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giovedì 19 luglio 2012

FERIE NON GODUTE - VANNO PAGATE LE INDENNITA' SOSTITUTIVE


Corte di Cassazione, sentenza n. 11462 del 9 luglio 2012

Svolgimento del processo

La Corte d'appello di Perugia, in riforma della sentenza di primo grado del Tribunale della stessa sede, rigettava la domanda proposta da L.M. contro il Ministero della istruzione, università e ricerca e l'Istituto tecnico commerciale statale e per geometri "R." di Assisi, diretta al riconoscimento del suo diritto all'indennità sostitutiva delle ferie che aveva maturato e non goduto, al momento del suo collocamento a riposo, a causa delle lunghe assenze per malattia che era stato costretto a fare nel corso degli ultimi anni di servizio.
La Corte d'appello affermava di fare applicazione della norma di cui all'art. 19 del CCNL 1994/1997, confermata dall'art. 49 del CCNL 1999/2001, secondo cui le "ferie non sono monetizzabili salvo quanto disposto dal successivo comma 15", rilevando che secondo quest'ultima disposizione, in caso di mancato godimento delle ferie entro il termine contrattualmente previsto (dell'aprile dell'anno successivo), è possibile il pagamento dell'indennità sostitutiva delle ferie nella sola ipotesi in cui all'atto della cessazione del rapporto residuino ferie non godute per "documentate esigenze di servizio".
La Corte, ricordato in linea di fatto che, come era pacifico, il rag. M., direttore dei servizi amministrativi presso il suindicato istituto scolastico, non aveva goduto nell'anno scolastico 2000/2001 di 29 giorni di ferie, fruibili fino al 30.4.2002, e nell'anno scolastico 2001/2002 di 28 giorni di ferie (oltre 3 di festività soppresse), fruibili fino al 30.4.2003, rilevava in particolare che non risultava documentata al riguardo alcuna esigenza di servizio e che lo stesso ricorrente aveva precisato che la mancata fruizione era dovuta a lunghi periodi di assenza per malattia, assenza che alla fine si era protratta ininterrottamente dal 3 gennaio 2002 fino alla risoluzione del rapporto, avvenuta il 10 luglio 2002.
Il M. propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi, illustrati con memoria. Il Ministero dell'Istruzione e l'Istituto scolastico resistono con controricorso.

Motivi della decisione

1.1. Il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 36 Cost. e dell'art. 2109 c.c., nonché contraddittorietà di motivazione, censura la sentenza per il suo contrasto con i principi di rango costituzionale e di legge ordinaria, relativi alla indisponibilità e irrinunciabilità del diritto alle ferie, o congedo ordinario, e al diritto ad un indennità sostitutiva, in ragione anche dei principi di proporzionalità della retribuzione, in caso di mancato godimento delle stesse per ragioni obiettive e in particolare in caso di assenze per malattia. Si sottolinea anche che non può essere posto a carico del lavoratore l'onere di organizzare le proprie ferie in maniera tale di fruirle tutte entro i limiti posti dal CCNL, gravando invece sul datore di lavoro l'onere di provare di avere adempiuto o offerto di adempiere il proprio obbligo di assicurare il godimento delle ferie.
1.2. Il secondo motivo, deducendo violazione del CCNL del comparto scuola per il quadriennio normativo 2002/2005 e il biennio economico 2002/2003, lamenta che la sentenza impugnata abbia erroneamente individuato la normativa contrattuale applicabile. Infatti, nella specie, il diritto alle ferie si era perfezionato ed era diventato azionabile solo alla fine del rapporto di lavoro, cessato per quiescenza d'ufficio nel luglio 2002. Peraltro già con il ricorso introduttivo del giudizio era stato invocato l'art. 13,comma 15, del CCNL sopra richiamato, secondo cui "all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, qualora le ferie spettanti a tale data non siano state fruite, si procede al pagamento sostitutivo delle stesse, sia per il personale a tempo determinato che indeterminato".
1.3. Il terzo motivo, denunciando vizi di motivazione, lamenta il mancato esame delle circostanze di fatto allegate e documentate dal ricorrente circa le esigenze di servizio che gli avevano impedito la fruizione delle ferie nel periodo di presenza in servizio, e precisamente circa i disagi organizzativi e funzionali nello svolgimento delle varie attività di competenza della segreteria dell'istituto dovuti alle assenze dell'attuale ricorrente, direttore dell'ufficio, e alla mancanza di personale in grado di sostituirlo adeguatamente (nota del 15.5.2001 del dirigente scolastico).
2.1. Il ricorso, i cui motivi sono esaminati congiuntamente stante la loro connessione, merita accoglimento con riferimento alla censura di fondo e assorbente di cui al primo motivo.
Non può darsi invece positivo rilievo a quanto dedotto con il secondo motivo, in quanto il c.c.n.l. per il quadriennio giuridico 2002-2005 non è applicabile al rapporto di lavoro del ricorrente, in quanto è stato stipulato il 24.7.2003 e, secondo l'art. 1, i relativi effetti giuridici decorrono solo dal giorno della sottoscrizione, successivo alla data di conclusione del rapporto (10.7.2002).
2.2. La giurisprudenza di questa Corte ha rilevato che il diritto alle ferie nel diritto italiano gode di una tutela rigorosa, di rilievo costituzionale, visto che l'art. 36, terzo comma, Cost. prevede testualmente che "il lavoratore ha diritto al riposto settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi". In particolare ha conseguentemente precisato che, in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito anche dall'art. 36 Cost., ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore l'indennità sostitutiva che, oltre a poter avere carattere risarcitorio, in quanto idonea a compensare il danno costituito dalla perdita del bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l'opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l'istituto delle ferie è destinato, per un altro verso costituisce un'erogazione di natura retributiva, perché non solo è connessa al sinallagma caratterizzante il rapporto di lavoro, quale rapporto a prestazioni corrispettive, ma più specificamente rappresenta il corrispettivo dell'attività lavorativa resa in un periodo che, pur essendo di per sé retribuito, avrebbe invece dovuto essere non lavorato perché destinato al godimento delle ferie annuali, restando indifferente l'eventuale responsabilità del datore di lavoro per il mancato godimento delle stesse (Cass. n. 13860/2000, 14070/2002, 19303/2004, 237/2007; cfr. anche Cass., sez. un., n. 24712/2008 sull'irrinunciabilità del diritto alla ferie e alla sua monetizzabilità solo al momento della fine del rapporto di lavoro).
Ne consegue (come del resto riconosciuto dai precedenti richiamati), l’illegittimità, per il loro contrasto con norme imperative, delle disposizioni di contratti collettivi che escludano il diritto del lavoratore all'equivalente economico di periodi di ferie non goduti al momento della risoluzione del rapporto, salva l'ipotesi del lavoratore che abbia disattesa la specifica offerta della fruizione del periodo di ferie da parte del datore di lavoro.
2.3. La sentenza impugnata risulta in contrasto con gli esposti principi di diritto per avere fatto applicazione dell'art. 19, commi 8 e 15, del c.c.n.l per il quadriennio normativo 1994-1995, confermato — salvo una modifica che ora non rileva — dall'art. 49 del successivo c.c.n.l. per il quadriennio 1998/2001, secondo cui, rispettivamente, "le ferie sono un diritto irrinunciabile e non sono monetizzabili, salvo quanto previsto dal comma 15 (...)", e "all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, qualora le ferie spettanti a tale data non siano state fruite per documentate esigenze di servizio, si procede al pagamento sostitutivo delle stesse", mentre avrebbe dovuto rilevare l'illegittimità di tali disposizioni nella parte in cui contrastano con i sopra esposti principi di diritto. Né vi è stato minimamente l'accertamento della ricorrenza delle condizioni effettivamente ostative del diritto alla c.d. indennità sostitutiva delle ferie.
2.4. E' opportuno anche rilevare, visto che il normale godimento delle ferie da parte dall'attuale ricorrente è stato ostacolato dalle sue assenze per malattia — e ciò in maniera incontestabile quanto al periodo di malattia con il quale si è concluso il rapporto - che almeno in parte la sentenza impugnata si pone in contrasto anche con principi enunciati dalla Corte di giustizia della Unione europea in sede di interpretazione delle norme sul godimento delle ferie dell'art. 7 della direttiva dell'Unione 2003/88. Infatti tale Corte, pur riconoscendo che la normativa nazionale può contenere una disciplina relativa alle condizioni del godimento delle ferie e, in tale quadro, prevedere per esempio un periodo massimo per il godimento delle ferie successivamente al periodo della loro maturazione e normale fruizione cd. periodo di riporto delle ferie — , con una serie di pronunce ha individuato ipotesi in cui le restrizioni al diritto alle ferie sono incompatibili con un'adeguata salvaguardia del diritto previsto dalla direttiva. In particolare con la sentenza 20 gennaio 2009, pronunciata nei procedimenti riuniti C-350/06 e C-520/06, ha ritenuto che l'art. 7 della direttiva deve essere interpretato in un senso che osta a disposizioni o prassi nazionali le quali escludano il diritto ad un'indennità finanziaria sostitutiva delle ferie non godute del lavoratore che sia stato in congedo per malattia per l'intera durata o per una parte del periodo di riferimento o di un periodo di riporto e per tale ragione non abbia potuto esercitare il suo diritto alle ferie annuali retribuite.
3. In conclusione, il ricorso deve essere accolto, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa ad altro giudice, che si atterrà al principio enunciato al paragr. 2.2.
Al giudice di rinvio si demanda anche la regolazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, alla Corte d'appello di Firenze.

