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lunedì 30 aprile 2012

COLPA MEDICA - COMPORTAMENTI OMISSIVI POSSONO CONFIGURARE IL REATO DI OMICIDIO COLPOSO


Colpa  del medico - La condotta omissiva di alcuni medici porta al decesso del paziente

Corte di Cassazione sez. Quarta Pen. - Sent. del 11.04.2012, n. 13547

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 22/7/2009 il Tribunale di Lagonegro condannava F.T. , S.M. , P.N. ed assolveva con formula piena G.V. e C.F. (non aver commesso il fatto) dal delitto di omicidio colposo (artt. 41-589 cod. pen.) in danno del paziente D.M.A. (di anni 19).
Agli imputati era stato addebitato che, in qualità di sanitari, per colpa generica e per colpa specifica, consistita nella violazione delle leges artis, di avere cagionato la morte di D.M.A. (verificatasi in … ), a causa di una mediastinite acuta ascessuale secondaria ad accesso sottomandibolare destro fistolizzato nei cavi pleurici dx e sx con abbondante pus “a colata” nello spazio tra tratto dorsale della colonna vertebrale ed esofago, “a manicotto” tra esofago, trachea, ed aorta, e tra sacco pericardio e faccia posteriore dello sterno, con conseguente pericardite sierofibrinosa, miocardite diffusa con epicardite, edema polmonare siero-proteinaceo con emorragia endoalveolare, da cui derivava grave shock settico e stasi ematica acuta pluriviscerale terminale:
- P.N. , quale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell’Ospedale di …, dimetteva alle ore 6,00 del (…) D.M.A. senza effettuare o far effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in seconda giornata, inefficace alla antibioticoterapia;
- G.V. , quale medico dentista, la mattina dell’(…) non aveva provveduto ad incidere l’ascesso di cui era affetto D.M.A. , prestazione che avrebbe dovuto effettuare non essendo intervenuto il ricovero del predetto D.M. in ambiente specialistico;
- F.T. , quale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell’Ospedale di (…) , dimetteva alle ore 13,00 dell’(…) il paziente senza effettuare o aver fatto effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata, inefficace alla antibioticoterapia; il giorno successivo (il …), dopo aver visitato il D.M. alle ore 9,55, nonostante la gravità della patologia, ne disponeva il ricovero solo alle ore 13,00, omettendo così di effettuare o di far effettuare tempestivamente i necessari presidi terapeutici anche chirurgici;
- C.F. , quale medico in servizio presso la Clinica odontostomatologica “San Luca” di (…) , non era intervenuto il pomeriggio dell’(…) sul paziente per effettuare un’incisione urgente, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata, inefficace alla antibioticoterapia;
- S.M. (imputata non ricorrente), quale sanitario di turno presso l’ospedale di (…) , dimetteva alle ore 20,44 dell’(…) D.M.A. senza effettuare o far effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata ed inefficace alla antibioticoterapia.
Agli imputati condannati veniva irrogata la pena di anni 1 e mesi 8 di reclusione, concesse le attenuanti generiche; pena condonata. Venivano inoltre condannati, in solido con il Responsabile Civile A.S.P. Regione Calabria, ai risarcimento del danno in favore delle costituite parti civili da liquidare in separato; veniva inoltre concessa una provvisionale immediatamente esecutiva.
2. Con sentenza del 18/11/2010 la Corte di Appello di Potenza, dopo avere rilevato la inammissibilità dell’impugnazione del P.M., su appello degli imputati condannati e delle parti civili nei confronti degli imputati assolti, in riforma della sentenza di primo grado, condannava al risarcimento del danno anche G.V. e C.F. , quest’ultimo in solido con il Responsabile Civile “Centro Odontoiatrico San Luca”; confermava nel resto le condanne già irrogate.
Osservava la Corte di merito che la responsabilità degli imputati emergeva dalla circostanza che il decesso, secondo la condivisibile perizia svolta in primo grado, era avvenuto per un grave shock settico sviluppatosi a seguito di un’infezione localizzata in corrispondenza di un molare e che nessuno dei sanitari imputati aveva inciso l’ascesso o aveva contribuito, con la propria opera professionale, a consentire la erogazione delle appropriate terapie.
nonostante la evidenza della patologia e della ininfluenza della terapia antibiotica praticata.
3. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i difensori dei condannati, lamentando:
3.1. per P. (condannato anche agli effetti penali): il difetto di motivazione in ordine alla circostanza affermata in sentenza e contraddetta dagli atti che l’ascesso era insorto fin dal (…). Infatti tale circostanza era contraddetta dalla documentazione acquisita, da cui risultava che la prima ricetta redatta dal Dott. D.S. per il paziente D.M. era datata (…). La diversa deposizione del teste sul punto doveva essere valutata con attenzione tenuto conto dell’interesse che aveva il D.S. a non essere coinvolto nella vicenda penale. Se la malattia era insorta l’(…), nella visita del P. svolta il (…) il sanitario poteva non avere contezza di una situazione patologica allarmante.
3.2. Per F. (condannato anche agli effetti penali): il difetto di motivazione in ordine alla colposa causalità della condotta del sanitario, tenuto conto che, come riferito dallo stesso perito d’ufficio, “un ascesso dentario che evolve in mediastinite è un evento estremamente raro, non prevedibile nella comune pratica medica”.
Al momento della visita il D.M. presentava un normale febbre e l’ascesso, per cui l’infezione appariva localizzata. Né le condizioni di salute del paziente erano state segnalate dal medico curante G. , il quale né aveva accompagnato il giovane paziente in ospedale, né aveva contattato i sanitari del nosocomio di (…) . Pertanto dai fatti non emergeva alcuna causalità della condotta dell’imputato, né una sua colpa per violazione di regole cautelari e prudenziali.
3.3. Per G. (condannato solo agli effetti civili): a) la erronea applicazione della legge laddove la corte di merito dopo avere affermato l’esclusione della responsabilità penale dell’imputato, dichiarava la sua responsabilità civile sulla base di un omesso adempimento dell’obbligazione contrattuale assistenziale. In tal modo, violando l’art. 538 cod. proc. pen., correlato all’art. 185 cod. pen., aveva pronunciato una condanna prescindendo dall’accertamento incidentale della responsabilità penale, così come voluto dall’art. 538 cit. b) La violazione di legge ed, in particolare dell’art. 521 cod. proc. pen. Premesso che la corte di merito aveva equivocato il motivo dell’assoluzione in primo grado, avvenuta per insussistenza del fatto, ritenendo invece deliberata per difetto della colpa, nella pronuncia di condanna aveva violato il principio di correlazione: infatti, a fronte di una contestata condotta omissiva dell’incisione dell’ascesso, aveva pronunciato la condanna sulla base di non contestati addebiti, quali il mero consiglio del ricovero, accompagnamento in ospedale e senza far accompagnare il ricovero da un’adeguata informazione ai sanitari che lo avrebbero preso in carico.
c) L’erronea applicazione della legge penale in ordine alla ritenuta sussistenza del nesso causale. Invero nessuna regola cautelare connessa alla sua posizione di garanzia era stata violata. Infatti pur avendo visitato il paziente la domenica mattina, quando l’ambulatorio era chiuso e senza personale infermieristico, rilevato di non poter prudentemente svolgere l’incisione del flemmone per la difficoltà dell’intervento in sede ambulatoriale, aveva contattato la clinica odontoiatrica ed al rifiuto opposto, aveva indirizzato il paziente ed i familiari all’Ospedale di (…) , attrezzato per l’intervento. Pertanto aveva svolto il suo compito con diligenza, senza violare alcuna regola cautelare. Peraltro l’aggravamento delle condizioni del paziente era stato determinato esclusivamente dai comportamenti tenuti dai sanitari che avevano tenuto in cura il giovane D.M. dopo il ricovero.
d) il difetto di motivazione in relazione all’affermata causalità della condotta dell’imputato, senza specifici riferimenti al contenuto dell’obbligo assistenziale violato.
