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sabato 26 maggio 2012

IL TAR SOSPENDE IL TRASFERIMENTO DI UN MILITARE - MODALITA' PREGIUDIZIEVOLI PER LE ESIGENZE FAMIGLIARI


N. 00363/2012 REG.PROV.COLL.
N. 00628/2011 REG.RIC.
R E P U B B L I C A   I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 628 del  2011, integrato da motivi aggiunti, proposto da: 
Maurizio Canino, rappresentato e difeso dall'avv. Serena Arcuri, con domicilio eletto presso Segreteria Tar in Bologna, Strada Maggiore 53; 
contro
Ministero della Difesa, rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello Stato, domiciliata per legge in Bologna, via Guido Reni
4; Comando 66° Rgt "Trieste" di Forlì; 
per l'annullamento
dell'ordine di trasferimento notificato al ricorrente il 18 febbraio 2011;
dell'ordine di trasferimento di cui alla comunicazione datata 16/02/2012 e notificata al ricorrente in data 18/02/2012 (motivi aggiunti);
Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa; Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 maggio 2012 il dott. Ugo Di Benedetto e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO e DIRITTO
1.Il ricorrente è un maresciallo capo, dipendente del Ministero della difesa, con la qualifica di contabile presso il 66° Rgt F. “Trieste” di Forlì, sposato e padre di due figlie residenti in Forlì.
L’Amministrazione ne ha disposto il trasferimento da Forlì a Roma, a seguito  della messa in disponibilità del proprio comandante. Avverso detti provvedimenti presentava ricorso al T.A.R. deducendone l’illegittimità. Si costituiva in giudizio l’Amministrazione intimata che contro deduceva alle avverse doglianze e concludeva per il rigetto del ricorso. A seguito dell’acquisizione in giudizio  di copia integrale del provvedimento di  trasferimento ed in  considerazione dei successivi documenti prodotti venivano notificati ulteriori motivi aggiunti. Le parti sviluppavano le rispettive difese con separate memorie e la causa veniva trattenuta in decisione all’odierna udienza.
2. In linea di fatto va osservato che il trasferimento è stato disposto a seguito della messa in disponibilità del proprio comandante della sola posizione del ricorrente per quanto concerne il reparto di appartenenza. Non si tratta, pertanto,  di una pianificazione di carattere generale mossa dalla necessità  di sopperire a diverse esigenze organiche di tutto il territorio nazionale.
La documentazione acquisita in giudizio soltanto nel febbraio 2012, costituita dalla nota della stessa amministrazione del 29 dicembre 2011, prot. 0023 183, precisa che non vi è alcun piano di esubero se non la messa in disponibilità in sede di pianificazione decentrata da cui risulta essere l’unico sottufficiale del reggimento in mobilità. Dallo stesso specchio della pianificazione decentrata risulta che la ragione della messa in disponibilità non è l’esubero del personale rispetto alla pianta organica del reggimento bensì la “venuta meno del rapporto di fiducia con il comandante”.
Come emerge dalla registrazione fonografica prodotta agli atti il cui contenuto è stato trascritto, e non contestato dall’Amministrazione, che quindi, può costituire un elemento di giudizio ai sensi dell’articolo 63, comma 5°, del C.P.A., e può essere posto a fondamento della decisione ai sensi dell’articolo 64, comma 2°, del C.P.A., a seguito del disappunto del comandante conseguente ad una richiesta di accesso agli atti del ricorrente, quest’ultimo aveva ritenuto che il ricorrente non avesse più fiducia nell’amministrazione e che “quando me  lo chiederanno la metterò in  pianificazione, la metterò disponibile”.
3. Alla luce della nuova documentazione acquisita in giudizio, proveniente dalla stessa amministrazione, può ritenersi comprovato che la ragione del trasferimento non è costituita da esigenze di organico o di servizio bensì dal “venir meno del rapporto di fiducia con il comandante”(così è motivato lo specchio della pianificazione d’impiego) e che la ragione del venir
meno di detto rapporto di fiducia, è rappresentata dalla contestazione in via gerarchica del rapporto informativo, condivisa dal diretto centrale che l’ha annullato in accoglimento del ricorso, nonché la richiesta di accesso agli atti.
4. Certamente l’Amministrazione non ha  l’onere di motivare il trasferimento dei militari ed ha ampia discrezionalità nell’effettuazione delle scelte organizzatorie, tuttavia, nel particolarissimo caso concreto, dalla documentazione proveniente dall’amministrazione, e solo recentemente acquisita agli atti, è emersa che la ragione del trasferimento non è l’esubero nel reggimento di provenienza né la carenza di organico nella sede di destinazione bensì soltanto il venir meno del rapporto di fiducia con il comandante che, come risulta dalla registrazioni fonografiche, il cui contenuto non è contestato, deriva dalla circostanza di aver impugnato,  con successo, in via gerarchica, il rapporto informativo, e di  aver esercitato il diritto di accesso per conoscere documentazione che lo riguardava. Ciò rende superfluo acquisire in via istruttoria l’organico dei contabili nel reggimento di destinazione che l’amministrazione non ha prodotto in giudizio nonostante l’esplicita richiesta della difesa del ricorrente.
5. In conclusione il ricorso è fondato perché sussiste il dedotto eccesso di potere avendo l’Amministrazione utilizzato il potere organizzatorio che ha come presupposto l’esistenza di esuberi di personale in alcuni reparti e carenza di organico in altri, in realtà per un fine diverso attinenti ai rapporti personali tra il ricorrente ed il comandante, tra l’altro con modalità inutilmente e particolarmente pregiudizievoli per le esigenze familiari del ricorrente stesso.
6. Per tali ragioni il ricorso va accolto e, per l’effetto, vanno annullati i provvedimenti impugnati, con conseguente obbligo per l’amministrazione di riassegnare il ricorrente nel reparto di provenienza.
7. Va, invece, respinta la domanda risarcitoria per carenza di prova. 
Non sussiste alcun danno economico non essendo stato ancora  attuato il trasferimento mentre la presente decisione ripristina pienamente la posizione del ricorrente. Né sussiste alcun demansionamento essendo stato il dipendente trasferito per  lo svolgimento delle proprie mansioni di contabile e non essendo stato demansionato neppure nel posto di provenienza. In realtà il dipendente lamenta una situazione, quale effetto del provvedimento,  che non costituisce un reale pregiudizio risarcibile bensì uno stato psicologico rappresentato da comprensibili disagi, patema d’animo e fastidi soggettivi ma che sul piano oggettivo non raggiungono la “soglia di gravità” richiesta dalla giurisprudenza per risarcire il cosiddetto danno esistenziale nei limiti delineati ormai dalla giurisprudenza della cassazione (Cass. Sez Un., Sentenza 24 giugno - 11 novembre 2008, n. 26972 Cassazione civile , sez. III, 14 dicembre 2009 , n. 26178), quale aspetto del danno alla persona . 
8. Sussistono giustificate ragioni per la  compensazione tra le parti delle spese di causa attesa la soccombenza reciproca conseguente al rigetto della domanda risarcitoria.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna (Sezione Prima)
definitivamente pronunciando sul ricorso,  come in epigrafe proposto, lo accoglie  e, per l’effetto annulla i provvedimenti
impugnati e dispone come in motivazione.
Respinge la domanda risarcitoria.
Spese compensate
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