lunedì 16 luglio 2012

LICENZIAMENTO DI DIPENDENTE AFFETTO DA NEVROSI D'ANSIA - ILLEGITTIMITA' - SUSSISTE


Cassazione n. 11798 del 12 luglio 2012
Svolgimento del processo
Con sentenza in data 28.5/25.6.2010 la Corte di appello di Lecce , in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava l'illegittimità del licenziamento intimato a M.M. dalla Cooperativa E. s.c.. di cui era stata dipendente.
Osservava in sin-tesi la Corte territoriale che i fatti contestati, e precisamente l'omessa tempestiva comunicazione della prosecuzione della malattia, doveva ritenersi giustificata in considerazione del compromesso equilibrio psicologico della lavoratrice, integrando tale situazione un comprovato e giustificato impedimento, idoneo, in base alla disciplina collettiva applicabile, a escludere la sanzionabilità disciplinare dei comportamenti addebitati.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso la Cooperativa estense con due motivi.
Resiste con controricorso l'intimata.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo, svolto ai sensi dell'art. 360 n. 3 cpc, la società ricorrente lamenta violazione degli artt. 115 e 116 cpc, nonché vizio di motivazione ed, al riguardo, osserva che La Corte territoriale aveva affermato che la lavoratrice versava in una situazione di squilibrio psicologico, senza che tale valutazione trovasse riscontro nella documentazione medica acquisita agli atti, la quale, in realtà, non faceva menzione della compromissione delle facoltà intellettive e volitive della stessa.
Con il secondo motivo, prospettando ancora violazione di legge (art. 360 n. 3 cpc in relazione agli artt. 2119, 1218 c.c., agli artt.115 e 116 cpc, all'art. 5 della L. n. 604 del 1966, ed agli artt. 1362 e 1363 c.c. in relazione agli artt. 127, 177, 178 e 179 CCNL 1.1.1999) e vizio di motivazione (art. 360 n. 5 cpc), la società ricorrente rileva che i giudici di appello avevano ritenuto quale causa di oggettiva attenuazione della gravità della mancanza addebitata il fatto che il datore di lavoro ben poteva prevedere che la malattia sarebbe proseguita e che lo stesso non avesse sollecitato la visita fiscale, con conseguente illegittima inversione dell'onere probatorio previsto dalla legge e dalla contrattazione collettiva in caso di assenza per malattia ed illegittima configurazione di tali circostanze quali elementi costitutivi della fattispecie di inadempimento dell'obbligo di tempestiva comunicazione e documentazione della malattia, posto dalla legge e dalla contrattazione collettiva esclusivamente a carico del lavoratore.
2. Il primo motivo è infondato.
Ha accertato la Corte territoriale, facendo riferimento alla "copiosa documentazione versata in atti", che la lavoratrice "già almeno da un anno precedente la data del suo licenziamento (anzi, addirittura a far tempo dal 2000) soffriva di disturbi d'ansia e di adattamento, con attacchi di panico, labilità emotiva esasperata, progressivamente aggravatasi fino ad evolvere in vera e propria sintomatologia depressiva...all'epoca del licenziamento stesso...".
Osserva la società ricorrente che tale valutazione non trova riscontro nella documentazione medica acquisita agli atti, dalla quale, in realtà, non potrebbe desumersi la compromissione delle facoltà intellettive e volitive della stessa, e, comunque, il perdurare della malattia sin dal 2000.
Ma sul punto si deve considerare che il riferimento ad una sintomatologia depressiva emerge dalle stesse diagnosi richiamate, anche se solo per cenno, in seno al ricorso e che del tutto irrilevante appare che la malattia perdurasse dal 2000, laddove è, invece, decisivo che la stessa si era già manifestata al tempo del licenziamento, per come attestato dai certificati che si erano susseguiti "ininterrottamente dal 19.11.2001 al 3.8.2002" (così nel ricorso).
Ed, in ogni caso, si deve rilevare che il motivo si fonda sull'asserita erronea valutazione di documenti che né risultano trascritti, per come prescritto dalla regola della necessaria autosufficienza del ricorso per cassazione, né risultano indicati nella loro esatta collocazione fra i documenti di causa, per come previsto dal combinato disposto degli artt. 366, primo comma n. 6 e 369 secondo comma n. 4 cpc.
Deve al riguardo, infatti, ribadirsi che, in tema di ricorso per cassazione, l'art. 366, primo comma, n. 6 cpc, novellato dal decr. leg.n. 40 del 2006, oltre a richiedere l'indicazione degli atti, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi posti a fondamento del ricorso (e, quindi, la descrizione specifica di tali atti secondo il canone dell'autosufficienza del ricorso per cassazione: cfr. ad es. Cass. n. 18854/2010) , esige, altresì, che sia specificato in quale sede processuale il documento risulti prodotto; tale prescrizione va correlata all'ulteriore requisito di procedibilità di cui all'art. 369 secondo comma n. 4 cpc, per cui deve ritenersi, in particolare, soddisfatta, qualora il documento sia stato prodotto, nella fase dì merito, dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo dello stesso, mediante la produzione del fascicolo, purché nel ricorso si specifichi che il fascicolo è stato prodotto e la sede in cui il documento è rinvenibile; ovvero, qualora il documento sia stato prodotto dalla controparte, mediante indicazione che il documento è prodotto nel fascicolo del giudizio di merito di tale parte, pur se cautelativamente si rivela opportuna la produzione del documento in copia, ai sensi dell'art. 369 comma 2 n. 4 cpc, per il caso in cui la controparte non si costituisca in sede di legittimità o si costituisca senza produrre il fascicolo o il documento; infine, qualora si tratti di documento non prodotto nella fase di merito relativo alla nullità della sentenza o all'ammissibilità del ricorso (art. 372 cpc) oppure dì documento inerente alla fondatezza del ricorso e formato dopo la fase di merito e comunque dopo l'esaurimento della possibilità di produrlo, mediante la produzione del documento, previa individuazione ed indicazione della produzione stessa nell'ambito del ricorso (cfr. SU ord. n. 7161/2010; v. anche SU n. 22726/2011).
Per il resto, basta osservare che le considerazioni svolte dalla Corte territoriale circa la giustificazione che l'omessa comunicazione della protrazione dell'assenza troverebbe nella effettiva prosecuzione della malattia appaiono svolte solo in via aggiuntiva, al fine di apprezzare ulteriormente l'effettiva gravità del comportamento censurato, laddove la ragione giustificativa essenziale della decisione è, in realtà, rinvenibile nell'esistenza di un comprovato e giustificato impedimento, idoneo, in base alla disciplina collettiva applicabile, a escludere la sanzionabilità disciplinare dei fatti addebitati.
3. Il secondo motivo, che si fonda sulla corretta interpretazione di norme contrattuali (artt. 127, 177, 178 e 179 CCNL 1.1.1999) e sulla incidenza che la corretta interpretazione di tali disposizioni riflette sulle norme legali richiamate, va dichiarato improcedibile.
Deve, infatti, ribadirsi come non possa la Corte provvedere alla valutazione della correttezza dei risultati interpretativi cui è pervenuto il giudice di merito, come anche dell’insufficienza della motivazione ai sensi dell’art. 360, n. 5 c.p.c., per non avere la parte ricorrente depositato il contratto collettivo de quo, la cui produzione è imposta, appunto a pena di improcedibilità, dall’art. 369, secondo comma, n. 4, c.p.c. allorché si tratti, come nella specie, di contratti collettivi nazionali di diritto privato, secondo quanto precisato dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte ormai in molteplici pronunce e da ultimo anche a Sezioni Unite con la sentenza n. 20075 del 23.9.2010, chiarendosi, altresì, come tale disposizione nella parte in cui onera il ricorrente (principale o incidentale), a pena di improcedibilità del ricorso, di depositare i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda, deve interpretarsi nel senso che , allorché il ricorrente impugni con ricorso immediato per cassazione, ai sensi del secondo comma dell'art. 420 bis cpc, la sentenza che abbia deciso in via pregiudiziale una questione concernente l'efficacia, la validità o l'interpretazione delle clausole di un contratto o accordo collettivo nazionale, ovvero denunci, con ricorso ordinario, la violazione o falsa applicazione di norme del contratto o accordi collettivi nazionali di lavoro ai sensi dell'art. 360 primo comma n. 3 cpc, il deposito suddetto deve avere per oggetto, a pena di improcedibilità, non già solo l'estratto recante le singole disposizioni collettive su cui il ricorso si fonda, ma anche il testo integrale del contratto o accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni. Nel caso in esame, la società resistente non sì è attenuta ai principi richiamati, avendo depositato solo uno stralcio del contratto, e va, pertanto, dichiarata in parte qua l'improcedibilità del ricorso.
4. Il ricorso va, pertanto, rigettato. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese che liquida in euro 60,00 per esborsi ed in euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese generali, IVA e CPA.

