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giovedì 28 giugno 2012

AUTOVELOX - PARERE MINISTERIALE


Parere Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 4/6/2012 prot.2934

Direttiva Maroni. Localizzazione postazioni fisse autovelox. Rif. prot. n. 6000/01/02/12/Uff. Depen. Autovelox del 18.05.2012
Con riferimento alla richiesta parere qui inoltrata con la nota in riscontro, si osserva che le conclusioni cui pervengono i Comuni di Ceprano e Ferentino risultano sostanzialmente erronee. E' pur vero che le strade in questione attraversano centri abitati con popolazione inferiore a 10000 abitanti, ma tale condizione non è sufficiente per il mantenimento della qualifica di strada extraurbana.
Infatti, secondo quanto indicato dal punto 6 della Circolare Ministeriale n. 6709/1997, affinché i tratti interessati non costituiscano attraversamenti di centri abitati, devono necessariamente verificarsi anche le ulteriori condizioni di assenza di intersezioni a raso e di accessi privati. di presenza di attraversamenti pedonali protetti, ovvero di divieto di circolazione per i pedoni.
Se tali condizioni sono verificate, il segnale di inizio di centro abitato è apposto in corrispondenza dell'immissione degli svincoli sulla viabilità urbana.
Nel caso dei Comuni di Ceprano e Ferentino tali condizioni non sono verificate, e pertanto i tratti interessati sono a tutti gli effetti strade urbane.
Conseguentemente, dopo i segnali di inizio del centro abitato, non è consentita l'installazione dei dispositivi di cui all'art. 4, c. 1, del Decreto Legge n. 121/2002, convertito con modificazioni dalla Legge n. 168/2002, e successive modifiche, se non su strade urbane di scorrimento, come definite dall'art. 2, C. 3, lett. D), del Codice, e previo decreto prefettizio di individuazione ai sensi del medesimo art. 4, c. 2, del citato Decreto Legge n. 121/2002.
essi possono, tuttavia, essere installati prima di tali segnali, a congrua distanza da essi, e nel rispetto di quant'altro prescritto dalla Direttiva Maroni.
E' fatto salvo il caso di dispositivi presidiati dagli organi di polizia stradale, per i quali l'accertamento delle violazioni è consentito su strade di ogni tipo senza ulteriori formalità.

