoratore dalla L. n. 300 del 1970, art. 7, commi 2 e 3, circa la contestazione dell'addebito ed il diritto di difesa ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 7, (ex multis, Cass. ord. n. 9422 del 2010;
Cass. n. 17652 del 2007). La società ha sostenuto che ben poteva ritenersi legittima la contestuale contestazione degli addebiti e la manifestazione di recesso. La Corte d'appello, cui dunque la questione era stata devoluta, ha evidenziato che in tal caso è comunque necessario il rispetto del termine a difesa di cui alla citata L. n. 300 del 1970, art. 7, comma 2, (in conformità al pacifico orientamento di questa Corte: tra le tante, Cass. 23 giugno 2005 n. 13486; Cass. 4 luglio 2007 n. 15050; Cass. ord. 21 aprile 2010 n. 9422); che nella specie la lettera del 12 luglio 2007 conteneva, illegittimamente, la contestazione degli addebiti ed il coevo licenziamento. Quanto alla lettera del 14 maggio 2008, la Corte di merito ha congruamente motivato che essa conteneva solo la reiterazione, pur a distanza di quasi un anno, della contestazione disciplinare, rinviando tuttavia all'esito delle eventuali giustificazioni, la manifestazione di una volontà risolutoria, nella specie mai intervenuta. La ricorrente lamenta un errore di interpretazione della detta missiva, rimessa invece alla valutazione del giudice di merito, ed incensurabile in sede di legittimità se, come nella specie, congruamente motivata, implicando valutazioni di fatto che la Corte di Cassazione - così come avviene per ogni operazione ermeneutica - ha il potere di controllare soltanto sotto il profilo della giuridica correttezza del relativo procedimento e della logicità del suo esito (Cass. 9 settembre 2008 n. 22893; Cass. 1 febbraio 2007 n. 2217; Cass. 22 febbraio 2005 n. 3538).
Nella specie la Corte di merito ha, in modo congruo ed immune da vizi logici, evidenziato che nella lettera in questione, dopo una serie di contestazioni disciplinari, la società invitava il dipendente "ad inviare giustificazioni scritte entro i termini previsti dall'art. 7 dello Statuto dei lavoratori, con espresso avviso (che) in caso di mancata risposta o comunque di giustificazione inadeguata, si procederà all'immediato licenziamento". Ha pertanto correttamente ritenuto che tale comunicazione non conteneva alcun licenziamento, ma solo la necessaria contestazione degli addebiti e la concessione del termine a difesa di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 7, senza che a ciò sia seguito alcun licenziamento.
Il ricorso deve pertanto rigettarsi.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 40,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per onorari, oltre spese generali, i.v.a. e c.p.a..