3.4. Per C. (condannato solo agli effetti civili): a) la violazione del principio di correlazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. Premesso che la Corte di appello aveva riconosciuto che al momento della visita del C. il paziente non abbisognava di un intervento odontoiatrico, ma di un più ampio intervento a fronte di un processo infettivo oramai generalizzato, se ne deduceva che la condotta contestata come omessa, l’incisione, era insufficiente a curare la evoluzione della patologia in atto, per cui correttamente il D.M. era stato indirizzato in ospedale. A fonte di ciò la condanna in secondo grado era stata basata su addebiti non contestati e diversi dalla mera pretesa omessa incisione.
b) il difetto di motivazione in ordine alla condanna, considerato che il Dott. C. , giovane medico al primo incarico, era stato l’unico ad individuare l’urgenza del ricovero e per tale motivo non aveva compiuto atti medici esorbitanti la sua professionalità. Inoltre nessun onere di segnalazione aveva, considerato che la sua specializzazione odontoiatrica non gli consentiva di dare indicazioni terapeutiche ai medici ospedalieri investiti della cura del paziente.
3.5. Per il Responsabile Civile Centro Odontoiatrico “San Luca” s.r.l. (per C. ): il difetto di motivazione in ordine alla riconosciuta responsabilità del Dott. C. Invero la Struttura “San Luca” era abilitata ai soli ricoveri ordinari e non di pronto soccorso. Pertanto correttamente il C. a fronte di una situazione compromessa del D.M. , che richiedeva un trattamento in ambiente ospedaliere aveva avviato il paziente ad una struttura ospedaliere, per il ricovero presso la quale non necessitava di alcuna impegnativa. Né poteva farsi carico al C. di non aver accompagnato il giovane paziente presso l’Ospedale. Infatti il medico, odontoiatra di turno domenicale, non poteva abbandonare la struttura. Tali osservazioni difensive non erano state tenuto in conto dalla Corte di Appello la quale, a fronte di un’assoluzione in primo grado, avrebbe dovuto adempire all’onere motivazionale con maggiore ampiezza.

Considerato in diritto
4. In ordine alla posizione del P. (sanitario del pronto soccorso dell’ospedale di …), il giudice di appello ha confermato la condanna di primo grado, osservando che il perito aveva rilevato che se il sanitario avesse inciso l’ascesso, l’infezione sarebbe stata arrestata e, quindi, evitato l’exitus; l’inizio dell’ascesso dentario andava datato al (…) e non al (…), come si evinceva dalla scheda sanitaria redatta dal medico di famiglia (Dott. D.S. ) e dalle stesse annotazioni del P. nella cartella di accettazione sanitaria; pertanto, quando ebbe a visitarlo il (…), avrebbe già potuto rilevare la insufficienza del presidio antibiotico a far fronte alla patologia ed in tale situazione aveva omesso di intervenire o fare ricoverare il paziente in altra struttura.
In ordine all’insorgenza dell’ascesso, la difesa dell’imputato ha introdotto censure che, sul punto, esprimono solo un dissenso rispetto ad una ricostruzione del fatto (conforme nei due gradi di giudizio) che regge al sindacato di legittimità, non apprezzandosi nelle argomentazioni proposte quei profili di macroscopica illogicità, che soli, potrebbero qui avere rilievo.
Quanto alla causalità della condotta omissiva del P. , va premesso che questi (medico ospedaliero) si è trovato di fronte ad un paziente affetto da ascesso dentale, che null’altro è se non una raccolta di materiale purulento che deriva da un processo infettivo a carico del tessuto su cui è poggiato un dente.
La pericolosità dell’ascesso è costituita dal fatto che, se non trattato immediatamente con un’incisione, può determinare l’insorgenza di un flemmone, cioè una dispersione di pus o essudato purulento, non circoscritta, idonea a sopraffare le difese immunitarie.
Il perito di ufficio ha riferito che se l’ascesso fosse stato bloccato, non sarebbe diventato flemmone, con tutte le conseguenze letali (la mediastinite, che poi ha condotto allo shock settico e quindi al decesso).
Ne ha dedotto con coerente ragionamento il giudice di merito che, se il P. fosse intervenuto (o avesse fatto intervenire altro sanitario) la mattina del (…), incidendo l’ascesso con drenaggio del suo contenuto, non si sarebbe innescato il flemmone e la successiva serie causale che aveva condotto alla morte il giovane D.M.
Né può dirsi che la condizione necessaria per il prodursi dell’evento, posta in essere dall’imputato, abbia perso di valore causale in ragione delle omissioni poste in essere dagli altri coimputati.
Invero questa Corte di legittimità ha avuto modo di statuire, con consolidata giurisprudenza, che “In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell’assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell’inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell’arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L’infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto.