EnVESRED EVO . CIRCOLARE MINISTERO DEI TRASPORTI


Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti
DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI ,LA NAVIGAZIONE ED I SISTEMI INFORMATIVI E STATISTICI
Direzione Generale per la Sicurezza Stradale
Prot. n° 2937
VISTO l’art. 45 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 - Nuovo Codice della Strada, e
successive modificazioni,che prevede ,tra l’altro,l’approvazione o l’omologazione da parte del
Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dei dispositivi atti all’accertamento ed al rilevamento
automatico delle violazioni alle norme di circolazione;
VISTO l’art. 192 del D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495 - Regolamento di esecuzione e di attuazione
del Nuovo Codice della Strada ,e successive modificazioni,che disciplina,tra l’altro, la procedura
per conseguire l’approvazione o l’omologazione dei dispositivi per l’accertamento e il rilevamento
automatico delle violazioni;
VISTO l’art. 146,comma 3, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive
modificazioni,che disciplina le violazioni delle segnalazioni del semaforo indicante luce rossa;
VISTO l’art.201 del decreto legislativo 30 aprile 1992,n.285, che disciplina la notificazione delle
violazioni ,come modificato dal decreto legge 27 giugno 2003,n.151,convertito con modificazioni in
legge 1° agosto 2003,n.214, e dall’art.36 della legge 29 luglio 2010,n.120;
VISTI in particolare il comma 1 bis del citato art.201, che elenca i casi in cui non è necessaria la
contestazione immediata della violazione,e tra questi l’attraversamento di una intersezione con il
semaforo indicante la luce rossa; e il comma 1 ter che prevede che per tale circostanza non è
necessaria la presenza degli organi di polizia qualora l’accertamento avvenga mediante rilievo con
dispositivi o apparecchiature omologate o approvate per il funzionamento in modo completamente
automatico;
VISTO il decreto dirigenziale n.31500, in data 2 aprile 2007,con il quale la Società EngiNe srl ,con
sede legale in Via Garibaldi n. 29, Siena, ha ottenuto l’approvazione di un dispositivo
documentatore fotografico di infrazioni commesse da veicoli ad intersezioni regolate da
semaforo,denominato “EnVESRed”;
VISTO il decreto dirigenziale n.115988,in data 20 dicembre 2007, con il quale la soc. EngiNe
srl,con sede legale trasferita in Via Saragat 8-Viterbo, ha ottenuto l’estensione di approvazione del
dispositivo denominato “EnVESRed” ,ad una versione denominata “Vista EnVES02noIR” che si
differenzia dalla precedente per la custodia che racchiude la telecamera e per una versione
aggiornata del PC industriale;
VISTO il decreto dirigenziale n.31593,in data 9 aprile 2008,con il quale la soc. EngiNe srl ha
ottenuto l’estensione di approvazione del sistema denominato “Vista EnVES02noIR” ad una
versione denominata “EnVesRed III” che si differenzia dalla precedente per il potenziamento del
software che consente la possibilità di gestire una ulteriore telecamera dedicata alla panoramica
dell’intersezione e per monitorare più corsie ;
VISTO il decreto dirigenziale n. 3503,in data 24 giugno 2011, con il quale è stata concessa alla
società EngiNe srl l’omologazione di un sistema per la rilevazione degli accessi dei veicoli ai centri
storici e alle zone a traffico limitato denominato “EnVES”, nelle versioni “EnVES EVO” e “EnVES
EVO UL”;
VISTO il decreto dirigenziale n. 5186,in data 21 ottobre 2011, con il quale è stata concessa alla soc.
EngiNe srl l’estensione di omologazione del sistema EnVES, a due nuove versioni denominate
EnVES EVO2 e EnVES EVO2-UL che si caratterizzano per la presenza di un nuovo sistema di
acquisizione “Vista EnVES03” con illuminatore IR integrato nella custodia;
VISTA la richiesta in data 1 dicembre 2011 con la quale la soc. EngiNe s.r.l.,con sede legale
trasferita in Via Vittorio Veneto,15-Viterbo, ha chiesto l’approvazione di un documentatore
fotografico delle infrazioni commesse alle intersezioni regolate da semaforo denominato
“EnVESRED EVO”;
VISTO il parere n.22/12, reso nella adunanza del 19 aprile 2012 ,pervenuto a questo Ufficio in data
18 maggio 2012, con il quale la V^ Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha espresso
parere favorevole all’approvazione del dispositivo con le seguenti raccomandazioni: che riguardo
alle condizioni di installazione delle postazioni i componenti ed i sostegni previsti siano installati
conformemente al Codice della Strada e relativo Regolamento di attuazione in modo da non
costituire pericolo per la circolazione sia dei veicoli,sia dei pedoni, nonché nel rispetto delle norme
di sicurezza sull’installazione di apparecchiature elettriche in zone accessibili al pubblico,anche in
relazione agli interventi di manutenzione; che la verifica delle effettive condizioni di impiego del
sistema di controllo delle infrazioni commesse alle intersezioni regolate da semaforo sia riservata
esclusivamente al personale delle forze di polizia stradale incaricato del controllo del traffico e
dell’accertamento del rispetto delle norme del Codice della Strada;
D E C R E T A
Art.1. E’approvato il dispositivo documentatore fotografico di infrazioni commesse da veicoli ad
intersezioni regolate da semaforo,denominato “EnVESRED EVO”,prodotto dalla Società
EngiNe srl ,con sede legale in Via Vittorio Veneto,15-Viterbo.
Art.2. Le Amministrazioni interessate alla installazione del sistema dovranno verificare che non si
determini pericolo per la circolazione dei veicoli e dei pedoni per effetto della installazione
dei suoi componenti e dei sostegni, e che siano rispettate le norme di sicurezza
sull’installazione di apparecchiature elettriche in zone accessibili al pubblico,anche in
relazione agli interventi di manutenzione.
Art.3. La verifica delle effettive condizioni di impiego dei sistemi di controllo delle infrazioni
commesse alle intersezioni regolate da semaforo deve essere riservata esclusivamente al
personale delle forze di polizia stradale incaricato del controllo del traffico e
dell’accertamento del rispetto delle norme del Codice della Strada.
Art.4. Il dispositivo denominato “EnVESRED EVO” può essere utilizzato sia in ausilio agli
organi di polizia stradale,sia in modalità automatica.
Art.5. Il dispositivo “EnVESRED EVO” dove essere posto in opera secondo le indicazioni
riportate nel “Manuale di installazione del varco dei sistemi EnVES EVO/UL,EnVES
EVO2/UL,EnVESRED EVO” per il controllo delle intersezioni regolate da
semaforo,commercializzato insieme all’apparecchiatura.
Art.6. Le Amministrazioni che utilizzano documentatori fotografici di infrazioni al semaforo
rosso in maniera automatica sono tenuti a fare eseguire verifiche ed eventuali tarature
dell’apparecchiatura, con cadenza almeno annuale, a supporto della corretta funzionalità
dei dispositivi stessi. La documentazione corrispondente dovrà essere tenuta agli atti per
almeno cinque anni.
Art.7. Gli esemplari prodotti e distribuiti dovranno essere conformi al campione depositato presso
questo Ministero e dovranno, inoltre, riportare indelebilmente gli estremi del presente
decreto, nonché il marchio della ditta richiedente.
Roma, 4/6/2012
Il DIRETTORE GENERALE
(Ing. Sergio Dondolini )

giovedì 21 giugno 2012

CARABINIERE EFFETTIVO - IDONEITA' PSICO/FISICA - BILIRUBINA INDIRETTA E TRATTI DI IMMATURITA'


                     Consiglio di Stato n. 1501, sez. IV del 16/3/2012


                                                         FATTO e DIRITTO


Con la sentenza di cui in epigrafe è stato respinto il ricorso avverso il provvedimento di non idoneità fisica al servizio di carabiniere effettivo, conseguente alla diagnosi di iperbilirubinemia indiretta di medio grado (> di 3 MG/DL e < di 4 MG/DL: con attribuzione di coefficiente "4" ), ed altresì per i tratti di "immaturità psichica" (con assegnazione del coefficiente "3" alle caratteristiche psico-attitudinale). 
Per entrambi gli elementi il coefficiente attribuito, essendo superiore a "2", era comunque motivo di inidoneità. L'appellante, ripetendo le stesse argomentazioni sostenute in primo grado, lamenta la contraddittorietà dell'esclusione impugnata in primo grado con i precedenti provvedimenti di natura sanitaria, che gli avevano consentito lo svolgimento del servizio in qualità di carabiniere ausiliario; l'erroneità del negativo giudizio alla stregua delle condizioni di salute certificate da strutture sanitarie pubbliche; e comunque l'insussistenza di cause di esclusione alla stregua della normativa tecnica applicabile, che non prevederebbe l'iperbilirubinemia tra le imperfezioni o infermità che sono causa di non idoneità al servizio. 
L'Avvocatura Generale dello Stato si è ritualmente costituita in giudizio.
Chiamata all'udienza pubblica la causa è stata ritenuta in decisione.
Il ricorso è inammissibile sotto due profili, oltre che comunque infondato nel merito.