AUTOVELOX - STRADE URBANE A SCORRIMENTO VELOCE


ORDINANZA N. 60
ANNO 2012

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

ORDINANZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 13, commi 4 e 5, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), e dell’articolo 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121 (Disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2002, n. 168, promosso dal Giudice di pace di Firenze nel procedimento vertente tra L.C. e il Comune di Firenze, con ordinanza del 23 maggio 2011, iscritta al n. 210 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell’anno 2011.
Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio del 15 febbraio 2012 il Giudice relatore Sabino Cassese.
Ritenuto che con ordinanza del 23 maggio 2011 (reg. ord. n. 210 del 2011), il Giudice di pace di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, commi 4 e 5, del decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285 (Nuovo codice della strada), e dell’art. 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121 (Disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2002, n. 168, per violazione degli artt. 3, primo comma, e 97, primo comma, della Costituzione;
che il comma 4 dell’articolo 13 (intitolato «Norme per la costruzione e la gestione delle strade») del nuovo codice della strada attribuisce al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti il compito di emanare le norme per la classificazione delle strade esistenti;
che, sulla base delle caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali stabilite dall’articolo 2, comma 2, del medesimo codice, le strade sono classificate in sette tipi: «A - Autostrade; B - Strade extraurbane principali; C - Strade extraurbane secondarie; D - Strade urbane di scorrimento; E - Strade urbane di quartiere; F - Strade locali; F-bis. Itinerari ciclopedonali»;
che in particolare, ai sensi dell’art. 2, comma 3, lettera D), del codice della strada, le caratteristiche minime perché una strada sia classificata quale «strada urbana di scorrimento» sono le seguenti: «strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate»;
che il comma 5 dell’articolo 13 del codice della strada prevede che, entro un anno dall’emanazione delle norme relative alla classificazione da parte del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, gli enti proprietari delle strade debbano classificare la propria rete e che, qualora le strade di loro competenza non possiedano più le caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali previste dall’art. 2 del codice della strada, detti enti debbano provvedere alla loro declassificazione;
che l’art. 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge n. 121 del 2002, dispone che i dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico, finalizzati al rilevamento a distanza delle violazioni (c.d. autovelox), possono essere utilizzati o installati non solo sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali (art. 2, comma 2, lettere A e B, del codice della strada), ma anche sulle strade extraurbane secondarie e sulle strade urbane di scorrimento (lettere C e D del medesimo comma), ovvero su singoli tratti di esse, individuati con apposito decreto del prefetto;
che, ad avviso del giudice rimettente, le disposizioni richiamate, stabilendo che la classificazione e la declassificazione delle strade (da cui dipende la possibilità di installare dispositivi tecnici di rilevamento a distanza) da parte degli organi competenti siano ancorate a determinate caratteristiche di costruzione delle strade stesse, produrrebbero una disparità di trattamento, in violazione dell’art. 3, primo comma, Cost., in quanto condotte di guida aventi la stessa pericolosità sociale sarebbero sanzionate solo in alcuni casi e non in altri, a seconda della classificazione della strada sulla quale l’infrazione ha luogo;
che, inoltre, tali norme sarebbero in contrasto con l’art. 97, primo comma, Cost., in quanto la necessità che agenti di polizia siano presenti a presidio dell’apparecchio utilizzato, nelle strade prive delle caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali previste dalla legge, distoglierebbe personale pubblico dall’esercizio di altri compiti, così arrecando un pregiudizio all’attività amministrativa sanzionatoria e di polizia locale in generale;
che, con atto depositato presso la cancelleria di questa Corte il 31 ottobre 2011, è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile o manifestamente infondata;
che, ad avviso della difesa statale, la questione sarebbe innanzitutto inammissibile, in quanto il giudice rimettente avrebbe del tutto omesso di individuare gli elementi di fatto essenziali;
che, nel merito, la difesa dello Stato osserva che non esisterebbe «alcun concetto aprioristico di “strada urbana di scorrimento” che abbia caratteristiche “funzionali” preesistenti, dal momento che è stato il legislatore ad enuclearne il concetto e a darne una definizione in termini specifici»;
che, pertanto, l’asserita disparità di trattamento non potrebbe prospettarsi «in quanto non esiste il termine di raffronto esterno al concetto di strada urbana di scorrimento che deriva dalla definizione di cui alla lettera D) del comma 3 dell’art. 2».
Considerato che, con ordinanza del 23 maggio 2011 (reg. ord. n. 210 del 2011), il Giudice di pace di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, commi 4 e 5, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada) e dell’art. 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121 (Disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2002, n. 168, per violazione degli artt. 3, primo comma, e 97, primo comma, della Costituzione;
che la questione avente ad oggetto l’art. 13, commi 4 e 5, del codice della strada è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza, perché tale articolo, disciplinando le modalità di classificazione e declassificazione delle strade da parte degli organi competenti, non trova diretta applicazione nel caso di specie;
che la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge n. 121 del 2002, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 168 del 2002, sollevata con riferimento all’art. 97, primo comma, Cost., è manifestamente inammissibile per difetto di motivazione, in quanto il giudice rimettente non argomenta in alcun modo sulle ragioni per le quali la presenza della polizia locale a presidio delle apparecchiature di autovelox in strade prive delle caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali previste dalla legge, potrebbe arrecare un pregiudizio al buon andamento della pubblica amministrazione;
che, infine, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge n. 121 del 2002, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 168 del 2002, sollevata in riferimento all’art. 3, primo comma, Cost., per disparità di trattamento tra condotte di guida aventi la stessa pericolosità sociale, sanzionate solo in alcuni casi e non in altri, a seconda della classificazione della strada sulla quale l’infrazione ha luogo, è manifestamente infondata, in quanto «le diversità riscontrabili a proposito dell’obbligo della contestazione immediata dipendono dalle differenti condizioni che caratterizzano i diversi tratti di strada» (ordinanze nn. 307 e 150 del 2006).
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.
Per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 13, commi 4 e 5, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), sollevata dal Giudice di pace di Firenze in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 97, primo comma, della Costituzione, con l’ordinanza indicata in epigrafe;
2) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121 (Disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2002, n. 168, sollevata dal Giudice di pace di Firenze in riferimento all’art. 97, primo comma, Cost., con l’ordinanza indicata in epigrafe;
3) dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4, comma 1, secondo periodo, del decreto-legge n. 121 del 2002, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 168 del 2002, sollevata dal Giudice di pace di Firenze in riferimento all’art. 3, primo comma, Cost., con l’ordinanza indicata in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 marzo 2012.
F.to:
Alfonso QUARANTA, Presidente
Sabino CASSESE, Redattore
Gabriella MELATTI, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 19 marzo 2012.

venerdì 25 maggio 2012

SANZIONI DISCIPLINARI - INTERPELLO N. 11/2012 DEL MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI



INTERPELLO N. 11/2012
Roma, 10 aprile 2012
Direzione generale per l’Attività Ispettiva
Prot. 37/0006869
Al NURSIND
Sindacato delle Professioni Infermieristiche
Oggetto: art. 9, D.Lgs. n. 124/2004 – impugnazione sanzioni disciplinari – applicabilità art. 7, commi 6 e 7; L. n. 300/1970 alle controversie relative al lavoro pubblico.
Il NURSIND – Sindacato delle Professioni Infermieristiche – ha avanzato istanza di interpello per conoscere il parere di questa Direzione generale in merito alla impugnazione delle sanzioni disciplinari. In particolare il NURSIND, “preso atto della circolare n. 28/2010 (…) avente ad oggetto impugnazione sanzioni disciplinari – applicabilità art. 7, commi 6 e 7, L. n. 300/1970 alle
controversie relative al lavoro pubblico (…) chiede entro quale termine perentorio la sanzione disciplinare di un pubblico dipendente può essere impugnata davanti l’ufficio provinciale del lavoro stante l’inapplicabilità dell’art. 7 della L. n. 300/1970”.
Al riguardo, acquisito il parere della Direzione generale delle Relazioni Industriali e dei Rapporti di Lavoro, della Direzione generale per le Politiche del Personale, dell’Innovazione, del Bilancio e della Logistica e della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica, si rappresenta quanto segue.
In via preliminare, occorre inquadrare la problematica sollevata alla luce delle modifiche apportate dall’art. 72, comma 1, D.Lgs. n. 150/2009 (c.d. Riforma Brunetta) agli artt. 55 e 56 del D.Lgs. n. 165/2001 (c.d. T.U. Pubblico impiego), con riferimento al quadro regolatorio concernente le procedure conciliative precontenziose nonchè le impugnazioni delle sanzioni disciplinari. Nello specifico, la novella legislativa ha operato in una duplice direzione: da un lato, ha modificato l’art. 55, introducendo nell’ambito della suddetta materia, i nuovi artt. dal 55 bis al 55 sexies, dall’altro ha abrogato integralmente il successivo art. 56.
Ciò premesso, al fine di fornire la soluzione alla problematica sottesa al quesito, è necessario muovere, in relazione alle procedure conciliative, dalla lettura dell’art. 55, comma 3 così come modificato.