venerdì 13 luglio 2012

INFORTUNIO IN ITINERE - DEVE CONSIDERARSI ANCHE L'AGGRESSIONE SUBITA NELLA STRADA DI RIENTRO A CASA DAL LAVORO



Cassazione Civile, Sez. Lav., 10 luglio 2012, n. 11545

- Infortunio in itinere a seguito di un'aggressione avvenuta ai fini di scippo nella strada di rientro a casa


SENTENZA
sul ricorso 29450-2008 proposto da:
B. elettivamente domiciliata in ROMA, VIA presso lo studio dell'avvocato ... che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
- ricorrente -

contro

ISTITUTO NAZIONALE PER L'ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO 01165400589, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ... presso lo studio degli avv. ... che lo rappresentano e difendono giusta delega in atti;
- controricorrente - 

avverso la sentenza n. 541/2008 della Corte d'appello di Perugia, depositata il 27/08/2008 r.g.n. 47/06;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/05/2012 dal Consigliere dott. Giuseppe Napoletano;
udito l'Avvocato ...;

udito l'Avvocato ... per delega;

udito il PM in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIUSEPPE CORASANITI, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso

Fatto

La Corte di Appello di Perugia, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda di B. proposta nei confronti dell'INAIL, avente ad oggetto la corresponsione dell'indennità temporanea e della relativa rendita conseguente all'infortunio in itinere occorsole sulla strada del rientro a casa a seguito di una aggressione avvenuta a fini di scippo che le aveva provocato varie lesioni.

La Corte del merito poneva a base del decisum il rilievo fondante secondo il quale il fatto doloso di un'altra persona aveva interrotto il nesso causale fra la ripetitività necessaria del percorso casa-ufficio e gli eventi negativi, ad essi connessi.


Avverso questa sentenza la B. ricorre in cassazione sulla base di un'unica censura.

Resiste con controricorso 1'INAIL.

Diritto


Con l'unica censura la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 2 del TU n. 1124 del 1965 e 41 cpc nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, pone, ex art. 366 bis cpc, il seguente quesito: "vero che ai fini della tutela previdenziale dell'infortunio in itinere rilevano pure i fatti dannosi e imprevedibili ed atipici purché indipendenti dalla condotta volontaria dell'assicurato".

Osserva, preliminarmente, il Collegio che il motivo in esame con il quale si deducono contemporaneamente violazione di legge e vizi di motivazione è solo in parte ammissibile.
Infatti la censura non è esaminabile in relazione al dedotto vizio di motivazione in quanto, a parte ogni considerazione circa l'ammissibilità della contemporanea deduzione di violazione dì legge e di vizio di motivazione che non si traduce in una pluralità di quesiti-pur negata da alcune sentenze di questa Corte (Cass. 11 aprile 2008 n. 9470 e 23 luglio 2008 n. 20355 e ancora nello stesso senso 29 febbraio 2008 n.5471, Cass. 31 marzo 2009 n. 7770 e da ultimo Cass. SU 5 luglio 2011 n. 14661)- vi è di contro il rilevo assorbente che manca la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione (Cass. 1 ottobre 2007 n. 2063) che si deve sostanziare in una sintesi riassuntiva omologa al quesito di diritto (cfr. Cass. 25 febbraio 2009 n. 4556, Cass. S.U. 18 giugno 2003 n. 16528 e Cass. S.U. 1° ottobre 2007 n. 2063). Né del resto può demandarsi a questa Corte di estrapolare dai vari quesiti di diritto e dalla parte argomentativa quali passaggi siano riferibili al vizio di motivazione e quali al violazione di legge, diversamente sarebbe elusa la ratio dell'art. 366 bis cpc. Tanto, d'altro canto, corrisponde alla regola della specificità dei motivi del ricorso ex art. 366 n. 4 cpc. Né è consentito a questa Corte di sostituirsi alla parte nella individuazione concreta della situazione di. fatto sottesa alla censura (Cass. 23 marzo 2005 n. 6225).  Pertanto in difetto della relativa specificazione la denuncia deve considerarsi per come limitata alla deduzione del solo vizio di violazione di legge (Cass. 9 marzo 2009 n. 5624).

Nel merito la censura è fondata.

Questa Corte, infatti, ha affermato condivisibilmente che in tema assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, pur nel regime precedente l'entrata in vigore del d.lgs. n. 38 del 2000, è indennizzabile l'infortunio occorso al lavoratore "in itinere", ove sia derivato da eventi dannosi, anche imprevedibili ed atipici, indipendenti dalla condotta volontaria dell'assicurato, atteso che il rischio inerente il percorso fatto dal lavoratore per recarsi al lavoro é protetto in quanto ricollegabile, pur in modo indiretto, allo svolgimento dell'attività lavorativa, con il solo limite del rischio elettivo (Cass. 14 febbraio 2008 n. 3776).

La Corte del merito non si é attenuta a tale principio in quanto ha ritenuto che tra prestazione lavorativa ed evento sussisteva esclusivamente coincidenza cronologica e topografica, sicché nessun nesso eziologico poteva configurarsi tra evento ed esecuzione della prestazione.

La sentenza impugnata va, conseguentemente, cassata con rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità alla Corte di Appello Ancona che si atterrà al principio sopra richiamato.
P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Ancona.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 23 maggio 2012
Depositato in Cancelleria il 10 luglio 2012

FONDO VITTIME DELLA STRADA - SPETTA IL RISARCIMENTO ANCHE SE LA DENUNCIA E' INCOMPLETA



                             Corte di Cassazione Civile n. 9939, sez. III del 18/6/2012




Svolgimento del processo

C.F., in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui minori Co.An. ed c.a., tutti nella qualità di eredi di Co.Fr., convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di S. Maria Capua Vetere, sezione distaccata di Aversa, la Assicurazioni Generali s.p.a., quale impresa designata dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada per la Campania. Esponevano gli attori che il loro congiunto Co.Fr. era stato investito da un'automobile non identificata ed era deceduto due giorni dopo. Per tale ragione gli attori chiedevano la condanna della convenuta, nella qualità, ai sensi della L. n. 990 del 1969, art. 19. La convenuta chiedeva il rigetto della domanda.
Con comparsa depositata il 22 giugno 2004 intervenivano nel processo Co.An., + altri omessi tutti nella qualità di eredi di Co.Fr. e chiedevano la condanna della società convenuta al risarcimento dei danni. Con sentenza del 24 giugno 2005 il Tribunale rigettava la domanda risarcitoria contro il F.G.V.S. perchè la denuncia del sinistro, presentata ai carabinieri, non conteneva anche il nome di due testi, che poi furono sentiti in sede civile. Avverso la sentenza hanno proposto appello, in via principale, C.F., in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui minori Co.An. e  c.a., tutti nella qualità di eredi di Co.Fr. ed in via incidentale Co.An., + altri omessi anch'essi nella qualità di eredi di Co.   F.. Sostenevano gli appellanti di aver dato piena prova che il sinistro fu causato dal conducente di un veicolo rimasto sconosciuto e che il sinistro stesso fu portato a conoscenza dell'autorità giudiziaria. La società appellata chiedeva di respingere l'appello.
La Corte d'Appello confermava la sentenza del Tribunale. Propongono ricorso per cassazione C.F., in proprio e nella qualità di genitore esercente la potestà sulla figlia c.a., nonchè Co.An., + altri omessi. Resiste con controricorso la Generali Assicurazioni s.p.a. quale impresa designata dal Fondo di Garanzia Vittime della Strada per la Regione Campania. Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

1. Con l'unico motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione della L. n. 990 del 1969, art. 19.  Criticano al riguardo che sia il giudice di primo grado che quello di appello si sono soffermati esclusivamente sulla mancata indicazione dei testi nella querela presentata ai carabinieri, nella erronea convinzione che parte istante avrebbe dovuto dimostrare di essersi attivata per identificare o far identificare dalle autorità competenti il veicolo sconosciuto.
Sostengono invece i ricorrenti che la denuncia del sinistro all'autorità investigativa non integra una vera e propria condizione per l'accoglimento della domanda mentre la mancata denuncia non può costituire, a priori, un elemento ostativo al riconoscimento del danno, ma una circostanza che, unita ad altri elementi di prova, consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio. Nel caso in esame, prosegue parte ricorrente, i testi escussi hanno concordemente dichiarato di non aver identificato l'auto investitrice per cui, anche se i loro nominativi fossero stati comunicati all'autorità giudiziaria penale, ciò non avrebbe avuto alcun effetto.
2. Il motivo è fondato.