___ 1. E' inammissibile in primo luogo perché l'appellante si limita a riproporre le stesse osservazioni sostanziali introdotte in primo grado avverso il provvedimento di esclusione, si limita alla generica censura per cui le stesse non sarebbero state sufficientemente tenute presenti nella sentenza.
Al riguardo deve negarsi che, per come è posta, la censura possa essere intesa come una diretta violazione dell'art. 112. Il giudizio di appello notoriamente non è un iudicium novum, per cui la cognizione del giudice resta circoscritta ai motivi ed alle questioni specificamente dedotti dall'appellante avverso la decisione gravata. Il principio di specificità dei motivi esige perciò che l'appellante non possa limitarsi alla mera riproposizione delle stesse tesi iniziali, ma debba contrapporre alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata quelle idonee ad incrinare il fondamento logico-giuridico delle prime, non essendo le statuizioni di una sentenza separabili dalle argomentazioni che le sorreggono (cfr. infra multa Consiglio Stato, sez. IV, 11 novembre 2011, n.5969; Consiglio Stato, sez. IV, 09 ottobre 2010, n. 7384; Consiglio Stato, sez. V, 06 ottobre 2009, n. 6094; Consiglio Stato, sez. IV, 7.6.2004, n.3614, ecc.).

___ 2. L'appello è altresì inammissibile in quanto l'atto impugnato in primo grado era fondato su due fattori di inidoneità sanitaria dell'interessato ciascuno dei quali da solo sufficiente a sorreggere l'esclusione.

In tale prospettiva, mentre l'appellante si diffonde sull'erroneità del giudizio per cui l'iperbilirubinemia di medio grado sarebbe un fattore invalidante per il servizio di carabiniere effettivo, nulla di specifico egli deduce rispetto all'elemento concernente i "Tratti di immaturità" del referto psicodiagnostico connessi con i "tic vocali, ansia e la scarsa fiducia in se stesso", che pure aveva determinato l'attribuzione, per detto profilo del coefficiente "3"( e quindi l'inidoneità anche a tale titolo).   Come la giurisprudenza ha affermato, quando la sentenza impugnata si regge su una pluralità di motivi autonomi -- ognuno dei quali è da solo in grado di sorreggerla, perché fondato su specifici presupposti logico giuridici -- l'appello è inammissibile, se l'appellante abbia omesso di censurare anche solo uno di essi (cfr. Consiglio Stato, sez. VI, 31 marzo 2011, n. 1981; Consiglio Stato, sez. V, 30 aprile 2009, n. 2763, Consiglio Stato, sez. IV, 02 novembre 2009, n. 6793).  Nel caso di specie infatti l'eventuale accoglimento del motivo connesso alla iperbilirubinemia lascerebbe comunque in essere il provvedimento di esclusione per la parte concernente il giudizio di non idoneità per deficit psico-attitudinale. 

___ 3. Nel merito deve comunque annotarsi, per ragioni di giustizia, che il motivo è comunque infondato. L'appellante erroneamente afferma: - che sarebbe mancata una seconda prova di accertamento dell'imperfezione; - che tale stato non gli aveva comunque impedito di svolgere servizio quale carabiniere ausiliario; - che tale affezione non rientrava tra le cause di non idoneità a svolgere il servizio militare; -- che comunque la discrezionalità tecnica avrebbe richiesto una diffusa motivazione.
In tale direzione, sulla scia degli precedenti della Sezione (cfr. 22 marzo 2011, n. 1754) deve rilevarsi al contrario :
-- in punto di fatto, che l'interessato è stato sottoposto, come prescritto, a due prelievi in due giorni successivi;
-- che la tutela della par condicio fra i partecipanti alla selezione, impone che il giorno di effettuazione del test debba essere considerato un momento assolutamente rilevante e decisivo ai fini dell'esclusione. Per questo gli esiti degli accertamenti espletati per la verifica del possesso del detto requisito non sono comunque inficiabili a posteriori da successive analisi, in quanto i valori - in questo caso della bilirubina - ben possono subire temporanee variazioni nel corso del tempo per effetto dell'assunzione di appositi farmaci; 
-- la direttiva tecnica vigente ratione temporis, recante la delineazione del profilo sanitario dei soggetti giudicati idonei al servizio militare, prevede espressamente - ad integrazione di quanto previsto dal D.M. 114 del 4 aprile 2000 - l'attribuzione di coefficiente "4" in caso di rilevata imperfezione della "iperbirilubinemia indiretta di medio grado";
-- l'interessato aveva i limiti della bilirubinemia indiretta di gran lunga superiori ai valori normali, per cui alla Amministrazione non residuava alcun margine di valutazione discrezionale restando vincolata applicazione del D.M. 114/2000; 
-- il precedente servizio, quale carabiniere ausiliario, era irrilevante attesi i più rigorosi requisiti psicofisici richiesti per chi aspira a svolgere il servizio permanente effettivo. 
In definitiva il giudizio di non idoneità appare congruamente motivato anche solo con riferimento ai risultati delle analisi certificati dal Laboratorio, con riferimento all'"iperbirilubinemia indiretta". Per tale parte l'appello nel merito è, in ogni modo, pure infondato.

___ 4. L'appello è dunque inammissibile ed infondato, e deve essere comunque respinto
In conseguenza la decisione impugnata deve essere confermata, con la sola integrazione della motivazione di cui al punto 2 che precede, nella parte in cui il TAR, pur rilevando la "sussistenza di altra causa di inidoneità, pure rilevata dalla resistente Amministrazione come ostativa", non ne ha tratto le necessarie conseguenze sul piano processuale.
Tuttavia, in considerazione della peculiare natura della questione, le spese del presente giudizio possono essere integralmente compensate tra le parti.
 
                                                                P.Q.M.
 


Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando:
___ 1. respinge l'appello, come in epigrafe proposto e, per l'effetto, conferma la decisione impugnata con l'integrazione della relativa motivazione come da punto 2) di cui sopra.
___ 2. Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

martedì 19 giugno 2012

IL FERMO TECNICO DEL VEICOLO A SEGUITO DI INCIDENTE STRADALE VA RISARCITO


Corte di Cassazione Sez. Terza Civ. - Sent. del 08.05.2012, n. 6907

Svolgimento del processo
S.P. convenne dinanzi al Giudice di Pace di Napoli L.R. e la s.p.a. F - S chiedendo il risarcimento dei danni che asseriva di aver subito a seguito di un incidente stradale cagionato dall’autovettura del convenuto.  Instauratosi il contraddittorio, quest’ultimo rimaneva contumace mentre si costituiva la compagnia assicuratrice.
Il Giudice di Pace di Napoli accoglieva la domanda dichiarando l’esclusiva responsabilità del conducente dell’autovettura di proprietà del R. e condannava la F - S al risarcimento dei danni.
Avverso la relativa sentenza proponeva appello dinanzi al Tribunale di Napoli il P. chiedendone la parziale riforma.
Il Tribunale respingeva l’appello e condannava l’appellante al pagamento delle spese del grado.
Propone ricorso per cassazione S.P. con tre motivi.
Parte intimata non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione
Con il primo motivo del ricorso si denuncia “Violazione degli artt. 1223 C.C., 1226 C.C., 2043 C.C., 2054 C.C., 2056 C.C., 2697 C.C. in relazione all’art. 360 c.p.c. N. 3 e N. 5″.
Il ricorrente critica l’impugnata sentenza perché non ha risarcito il cosiddetto danno da “fermo tecnico”.

La critica è fondata.
Con riferimento infatti a tale danno subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a causa della impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione, è stato affermato che è possibile la liquidazione equitativa del danno stesso anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore (Cass. 9 novembre 2006, n. 23916; Cass., 27 gennaio 2010, n. 1688, in motivazione). La sentenza, che non si è adeguata agli enunciati principi, deve essere, dunque, cassata sul punto.
Nel caso in esame il Tribunale ha quindi errato nel rigettare la domanda di risarcimento del danno da fermo tecnico in quanto sfornita di prova.
Con il secondo motivo si denuncia “Violazione degli artt. 1223 C.C., 1224 C.C., 1282 C.C., 2043 C.C. e 2056 C.C., in relazione dell’Art. 360 c.p.c. N. 3 e N. 5″.
Parte ricorrente critica l’impugnata sentenza nel punto in cui ha confermato la decisione del Giudice di Pace di Napoli sostenendo che la liquidazione all’attualità del danno preclude la liquidazione degli interessi dal giorno dell’incidente ed ha affermato che tali interessi debbono essere liquidati dal giorno del deposito della sentenza.
In tema di risarcimento danni, trattandosi di debito di valore, prosegue parte ricorrente, gli interessi debbono essere liquidati dal giorno dell’incidente, come la rivalutazione monetaria.

Il motivo è infondato e va rigettato.
Infatti l’orientamento di questa Corte (Cass. 10.3.2000, n. 2796 Cass. 12.1.1999, n. 256), riportandosi alla decisione delle S.U.(17.2.1995, n. 1712), ritiene che gli interessi c.d. compensativi sui debiti di valore devono essere computati o con riferimento ai singoli momenti riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente (per effetto dei prescelti indici di rivalutazione), ovvero in base ad un indice medio, egualmente applicabile dal giudice, tenuto conto che detta liquidazione del danno da ritardo, per quanto effettuata secondo la tecnica degli interessi, rientra pur sempre nello schema liquidatorio del danno di cui all’art. 2056 c.c. (tra cui il potere equitativo ex art. 1226).
Ritenuto che gli interessi in questione adempiono solo alla funzione di tecnica liquidatoria del danno da ritardo, detto danno in luogo degli interessi legali può essere liquidato anche equitativamente dal giudice o con la liquidazione equitativa di detti interessi; il giudice può anche effettuare una liquidazione equitativa globale, in un’unica somma, comprendente sia la prestazione c.d. principale, che la rivalutazione monetaria e gli interessi, ove anche per tali voci ricorrano le condizioni di cui all’art. 1226 c.c. (richiamato dall’art. 2056), proprio per la natura unitaria dell’obbligazione di valore, senza necessità di specificare i singoli elementi della liquidazione (Cass. 13.3.1995, n. 2910).
Nel caso in esame la liquidazione equitativa deve essere considerata comprensiva anche degli interessi. Con il terzo motivo si denuncia “Violazione degli Artt. 91 e 92 c.p.c. della tariffa professionale del 02.06.2004 in relazione all’Art. 360 c.p.c. N. 3 e N. 5″. Sostiene parte ricorrente che il Tribunale di Napoli, confermando la liquidazione delle spese e competenze effettuate dal Giudice di Pace non ha tenuto conto degli esborsi sostenuti dal precedente procuratore e della sua attività professionale.
Il Tribunale di Napoli, prosegue parte ricorrente, non avrebbe dovuto confermare gli importi stabiliti dal Giudice di Pace ma avrebbe dovuto liquidare gli importi esposti in notula con analitica specificazione delle singole partite, con riferimento alle prestazioni effettuate nel corso del giudizio dal precedente procuratore.
Il motivo deve essere accolto.
Infatti in tema di spese giudiziali, allo scopo di consentire, attraverso il controllo di legittimità, l’accertamento della conformità della liquidazione agli atti ed alle tariffe, il giudice di merito, in presenza di una specifica nota relativa alle spese, ai diritti di procuratore e agli onorari di avvocato, ove non liquidi gli stessi in conformità della nota, è tenuto ad indicare sia le voci per le quali non li ritiene dovuti, ovvero li ritiene dovuti in misura minore, sia gli esborsi che considera ingiustificati od eccessivi (Cass., 21 luglio 2001, n. 9947).
Nel caso in esame il Tribunale di Napoli non ha adeguatamente motivato in merito alla riduzione delle voci inerenti alle spese, ai diritti ed all’onorario effettuata dal Giudice di Pace.
In conclusione devono essere accolti il primo ed il terzo motivo, rigettato il secondo, con conseguente cassazione della sentenza in relazione ai motivi accolti e rinvio al Tribunale di Napoli in diversa persona anche per quanto riguarda le spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M.
La Corte accoglie il primo ed il terzo motivo, rigetta il secondo, cassa in relazione ai motivi accolti e rinvia al Tribunale di Napoli in diversa persona, anche per le spese del giudizio di cassazione.