5. Analogamente infondato è il ricorso proposto dal F. . In ordine a tale imputato (sanitario del pronto soccorso dell’ospedale di (…) ), ha rilevato la Corte di appello che sussistente era la causalità della sua condotta omissiva, non potendo l’evoluzione della malattia della vittima considerarsi un evento raro e non prevedibile; anche se il F. non era uno specialista, con la normale diligenza avrebbe dovuto rilevare la gravità della situazione, peraltro resa palese dalla decisione della guardia medica di (…) (dr. Gl. ) e del medico curante del D.M. (dr. G. ), di consigliare il ricovero ospedaliero per intervenire chirurgicamente; a fronte di ciò l’imputato non aveva effettuato alcun intervento, limitandosi a somministrare una inutile soluzione fisiologica ed a negare persino il ricovero (dimettendolo alle ore 13 del …). Dopo averlo visitato il giorno successivo …, di mattina), non aveva preso alcuna iniziativa terapeutica, disponendone il ricovero solo alle ore 13.00. Da nessun atto si rilevava, come dedotto dalla difesa, che la patologia della vittima, al momento della visita fosse già irreversibile.
La difesa dell’imputato, nel contestare la sussistenza del nesso causale tra la condotta del sanitario e l’evento, ha osservato che non era un fatto prevedibile che l’ascesso dentario evolvesse in mediastinite.
Va premesso che la mediastinite è una forma di infezione che interessa il mediastino. Il mediastino è un compartimento anatomico che occupa la parte mediana del torace. Comprende strutture ed organi dell’apparato circolatorio, dell’apparato respiratorio, dell’apparato digerente, del sistema linfatico e del sistema nervoso.
Orbene l’addebito mosso all’imputato è quello di non aver adottato alcun utile presidio diagnostico e terapeutico a fronte di una situazione evidente di ascesso e delle sue complicazioni, indipendentemente dal fatto che al momento del suo intervento fosse diagnosticabile una mediastinite in atto, peraltro evento che, sebbene raro, era pur sempre prevedibile (come pure altre complicazioni quali sepsi, infezioni ai tessuti molli, endocardite, polmonite). L’assoluta inerzia del F. , a fronte di una segnalata gravità della situazione, correttamente è stata ritenuta dal giudice di merito integrare una condotta colposa in nesso causale con l’evento verificatosi (si richiamano sul punto le argomentazioni già svolte in ordine al P. , in tema di causalità, sub 4).
Invero la mediastinite, come correttamente ritenuto dal giudice di merito, non può essere considerata una causa sopravvenuta “da sola sufficiente a determinare l’evento”, in quanto, sebbene l’insorgenza di tale complicanza non sia frequente, non può configurarsi come evoluzione della malattia completamente avulsa dall’antecedente e caratterizzata da un percorso causale completamente atipico, ossia di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta. Pertanto, la circostanza che sia una conseguenza non frequenta dell’ascesso, non significa che sia eccezionale ed atipica. Si impone pera quanto detto il rigetto del ricorso.
6. In ordine alla posizione del G. (medico dentista), va premesso che questi è stato assolto in primo grado. Ha osservato il Tribunale che sebbene il perito d’ufficio ed il C.T. del P.M. avessero valutato che l’incisione dell’ascesso era urgente ed avrebbe evitato con alto grado di probabilità l’evento morte; che inoltre tale intervento era alla portata tecnica del G. , medico dentista; in ogni caso la sua responsabilità andava esclusa in quanto era stato richiesta la sua opera di domenica, ad ambulatorio chiuso e senza assistenza infermieristica. Pertanto correttamente il G. aveva valutato come imprudente un suo intervento ambulatoriale ed aveva invitato i genitori del D.M. a portarlo in ospedale.
La corte di appello, su impugnazione della parte civile, ha ribaltato la sentenza di primo grado rilevando come il G. , dopo avere rilevato la gravità della situazione ed avere valutato la difficoltà ad effettuare l’incisione dell’ascesso in ambito ambulatoriale e, quindi, avere invitato il paziente al ricovero ospedaliero, non aveva seguito l’iter successivo alla visita determinando una carenza assistenziale rilevante dal punto di vista della responsabilità civile.