Questa Corte (Cass., 3 settembre 200 7, n. n. 18532; Cass., 24 febbraio 2011, n. 4480) ha già statuito che in caso di azione proposta per il risarcimento dei danni, ai sensi della L. n. 990 del 1969, art. 19 nei confronti dell'impresa designata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada, la prova che il danneggiato è tenuto a fornire che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato, può essere offerta mediante la denuncia o querela presentata contro ignoti alle competenti autorità, ma senza automatismi, sicchè il giudice di merito può sia escludere la 
riconducibilità della fattispecie concreta a quella del danno cagionato da veicolo non identificato, pur in presenza di tale denuncia o querela, sia affermarla, in mancanza della stessa.
Il principio va condiviso.

L'omessa o incompleta denuncia all'autorità non è idonea, in sè, ad escludere che il danno sia stato effettivamente causato da veicolo non identificato; così come l'intervenuta denuncia o querela contro ignoti non vale, in se stessa, a dimostrare che tanto sia senz'altro accaduto. Entrambe le evenienze vanno invece apprezzate in relazione alle caratteristiche delle singole fattispecie, non suscettibili di tipizzazioni astratte, e considerate potenzialmente idonee a suffragare l'una o l'altra conclusione del Giudice di merito nell'ambito della ragionevole valutazione complessiva delle risultanze processuali demandata al suo prudente apprezzamento, del quale è tenuto a dare conto nella motivazione della sentenza. A nessuna delle due (denuncia/omessa denuncia) è peraltro consentito assegnare, salva la possibile valenza sintomatica dell'una o dell'altra in relazione alle caratteristiche del caso concreto, una sorta di efficacia probatoria automatica, nel senso che il sinistro sia senz'altro riconducibile alla fattispecie astratta di cui alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19, comma 1, lett. a), se denuncia vi sia stata, ovvero che certamente non lo sia se la denuncia sia mancata.
3. Ritenere che la mancanza di una denunzia completa di tutti i suoi elementi (come nella fattispecie quanto all'indicazione dei testi) comporti di per sè il rigetto della domanda significa introdurre una vera e propria condizione per l'accoglimento della domanda, creando un'ipotesi di giurisdizione condizionata al di fuori dai casi previsti dalla legge.
La mancata denunzia (ovvero la denunzia incompleta) non può costituire, a priori un elemento ostativo al risarcimento del danno, ma solo una circostanza che unita ad altri elementi consente al giudice di valutare la complessiva attendibilità dei fatti sottoposti al suo giudizio e quindi la fondatezza dell'azione.  Ciò comporta anche che non è consentito pervenire a configurare a carico del danneggiato medesimo un obbligo di collaborazione "eccessivo" rispetto alle sue "risorse", che finisca con il trasformarlo "in un investigatore privato o necessariamente in un querelante" (Cass., 18 novembre 2005, n. 24449).
4. Quindi è fondato il motivo di ricorso, avendo il giudice di merito basato il rigetto della domanda risarcitoria automaticamente sul rilievo che la denunzia presentata ai C.C. era mancante di un elemento essenziale, quale l'indicazione dei testi, introducendo, quindi, nei presupposti per la domanda L. n. 990 del 1969, ex art. 19, comma 1, ed attualmente art. 283, lett. a) del codice delle assicurazioni (D.Lgs. n. 209 del 2005), la necessità di aver proposto una denunzia completa del fatto all'Autorità, mentre tale denunzia (e quindi anche la sua eventuale incompletezza) svolge solo una funzione sintomatica della veridicità dei fatti.
Il giudice di merito, invece, avrebbe dovuto valutare se la mancata indicazione dei testi nella querela era sintomatico della non veridicità dei fatti storici indicati, tanto più poi che tali testi furono sentiti in sede civile, come risulta dalle deposizioni trascritte nel ricorso.
Il giudice del rinvio non potrà arrestarsi in limine e quindi rigettare l'appello (e per l'effetto la domanda) per difetto totale o parziale della denunzia, ma dovrà decidere sul punto se ricorrano le circostanze del fatto di cui al paradigma della L. n. 990 del 1969, art. 19, comma 1, lett. a) poichè solo la mancanza di queste determina il rigetto della domanda.
5. Quindi va accolto il ricorso: va cassata l'impugnata sentenza con rinvio anche per le spese del giudizio di cassazione alla corte di appello di Napoli, in diversa composizione, che si uniformerà al principio di diritto sopra esposto.


P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione.

PERSONALE SANITARIO - INQUADRAMENTO PROFESSIONALE


                               Consiglio di Stato n. 3628 del 20/06/2012.


Svolgimento del processo

L'odierna parte appellante, transitata da altro ente presso l'amministrazione sanitaria appellata, aveva ottenuto dal comitato di gestione un determinato inquadramento; successivamente l'amministratore straordinario procedeva ad annullare in autotutela tale inquadramento con l'atto impugnato innanzi al TAR.
Il giudice di prime cure, ritenendo illegittimo il primo atto di inquadramento disposto dal comitato di gestione, rigettava il ricorso avverso il provvedimento di annullamento in autotutela rifacendosi al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale l'inquadramento del personale proveniente da altro ente deve essere effettuato con esclusivo riferimento alle qualifiche formalmente possedute dagli interessati senza che possano assumere rilievo eventuali mansioni superiori di fatto svolte. Il Tar, inoltre, dichiarava inammissibile il motivo di ricorso relativo al recupero delle somme percepite per effetto del superiore e illegittimo inquadramento in considerazione del fatto che l'amministrazione si era semplicemente riservata di provvedere in tal senso ma non aveva ancora provveduto adottando un autonomo provvedimento.
Avverso la sentenza di rigetto la parte proponeva impugnazione.
Quindi all'udienza pubblica del 18 maggio 2012 l'appello passava in decisione.