giovedì 14 giugno 2012

TRASFERIMENTO D'AUTORITA' - GUARDIA DI FINANZA - L.100/87


Consiglio di Stato n. 3383/2012, sez. IV del 7/6/2012


FATTO e DIRITTO

Il sig. L.R. D., dipendente del Corpo della Guardia di Finanza, era trasferito, con determinazione del Comando Generale del 14 settembre 1999, alla D.I.A. - Centro operativo di Reggio Calabria. 
Ritenendo di averne diritto in forza del trasferimento, il medesimo chiedeva all'amministrazione i benefici economici previsti dalla legge 100/87. L'amministrazione denegava l'indennità osservando che l'assegnazione alla D.I.A. era da considerare a domanda e non d'autorità.  Il sig. L.R. proponeva ricorso giurisdizionale.  Il TAR Calabria, chiarito che il trasferimento era stato disposto dall'amministrazione per esigenze organizzative, e non su domanda dell'interessato, ha riconosciuto la spettanza dell'indennità, in proposito osservando che l'assenso successivamente manifestato dall'interessato non poteva valere a mutare la natura della procedura. Propone appello l'amministrazione. 
Secondo l'amministrazione - che in proposito richiama una nutrita giurisprudenza anche della Sezione - la dichiarazione di gradimento al disposto trasferimento ed alla sua qualificazione come "a domanda" sarebbe idonea a modificare la natura dello stesso, ed anche ove non lo fosse, si configurerebbe comunque quale formale manifestazione di acquiescenza, con tutte le relative conseguenze anche di carattere economico. Si difende l'appellato, evidenziando come la richiesta della D.I.A. avesse ad oggetto un trasferimento per "esigenze di servizio", e  come fosse mancata qualsivoglia informazione circa la facoltà di rifiutare la nuova destinazione senza conseguenze.  La causa è stata trattenuta in decisione alla pubblica udienza del 15 maggio 2012.

L'appello non è fondato.
La giurisprudenza, correttamente citata dall'amministrazione appellante e risalente agli anni 2006/2008, aveva in effetti posto l'accento sulla significatività del gradimento espresso al trasferimento d'autorità, non tanto ai fini della natura del trasferimento - sempre considerato d'autorità - quanto ai fini economici, ritenendo in particolare il gradimento una manifestazione di acquiescenza ( per tutte, cfr. sez. IV 03/04/2006 n. 1705).  L'indirizzo interpretativo è stato tuttavia di recente superato, affermandosi - proprio con riferimento a fattispecie analoghe a quella oggi in discussione - che ove il trasferimento di unità di personale sia destinato a soddisfare prioritariamente un interesse vitale dell'amministrazione della pubblica sicurezza e dell'ordinamento in generale, la dichiarazione di gradimento del personale, ai sensi del d.m. 29 dicembre 1992, altro non costituisce che una mera manifestazione di assenso o di disponibilità alla nuova destinazione (Cfr. sez. IV, 19/12/2008, n. 6405 e, da ultimo, sez. IV 07/02/2011 n. 814).  Il mutamento è condivisibile nella misura in cui pone un discrimine chiaro nel genus dei trasferimenti (a domanda o d'autorità), sulla base delle esigenze che lo spostamento mira a soddisfare, in guisa che, solo ove vi sia una domanda del dipendente motivata da esigenze o aspirazioni personali possa dibattersi di trasferimento "a domanda". Coglie altresì l'essenza del beneficio riconosciuto, individuabile nella radice organizzativa ed istituzionale dello ius variandi esercitato, contribuendo opportunamente a depotenziare argomentazioni che fondano sull'assenso postumo (le cui ragioni rimangono puramente soggettive e personali) una presunzione iuris et de iure di spontanea e libera volontà, secondo un'inversione logico giuridica che arriva ad obliterare il diritto all'indennità. L'appello è dunque respinto. Avuto riguardo al mutamento del quadro giurisprudenziale, le spese possono essere compensate.


P.Q.M.

 

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa. 