2 Tale disposizione stabilisce che “la contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari. Resta salva la facoltà di disciplinare mediante i contratti collettivi procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali è prevista
la sanzione disciplinare del licenziamento (…)”.
Per quanto concerne, invece, il procedimento di impugnazione delle sanzioni disciplinari, l’abrogazione dell’art. 56, T.U. citato ha comportato per i dipendenti pubblici il divieto di ricorrere al collegio di conciliazione, istituito presso la Direzione provinciale del lavoro, con le modalità previste dall’art. 7, commi 6 e 7, L. n. 300/1970.
Occorre, tuttavia, sottolineare che la L. n. 183/2010 ha introdotto alcune modifiche in merito alla disciplina della conciliazione ed arbitrato nelle controversie in materia di lavoro. In proposito, si evidenzia che in virtù dell’abrogazione da parte dell’art. 31, comma 9, degli artt. 65 e 66, D.Lgs. n. 165/2001, le procedure di conciliazione ed arbitrato di cui agli artt. 410 e 412 c.p.c. risultano esperibili altresì da parte dei dipendenti del settore pubblico in relazione alle controversie di lavoro.
Il nuovo tentativo di conciliazione (facoltativo) avendo una disciplina di fonte legale non subisce la preclusione di cui all’art. 55, comma 3, già citato e di conseguenza la portata generale della disciplina ne consente l’applicabilità alle ipotesi di impugnazione delle sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti.
Appare, inoltre, necessario specificare con particolare riferimento all’art. 412 c.p.c., nella parte in cui consente la risoluzione della lite in via arbitrale, che risulta compatibile con quanto disposto dall’art. 73, comma 1, D.Lgs. n. 150/2009, ai sensi del quale le sanzioni disciplinari non possono essere impugnate di fronte ai collegi arbitrali di disciplina. Quest’ultima preclusione, infatti, attiene esclusivamente a questi particolari organismi arbitrali istituiti presso ciascuna amministrazione.
In tale prospettiva, si ritiene che in virtù della successiva regolamentazione della materia ad opera del c.d. Collegato lavoro, anche le controversie aventi ad oggetto l’impugnazione delle sanzioni disciplinari possono essere trattate dalle nuove commissioni di conciliazione che, per effetto del mutamento di procedura, potrebbero successivamente proseguire nella trattazione del contenzioso nella veste di collegio arbitrale.
Si rappresenta, da ultimo, che per quanto attiene al disposto di cui all’art. 412 ter concernente una tipologia di arbitrato irrituale, ossia l’arbitrato sindacale, la cui procedura è rimessa alla contrattazione collettiva, vige la preclusione relativa alla fonte di carattere convenzionale, pertanto le sanzioni disciplinari non potranno essere impugnate mediante questo strumento.

3 Ciò non vale, invece, riguardo al successivo art. 412 quater, in quanto a differenza del  precedente, è congegnato in virtù di una disciplina di fonte legale.Alla luce della legislazione attualmente vigente ed in risposta al quesito sollevato, si ritiene dunque che le sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti possano essere impugnate sia attraverso l’esperimento del tentativo facoltativo di conciliazione di cui agli artt. 410 e 411 c.p.c., nonché mediante le procedure arbitrali ex artt. 412 e 412 quater, ferma restando comunque l’esperibilità dell’azione giudiziaria negli ordinari termini prescrizionali.
IL DIRETTORE GENERALE
(f.to Paolo Pennesi)
DP
ADB/MT

LAVORO - COMPORTAMENTI DENIGRATORI E VESSATORI - REATO DI VIOLENZA PRIVATA


Corte di Cassazione Penale n. 12517/2012, sez. VI del 3/4/2012

Fatto e Diritto

1. Il Tribunale di Lecce/Casarano con sentenza in data 1.12.2005 condannava L.R. e C.R. per il delitto di cui all’art. 572 c.p, in danno di A.P. Il primo era titolare di un calzaturificio, il secondo suo padre, la P. era invalida civile assunta come dipendente ai sensi dellalegge 68/99. Le imputazioni originarie erano di estorsione per il primo (in relazione alla condotta del far sottoscrivere busta paga contenente somma superiore a quella effettivamente corrisposta) e di ingiurie continuate per entrambi. Il Tribunale assolveva dal delitto di estorsione e riqualificava il capo B nei termini anticipati.
Con sentenza 8.1-1.4.2010 la Corte d’appello di Lecce, adita dall’impugnazione dei soli imputati, ha confermato la deliberazione di primo grado.
2. I ricorsi sono stati proposti dal difensore nell’interesse di L.R. e personalmente da C.R.
I due atti hanno contenuto sovrapponibile, salvo il richiamo, nel primo, ad intervenuta remissione di querela (il difensore deduce di averlo ‘affermato’ nel corso dell’udienza del 16.12.2009) che avrebbe evidente rilevanza nel caso di riqualificazione del reato nei termini originari (va subito rilevato che dalla lettura dei verbali di udienza tale remissione di querela risulta effettivamente pervenuta).
I tre motivi di ricorso (violazione dell’art. 572 c.p., 
violazione dell’art. 521.2 c.p.p., insufficienza, carenza e illogicità della motivazione) sono trattati congiuntamente nell’esposizione delle deduzioni contenute nei due atti.
Secondo i ricorrenti, le prime due violazioni di legge sussisterebbero perché la condanna non sarebbe intervenuta per i medesimi fatti storici. Erroneamente la Corte salentina avrebbe giudicato solo mutamento del tipo di vincolo (dalla continuazione all’abitualità) quella che invece avrebbe configurato una sostanziale modifica del fatto, rilevando ora un vero e proprio sistema di vita, contesto in fatto rispetto al quale non sarebbe stata attrezzata adeguata difesa tecnica, quella svolta in concreto essendo stata solo finalizzata ad escludere la sussistenza delle ingiurie indicate come consumate nel mese del luglio 2002, a provare “una situazione oggettiva” e la “mancanza di pretestuosità dei rilievi mossi alla dipendente” nel medesimo arco temporale (p. 3 ricorsi). Il Giudice d’appello avrebbe poi mancato di confrontare le dichiarazioni delle testi S. e P., uniche considerate, con le stesse dichiarazioni della persona offesa, secondo cui le condotte dei datori di lavoro sarebbero state rivolte anche ad altre dipendenti, tra cui la stessa S. (così escludendosi la vessazione specificamente rivolta alla P.) ed i tempi della reiterazione indicati dalla teste S. (una due volte a settimana), aspetti in fatto certamente idonei a modificare la qualificazione giuridica ritenuta nelle sentenze e quindi che avrebbero dovuto essere oggetto di specifica motivazione. Anche le dichiarazioni dei due testi della difesa erroneamente sarebbero state giudicate inverosimili, in definitiva dovendo la complessiva motivazione essere apprezzata come illogica e fuorviante alla luce di tutti gli atti di causa richiamati nel ricorso e nell’atto di appello, secondo la nuova regola dell’art. 606.1 lett. E c.p.p. introdotta dalla legge 46/2006, con un evidente travisamento della prova.
3. Va preliminarmente rilevata l’inammissibilità della parte dei motivi che tendono ad introdurre una diversa ricostruzione del fatto, laddove commentano contenuti delle deposizioni della persona offesa e delle testi S., P. e S. che non risultano indicati né nelle sentenze di merito né nei motivi d’appello, risolvendosi pertanto in censure di stretto merito del tutto precluse in questa sede di legittimità; altrettanto manifestamente infondata è la deduzione relativa al periodo temporale in contestazione, posto che la mera lettura dell’imputazione attesta che la condotta contestata (già come reato continuato) è indicata come ‘accertata’ nel luglio del 2002 e non come consumata in tale mese.
3.1 Il fatto deve pertanto esser ritenuto ricostruito nel termini indicati dalla sentenza d’appello, che riferisce di 
assunzione della P. nel calzaturificio dei R. ex lege 68/99 nel mese di gennaio del 2002 e, da subito, di rapporti difficili con i due imputati, padre e figlio che insieme gestivano di fatto la piccola azienda, concretizzantisi in comportamenti continuativi di insulti ed offese che non le andava di lavorare, che era una lavativa, che era meglio se restava a casa. La situazione aveva raggiunto il culmine il 23 ed il 24 luglio 2002, con due ulteriori aggressioni verbali con accuse di non essere veloce nel lavoro e, cinque minuti dopo l’inizio del lavoro l’indomani, che non sapeva lavorare e che non doveva stare lì (una crisi di pianto con il richiudersi in bagno il giorno prima e la materiale uscita dalla fabbrica l’indomani avevano chiuso i due episodi). I Giudici del merito avevano escluso la sussistenza di alcuna condotta della donna che potesse fondare rimostranza alcuna, anche in termini ovviamente civili, nei confronti dell’operaia.
3.2 A giudizio di questa Corte suprema risulta assorbente, per la definizione del processo nei termini di cui al dispositivo, la constatazione che le condotte di “sistematiche, intenzionali e non giustificate aggressioni verbali” ricostruite nelle due sentenze vanno riqualificate come violenza privata continuata ed aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 11 c.p., secondo l’insegnamento già indicato da Sez.6, Sent. 44803/2010.
E’ vero che i Giudici del merito hanno posto in evidenza che gli atti vessatori continuativi sono avvenuti in un’azienda caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dalla presenza quotidiana dei datori di lavoro e dall’esercizio diretto, da parte loro, del poteri di supremazia nei confronti del dipendenti senza alcun intermediario.
Tuttavia la giurisprudenza di questa Corte sul punto della possibile applicazione della disciplina dell’art. 572 c.p. anche all’ambito lavorativo ha precisato che ciò che è necessario, oltre al mero rapporto di sovraordinazione è che il rapporto di lavoro si svolga con forme e modalità tali da assimilarne i caratteri a quelli (relazioni intense ed abituali, consuetudini di vita tra i soggetti interessati, soggezione di una parte con corrispondente supremazia dell’altra, fiducia riposta dal soggetto più debole in quello che ricopre la posizione di supremazia - (Sez.6, sent. 685/2011) propri di un rapporto di natura “para-familiare”. Tale specificazione va apprezzata con riferimento ai casi concreti nei quali la Corte suprema ha giudicato sussistere il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in ambito lavorativo, perché sono essi che aiutano a comprendere il senso reale dei limiti dell’estensione. Così, 
è stata esclusa la configurabilità del reato ex art. 572 c.p. in casi di rapporto non solo tra dirigente e dipendente di un’azienda di grandi dimensioni (Sez.6, Sent. 26594/2009), ma anche tra sindaco e dipendente comunale (Sez.6, Sent. 43100 del 2011), tra capo officina e meccanico (Sez.6, Sent. 44803/2011), tra capo squadra e operaio (Sez.6, Sent. 685/2011), . Significativamente, per contro, alcune di queste sentenze hanno indicato come esempio di rapporto di lavoro cui sarebbe applicabile la fattispecie dell’art. 572 c.p. quelle “tipicamente a carattere familiare”, o “caratterizzate da familiarità” come il rapporto tra colf e persone della famiglia o quello non occasionale tra maestro d’arte ed apprendista.
‘Assidua comunanza di vita’ è la situazione di fatto che caratterizzava la peculiare vicenda definita da Sez.6, Sent. 10090/2001 (con trasferte su unico pulmino, consumo dei pasti insieme e pernottamento nei medesimi alberghi, giovane età dei dipendenti, in un contesto caratterizzato da gravi e permanenti angherie fisiche e verbali) in senso favorevole all’applicazione dell’art. 572 c.p. Molestie sessuali caratterizzano la vicenda definita da Sez.3, Sent. 27469/2008, mentre Sez.5, Sent. 33624/2007 si limita ad un sintetico richiamo di Sez.6, Sent. 10090/2001 per poi escludere le condizioni in fatto per la sussistenza del reato ex art. 572 c.p. in un rapporto tra preside ed insegnante.
In definitiva, è vero che l’art. 572 c.p. ha ‘allargato’ l’ambito delle condotte che possono configurare il delitto di maltrattamenti anche oltre quello solo endofamiliare in senso stretto. Ma pur sempre la fattispecie incriminatrice è inserita nel titolo dei delitti della famiglia ed indica nella rubrica la limitazione alla famiglia ed al fanciulli sicché non può ritenersi idoneo a configurarla il mero contesto di generico, e generale, rapporto di subordinazione/sovraordinazione. Da qui la ragione dell’indicazione del requisito, del presupposto, della ‘parafamillarltà’ del rapporto di sovraordinazione, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita l’autorità con modalità, tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità ed informalità.
Se così non fosse, ogni relazione lavorativa caratterizzata da ridotte dimensioni e dal diretto impegno del datore di lavoro per ciò solo dovrebbe configurare una sorta di comunità (para)familiare, idonea ad imporre la qualificazione in termini di violazione dell’art. 572 c.p, di condotte 