Motivi della decisione

Tralasciando i pur consistenti profili di inammissibilità dell'appello  in ragione del fatto che l'impugnazione non reca specifiche censure alla decisione di primo grado limitandosi a riportare (alcuni) motivi già proposti in primo grado avverso il provvedimento impugnato ("E' inammissibile l'appello fondato sulla semplice riesposizione delle censure svolte in primo grado, senza specifica e concreta impugnativa dei diversi capi della sentenza gravata, atteso che l'appello ha carattere impugnatorio, sicché le censure in esso contenute devono investire puntualmente il decisum di primo grado e, in particolare, precisare i motivi, per i quali la decisione impugnata sarebbe erronea e da riformare", Cons. St., IV, 4 aprile 2012 n. 1994) - l'impugnazione deve essere respinta.
Il provvedimento oggetto del giudizio di primo grado dispone, come accertato dal TAR (e non contestato in appello), l'annullamento in autotutela del precedente (e più favorevole) inquadramento che il comitato di gestione aveva deciso in ragione delle diverse e superiori mansioni svolte dal dipendente.
Tuttavia, con riferimento a tale specifica questione, vi è ormai un orientamento della giurisprudenza consolidato nel senso che "ai fini dell' inquadramento previsto dal D.P.R. 20 dicembre 1979, n. 761 occorre fare riferimento alla qualifica formale posseduta dal dipendente nell'amministrazione di appartenenza per effetto di provvedimenti amministrativi già deliberati ed approvati alla data del 20 dicembre 1979 con il contemperamento rappresentato dall'anzianità di servizio e con esclusione sia dei livelli retributivi assegnati sia dei contenuti professionali di prestazioni lavorative svolte. Pertanto l'espletamento di incarichi, ancorché conferiti con atto formale, esorbitanti dalle mansioni correlate alle qualifiche di appartenenza non sono utili ai fini di un poziore inquadramento" (Consiglio Stato , sez. V, 21 febbraio 1994 , n. 110 ). Sempre la giurisprudenza di questo Consiglio ha stabilito che "ai fini dell'applicazione dell'art. 1 L. 20 maggio 1985, n. 207, che consente l'inquadramento nella qualifica superiore in favore dei dipendenti delle Usl che abbiano svolto mansioni superiori in base a formale incarico e su posto vacante, è necessario che l'atto formale provenga dall'organo competente" (Consiglio Stato , sez. V, 16 ottobre 2002, n. 5603).
In considerazione dei principi ora richiamati, dunque, la sentenza di primo grado resiste sia nella parte in cui, dopo aver affermato il principio di diritto, ha accertato l'originaria illegittimità del più favorevole inquadramento sia nel capo che ritiene legittimo il provvedimento di annullamento in autotutela.
Con riferimento poi alla (asserita) necessità di comunicare l'avvio del procedimento di annullamento in autotutela, va solo evidenziato che, in ragione dello sbocco necessariamente vincolato del procedimento di annullamento in autotutela del precedente e illegittimo inquadramento, la più recente giurisprudenza ha escluso l'onere per l'amministrazione di comunicare l'avvio del procedimento anche in ossequio a quanto oggi stabilito dall'articolo 21 octies, comma 2, L. n. 241 del 1990.
Sotto altro aspetto, giova rammentare che l'obbligo di cui all'art. 7, L. 7 agosto 1990, n. 241 non può essere applicato in modo meccanico e formale, essendo volto non solo ad assolvere ad una funzione difensiva a favore del destinatario dell'atto conclusivo, ma anche a formare nell'Amministrazione procedente una più completa e meditata volontà e dovendosi, comunque, ritenere che il vizio derivante dall'omissione di comunicazione non sussista nei casi in cui lo scopo della partecipazione del privato sia stato comunque raggiunto o manchi l'utilità della comunicazione all'azione amministrativa; segue da ciò che non può configurarsi la violazione di tale obbligo di comunicazione nel caso in cui il soggetto inciso sfavorevolmente da un provvedimento non dimostri che, ove fosse stato reso edotto dell'avvio del procedimento, sarebbe stato in grado di fornire elementi di conoscenza e di giudizio tali da far determinare in modo diverso le scelte dell'Amministrazione procedente (Cons. St. , IV, 16 febbraio 2010, n. 885).
In relazione alla motivazione del provvedimento di annullamento d'ufficio, la Sezione rileva che, in via generale, tale atto presuppone una congrua motivazione sull'interesse pubblico attuale e concreto a sostegno dell'esercizio discrezionale dei poteri di autotutela, con un'adeguata ponderazione comparativa, che tenga anche conto dell'interesse dei destinatari dell'atto al mantenimento delle posizioni, che su di esso si sono consolidate e del conseguente affidamento derivante dal comportamento seguito dall'Amministrazione (Cons. St., IV, 21 dicembre 2009, n. 8516).   Tuttavia, con riferimento al caso di specie, il Collegio, si richiama ad un consolidato orientamento del Consiglio di Stato che, in relazione all'annullamento d'ufficio dell'illegittimo inquadramento di un pubblico dipendente, ha ritenuto esistente l'interesse pubblico "in re ipsa". Anche di recente è stato affermato, infatti, che l'interesse pubblico all'annullamento d'ufficio dell'illegittimo inquadramento di un pubblico dipendente è in re ipsa e non richiede specifica motivazione, in quanto l'atto oggetto di autotutela produce un danno per l'Amministrazione consistente nell'esborso di denaro pubblico senza titolo, con vantaggio ingiustificato per il dipendente, né in tali casi rileva il tempo trascorso dall'emanazione del provvedimento di recupero dell'indebito (Cons. St., V, 22 marzo 2010, n. 1672; Cons. St., VI, 16 marzo 2009, n. 1550; in termini simili Cons. St. 31 dicembre 2008 n. 6735; Cons. St., 7 novembre 2005 n. 6156; Cons. St. 11 marzo 2005 n. 1032; Cons. St. 22 maggio 2001 n. 2833).   In conclusione il ricorso deve essere respinto. Né a diversa soluzione può giungersi sulla base della memoria prodotta in vista dell'udienza pubblica. Ed invero, a prescindere dal loro carattere generale e non relativo agli atti concreti e specifici riguardanti la posizione dell'odierna parte appellante, la circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri e la nota dell'Assessore alla sanità possono al più svolgere funzione di indirizzo delle amministrazioni interessate ma certamente non precludono al giudice di valutare, attraverso l'interpretazione delle norme di legge, la legittimità o meno degli atti impugnati. Sotto altro aspetto va rilevato che, nonostante i diversi contatti tra il rappresentante dell'amministrazione e i sindacati, come affermato nella memoria dell'8 maggio 2012, l'amministrazione non ha adottato alcun provvedimento specifico relativo alla posizione dell'appellante e, conseguentemente, il Collegio reputa di confermare le considerazioni sino a qui esposte non ravvisando gli estremi per dichiarare l'improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse.
Mancando la costituzione dell'amministrazione appellata, non deve essere emessa statuizione alcuna sulle spese di questo grado di giudizio.


P.Q.M.


Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge. Nulla per le spese.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

giovedì 12 luglio 2012

LA LEGGE 104/92 SI APPLICA ANCHE A MILITARI E FORZE DI POLIZIA


N. 04047/2012REG.PROV.COLL.
N. 03411/2012 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA
ex artt. 38 e 60 cod. proc. amm.
sul ricorso in appello nr. 3411 del 2012, proposto dal signor Vincenzo  CIULLA, rappresentato e difeso dagli avv.ti Giorgio Carta e Giovanni Carta, con domicilio eletto presso gli stessi in Roma, viale B. Buozzi, 87,

contro
il MINISTERO DELLA DIFESA, in persona del Ministro pro tempore,rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge presso la stessa in Roma, via dei Portoghesi, 12, per l’annullamento e/o la riforma, previa sospensione, della sentenza nr. 332/2012 con la quale la Sezione Prima del T.A.R. della Toscana ha respinto il ricorso proposto avverso l’e-message del 18 ottobre 2011, nr. 8447 COD. ID.292 IND.CL.5.3.5, con cui l’Amministrazione ha negato il trasferimento richiesto dall’appellante ai sensi dell’art. 33, comma 5, della legge 5 febbraio 1992, nr. 104, nonché, per quanto possa occorrere, l’e-message del 21 settembre 2011, nr. 7517 COD.ID.292 IND.CL.5.3.5, con  il quale l’Amministrazione aveva rappresentato, ai sensi dell’art. 10-bis della legge 7 agosto 1990, nr. 241, gli asseriti motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza, e tutti gli atti comunque presupposti, conseguenti e/o connessi.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Amministrazione appellata;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore, alla camera di consiglio del giorno 19 giugno 2012, il Consigliere Raffaele Greco;
Uditi l’avv. Giorgio Carta per l’appellante e l’avv. dello Stato Vittorio Cesaroni per l’Amministrazione;
Sentite le stesse parti ai sensi dell’art. 60 cod. proc. amm.;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