martedì 12 giugno 2012

DIVIETO DI SOSTA - VALE IL VERBALE DI CONTESTAZIONE SUCCESSIVAMENTE NOTIFICATO - NON L'AVVISO LASCIATO SUL VEICOLO


Corte di Cassazione Civile sez. IV 25/1/2012 n. 1067
Circolazione stradale - disposizioni generali - sosta vietata
Il preavviso di verbale che viene lasciato sul veicolo in divieto di sosta non fissa definitivamente le ragioni della sanzione, che sono determinate soltanto dal verbale notificato dall'amministrazione procedente che fa fede circa la tempestività e la completezza della contestazione.
(omissis)
Fatto e diritto
1) Con verbale di contestazione del 22 giugno 2005, notificato il 18 agosto successivo, la Polizia Municipale di Arona sanzionava il ricorrente R..B. per aver lasciato il veicolo "in sosta o fermata, omettendo di collocarlo il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia".
L'opposizione proposta dal trasgressore veniva respinta dal giudice di pace di Arona.
Con sentenza del 12 agosto 2009 il tribunale di Verbania rigettava l'appello.
R..B. ha proposto ricorso per cassazione notificato l'11 febbraio 2010.
Il comune di Arona è rimasto intimato, nonostante notifica rituale.
Il giudice relatore ha avviato la causa a decisione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio. Parte ricorrente ha depositato memoria.
La relazione preliminare ha concluso nel senso della manifesta infondatezza del ricorso.
2) Il ricorso muove dalla circostanza che "il preavviso collocato sul parabrezza" dall'ausiliario del traffico indicava che il veicolo era parcheggiato "in modo diverso da quello prescritto dalla segnaletica".
Il tribunale ha esaminato due censure alla sentenza del giudice di pace:
a) ha rilevato che nessun rilievo aveva l'omessa indicazione nel verbale del numero civico, posto che il ricorrente aveva prodotto filmato che presentava la posizione dell'autoveicolo in sosta; da ciò ha evidentemente desunto che le facoltà di difesa del trasgressore non erano state intaccate dall'omissione. 
b) ha ritenuto inoltre che irrilevante era la "discrasia" tra quanto riportato nel preavviso e quanto più dettagliatamente indicato nel verbale.
Infine ha confermato l'esistenza della violazione, evidenziata chiaramente, si legge, dalla fotografia stessa prodotta dall'appellante.
2.1) Il primo motivo del ricorso per cassazione è dichiaratamente relativo a questione nuova (poteri dell'ausiliario del traffico in relazione al tipo di infrazione contestata); esso è inammissibile, poiché nel procedimento di opposizione a sanzione amministrativa, in cui i motivi di opposizione costituiscono l'unica ed esclusiva "causa petendi" della domanda coinvolgente la pretesa sanzionatoria della P.A., non è ammessa l'introduzione, nel corso del giudizio, di motivi ulteriori rispetto a quelli contenuti nel ricorso introduttivo, ancorché' su di essi la P.A. abbia accettato il contraddittorio. (Cass. 11298/07; 23127/04) La materia del contendere non è quindi suscettibile di successivo ampliamento, tantomeno in sede di legittimità (Cass. 9765/05).
Invano in memoria deduce che la carenza di potere dell'agente verbalizzante costituirebbe "una carenza di legittimazione" su cui "non vi sarebbe preclusione di sorta".
La sussistenza della qualità di pubblico ufficiale abilitato alla verbalizzazione di violazioni stradali non involge infatti la titolarità del rapporto controverso, ma solo uno dei profili di legittimità del provvedimento sanzionatorio, da opporre eventualmente con l'atto introduttivo del giudizio.
Erroneamente viene invocata la sentenza n. 1786/10 delle Sezioni Unite, che attiene alla pienezza della cognizione del giudice, in ordine alle questioni poste nel ricorso amministrativo al prefetto ed eventualmente riproposte nei motivi di opposizione, ma non alla facoltà di ampliamento della materia del contendere fissata definitivamente con l'atto di opposizione ex art. 22 e 23 L. 689/81.
3) Il secondo motivo denuncia nullità del verbale impugnato perché 1) attesterebbe "una verbalizzazione diversa dall'originale" e, 2) perché non considera la posizione del veicolo attestata dalla foto. La relazione preliminare ha considerato che il motivo è inammissibile quanto al primo profilo, perché non si comprende, a causa della asfittica esposizione, il senso della censura, non essendo chiaro né specifico il riferimento ai fatti dedotti, né a violazioni di legge o di altro tipo.
In memoria parte ricorrente sostiene che la "diversità di indicazione" nei termini qui testualmente riportati in narrativa, avrebbe potuto far pensare a diverse tipologie di infrazione, generando incertezza che da sola "determina l'assenza di volontà colpevole del contravventore".
Anche in questo caso i rilievi della memoria non sono congrui rispetto alla questione esaminata.
Il preavviso di verbale che viene lasciato sul veicolo rinvenuto in divieto di sosta non fissa definitivamente le ragioni della sanzione, che sono determinate soltanto dal verbale notificato dall'amministrazione procedente. È ad esso che occorre avere riguardo sia quanto alla tempestività che alla completezza della contestazione.
3.1) Quanto al secondo profilo, che concerne "la posizione del veicolo attestata nella foto", esso si estrinseca nell'affermazione che dalla foto risulterebbe che "il veicolo è collocato vicino al marciapiede"; si tratta di contrapposizione apodittica del giudizio reso dai giudici di merito circa la irregolarità della posizione del veicolo in sosta.
È dunque una doglianza inammissibile.
4) Il terzo motivo lamenta omessa valutazione della fotografia acquisita e difetto di motivazione quanto alla diversità tra fatto accertato e fatto contestato.
Ribadito quanto già osservato sub 3, è d'uopo riprendere il passo della relazione ex art. 380 bis c.p.c. in cui si è osservato che la rilevata contraddizione è insussistente. "Unico resta il comportamento contestato, che è l'atto commissivo di aver lasciato l'autoveicolo in sosta in posizione che contrastava con le regole previste dal codice e sinteticamente, ma efficacemente, indicate dall'accertatore come contrastanti con la segnaletica". Altro profilo del terzo motivo, che attiene alla autenticazione del verbale concerne questione nuova e quindi inammissibile, secondo quanto esposto al paragrafo 2.1.
5) Il quarto motivo lamenta che il giudicante non abbia rilevato "il fatto evidente" che, trattandosi di strada chiusa al traffico e di allineamento non imposto da strisce, vi fosse stata eccessiva cavillosità ed apprezzamento senza riscontri, mentre in atti vi era riscontro fotografico che evidenziava la sosta "del tutto conforme all'altrui allineamento ai fini della sanzione e dell'accertamento".
Ancora una volta trattasi di motivo che unisce rilievi nuovi e come tali inammissibili (la chiusura della strada, la mancanza di strisce, la posizione di altri veicoli) con giudizi apodittici che contrastano con il giudizio reso dai giudici di merito, di entrambi i gradi di giudizio, proprio sulla scorta della documentazione invocata.
Va solo aggiunto che la stessa giustificazione addotta, relativa ad allineamento conforme ad altri veicoli, rivela la opinabilità della tesi, ancora una volta risolventesi nella inammissibile contrapposizione della valutazione della parte a quella del giudice di merito.
Questa considerazioni, testualmente contenute nella relazione preliminari, vengono pienamente condivise dal Collegio.
Discende da quanto esposto il rigetto del ricorso alla quale non segue la pronuncia sulla refusione delle spese di lite, in mancanza di attività difensiva dell'intimato ente.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.