6.1. La difesa dell’imputato, con i motivi di ricorso, ha lamentato in primo luogo la violazione del principio di correlazione: infatti, a fronte di una contestata condotta omissiva dell’incisione dell’ascesso, la Corte di merito aveva pronunciato la condanna sulla base di non contestati addebiti, quali il mero consiglio del ricovero senza l’accompagnamento in ospedale e l’omissione di un’adeguata informazione ai sanitari che lo avrebbero preso in carico. La doglianza è infondata.
Sul punto va osservato che l’attribuzione al G. di un titolo di colpa diverso non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza. Infatti va ricordato come questa corte di legittimità, con giurisprudenza consolidata, abbia statuito che “Nei procedimenti per reati colposi, quando nel capo d’imputazione siano stati contestati elementi generici e specifici di colpa, la sostituzione o l’aggiunta di un profilo di colpa, sia pure specifico, rispetto ai profili originariamente contestati non vale a realizzare una diversità o mutazione del fatto, con sostanziale ampliamento o modifica della contestazione. Difatti, il riferimento alla colpa generica evidenzia che la contestazione riguarda la condotta dell’imputato globalmente considerata in riferimento all’evento verificatosi, sicché questi è posto in grado di difendersi relativamente a tutti gli aspetti del comportamento tenuto in occasione di tale evento, di cui è chiamato a rispondere (Cass. IV, 38818/O5, De Bona; conf, Cass. I, 11538/97, Geremia; Cass. IV, 2393/05, Tucci; Cass. IV, 31968/09, Raso). Tale orientamento giurisprudenziale ha, di recente, ricevuto l’avallo delle Sezioni Unite, le quali hanno ribadito che “In tema di correlazione tra imputazione contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l’”iter” del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione” (Cass. Sez. U., Sentenza n. 36551 del 15/07/2010 Ud. (dep. 13/10/2010) Rv. 248051).
Nel caso di specie la condotta posta in essere dal G. è stato oggetto di approfondita istruttoria dibattimentale, sicché egli ha avuto la possibilità di difendersi in ordine a tutti i profili di colpa a suo carico formulabili e pur sempre incentrati su una contestazione di omissione della dovuta assistenza al paziente poi deceduto. Pertanto nessuna radicale mutazione dell’accusa si è maturata in pregiudizio del diritto di difesa.
Ne consegue da quanto detto che la censura formulata è infondata, sebbene non in modo manifesto.
6.2. La difesa dell’imputato ha, inoltre, lamentato la erronea applicazione della legge laddove la Corte distrettuale aveva dichiarato la responsabilità civile dell’imputato, sulla base di un omesso adempimento dell’obbligazione contrattuale assistenziale, senza prima pronunciarsi, incidentalmente, sulla sua responsabilità penale, ciò in violazione dell’art. 538 c.p.p. La censura è infondata.
Anche in tal caso va fatta una premessa. La giurisprudenza di questa Corte di legittimità è consolidata nel ritenere che “In tema di impugnazioni, in presenza di specifica richiesta della parte civile, la pronuncia sulle domande di restituzione o di risarcimento del danno non può essere omessa per il solo fatto che la sentenza assolutoria dell’imputato non sia stata impugnata dal pubblico ministero, dovendo, in tal caso, il giudice effettuare, in via incidentale e ai soli fini civilistici, il giudizio di responsabilità; ma la pronuncia su tali domande non può che restare legata (e subordinata) all’accertamento (incidentale) della responsabilità penale” (Cass. Sez. l, Sentenza n. 19538 del 12/03/2004 Ud. (dep. 27/04/2004), Rv. 227971; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 39592 del 21/06/2007 Ud. (dep. 26/10/2007), Rv. 237875; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 1693 del 29/09/1997 Ud. (dep. 11/02/1998), Rv. 210351).
Vero è che nella sentenza si richiama la natura contrattuale del rapporto del G. con il giovane D.M. per poi giustificare la sua condanna, ma ciò non significa che il giudice di appello abbia basato la pronuncia sul rilievo di un mero inadempimento civile, senza alcuna delibazione della responsabilità penale. Infatti il richiamo al legame contrattuale è stato strumentale per il riconoscimento della presenza in capo al G. di una “posizione di garanzia”, rilevante eziologicamente ai sensi del secondo comma dell’art. 40 c.p.. Sul tale punto questa Corte ha statuito che la posizione di garanzia nei confronti di un paziente è fondata anche sul contratto d’opera professionale, pertanto la responsabilità penale del medico può configurarsi qualora l’evento dannoso sia causalmente connesso ad un comportamento omissivo ex art. 40 comma secondo cod. pen. (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9739 del 01/12/2004 Ud. (dep. 11/03/2005), Rv. 230820).