che, di eguale contenuto ma poste in essere in contesto più ampio, avrebbero solo rilevanza in ambito civile (il c.d. mobbing in contesto lavorativo, cui fa riferimento tra le altre la Sentenza Sez.6, 685/2011), con evidente irragionevolezza del sistema.
3.3 Ora, entrambe le sentenze di merito hanno sostanzialmente richiamato il rapporto di sovraordinazione proprio in sé del rapporto datore di lavoro e dipendente, le dimensioni ridotte dell’impresa e l’impegno lavorativo personale del datore di lavoro. Ma, per quanto detto, si tratta di elementi circostanziali necessari ma non sufficienti ad integrare quel contesto ‘parafamiliare’ che, per quanto finora argomentato, solo giustifica e consente l’applicazione dell’art. 572 c.p. ai rapporti di lavoro subordinato.
Come anticipato, le condotte descritte nelle due sentenze di merito vanno ricondotte agli artt. 610 e 61 n. 11 c.p. (atteso che il pur astrattamente ipotizzabile delitto estorsivo è già stato escluso, nei suoi peculiari requisiti oggettivi e soggettivi, già in sede di formulazione dell’imputazione e, nella sentenza di primo grado, per la condotta sub A).
SI tratta però di reato che ad oggi è prescritto, il che, anche in assenza di alcun attuale interesse civilistico (infatti nulla va disposto in ordine al mantenimento delle statuizioni civilistiche, risultando in atti che dopo la remissione della querela la parte civile ha abbandonato il processo), ai sensi dell’art. 129 c.p.p. assorbe ogni questione di nullità ai sensi dell’art. 521 e 522 c.p.p.



P.Q.M.
 
Riqualificato il fatto come violenza privata annulla senza rinvio la sentenza impugnata nonché la sentenza 1.12.2005 del Tribunale di Lecce/Casarano perché il reato è estinto per prescrizione.

 

RESPONSABILITA' DEL MEDICO - USO DEI CANONI DI PRUDENZA


Responsabilità del medico – deve risarcire il danno per non aver usato i normali canoni di prudenza

Corte di Cassazione Civile n. 6275, sez. III del 20/4/2012

Svolgimento del processo
Con citazione notificata in data 22.3.2000 P.R. esponeva che il 29 gennaio 1997 si era recato presso il pronto soccorso dell’ospedale (…) a causa di un complesso di disturbi (vomito, cefalea, ipoestesia al braccio destro), di essere stato dimesso dalla predetta struttura dopo breve tempo e dopo controlli superficiali, di essere stato costretto a tornare il giorno 31 a causa del perdurare e dell’aggravarsi della sintomatologia, di essersi al fine sentito diagnosticare, a mezzo di TAC cerebrale, un ictus dal quale erano derivate lesioni permanenti e gravemente invalidanti. Ciò premesso, deducendo la responsabilità del personale sanitario per la tardività della diagnosi, il P.R. conveniva in giudizio la Regione Lazio, l’Azienda USL Roma (omissis), l’ospedale (omissis), il direttore sanitario dell’ospedale, dr.ssa G.D., ed il Dott. M.L. per ottenerne la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti. In esito al giudizio il Tribunale di Roma condannava i convenuti L. e AUSL a pagare in favore dell’attore la somma di Euro 639.705,25 oltre interessi e spese. Avverso tale decisione proponevano appello, principale il dr. L., ed incidentale l’Azienda Usl Roma (omissis). In esito al giudizio, la Corte di Appello di Roma con sentenza depositata in data 11 gennaio 2010 
rigettava entrambi gli appelli. Avverso la detta sentenza il sanitario ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi.
Resistono con controricorsi, illustrati da memorie difensive, la Azienda Usl ed il P.
 