mercoledì 6 giugno 2012

OBBLIGO DELLA PARTE DATORIALE DI RISARCIRE IL DIPENDENTE CHE ACQUISTA LA DIVISA DI LAVORO


CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 29 maggio 2012, n. 8531


Obbligo del datore  di lavoro di  Risarcire il danno nei confronti del lavoratore per inadempimento - Inadempimento delle obbligazioni derivanti dagli accordi sindacali  inerenti la fornitura del vestiario – Sussiste

Con distinti ricorsi successivamente riuniti M.G., F.M., M.F. e F.L. convenivano innanzi al Tribunale di Roma, in funzione di giudice del lavoro, la C. S.p.A. -  loro datrice di lavoro, chiedendone la condanna al pagamento delle somme corrispondenti, per ciascuno di essi, all’"80% del prezzo unitario di mercato dei capi di vestiario dall'Azienda non forniti loro negli anni dal 1993 al 1998 in violazione delle previsioni concernenti la cd. Massa vestiario di cui agli accordi sindacali 9-6-1972 e 1-3-1990.
Nel contraddittorio instaurato con la società convenuta, la quale, costituitasi, contestava la fondatezza del ricorso, il Giudice di prime cure accoglieva le domande.
Avverso detta sentenza proponeva appello la società soccombente, sostenendone la totale erroneità per avere ritenuto la natura retributiva della Massa vestiario e per non avere rilevato che nessuna prova di aver subito danni, dovuti alla mancala fornitura degli indumenti, era stata fornita dai lavoratori. Riproponeva, inoltre, l'eccezione di prescrizione quinquennale dei crediti azionati. Gli appellati, costituendosi, chiedevano la reiezione del gravame, sostenendo la natura retributiva della fornitura di abiti in questione e che, comunque, anche a non ritenere tale natura, l’inadempimento aziendale all'obbligo di fornire annualmente determinati capi di vestiario in determinate quantità restava ugualmente produttivo di danni, per avere essi "dovuto provvedere da soli e di tasca propria all'acquisto di indumenti da utilizzare nello svolgimento dell'attività lavorativa" e per la conseguente usura dei medesimi a causa del loro utilizzo in ambito aziendale; danni legittimamente quantificali nell’80% del valore degli abiti, ovvero nella quota che gli accordi aziendali avevano posto a carico dell'azienda. Né alcuna prescrizione si era verificata essendo state le domande riferite al quinquennio antecedente la proposizione dei reclami gerarchici concernenti l'oggetto del giudizio.
Con sentenza del 22 gennaio-19 aprile 2010, l'adita Corte d'appello di Roma, rilevato che agli atti non vi erano elementi che facessero ritenere sussistente un'imposizione aziendale di indossare uno specifico abbigliamento in luogo di altri, e che neppure risultavano, nei ricorsi, deduzioni riguardanti l'avvenuto acquisto, da parte dei lavoratori, a proprie spese di abiti, che, per tipo e foggia, diversamente non avrebbero acquistato, in accoglimento del gravame, rigettava le domande proposte dai suddetti lavoratori.
Per la cassazione di tale pronuncia ricorrono i soli M.G. e M.F. con quattro motivi.
La C. S.p.A. non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il proposto ricorso, articolato in quattro motivi, M.G. e M.F. denunciano: 1) violazione e falsa applicazione degli artt.1362 e segg. c.c. in relazione all'interpretazione degli Accordi Collettivi del 9 giugno 1972 e del 1 marzo 1990 (art.360 n.3 c.p.c); 2) violazione e falsa applicazione degli artt.1175, 1218, 1223, 1225, 1226, 1375, 1453 e 2697 c.c. (art.360 n.3 C.p.c.); 3) violazione e falsa applicazione degli artt.1, 15, 116, 421, 432 e 437 c.p.c. e dell'art.24 della Costituzione (art.360 n.3 c.p.c); 4) omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art.360 n.5 c.p.c).
Il ricorso, valutato nelle sue diverse articolazioni, è fondato nei termini di cui qui di seguito.
Va preliminarmente osservato che -come ha tenuto ad evidenziare il Giudice a quo- l'art. 4 dell'accordo dell'1-3-1990, pacificamente applicabile alla fattispecie, prevede espressamente (e similmente disponeva il precedente accordo del 1972) che gli effetti di massa vestiario sono assegnati espressamente e solamente per le necessità ed il decoro dei servizio ed allo scopo di rendere più agevole al personale l'espletamento delle mansioni cui è addetto e pone a carico dei lavoratori il 20% del costo di acquisto degli effetti medesimi. Dall'art. 6 dello stesso accordo, inoltre, risulta che i lavoratori non sono liberi di utilizzare il vestiario fornito a loro piacimento essendo tenuti, invece, ad averne la massima cura, sia pei evidenti ragioni di ordine e di decoro sia per garantirne la conservazione per lutto il periodo di durata stabilito.
Da tali previsioni la Corte territoriale ha tratto la convinzione che l'obbligazione concernente la fornitura degli indumenti costituenti la Massa vestiario non avrebbe natura retributiva, non trattandosi di una corresponsione sinallagmaticamente ricollegabile alla prestazione lavorativa, e neanche di un'utilità per il dipendente, stante la quota del 20% del valore degli effetti e il dovere di conservazione posti a suo carico, essendo essa invece finalizzata espressamente ed esclusivamente alle necessità ed al decoro del servizio anche attraverso il previsto "rendere più agevole" il disimpegno delle mansioni affidate e corrispondendo dunque ad un esclusivo interesse aziendale. Da tale dato testuale il Giudice d'appello ha, altresì, argomentato che la mancata messa a disposizione degli abiti non integri, di per sé, una condotta generatrice di danno, e, in particolare, di un danno patrimoniale corrispondente a quella quota del valore degli abiti prevista quale facente capo all' azienda, trattandosi di obbligazione assunta - e relativo esborso, ove sostenuto - nell'esclusivo interesse della stessa datrice di lavoro.