Nel caso di specie, pertanto, il richiamo ad una fonte contrattuale da parte del giudice di merito, per valutare la presenza di una posizione di garanzia e la violazione degli obblighi connessi, non ha integrato alcuna erronea applicazione della legge penale, in quanto tale puntualizzazione è stata strumentale per il riconoscimento della responsabilità penale (finalizzata alla condanna civile) del G. .
6.3. In ordine alla ritenuta presenza del nesso causale tra la condotta dell’imputato e l’evento, il giudice di appello, dopo avere premesso la ragionevolezza della scelta del G. di non intervenire di domenica ambulatorialmente; dopo avere rilevato che il giorno (…) il quadro clinico si presentava come contrassegnato da evidente gravità (richiamando in proposito le dichiarazioni del perito d’ufficio); ha ritenuto gravemente negligente la condotta del G. di fornire un mero “consiglio” all’accompagnamento in ospedale del D.M. , senza assicurarsi che i medici di destinazione fossero informati in modo preciso della gravità della situazione ed a supporto fosse trasmessa un’adeguata documentazione medica.
Con coerente ragionamento la Corte distrettuale ha ritenuto che tale condotta omissiva, posta in essere in violazione dell’obbligo gravante sul medico di prestare soccorso al paziente ed attivarsi per assicurarne l’assistenza (obbligo ancor più stringente quando il legame tra le parti è affidato al contratto), ha posto in essere una condizione necessaria dell’evento in concorso con le altre successive omissione. Anche in tal caso si richiamano le argomentazioni già svolte in ordine alla prima posizione esaminata in tema di concorso di cause (sub 4), ribadendo che se l’adeguata terapia sul paziente fosse stata posta in essere in data (…), l’evento letale si sarebbe evitato con alto grado di probabilità.
7. Quanto al ricorso del C. , odontoiatra in servizio di guardia presso la Clinica odontostomatologica San Luca di (…) , anche questi è stato assolto dal giudice di primo grado. Ha osservato il Tribunale che il C. :
- aveva visto il paziente nel pomeriggio del (…) dopo che era stato visitato in mattinata dal Dott. F. (presso il pronto soccorso di (…) ) e non ricoverato;
- constatata la gravità del caso lo aveva indirizzato presso un presidio ospedaliero;
- la clinica presso cui era in servizio non aveva il pronto soccorso e pertanto non avrebbe potuto avere l’ausilio di personale qualificato per eventuali urgenze;
- la patologia in atto, secondo quanto riferito dal perito di ufficio, richiedeva un apporto diagnostico e terapeutico non più limitato all’apparato stomatognatico, ma coinvolgente competenze di uno specialista maxillofacciale.
Ne ha dedotto da tutto ciò che nessun addebito di colpa poteva essere formulato a carico del C. , il quale in ragione delle sue competenze e della limitata funzionalità della clinica ove prestava la sua opera, non avrebbe potuto erogare la prestazione necessaria al D.M.
La Corte di Appello, nel riformare la sentenza su impugnazione delle parti civili, ne ha riconosciuto, invece, la responsabilità (agli effetti civili), per la condotta serbata nel pomeriggio del (…), allorquando non aveva neanche provveduto a visitare il paziente, senza effettuare alcuna valutazione della patologia, limitandosi ad avviare il D.M. ed i genitori presso il pronto soccorso dell’Ospedale di (…) , omettendo di inquadrare la situazione clinica e, quindi, consentire ai sanitari successivi di avvalersi di una valutazione specialistica odontoiatrica.
7.1. Ciò detto, quanto al primo motivo di censura formulato, inerente alla violazione del principio di correlazione, si richiamano le argomentazioni già svolte nell’analisi della posizione del G. (sub 6.1).
7.2. In ordine alle censure riguardati l’addebito di colpa e la rilevanza causale della sua condotta, il giudice di merito ha ricordato le osservazioni svolte dal perito di ufficio, il quale ha stigmatizzato la condotta omissiva del medico il quale, nonostante la giovane età, aveva una laurea in odontoiatria, nonché l’abilitazione in medicina e chirurgia. Pertanto era in grado di effettuare una precisa diagnosi della situazione del D.M. , eventualmente con l’ausilio di specialisti reperibili.