Motivi della decisione
Con la prima doglianza, deducendo il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 40 e 41 c.p., 1223, 1226, 2043, 2697 e 2727 cc nonché motivazione illogica e carente, il dr. L. ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la Corte di Appello ha erroneamente ritenuto esistente un nesso di causalità tra l’ipotetica condotta omissiva ascrittagli e l’evento di danno, trascurando che, alla data del 29 gennaio 1997, i sintomi erano del tutto aspecifici; che il nuovo quadro patologico, tale da rendere necessaria una strategia diagnostica e terapeutica diversa, ebbe a manifestarsi solo il 31 gennaio; che nell’intervallo di un’ipotetica degenza ospedaliera nulla sarebbe stato possibile praticare di diverso da quello fatto e prescritto il 29 gennaio; che non vi era alcuna evidenza clinica di relazione cronologica tra la sintomatologia presentata il 29 gennaio e l’ictus insorto due giorni dopo.
La seconda doglianza, articolata sotto il duplice profilo della violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. nonché dell’omessa, insufficiente edillogica motivazione, si fonda sulla considerazione che la Corte avrebbe sbagliato quando ha ritenuto che i sintomi denunciati dal paziente fossero quelli indicati dalla letteratura mondiale come campanelli di allarme dell’ictus e che pertanto il sanitario avrebbe dovuto attivarsi ed eseguire gli accertamenti necessari. Inoltre, non avrebbe motivato adeguatamente in ordine alle critiche mosse alle conclusioni dei periti di ufficio in tema di omessa diagnosi ed errata valutazione dei profili di colpa del sanitario.
I motivi esposti vanno esaminati congiuntamente in quanto, sia pure sotto diversi ed articolati profili, prospettano ragioni di doglianza intimamente connesse tra loro, ed esattamente, da una parte l’asserita erroneità della valutazione della Corte circa l’assenza, alla data del 29 gennaio 1997, giorno in cui il paziente si recò per la prima volta in ospedale, di sintomi specifici, tali da rendere necessaria una strategia diagnostica e terapeutica diversa, dall’altra la carenza motivazionale della sentenza impugnata.
Entrambe le ragioni di doglianza sono infondate. A riguardo, vale la pena di rilevare che il percorso argomentativo della sentenza impugnata si è fondato sulla premessa che anche la pretesa aspecificità della sintomatologia presentata dal paziente in occasione del primo ricovero non poteva esimere il personale sanitario dalla responsabilità per colpa, 
posto che il P. aveva segnalato, anche se forse in termini confusi, sintomi di interesse neurologico, talché, a fronte di un quadro clinico che conteneva elementi di sicuro allarme, sia per le patologie riferite dal paziente (ipertensione) sia per i sintomi che lo stesso aveva lamentato (sensazioni di difficoltà motorie ad uno degli arti superiori, cefalee ricorrenti, vomito) costituiva dovere prudenziale del medico prescrivere tutti gli esami specialistici utili al fine di escludere, con adeguato margine di certezza, che il paziente potesse essere vittima di un ictus.
Al contrario, il sanitario si limitò ad una generica visita neurologica ed ad altri esami di routine (analisi del sangue, elettrocardiogramma) pervenendo alla conclusione che il tutto fosse stato originato da un “lieve stato ipertensivo” - così scrive la Corte - e “rimandando quindi il paziente a casa, in un contesto in cui era chiaro che lo stesso doveva considerarsi ad alto rischio di ictus (pag.2 della relazione suppletiva) ed in cui era possibile procedere ad esami suscettibili di evidenziare(o di escludere) la situazione di stroke in progress ritenuta dai consulenti tecnici di ufficio in tal modo evitando o fortemente riducendo la probabilità che si verificasse il danno che si è poi verificato”. Tutto ciò premesso e considerato, risulta pertanto con chiara evidenza come la Corte di Appello abbia argomentato adeguatamente sul merito della controversia con una motivazione sufficiente, logica, non contraddittoria e rispettosa dell’orientamento giurisprudenziale in materia, verificando la colpa del sanitario, alla luce delle considerazioni dei consulenti tecnici di ufficio, sia sotto il profilo dell’errore diagnostico, (evidenziando che il sanitario era pervenuto alla semplicistica conclusione che il tutto fosse stato originato da un “lieve stato ipertensivo” laddove secondo i consulenti tecnici di ufficio il paziente, già in occasione della prima visita ospedaliera, presentava sintomi “di un’insufficienza di circolo” che preludeva allo stadio di “trombosi” vera e propria concretizzatasi due giorni dopo), sia sotto il profilo dell’inosservanza di ogni elementare regola di prudenza professionale (evidenziando che il sanitario aveva rimandato il paziente a casa, in un contesto in cui era chiaro che lo stesso doveva considerarsi “ad alto rischio di ictus”).
Giova aggiungere a riguardo come, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, “in tema di responsabilità civile, per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza 
di un rapporto di mera probabilità scientifica. Ne consegue che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile” (Cass. n. 975/09). Né d’altra parte, il ricorrente, trattandosi di una prestazione professionale di “routine”, ha saputo superare la presunzione che le complicanze fossero state determinate da omessa o insufficiente diligenza professionale o da imperizia, dimostrando che erano state, invece, prodotte da un evento imprevisto ed imprevedibile secondo la diligenza qualificata in base alle conoscenze tecnico-scientifiche del momento.(cfr. Cass. n. 20806/09} Considerato che la sentenza impugnata appare esente dalle censure dedotte, ne consegue che il ricorso per cassazione in esame, siccome infondato, deve essere rigettato. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, in favore del controricorrente P. laddove sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese tra il ricorrente e l’AUSL la quale si è limitata a proporre un controricorso in adesione al ricorso proposto.
 

P.Q.M.
 
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore del contro ricorrente P.R. che liquida in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge. Compensa le spese tra il ricorrente e la controricorrente AUSL Roma (omissis).