Né a conclusioni diverse -soggiunge la Corte territoriale- potrebbe pervenirsi sulla scoria delle deduzioni degli appellati concernenti un obbligo per loro di "provvedere da soli e di tasca propria all'acquisto di indumenti" occorrenti per l'espletamento dell'attività lavorativa, da intendersi non quale ordinario acquisto, normalmente effettuato per le proprie esigenze di vita, di abiti poi utilizzati (anche) in ambito lavorativo, ma quale acquisto imposto in base a disposizioni aziendali di abiti particolari, ovvero corrispondenti a particolari fogge o tipologie uniformi volute dalla datrice di lavoro, che diversamente non si sarebbero acquistati, così prospettandosi da parte dei lavoratori una perdita patrimoniale superiore a quel 20% del valore dei capi già posto a loro carico dai citati accordi (e pacificamente non corrisposto).
In proposito, la Corte di merito ha rilevato che i ricorsi di primo grado difettavano di qualsiasi allegazione che consentisse, ove provata, di far ritenere sussistente un imposizione aziendale di indossare uno specifico abbigliamento in luogo di altri, secondo la tesi ora sostenuta, tale non essendo, per la assoluta genericità della formulazione, quella secondo la quale "i ricorrenti indossavano ... indumenti uguali e/o similari ai capi di abbigliamento prescritti dall'azienda per ragioni di decoro e servizio".
Orbene, con il proposto ricorso si sostiene che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di Appello, i ricorrenti, sin dall'atto introduttivo del giudizio, avevano dedotto a prova il fatto di aver proceduto, nel periodo considerato, all'acquisito di vestiario similare a quello uniforme.
Di più sin dal giudizio di I grado, sempre contrariamente a quanto affermato dalla Corte di Appello, i ricorrenti sostengono di avere prodotto in primo grado (doc.1) e in allegato alla comparsa in appello (doc.7). copia del foglio di punizione n.62 dell'11.051995. nei confronti del Sig. V.G. dipendente appartenente allo stesso impianto di Nettuno cui appartenevano i ricorrenti: "...passibile di punizione perché il giorno 22.11.94. comandato sul T123, non indossava la divisa. ..."
Il citato foglio di punizione - proseguono i ricorrenti- confermerebbe la circostanza che coloro che non erano adeguatamente vestiti, venivano richiamati; ciò a riprova della sussistenza in capo ai ricorrenti dell'obbligo di indossare il vestiario — uniforme (pena conseguenze di carattere disciplinare), del loro conseguente interesse e diritto alla fornitura promessa, del fatto che l'Azienda non fosse indifferente a come i suoi dipendenti si vestissero, del fatto che esistesse un'imposizione aziendale, pretendendo l'Azienda che venisse indossata una certa divisa (blu-celeste) similare a quella che avrebbe dovuto fornire, pur ritenendosi, tuttavia, libera di non adempiere alle obbligazioni assunte in sede sindacale di fornitura degli abiti da lavoro da utilizzare nello svolgimento dell'attività lavorativa.
Tanto più che, anche su questo punto -rimarcano i ricorrenti- sin dal ricorso introduttivo del giudizio era stata richiesta la prova sul fatto che l'azienda avesse mosso contestazioni disciplinari al personale dipendente che non fosse adeguatamente vestito. E di tanto i ricorrenti hanno riportato, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, i rispettivi capitoli di prova, ai quali la Corte di merito non ha fatto alcun riferimento. Da tale documentala prospettazione consegue che non appare corretto l'assunto della stessa Corte che i ricorsi difettassero di qualsiasi allegazione che consentisse di far ritenere sussistente un'imposizione aziendale di indossare uno specifico abbigliamento.
Va, inoltre, aggiunto che in analoga occasione ed in relazione a pretese avanzate da lavoratori nei confronti della medesima società, attuale intimata, questa Corte ha chiarito che. in caso di inadempimento del datore di lavoro all'obbligo, contrattualmente assunto, di fornitura ai dipendenti di "vestiario uniforme", ove il dipendente, al fine di adempiere alla propria obbligazione di indossare in servizio abili "uniformi", sia conseguentemente costretto ad acquistare a proprie spese abiti che, per tipo e foggia, diversamente non avrebbe acquistato, il datore di lavoro è tenuto, in base alla disciplina generale di cui agli artt. 1218 e ss. cod. civ., a risarcirgli il danno rappresentato dal costo aggiuntivo incontrato per detto acquisto, giacché trattasi di perdita patrimoniale causalmente riconducibile in modo immediato e diretto all'inadempimento, secondo regole di normalità e tenuto conto del principio, desumibile dall'art. 1225 cod. civ., relativo al giudizio ipotetico di differenza tra la situazione quale sarebbe stata senza il verificarsi del fatto dannoso-inadempimento e quella effettivamente avvenuta (Cass. nn. 23897, 23734, 23899, 23965, tutte del 2008).
Sulla base delle considerazioni svolte, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio, per il riesame, alla Corte d'appello di Roma in diversa composizione, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'appello di Roma in diversa composizione.