Invero, una volta che un paziente si presenta presso una struttura medica chiedendo la erogazione di una prestazione professionale, il medico, in virtù del “contatto sociale”, assume una posizione di garanzia della tutela della sua salute ed anche se non può erogare la prestazione richiesta deve fare tutto quello che è nelle sua capacità per la salvaguardia dell’integrità del paziente. Nel caso di specie, con coerente e logica motivazione, la Corte di merito ha rilevato che il C. , pur avendo una qualificazione professionale che gli avrebbe consentito di effettuare una precisa diagnosi della patologia del D.M. , così da redigere una certificazione medica idonea ad agevolare l’opera dei successivi sanitari interventi, anche segnalando l’urgenza degli interventi, si limitò ad invitare il paziente ed i genitori a recarsi all’ospedale di (…) senza assicurarsi (come nel caso del dr. G. ) che i medici di destinazione fossero informati in modo preciso della gravità della situazione ed a supporto fosse trasmessa un’adeguata documentazione medica.
Ne ha dedotto la Corte distrettuale che tale negligente condotta omissiva aveva avuto una valenza causale, in quanto aveva contribuito a ritardare la erogazione dell’assistenza diagnostica e terapeutica che avrebbe evitato il decesso (si richiama quanto esposto sub 4 in tema di concorso di cause).
L’infondatezza del ricorso del C. impone il suo rigetto.
8. Al rigetto del ricorso del C. segue di conseguenza quello del responsabile civile Centro Odontoiatrico “San Luca”. Invero, una volta riconosciuta la responsabilità del sanitario; considerato che tale responsabilità si fonda su una condotta posta in essere dal medico quale dipendente della struttura sanitaria, la responsabilità di quest’ultima ne discende ai sensi dei principi sanciti dagli artt. 2049 e 1228 cod. civ..
Analoghe considerazioni valgono per il responsabile civile A.S.P. di Cosenza (non ricorrente), in ragione della ritenuta responsabilità dei medici dipendenti degli ospedali cosentini. Va peraltro osservato come non pertinente sia il richiamo nella memoria difensiva alle regole della responsabilità da “equipe” (e quindi dell’incidenza dell’affermazione della responsabilità del G. e del C. , rispetto a quella dei medici ospedalieri condannai), tenuto conto che la contestazione mossa non è di cooperazione colposa (art. 113 c.p.), ma di “condotte (autonome) causalmente concorrenti” (art. 41 c.p.).
Al rigetto dei ricorsi segue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali; nonché la condanna, in solido tra loro e con l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, delle spese sostenute dalle parti civili T.M. , D.M.D. e D.M.F. , che liquida come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Condanna i ricorrenti ed il responsabile civile Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, in solido, a rimborsare le spese di giudizio in favore delle parti civili, liquidandole in complessivi Euro 1.500 oltre accessori come per legge.
Depositata in Cancelleria il 11.04.2012

lunedì 23 aprile 2012

TRASFERIMENTO - FAMILIARE CON HANDICAP - LEGGE 183/2010 - RETROATTIVITA'


Consiglio di Stato sez. III 7/3/2012 n. 1293; Pres. Lignani, P.G., Est. Stelo, V.
Trasferimento - Assistenza a familiare portatore di handicap - Disciplina introdotta dalla legge n. 183 del 2010 - Retroattività
Fatto e diritto

1.1. Il Tribunale amministrativo regionale per la Toscana – Sezione I, con sentenza n. 815 del 20 aprile 2011 depositata il 12 maggio 2011, ha dichiarato improcedibile il ricorso principale e ha respinto i motivi aggiunti, con compensazione delle spese, proposti dal signor Marco Cristian Gianni Albanese, agente scelto della Polizia di Stato, avverso il provvedimento del Capo della Polizia-Direttore generale Pubblica Sicurezza n. 333/8826 del 25 novembre 2010 e il precedente atto pari numero del 16 novembre 2009.
Con tali provvedimenti il Capo della Polizia aveva disposto e reiterato il diniego di trasferimento dell'interessato ex art. 33 della legge n. 104/92 ad ufficio/reparto della Polizia di Stato più vicino possibile al Comune di residenza di San Pietro in Lama (LE) al fine di prestare assistenza al fratello minore Daniele, affetto da “mielomeningocele con gravi disturbi della deambulazione e degli sfinteri, grave continenza urinaria, portatore di handicap in situazione di gravità”.