giovedì 24 maggio 2012

L'AUTOVELOX NON E' GESTIBILE ESCLUSIVAMENTE DAI PRIVATI


Corte di Cassazione Penale sez.VI 17/3/2010 n. 10620
Non è possibile affidare a privati le attività di accertamento delle violazioni a mezzo di apparecchi elettronici di controllo ed altro
(omissis)
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 25.9 – 5.10.2009 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere confermava – tra l’altro – il sequestro delle apparecchiature autovelox di proprietà della ditta omissis ed in uso, a seguito di aggiudicazione di gara d’appalto, ai Comuni di Pa. e Pi., in ordine al reato ex art. 323 c.p..
La vicenda si inseriva in un’indagine avente per oggetto gli appalti per l’installazione ed uso di apparecchi autovelox nei territori comunali, il cui valore era stato determinato con una percentuale sugli incassi delle future infrazioni rilevate.
Secondo il Tribunale:
- titolari del potere di accertamento delle infrazioni stradali erano solo i soggetti pubblici indicati nel codice della strada, con funzioni non delegabili;
- momento decisivo dell’accertamento era quello del rilievo fotografico, cui doveva necessariamente presenziare uno dei soggetti indicati dall’art. 12 CdS;
- i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie sono a destinazione vincolata (ex art. 208 CdS) e nel caso di accertamento dall’organo di polizia territoriale per il 50% vincolati dalle finalità indicate dalla norma;
- “ragionevolmente dubbio” di irregolarità del procedimento amministrativo vi sarebbe invece nel coinvolgimento del soggetto privato nella fase dell’accertamento dell’infrazione e nella percezione degli utili;
- sarebbe irrilevante che il sistema consentisse il servizio con copertura certa delle spese, rilevando solo la impossibilità di esternalizzare il servizio (con mero controllo ex post della polizia municipale) e l’inosservanza dell’onere di determinazione preventiva del valore dell’appalto a seguito di istruttoria adeguata (per giustificare il diverso sistema di pubblicità e selezione);
-la determinazione del corrispettivo con la mera sommatoria algebrica degli incassi, già per legge vincolati al 50%, violerebbe per sé la disciplina generale degli appalti pubblici, non consentendo un’effettiva comparazione tra interesse pubblico e privato e determinando ridotte aspettative di imparzialità, e comunque integrerebbe violazione degli artt. 1 e 4 d.lgs. 157/1995, 28 e 29 d.lgs. 163/2000.
Da qui il fumus allo stato della procedura di mera apparenza di legittimità delle procedure seguite per l’affidamento del servizio e quindi del reato ex art. 323 c.p.
2. Ricorre per cassazione il sig. TO. ST., legale rappresentante della S., denunciando violazione di legge perché, rispetto all’assunto dei Giudici della cautela di mancata predeterminazione del valore dell’appalto e di omessa precedente istruttoria:
- nel caso dei due Comuni, i bandi di gara avrebbero in realtà risposto alle esigenze della disciplina in materia di appalto, il preventivo valore essendo stato determinato con riferimento alle prevedibili infrazioni annue – con specifica indicazione per il Comune di Pa. di un importo presumibile di 90.000 euro per la durata di tre anni, sotto la soglia comunitaria, e per quello di Pi. Ma. in due milioni di euro oltre iva per cinque anni – unitamente alla percentuale da retrocedere alla ditta sulle infrazioni effettivamente riscosse;
- quanto alle modalità di accertamento delle infrazioni, i verbali – sottoscritti anche da agente di polizia municipale – avrebbero dato conto della regolarità tecnica del privato operatore costituiva elemento di più sicura garanzia;
- in ogni caso, la mancata indicazione della predeterminazione del valore dell’appalto costituirebbe violazione di legge inidonea a determinare il rapporto di pertinenzialità con il mantenimento del vincolo cautelare reale sugli autovelox.
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è infondato.
In ordine al fumus del delitto di abuso d’ufficio si deve infatti osservare che:
- l’accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale ricade tra le attività previste dall’art. 11 lett. a Codice della Strada e quindi costituisce servizio di polizia stradale, non delegabile a terzi;
- le apparecchiature eventualmente utilizzate per tale accertamento debbono essere gestite direttamente da parte degli organi di polizia stradale e devono essere nella loro disponibilità (art. 345.4 Reg. CdS);
- le spese afferenti l’eventuale noleggio delle apparecchiature rientrano tra le “spese di accertamento” (art. 201.4 CdS), e la loro disciplina non può che essere quella propria connessa alla natura di tali spese;
- il parametro per la loro quantificazione – del tutto idoneo a consentire la quantificazione anche dell’importo per un eventuale appalto, nel caso di noleggio degli strumenti e di servizi accessori connessi alla peculiare tipologia di strumento, ovviamente diversi dalla fase di accertamento riservata, come visto, in via esclusiva all’organo di polizia stradale – è agevolmente individuabile dal costo/giornaliero connesso all’installazione, manutenzione, servizio accessorio;
- in particolare tale costo è all’evidenza uguale per qualsiasi operazione, giacché l’entità della sanzione propria della singola infrazione eventualmente accertata è parametro del tutto non pertinente, estraneo ed irrilevante, quanto alla spesa sostenuta per ogni singola operazione: la “quantità” dell’importo di appalto è il costo del servizio, a prescindere dal numero e dalla “qualità” delle infrazioni poi eventualmente accertate utilizzando quel servizio;
- da ciò si evince che esiste un costo di accertamento (nel senso onnicomprensivo prima indicato) quantificabile a prescindere del tutto dal tipo di infrazione accertata e che il parametro dell’entità della sanzione quale modalità di determinazione del corrispettivo – e pertanto come base di un appalto connesso all’utilizzazione delle apparecchiature strumentali – è incompatibile con i principi generali della disciplina contabile pubblica in materia di spese di accertamento;
- il richiamo all’”alea” contrattuale è pertanto improprio;
- tenuto infine conto delle finalità preventiva, e non repressiva o di finanziamento pubblico o lucro privato, della disciplina sanzionatoria, il parametro di retribuzione/corrispettivo differenziato secondo l’entità della sanzione è contrario ai principi indicati dall’art. 97 Cost..
In ordine alla pertinenzialità tra l’ipotesi di reato ex art. 323 c.p. e l’utilizzo degli strumenti di rilevazione di infrazioni, le considerazioni di cui al punto a) dell’ultimo paragrafo dell’ordinanza impugnata si sottraggono all’apodittica censura, di merito, del ricorrente, non costituendo vizio di motivazione omessa o apparente.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

giovedì 10 maggio 2012

TRASFERIMENTI - VIGILI DEL FUOCO - MOTIVAZIONI GENERICHE - ESIGENZE DI SERVIZIO


Tribunale Amministrativo Regionale Toscana sez.I 3/3/2009 n. 387; Pres. Cicciò, G., Est. Giani, R.
1. Trasferimento di un dipendente - Comunicazione di avvio del procedimento - Necessità - urgenza - deroga 
2. Trasferimento di un dipendente - Motivazione - riferimento a generiche esigenze di servizio - Illegittimità.
(omissis)
Con il ricorso introduttivo del giudizio Luciano Poli, premesso di essere capo squadra esperto del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, impugna il provvedimento denominato “ordine del giorno” n. 910 dell’11 ottobre 2008, con il quale il Comando Provinciale del Corpo di Firenze lo ha trasferito dalla sede distaccata di Empoli alla sede centrale di Firenze.
Nei confronti del provvedimento gravato il ricorrente articola censure di violazione di legge (artt. 7 e 8 della legge n. 241 del 1990 e art. 3 della stessa legge) e di eccesso di potere (manifesta ingiustizia, contraddittorietà, violazione del principio di buon andamento della p.a.).
L’Amministrazione si è costituita in giudizio per resistere al ricorso.
Con ordinanza n. 7 del 15 gennaio 2009 la Sezione ha disposto incombenti istruttori, ottemperati dalla p.a.
Alla camere di consiglio del giorno 25 febbraio 2009, relatore il dr. Riccardo Giani, sentiti i difensori comparsi, il Collegio ha trattenuto la causa per la decisione nel merito con sentenza succintamente motivata, sussistendone i presupposti e dato di ciò avviso alle parti.
Il provvedimento gravato ha il seguente tenore: “Per esigenze di servizio, si dispone con decorrenza immediata la seguente mobilità: c.s.e. Poli Luciano da turno C del distaccamento di Empoli a turno C della sede Centrale. Il posto vacante sarà coperto in occasione della prossima mobilità interna legata alla prossima assegnazione dei neo capi squadra”.
Nei confronti del suddetto atto il ricorrente formula, in primo luogo, una censura di violazione degli artt. 7 e 8 della legge n. 241 del 1990, per mancata previa comunicazione di avvio del procedimento.
Il motivo è fondato.
La legge n. 241 del 1990, all’art. 7, stabilisce che l’avvio di ogni procedimento amministrativo deve essere preceduto dalla comunicazione, rivolta al soggetto che è destinato a subire gli effetti dell’atto che si va ad adottare, con la quale lo si informa dell’apertura del procedimento medesimo e lo si mette in condizione di poter interloquire nel corso dell’istruttoria con l’autorità procedente. Nel caso che ci occupa il Poli non è stato in alcun modo previamente avvertito dell’apertura di una procedura di mobilità nei suoi confronti. È vero che lo stesso art. 7 stabilisce che è possibile derogare alla comunicazione di avvio in presenza di “ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerità del procedimento”, ma nella specie non risultano sussistere queste “particolari esigenze”, tali non potendosi ritenere il generico riferimento alla presenza del ricorrente come “fonte di stress” per la sua squadra, riferimento che appare del tutto incoerente peraltro con la motivazione dell’atto legata ad “esigenze di servizio”.
Con il secondo motivo il ricorrente censura l’atto gravato per difetto di motivazione.
Anche la suddetta censura appare fondata.
La disposta mobilità è motivata con il solo generico riferimento ad “esigenze di servizio”, il che sembrerebbe alludere a necessità nell’organizzazione del servizio stesso che richiedono la presenza di un capo squadra esperto in più a Firenze rispetto a Empoli. Ma, incoerentemente rispetto a ciò, nella nota del Comandante provinciale del 14 gennaio 2009 non si parla più di esigenze organizzative ma del comportamento e delle difficoltà personali del Poli. Tutto ciò a dimostrazione di una non corretta esplicitazione dei profili motivazionali nell’atto impugnato.
Le ulteriori censure possono essere assorbite.
Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere accolto, salvi in ogni caso i successivi provvedimenti dell’Amministrazione, con compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, 1^ Sez., definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.
Compensa tra le parti le spese di giudizio. 
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