Il signor Vincenzo Ciulla, Caporal Maggiore Scelto dell’Esercito Italiano, appella la sentenza con la quale il T.A.R. della Toscana ha respinto il ricorso da lui proposto avverso il diniego opposto dall’Amministrazione della Difesa alla sua istanza di trasferimento formulata ai sensi dell’art. 33, comma 5, della legge 5 febbraio 1992, nr. 104. L’impugnazione è affidata a un unico articolato motivo, col quale si denuncia la violazione e l’erronea applicazione dell’art. 24, comma 2, della legge 4 novembre 2010, nr. 183, che ha modificato la disciplina in materia di permessi e benefici per l’assistenza a persone con handicap grave.
Resiste il Ministero della Difesa, opponendosi con atto formale all’accoglimento dell’appello.
Alla camera di consiglio del 19 giugno 2012, fissata per l’esame dell’istanza incidentale di sospensiva formulata unitamente all’appello, il Collegio ha ritualmente avvisato le parti della possibilità di definizione del giudizio con  sentenza semplificata. Infatti, l’appello risulta prima facie fondato. L’art. 24 della precitata legge nr. 183 del 2010 ha sostituito il comma 3 (Permessi mensili retribuiti) ed il comma 5 (scelta della sede) della legge nr.104 del 1992, eliminando i requisiti della cd. continuità ed esclusivitànell’assistenza quali necessari presupposti del beneficio; l’art. 19 dellamedesima legge, rubricato “Specificità delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco”, tuttavia, ha previsto che: “...1. Ai fini della definizione degli ordinamenti, delle carriere e dei contenuti del rapporto di impiego e della tutela economica, pensionistica e previdenziale, è riconosciuta la specificità del ruolo delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti.
2. La disciplina attuativa dei princìpi e degli indirizzi di cui al comma 1 è definita con successivi provvedimenti legislativi, con i quali si provvede altresì a stanziare le occorrenti risorse finanziarie”. Secondo una primissima esegesi fornita dalla Sezione, che pone l’accento sull’ampia accezione dei “contenuti del rapporto di impiego” ivi richiamati, sulla “peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali” che interessano il personale delle Forze Armate e di Polizia in ragione della propria missione istituzionale, la successiva disciplina attuativa costituisce un passaggio necessario, in mancanza del quale le disposizioni di dettaglio dettate per la generalità dei dipendenti non possono trovare immediata applicazione.
L’assunto, seppur fondato su considerazioni stimolate dalla particolare tecnica legislativa che nel riconoscere la “specialità” sembra introdurre motivi di deroga all’ordinario regime nel frattempo innovato per gli altri dipendenti, merita di essere parzialmente riconsiderato per diversi ordini di ragioni, primo dei quali è senza dubbio il carattere programmatico delle norma.
Nella sua prima parte, la stessa detta principi ed indirizzi, enucleabili, quanto ai principi, nella specificità delle Forze Armate nel quadro della generale disciplina del rapporto di impiego (in tutti i suoi aspetti: ordinamentale, economico, previdenziale etc.); quanto agli indirizzi, nell’esigenza di dare rilievo ai peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti, ed ai correlati impieghi in attività usuranti. Nella sua seconda parte, essa manda ad altra e successiva fonte, di pari grado, di dare attuazione ai principi sopradetti. Una siffatta formulazione non è in generale idonea a giustificare l’inoperatività relativa della fonte nel cui contesto la norma è inserita, non foss’altro perché essa non contiene nessuna disposizione ad esplicito e specifico carattere inibitorio, presentandosi piuttosto all’interprete come un autonomo articolato, fondante in nuce le basi del futuro assetto di una organica e speciale disciplina del rapporto di impiego delle Forze Armate, di Polizia e dei Vigili del Fuoco. Né la norma può essere considerata quale implicita disposizione transitoria che mantiene inalterata, nei confronti delle Forze Armate, tutta la disciplina previgente (ivi compresi i benefici della legge nr. 104 del 1992) in attesa di una valutazione di adeguatezza da parte del legislatore “speciale”, poiché, a prescindere da quanto sopra chiarito circa la natura palesemente programmatica della stessa, l’ultravigenza di norme espressamente sostituite necessita di una chiara indicazione legislativa che ne proroghi temporalmente o soggettivamente l’efficacia, in deroga al principio per il quale la sostituzione presuppone in via generale una implicita abrogazione.  della norma sostituita. Anche a prescindere dalle predette e generali considerazioni, in ogni caso, che la norma speciale a preteso effetto “inibitorio” non faccia specifico riferimento alle agevolazioni finalizzate all’assistenza dei familiari con disabilità grave lo si evince dalla collocazione topografica della stessa nell’ambito della fonte: essa è dettata dal legislatore a coronamento di una serie di norme che hanno ad oggetto esclusivamente il rapporto di lavoro (lavori usuranti, lavoro sommerso, orario di lavoro, mobilità, part time etc.), ma comunque collocata prima del discusso art. 24 che interviene a modificare la normativa dettata dalla legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, con ciò lasciando intendere che la materia è oggetto di considerazione autonoma e trasversale, impingendo su problematiche di carattere sociale più ampio. In conclusione, ragioni testuali e sistematiche inducono a considerare la novella dell’art. 24 applicabile a tutto il personale dipendente, senza eccezioni: sino a quando, cioè, la legislazione attuativa richiamata dall’art. 19 non interverrà e non detterà disposizioni speciali e derogatorie, la disciplina comune in materia di assistenza ai familiari disabili potrà trovare applicazione anche per il personale delle Forze Armate, di Polizia ed ai Vigili del Fuoco. Ciò non significa che l’art. 19 sia un mero “manifesto” privo di valenza normativa, ove si consideri che, come innanzi chiarito, esso detta chiaramente un principio che vincola l’interprete – il principio di specialità – e ne spiega le ragioni che lo ispirano, sì da porsi quale guida esegetica nell’applicazione di questioni dubbie o nella risoluzione di conflitti fra norme. L’appello è in conclusione accolto, con la riforma della sentenza impugnata e l’annullamento degli atti ivi impugnati. Restano salve, naturalmente, le ulteriori determinazioni che l’Amministrazione dovrà adottare in sede di riesame dell’istanza di trasferimento. La novità delle questioni e lo stato della giurisprudenza giustificano la compensazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado e annulla gli atti con lo stesso impugnati.
Compensa tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 19 giugno 2012
con l’intervento dei magistrati:
Gaetano Trotta, Presidente
Sergio De Felice, Consigliere
Raffaele Greco, Consigliere, Estensore
Diego Sabatino, Consigliere
Andrea Migliozzi, Consigliere
L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 09/07/2012
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