SINDROME DISFORICA


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE SICILIANA
composta dal magistrato:
dott. VALTER DEL ROSARIO
in funzione di Giudice monocratico in materia pensionistica, ai sensi della L.21.7.2000, n.205, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
(Numero 2234/2007)
sul ricorso iscritto al n.14425 (ex 5479/M) del registro di segreteria, proposto da C. V. Emanuele, nato a Xxxxx (EN) il 29.3.1962, avverso il decreto del Ministero della Difesa- Direzione Generale delle Pensioni- Div. 8^ n.182, datato 28.2.1983 (posizione n.28342);
visti il D.L. 15.11.1993, n.453, convertito, con modificazioni, in L. 14.1.1994, n.19, e la L. 21.7.2000, n.205;
visti tutti gli atti e documenti di causa;
udito nella pubblica udienza del 25.1.2007 il ricorrente C. V.; non comparso alcuno per il Ministero della Difesa.
FATTO
Con il ricorso in epigrafe indicato C. V. (ex allievo carabiniere ausiliario in servizio di leva) ha impugnato il decreto del Ministero della Difesa- Direzione Generale delle Pensioni- Div. 8^ n.182, datato 28.2.1983, con il quale gli era stata negata la concessione della pensione privilegiata ordinaria tabellare per l'infermità “nevrosi disforico-depressiva di probabile natura reattiva”, dichiarata non dipendente da causa di servizio.
Dagli atti risulta che il C.:
dopo aver superato le selezioni per esser ammesso a prestare il servizio militare di leva come allievo carabiniere ausiliario, fu chiamato alle armi in data 25.11.1980 ed assegnato alla Scuola Allievi Carabinieri di Chieti;
dal 12 al 13.1.1981 fu ricoverato all'ospedale militare di Chieti, ove fu riscontrato affetto da “sindrome disforica”;
fruì quindi di licenze di convalescenza (intervallate da brevi ricoveri presso l'ospedale militare di Palermo, a fini di controllo dell'evoluzione della patologia neuropsichica) sino al 15.7.1981, quando fu riformato e congedato.
Avendo presentato in data 3.6.1981 domanda per il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio dell'infermità nervosa (che, a suo avviso, sarebbe stata determinata dal notevole stress psico-fisico e da eventi traumatizzanti sofferti in caserma) e per l'attribuzione del trattamento pensionistico privilegiato, il C. fu visitato dalla Commissione Medica di Palermo, la quale, posta diagnosi di “nevrosi disforico-depressiva di probabile natura reattiva”, dichiarò nel verbale n.87 del 27.1.1982 che trattavasi di patologia non dipendente dal breve servizio prestato ma correlata in maniera preponderante alla predisposizione endogeno-costituzionale del C..
In via ipotetica, secondo la Commissione Medica, la menomazione dell'integrità fisica subita dal C. sarebbe stata ascrivibile ad assegno privilegiato di 6^ categoria, tabella A, per anni due.
Tale responso negativo fu confermato dalla Commissione Medica di II^ Istanza presso la Direzione di Sanità dell'11° Co.Mili.Ter. con verbale n.14 del 3.1.1983 e quindi recepito nel decreto ministeriale impugnato.
Con il ricorso giurisdizionale e con la memoria conclusionale depositata il 15.1.2007 il C. ha evidenziato che:
anteriormente alla chiamata alle armi egli era esente da infermità nervose, tant'è vero che, prima d'essere arruolato come allievo carabiniere ausiliario, era stato riconosciuto idoneo in occasione di ben tre visite mediche di selezione attitudinale;
i disturbi neuropsichici erano insorti dopo circa un mese di servizio a causa di molteplici fattori: repentino mutamento del regime di vita e notevoli problemi di ambientamento in un contesto sociale assai diverso da quello abituale (di tipo contadino in una zona remota della Sicilia); gravi difficoltà nei rapporti interpersonali con i commilitoni, dai quali veniva emarginato e sottoposto a pesanti episodi di “nonnismo” (da lui tempestivamente segnalati ai superiori già prima del ricovero nel gennaio 1981 presso l'ospedale militare di Chieti); stress psichico dovuto a difficoltà d'apprendimento e di concentrazione negli studi;
la sindrome disforico-depressiva era progressivamente regredita dopo il collocamento in congedo per riforma, pervenendo a completa guarigione dopo circa due anni di adeguate terapie psichiatriche.
A sostegno delle proprie tesi il C. ha allegato copia delle prescrizioni farmacologiche rilasciategli dai medici curanti nel biennio 1981-83 nonché una relazione redatta in data 13.1.2007 dal prof. Leonardo Bruni, in cui si fornisce una ricostruzione analitica delle cause d'insorgenza e della successiva totale regressione della patologia nervosa in questione.
Conclusivamente, il C. ha chiesto che gli sia riconosciuto il diritto a percepire l'assegno privilegiato di 6^ categoria, tabella A, per anni due, con decorrenza dal congedo.
In udienza il medesimo ha ribadito le proprie pretese ed ha chiesto altresì che, in caso d'accoglimento del ricorso, sia stabilito che sulle somme arretrate spettantigli debbano essere computati gli interessi legali ed il differenziale di rivalutazione monetaria, in quanto soggetto appartenente alla categoria del “modesto consumatore”.
DIRITTO
Il Giudice, esaminati accuratamente gli atti processuali alla luce dei principii giuridici contenuti nell'art. 64 del D.P.R. 29.12.1973, n.1092, reputa che il ricorso proposto da C. V. sia meritevole d'accoglimento.
Nella citata disposizione si sottolinea, in particolare, che, per potersi procedere alla concessione di pensione privilegiata ordinaria, occorre, in primo luogo, che le infermità o le lesioni invalidanti siano effettivamente dipendenti da specifici fatti di servizio, ossia che questi ultimi ne siano stati causa diretta o, perlomeno, concausa efficiente e determinante.
Per “fatti di servizio” si debbono intendere eventi e circostanze strettamente correlati all'adempimento degli obblighi di servizio imposti al soggetto interessato.
In altri termini, il servizio svolto deve aver assunto, nel caso concreto, un effettivo e significativo ruolo causale o concausale nel determinismo dell'infermità o lesione invalidante ad esso ipoteticamente rapportabile.
Ciò premesso dal punto di vista normativo, il Giudice osserva che nel caso di specie:
in occasione delle varie e notoriamente accurate visite mediche di selezione il C. fu dichiarato incondizionatamente idoneo al servizio militare di leva da prestarsi in qualità di carabiniere ausiliario;
egli iniziò a lamentare disturbi neuropsichici soltanto dopo circa un mese di servizio;
nei rapporti del comandante della Scuola Allievi Carabinieri di Chieti e del Dirigente del relativo Servizio Sanitario sono ampiamente confermati e descritti i gravi problemi d'ambientamento del C., le notevoli difficoltà nelle sue relazioni con i commilitoni (dai quali, assai verosimilmente, era sottoposto a continui e pesanti episodi di “nonnismo”), l'evidente stress psico-fisico nell'affrontare studi a lui non congeniali ecc.;
la “nevrosi disforico-depressiva”, manifestatasi a carico del C. durante il servizio militare, era quindi sicuramente di natura reattiva (come ben argomentato nella relazione del prof. Leonardo Bruni) e non dovuta a fattori endogeno-costituzionali, tant'è vero che essa regredì progressivamente dopo che il C. fu riformato e collocato in congedo, pervenendo a totale guarigione dopo circa due anni di terapie.
Sulla base di tali elementi oggettivi il Giudice non reputa quindi condivisibili i pareri espressi dalle competenti Commissioni mediche, secondo le quali trattavasi d'infermità non ricollegabile a fattori nocivi di servizio.
Considerata l'evoluzione migliorativa della patologia neuropsichica contratta dal C. per causa di servizio e tenuto conto dei criteri di classificazione contenuti nelle tabelle allegate ai DD.PP.RR. 23.12.1978, n.915, e 30.12.1981, n.834, il Giudice ritiene che al medesimo debba essere riconosciuto il diritto a percepire (come da lui chiesto nella memoria conclusionale ed in udienza) l'assegno privilegiato di 6^ categoria, tabella A, per anni due, a decorrere dal 16.7.1981 (conformemente al giudizio medico-legale espresso, in via ipotetica, nel verbale n.87, datato 27.1.1982, della Commissione Medica presso l'ospedale militare di Palermo).
PER QUESTI MOTIVI
la Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per la Regione Siciliana, definitivamente pronunciando, ACCOGLIE il ricorso in epigrafe indicato e, per l'effetto, riconosce il diritto di C. V. (ex allievo carabiniere ausiliario in servizio di leva) a percepire, a carico del Ministero della Difesa, l'assegno privilegiato di 6^ categoria, tabella A, per anni due, a decorrere dal 16.7.1981 (giorno successivo al suo collocamento in congedo per riforma).
Sulle somme arretrate spettanti al C. dovranno essere calcolati separatamente (ai sensi dell'art. 1224 del c.c., considerato che il beneficiario appartiene alla categoria del “modesto consumatore”, sulla cui situazione economica incide nocivamente il notorio fenomeno dell'inflazione monetaria, e tenuto conto altresì dei principii generali enunciati nella sentenza delle Sezioni Riunite della Corte dei Conti n.10/2002/Q.M.) gli interessi legali e la rivalutazione monetaria (quest'ultima da corrispondersi, però, limitatamente al maggior danno derivante dall'eventuale differenza tra la svalutazione monetaria, calcolata anno per anno in base agli indici di cui all'art. 150 disp. att. del c.p.c., e gli interessi legali).
Sussistono idonei motivi per dichiarare compensate tra le parti le spese di giudizio.
Così deciso a Palermo, nell'udienza del 25.1.2007.
Il giudice unico
F.to (dott. Valter Del Rosario)
sentenza pubblicata a Palermo in data 03 settembre 2007