martedì 10 luglio 2012

LAVORO - DIFESA - ACCESSO A DOCUMENTI RISERVATI DEL DATORE DI LAVORO


Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 21/5/2012 n. 7993



Svolgimento del processo
Con nota dell'8/4/2002 la Ykk Mediterraneo SpA contestava al proprio dipendente O.A. addebiti disciplinari, riconducibili al mancato svolgimento, da parte sua, di attività di propria pertinenza, in violazione delle richieste di volta in volta fatte dal coordinatore, P.R., nel dichiarato intento di intralciare, se non addirittura di boicottare, le attività di ricerca e sviluppo, ritenute fondamentali e alle quali era addetto in via esclusiva.
Disattese le giustificazioni fornite dal dipendente con tale nota, l'azienda con lettera del 17.04.2002 gli applicava il provvedimento disciplinare della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per giorni due.
Con successiva nota del 14.06.2002 la Ykk contestava all' O. ulteriori addebiti disciplinari, di tenore non dissimile.
Ricevute (e non accolte) le giustificazioni del dipendente, la parte datoriale con nota del 21.06.2002 gli applicava il provvedimento disciplinare della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione di giorni tre, precisando che i "comportamenti tenuti ben avrebbero legittimato l'adozione del più grave provvedimento di natura risolutiva".
Con ulteriore nota del 27.06.2002 la Ykk inviava all' O. altra contestazione di addebito, con cui, dopo avere puntualizzato di avere, con nota del 14/06/2002, contestato alcuni addebiti di natura disciplinare riconducibili nella fattispecie dello scarso rendimento, asservava che le giustificazioni su detti addebiti erano avvenute con nota del 19.06.2002, durante il periodo di assenza dal lavoro per malattia, aggiungendo che, con il relativo plico, l' O. aveva contemporaneamente inviato copia di "tutte le comunicazioni scritte riguardanti le attività di ricerca e sviluppo intercorse" nei 60 giorni che separavano la prima e la seconda contestazione di addebiti costituite da ben 37 pagine.
Pertanto, sul presupposto che trattavasi di documenti aziendali di contenuto quanto mai riservato riguardanti una delle fondamentali attività dell'azienda, cioè quella di ricerca e sviluppo, la società contestava l'addebito di trafugamento di documenti riservati dell'azienda stessa, oltre alla recidiva per le mancanze addebitate con le note dell'8/4/2002 e del 14/06/2002 e sanzionate con i provvedimenti di sospensione del 17.04.2002 e del 21.06.2002.
Ricevute (e non accolte) le giustificazioni del dipendente, la parte datoriale, con nota del 9.7.2002 gli intimava il licenziamento per giusta causa.
Le cennate sanzioni disciplinari conservative ed il conseguente licenziamento costituivano peraltro oggetto di impugnativa da parte dell' O., con ricorso depositato il 10.3.2003 avanti al Giudice del lavoro presso il Tribunale di Ascoli Piceno, che, nel contraddittorio con la società, con sentenza in data 25.10 - 5.12.2005, annullava il licenziamento impugnato e condannava la parte datoriale all'immediata reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro, oltre al pagamento di un'indennità mensile di Euro 2.059,17 al lordo, dal licenziamento fino all'effettiva reintegrazione, e con obbligo di regolarizzazione assistenziale e previdenziale, rigettando ogni diversa domanda. Ciò in quanto, sulla scorta delle risultanze testimoniali, per un verso, doveva ritenersi la legittimità delle sanzioni disciplinari conservative, mentre, per altro verso, non poteva ritenersi che si fosse verificato un vero e proprio trafugamento della documentazione aziendale, ma piuttosto il suo utilizzo ai fini di difesa nel procedimento disciplinare, sicchè la sanzione espulsiva appariva sproporzionata rispetto alla gravità dell'addebito.
Avverso tale decisione proponeva appello la S.p.A. Ykk Mediterraneo, con ricorso depositato il 5.1.2006, nel quale insisteva per il rigetto della domanda avversaria, con richiesta di restituzione di quanto versato in ottemperanza alla sentenza di primo grado.
L'appellato si costituiva, resistendo al gravame e proponendo appello incidentale al fine di ottenere la declaratoria di nullità, per genericità delle relative contestazioni, delle sanzioni di sospensione di due e di tre giorni infittegli, nell'ordine, il 17.4 ed il 21.6.2002 o, in subordine, declaratoria di illegittimità delle medesime per violazione del principio di gradualità, la condanna della controparte al ristoro del danno biologico da lui sofferto, da liquidarsi in via equitativa, non disposta dal primo Giudice, ed, infine, la condanna della controparte al corretto ristoro del danno conseguente al licenziamento, che il Tribunale aveva immotivatamente indicato in Euro 2.059,17 mensili, inferiori alla retribuzione globale di fatto voluta dalla legge.
Con sentenza del 14-19 marzo 2008, l'adita Corte d'appello di Roma, ritenuto illegittimo il licenziamento intimato dalla Ykk Mediterraneo SpA il 9.07.2002 sulla base dei comportamenti in precedenza contestati con nota del 27.06.2002 e respinte le critiche e le istanze istruttorie avanzate con il ricorso in appello del 5.01.2006, rigettava il gravame proposto dalla Ykk e, in accoglimento dell'appello incidentale spiegato dall' O., annullava anche le sanzioni della sospensione di giorni 2 e giorni 3 inflitte al predetto e condannava la società a corrispondergli la retribuzione dovuta per i 5 giorni complessivi di sospensione. Condannava altresì l'appellante a corrispondere all' O. un indennizzo pari alla retribuzione globale di fatto perduta dal giorno del licenziamento alla effettiva reintegrazione, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla maturazione al saldo e con ripristino della situazione previdenziale ed assistenziale in luogo della somma mensile fissa indicata dal primo Giudice - detratti gli importi già versati. Per la cassazione di tale pronuncia ricorre la Ykk Mediterraneo Spa con due motivi, di cui il secondo articolato in due distinte censure.
L' O. ha depositato procura.
Motivi della decisione
Con il primo motivo di ricorso la Ykk Mediterraneo Spa, denunciando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul fatto, controverso e decisivo per il giudizio, del trafugamento di documenti, cioè furto di documenti informatici ad opera dell' O. (art. 360 c.p.c., n. 5), lamenta che il Giudice d'appello abbia posto a base del suo ragionamento circostanze in contrasto con quanto risultante dagli atti del processo; ciò in quanto il licenziamento impugnato troverebbe il suo fondamento non sull'addebito di "trafugamento di dati aziendali", come ipotizzato dal Giudice di appello, ma sull'addebito di "trafugamento di documenti riservati dell'azienda". Inoltre - aggiunge -, erroneamente il Giudice di appello avrebbe ritenuto che l' O. non avesse sottratto gli originali dei documenti informatici poi fatti pervenire in copia all'azienda con la nota di giustificazioni del 19.06.2002, bensì che avesse fatto uscire dall'ambito aziendale le sole copie di essi ai fini dell'inviolabile esercizio del diritto di difesa e che, una tale condotta, non costituisse sottrazione di documenti in senso proprio.
Il motivo è infondato.
Invero, sul punto, l'impugnata sentenza ha osservato che già il primo Giudice, aveva ritenuto in fatto che l' O. aveva fatto uscire dall'azienda i documenti allegati in copia alla nota di giustificazioni del 19.6.2032, poichè, secondo quanto riconosciuto dallo stesso lavoratore nel ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, egli, il 17.6.2002, appena ricevuto l'addebito, aveva estratto copia di tutta la documentazione necessaria ad impostare le giustificazioni, proponendosi di utilizzarla per redigere la propria difesa, a casa, dopo l'orario di lavoro.
Pertanto, richiamando il condiviso orientamento della giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 12528/2004) ha escluso che potesse integrare violazione dell'obbligo di fedeltà, di cui all'art. 2105 c.c., la produzione in giudizio di copie di atti ai quali il dipendente abbia avuto accesso, giacchè tale produzione, avendo ad oggetto copie - e non originali, da un lato, non costituiva sottrazione di documenti in senso proprio e, dall'altro, essendo finalizzata all'esercizio del diritto di difesa, inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, ed esclusivamente a tale esercizio, con le modalità prescritte dal codice di rito, non comportava divulgazione del contenuto dei documenti ed assolve ad una esigenza prevalente su quella di riservatezza propria del datore di lavoro (v.
Cass. n. 12528/04).
Nella specie -soggiunge la Corte territoriale-, poichè la produzione in giudizio della copia degli atti implicava all'evidenza che dette copie erano state fatte uscire dall'ambito aziendale, doveva convenirsi che tale circostanza, pur astrattamente violando il dovere di riservatezza del dipendente, perdeva la propria rilevanza al riguardo laddove attuata per l'esercizio del proprio diritto di difesa.
Nel caso in esame, inoltre, neppure poteva ritenersi che vi fosse stata lesione del diritto della parte datoriale alla riservatezza dei documenti aziendali (ivi compresi quelli inerenti alle comunicazioni e-mail intercorse tra altri dipendenti), in quanto le copie degli atti in oggetto - in difetto di elementi di prova di opposto segno - non risultavano essere state divulgate a terzi (neppure attraverso quella limitata diffusione che si realizza con la loro produzione in giudizio), ma piuttosto consegnate alla stessa parte datoriale nel contesto del procedimento disciplinare, rimanendo quindi in un ambito di conoscenza circoscritto a quello strettamente aziendale.
Del tutto improprio risultava quindi l'addebito di trafugamento di dati aziendali, su cui essenzialmente si fondava il licenziamento impugnato.
Dal che discendeva la sostanziale irrilevanza della contestata recidiva.
A maggior conforto della correttezza della argomentazioni adottate dalla Corte d'appello a sostegno della decisione, va aggiunto che - secondo la giurisprudenza di questa Corte - il lavoratore che produca, in una controversia di lavoro intentata nei confronti del datore di lavoro, copia di atti aziendali, che riguardino direttamente la sua posizione lavorativa, non viene meno ai suoi doveri di fedeltà, di cui all'art. 2105 cod. civ., tenuto conto che l'applicazione corretta della normativa processuale in materia è idonea a impedire una vera e propria divulgazione della documentazione aziendale e che, in ogni caso, al diritto di difesa in giudizio deve riconoscersi prevalenza rispetto alle eventuali esigenze di riservatezza dell'azienda; ne consegue la legittimità della produzione in giudizio dei detti atti trattandosi di prove lecite (Cass. n. 3038/2011). Tale orientamento vale anche, con riferimento alla utilizzazione da parte del lavoratore di documenti aziendali di carattere riservato allorchè la produzione in giudizio dei documenti è determinata al fine di esercitare il diritto di difesa, di per sè da considerarsi lecita per la prevalenza di detto diritto ed anche in virtù di quanto previsto dalla L. n. 675 del 1996, art. 12 (Cass. n. 22923/2004).
Sulla base di tale impostazione la decisione impugnata appare corretta anche a voler ritenere l'avvenuta acquisizione ai fini di difesa dei documenti aziendali.
Altrettanto correttamente poi la Corte d'appello ha ritenuto non valutabili perchè estranei alla contestazione degli addebiti le deduzioni svolte nella memoria difensiva di primo grado, secondo cui era risultato che, sia nell'archivio dati del computer già in uso all' O. sia nell'intero sistema centralizzato (server di rete) non era più presente la documentazione relativa a tutta l'attività di ricerca e sviluppo svolta dall' O. stesso e che quest'ultimo aveva utilizzato il suo personal computer per accedere abusivamente alla casella di posta personale del dipendente P.R. e aveva cancellato tutti i files di bg che registravano "lo storico dei movimenti e attività del server di rete di posta elettronica della Società sino al 27.5.2002".
Con il secondo motivo la ricorrente contesta il capo della sentenza con cui, in accoglimento dell'appello incidentale proposto dall'appellato, sono state annullate le sanzioni della sospensione rispettivamente per giorni due e per giorni tre inflitte al dipendente il 17/4/2002 e il 21/6/2002 con condanna della società a corrispondere al lavoratore la retribuzione dovuta per i predetti cinque giorni complessivi di sospensione.
Con una prima censura denuncia motivazione illogica, incongrua e contraddittoria sul requisito della specificità della contestazione di addebiti dell'8.04.2002 sanzionata con il provvedimento disciplinare del 17/4/2002 (art. 360 c.p.c., n. 5).
Con una seconda censura la ricorrente denuncia motivazione illogica, incongrua e contraddittoria in ordine alla ritenuta genericità della successiva contestazione di addebiti del 14/6/2002 alla quale ha fatto seguito il provvedimento del 21/6/2002 (art. 360 c.p.c., n. 5).
Il motivo, pur valutato nella sua duplice articolazione, è infondato, avendo il Giudice a quo fornito in proposito adeguata motivazione.
Quanto alla sanzione del 17 aprile 2002, il Giudice d'appello, criticando l'opinione espressa dal primo Giudice, ha in primo luogo richiamato la contestazione dell'addebito -riprodotta integralmente nella esposizione in fatto della sentenza- riguardante, così come correttamente sintetizzata nella motivazione, il mancato sviluppo dei temi assegnati all' O. nella riunione del 13.2.2002 in vista del meeting programmato per i successivi 21 e 22 marzo, ed il rifiuto di porre a disposizione dello staff le poche attività svolte "così costringendo il coordinatore P.R. ed il componente dello staff M.A. ad iniziare soli nuovi studi e ricerche per presentarle tempestivamente al meeting del 21-23/03/2002".
Orbene, la Corte territoriale ha motivatamente ritenuto l'assoluta genericità della prima di tali due circostanze oggetto di contestazione, non essendo specificato quali fossero i "temi assegnati" e quale sarebbe stata la prestazione, in ordine allo "sviluppo" di essi, che il dipendente avrebbe dovuto tenere.
Quanto all'altro addebito, ha osservato che esso non aveva goduto del conforto delle testimonianze raccolte, poichè i testi assunti sul punto - entrambi di indicazione datoriale - avevano, con sostanziale uniformità di accenti, affermato, il primo, che "l' O. non si rifiutò di mettere a disposizione i risultati dell'attività di ricerca da lui svolti, ... piuttosto non seguiva le mie direttive" - così come riferito dal preposto P., consistenti nello svolgimento di un'attività di equipe; il secondo, teste M., che "l' O. non si rifiutava di mettere a disposizione i propri dati ma lo faceva in modo formale".
Sicchè coerentemente la Corte d'appello ha tratto la conclusione che la contestazione, nei termini in cui era stata formulata, appariva "quantomeno non centrata".
In ordine alla successiva contestazione con cui si addebitava all' O. di:
a) rifiutarsi sistematicamente di seguire la metodologia di lavoro stabilita nelle apposite riunioni periodiche;
b) non apportare alcun concreto contributo di idee o di progetti, ma limitarsi a riferire circostanze e fatti scontati e noti a tutti;
c) assumere una posizione di netto contrasto con i colleghi dello staff così vanificando gli impegni e gli sforzi degli stessi, la Corte d'appello ha ritenuto i detti addebiti del tutto indeteminati, non precisandosi: a) i termini della "metodologia di lavoro" asseritamente non seguita, b) quale sarebbe stato il contributo di progetti e di idee esigibile dal prestatore, che egli avrebbe invece mancato di apportare, ed in forza di quale disposizione contrattuale egli sarebbe stato tenuto ad un tal genere di prestazione ideativi; c) in quali comportamenti dello stesso lavoratore si sarebbe concretizzato il contrasto con i col leghi dello staff, al punto da generare le gravi conseguenze contestate.
Stante siffatta genericità delle contestazioni, venivano, dunque - prosegue la Corte, a menomarsi le facoltà difensive del prestatore in sede disciplinare, con conseguente annullamento della inflitta sospensione.
Trattasi in tutti gli esaminati casi di accertamenti di merito, adeguatamente, ancorchè sinteticamente, motivati che non si prestano ad essere censurati in questa sede.
Per quanto precede il ricorso va rigettato.
Le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese di questo giudizio, liquidate in Euro 40,00 oltre Euro 3.500,00 per onorari ed oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A..