martedì 8 maggio 2012

SANZIONE DISCIPLINARE - MILITARE CHE NON ESEGUE IMMEDIATAMENTE UN ORDINE IMPARTITO DA UN SUPERIORE - GIORNI DI CONSEGNA


Consiglio di Stato n. 1207 sez. IV del 2 marzo 2012

FATTO
Con sentenza 6 aprile 2007, n. 1542, il T.A.R. per la Puglia - Lecce, Sez. III, respingeva il ricorso proposto dal signor G. R., all'epoca tenente dell'Aeronautica militare, contro il rigetto del ricorso gerarchico esperito nei riguardi del provvedimento di comminazione della sanzione disciplinare di un giorno di consegna, del pari impugnato assieme a ogni altro atto presupposto, collegato e consequenziale. Al R. veniva rimproverata la violazione dell'art. 25 del decreto del Presidente della Repubblica 18 luglio 1986, n. 545, per non avere obbedito con prontezza all'ordine legittimo impartito da un superiore.
Contro la sentenza il R. interponeva appello, rinnovando in primo luogo le doglianze nel ricorso di primo grado. In particolare censurava:
1. la violazione del principio della adeguata ponderazione tra quanto presuntivamente accertato a titolo di illecito disciplinare e quanto addotto a giustificazione da parte dell'incolpato (il ricorrente non sarebbe stato convocato per la contestazione degli addebiti e l'acquisizione e valutazione delle giustificazioni prima dell'emissione del provvedimento sanzionatorio);
2. la violazione dell'art. 23 del citato d.P.R. n. 545 del 1986, in quanto l'autore dell'ordine - cap. A. - non sarebbe stato superiore gerarchico del ricorrente e non avrebbe rispettato l'obbligo di immediata comunicazione dell'ordine di cui si 
discute all'autorità da cui il R. era direttamente dipendente; 
3. violazione dell'art. 72 del ricordato d.P.R. n. 545 del 1986, in quanto il superiore del ricorrente, nel trasmetterne il ricorso gerarchico all'autorità immediatamente superiore, avrebbe indebitamente allegato la propria relazione sui fatti, con ciò infrangendo il principio di imparzialità della P.A.;
4. confusione tra il disposto dell'art. 23 e quello dell'art. 25 del d.P.R. più volte richiamato, nonché eccessività della sanzione irrogata considerata la scarsa chiarezza dell'ordine ricevuto dall'incolpato e le complessive circostanze di fatto.
La domanda cautelare di sospensione dell'efficacia della sentenza impugnata veniva respinta dal Consiglio di Stato, IV Sez., con ordinanza 13 luglio 2007, n. 3600.
All'udienza pubblica del 14 febbraio 2012 l'appello veniva chiamato e trattenuto in decisione.

DIRITTO
1. L'appello è infondato e va per ciò respinto. 
2. A norma dell'art. 15, primo comma, della legge 11 luglio 1978, n. 383, "nessuna sanzione disciplinare di corpo può essere inflitta senza contestazione degli addebiti e senza che siano state sentite e vagliate le giustificazioni addotte dal militare interessato.". Nel caso di specie, risulta dalle premesse medesime del provvedimento disciplinare impugnato in primo grado - adottato il 10 aprile 2006 in relazione a un episodio del 7 aprile precedente - che sono state valutate le giustificazioni addotte dall'incolpato a propria discolpa. D'altronde, considerato il carattere assolutamente puntuale dell'episodio, non sarebbe stato necessario lasciar decorrere un più ampio intervallo temporale tra la contestazione dell'addebito e l'emissione del provvedimento sanzionatorio.
Il procedimento disciplinare, pertanto, appare essersi svolto in modi e tempi conformi a quelli prescritti. Il primo motivo dell'appello è perciò infondato. 
3. Il secondo motivo dell'appello contesta che il cap. Annichiarico, autore dell'ordine al quale il tenente R. non ha dato immediata esecuzione, fosse al momento superiore gerarchico del ricorrente. Dagli atti di causa appare che, presso la Direzione lavori del 10° Reparto manutenzione veicoli dell'Aeronautica militare, a Lecce, il ten. R. era ufficiale addetto alla Sezione manutenzione meccanica, con a capo il cap. Adelizzi; il cap. A. era a capo della Sezione servizi tecnici generali, delegato a collaborare con il capo della Sezione manutenzione. 
La formula organizzatoria che raccordava il cap. A. alla Sezione manutenzione non è per la verità chiara. In questi termini, tuttavia, la questione non è dirimente. Infatti:
il militare deve comunque "obbedire all'ordine ricevuto da un superiore dal quale non dipende direttamente, informandone quanto prima il superiore diretto" 
(art. 25, lettera b), del citato d.P.R. n. 545 del 1986);
avendo il ten. R. contestato l'ordine ricevuto, il cap. A. ha provveduto a informare l'ufficiale più alto in grado al momento presente, cioè il ten. col. M., responsabile pro tempore della Direzione dei lavori. E' stato così soddisfatto l'obbligo di immediata comunicazione previsto dall'art. 23, comma 3, del ricordato d.P.R. n. 545 del 1986, per il superiore che impartisca un ordine a un militare non direttamente dipendente (si vedano il rapporto del ten. col. M. in data 10 aprile 2006 e il rapporto circostanziato del direttore del Reparto, colonnello Zanatta, in data 5 giugno 2006);
il ten. Col. M. ha confermato la legittimità dell'ordine, che peraltro è rimasto ineseguito.
La violazione dell'art. 25 del d.P.R. n. 545 del 1986 è dunque evidente.
4. Non sussiste la pretesa violazione dell'art. 72 del d.P.R. n. 545 del 1986. Il "rapporto circostanziato" trasmesso dal direttore del reparto all'autorità competente a decidere, a corredo del ricorso gerarchico, è un documento formale e ufficiale, inteso alla ricostruzione storica della vicenda, che non può in alcun modo equipararsi ai "pareri o commenti" in relazione ai quali l'art. 72 pone il divieto evocato dall'appellante.
5. Non sussiste affatto nella sentenza di primo grado - diversamente da quanto ritenuto dalla parte privata - confusione tra il disposto dell'art. 23 e quello dell'art. 25 del d.P.R. n. 545 del 1986.
Neppure può essere considerata eccessiva la sanzione di un giorno di consegna rispetto all'addebito contestato, poiché - come la sentenza stessa mette correttamente in luce - sanzioni maggiori erano suscettibili di essere irrogate, come la consegna sino a sette giorni (ex art. 14 della legge 11 luglio 1978, n. 382) o la consegna di rigore ( ex art. 65 - in relazione all'allegato C, n. 22 - del d.P.R. n. 545 del 1986).
6. Eventuali ulteriori censure formulate in primo grado sono comunque inammissibili in questa sede di appello ai sensi dell'art. 101, comma 1, c.p.a., in quanto richiamate in maniera generica e non specificamente riproposte. 
7. Non giova infine all'appellante la sentenza della Corte militare di appello di Roma che, in data 5 novembre 2010, lo ha assolto dal reato militare di disobbedienza aggravata con la formula "il fatto non sussiste". Senza nemmeno dover esaminare la questione relativa alla ammissibilità della produzione del documento in questa fase, basti osservare come la sentenza stessa, nell'escludere la responsabilità penale dell'imputato, ne ritenga possibile "censurare l'intero concreto atteggiamento ……. perché, di certo, non esemplare, soprattutto a fronte delle specifiche disposizioni di cui al vigente Regolamento di disciplina"; con ciò ammettendo, con tutta evidenza, la possibilità che la condotta del ten. R. possa venire apprezzata in chiave di responsabilità disciplinare.
8. Dalle considerazioni che precedono discende che la sentenza impugnata non merita le censure che ad essa sono state rivolte e va dunque confermata.
Le spese seguono la soccombenza, conformemente alla legge, e sono liquidate come da dispositivo.


P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e, per l'effetto, conferma la sentenza impugnata.
Condanna la parte soccombente alle spese, che liquida nell'importo di euro 3.000,00 (tremila/00) oltre agli accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.