giovedì 5 luglio 2012

RILASCIO DI CERTIFICATI MEDICI - METODO


Corte di Cassazione Civile sez. III 9/3/2012 n. 3705
Redazione certificati medici
Svolgimento del processo
1.      Il Consiglio dell'Ordine dei medici chirurghi e degni odontoiatri della Provincia di Milano irrogava al dott. M.M. la sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio della professione per mesi uno, ritenendo violato l'art. 24 del codice deontologico in riferimento alla redazione di certificati di malattia.
2. La Commissione Centrale per gli esercenti le professioni sanitarie rigettava il ricorso proposto dal medico (decisione del 9 agosto 2010). 3. Avverso la suddetta decisione il dott. M. ricorre per cassazione, con due motivi, esplicati da memoria.
Resiste con controricorso l'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Milano. Il Ministero della salute e il Procuratore della Repubblica di Milano, ritualmente intimati, non svolgono difese.
Motivi della decisione
1. La decisione impugnata, preso atto che - come riconosciuto dallo stesso medico - questi aveva redatto, a richiesta del paziente, sul modulario ufficiale, certificati attestanti le patologie patite in giorni precedenti, come riferite dallo stesso, senza alcun accertamento medico - riteneva integrata la violazione dell'art. 24 del codice deontologico per avere il medico rilasciato, quantomeno con superficialità, una certificazione diversa da quella autorizzata dalla normativa, nonostante fosse ragionevolmente chiaro il fine del paziente di giustificare le precedenti assenza dal lavoro.
Riteneva congrua la sanzione in ragione della gravità del comportamento, emergente dall'utilizzo del modulario e dalla mancata percezione della gravità dello stesso da parte del medico. 2. Con il primo motivo si deduce, in riferimento all'art. 360 n. 3 cod. proc. civ., la violazione dell'art. 24 del codice deontologico, concernente i certificati medici, per essere stato applicato in una fattispecie in cui è pacifico che il medico non ha certificato nulla, ma ha solo attestato le dichiarazioni del paziente, comportamento non vietato dalla suddetta disposizione. Con il secondo, si deduce contradditorietà della motivazione per aver riconosciuto la violazione del suddetto articolo, che obbliga il sanitario a comportamenti rigorosi quando rilascia una certificazione, pur riconoscendo che quella rilasciata dal medico era diversa, nonché per aver riconosciuto congrua la misura della sanzione, sulla base dell'atteggiamento tenuto dal medico nel corso del giudizio.
3. Per la stretta connessione, i due motivi vanno trattati congiuntamente.
La censura svolta, sotto il duplice profilo suddetto, si incentra sulla mancanza dei caratteri che individuano un certificato medico in quelli redatti dall'incolpato, i quali sarebbero qualificabili come «certificati anamnestici». Contenendo questi ultimi solo quanto riferito dal paziente in ordire al proprio stato di salute nei giorni precedenti alla visita, non potrebbero essere qualificati «certificati», ai sensi del generale precetto deontologico (art. 24), che individua i certificati come attestanti dati clinici constatati e documentati e ne prescrive la diligente e corretta compilazione, con la conseguenza che la loro redazione non sarebbe sanzionabile.

3.1. La censura va rigettata.
II fatto e, cioè, l'attestazione su modulario ufficiale che, secondo quanto riferito dal paziente, lo stesso si era assentato dai lavoro «per malattia», «per indisposizione», è stato ragionevolmente sussunto nella norma prevista dal codice deontologico, prima in sede amministrativa, poi dal giudice speciale previsto dall'Ordinamento. La riconducibilità di tali certificati nell'area precettiva dell'art. 24 discende da considerazioni logiche, oltre che dalla funzione del certificato per incapacità al lavoro, redatto dal medico di famiglia. Se il codice deontologico richiede scrupolo e diligenza nella redazione di certificati medici in senso proprio, non possono non essere vietati gli attestati che, come nella specie, hanno la parvenza di certificati - anche se non certificano nulla - e che, proprio perché provengono da un medico e sono statti redatti su un modulario, previsto per la certificazione di malattia rispetto all'assenza dal lavoro, si prestano ad ingenerare il dubbio che l'assenza sia giustificata da una malattia accertata.  Di tutta evidenza è, poi, la non ipotizzabilità - già da un punto di vista logico - di un certificato «anamnestico», nel quale la ricognizione di precedenti stati patologici riferiti dal paziente sia finalizzata, non al medico per pervenire ad una diagnosi attuale delle patologie in atto, ma alla giustificazione di una assenza dal lavoro.
D'altra parte, proprio la disciplina - nell'ambito delle convenzioni tra Servizio Sanitario Nazionale e medici di famiglia - della certificazione per incapacità al lavoro su moduli (da inviare al datore di lavoro e all'ente previdenziale), rende evidente gli obblighi del medico, connessi alla sua funzione di certificatore di patologie riscontrate, al fine di scongiurare comportamenti illeciti.
3.2. Quanto alla congruità della sanzione inflitta, la motivazione, basata proprio sull'utilizzo dei modulari e sulla mancanza di consapevolezza della gravità del fatto, desunta dalla convinzione della possibilità di poter redigere certificati «anamnestici», è immune da vizi logici. 4. Non merita accoglimento la richiesta dei ricorrente, avanzata con memoria, di disporre la cancellazione dal controricorso della espressione: «così inesorabilmente sporcando il proprio camice di medico». Infatti, la stessa non esula completamente dalla materia del contendere e dalle esigenze difensive, considerata la natura del procedimento disciplinare volto a salvaguardare, attraverso la repressione dei comportamenti contrastanti, proprio il prestigio e il decoro della professione.
5. In conclusione, il ricorso va rigettato; le spese del processo di cassazione seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso; condanna M.M. al pagamento, in favore del Consiglio dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della Provincia di Milano, delle spese processuali del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.600,00, di cui Euro 2.400,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.