1.2. Il Tribunale ha dichiarato improcedibile il ricorso principale in quanto proposto avverso il primo provvedimento del 16 novembre 2009, mentre ha respinto i motivi aggiunti avverso il successivo del 25 novembre 2010, ritenendo che l'Amministrazione avesse dato corretta attuazione alla specifica normativa e svolto un'adeguata istruttoria al riguardo, accertando così la carenza dei prescritti requisiti della continuità ed esclusività dell'assistenza.
Risultavano ostative in proposito le circostanze che l'interessato era in forza al Reparto Mobile di Firenze, non rilevando le numerose assegnazioni temporanee, e che le patologie dei genitori del ricorrente non erano così invalidanti da impedire loro (di 67 anni e 59 anni) di prestare la dovuta assistenza al figlio Daniele.
2. Il signor Albanese, con atto notificato il 15 luglio 2011 e depositato il 20 luglio 2011, ha interposto appello, con domanda sospensiva, avverso il capo recante il rigetto dei motivi aggiunti, deducendo che il provvedimento ministeriale del 25 novembre 2010 era stato adottato in vigenza della nuova legge 4 novembre 2010 n. 183, che, nel modificare il citato art. 33, ha eliminato i predetti requisiti, come ribadito anche dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con circolare 6 dicembre 2010 n. 13.
Dopo aver richiamato talune sentenze di questo Consiglio, si ribadisce che, una volta documentata la grave patologia del fratello, la valutazione dell'istanza avrebbe dovuto basarsi solo sull'esistenza o meno del posto in organico disponibile nella sede di trasferimento ovvero il possesso di particolari specializzazioni connesse alla sede di servizio.
Conferma che le malattie dei genitori impedivano di prestare attenzione al figlio, e che la circolare dell'INPS 17 luglio 2000 n. 133, richiamata dal Ministero, che si riferiva ad infermità superiore ai 2/3 ovvero ad età superiore ai 70 anni, era superata dalla citata circolare PCM n. 13/2010 e comunque consentiva, a suo avviso, di valutare le patologie dei genitori in relazione alla natura dell'handicap dell'assistito.
Si riproponeva infine il lamentato difetto di istruttoria, non avendo l'Amministrazione valutato appieno la documentazione sanitaria riprodotta nel tempo né svolto alcuna verifica al riguardo.
3.1. Il Ministero dell'Interno si è costituito, con memoria dell'Avvocatura Generale dello Stato depositata l'8 agosto 2011, quindi, con relazione in data 28 agosto 2011 ha dedotto l'inammissibilità dell'appello e dei motivi aggiunti proposti primo grado per non aver censurato in queste sedi la mancata applicazione della legge n. 183/2010 (pena il vizio di ultrapetizione) e che il procedimento era stato attivato a istanza di parte prima dell'entrata in vigore della stessa legge (principio del tempus regit actum), che non poteva essere applicata retroattivamente.
Soggiunge poi, con memoria depositata il 29 dicembre 2011, una serie di sentenze di questo Consiglio che hanno riconosciuto la permanenza del requisito dell'esclusività dell'assistenza, la mancanza di prove a sostegno dell'indisponibilità di altri familiari alla luce della ripetuta circolare dell'INPS n. 133/2000 nonchè il prevalente interesse pubblico connesso alle esigenze funzionali dell'Amministrazione.
3.2. L'interessato, con memorie in data 25 settembre 2011 e 13 gennaio 2012, ha sinteticamente ribadito i motivi di appello, replicando anche all'Amministrazione.
3.3. La Sezione, dapprima con decreto n.3232 in data 26 agosto 2011 quindi con ordinanza n. 4308 del 30 settembre 2011, ha accolto l'istanza sospensiva della sentenza impugnata al fine di consentire frattanto all’appellante di continuare a prestare assistenza al fratello Daniele.
4. La causa, all'udienza pubblica del 3 febbraio 2012, presenti i legali delle parti è stata trattenuta in decisione.
5. Ciò premesso l'appello è fondato ed è da accogliere in riforma della sentenza impugnata.
6.1. Oggetto del contenzioso è la corretta attuazione della normativa in materia (permessi e trasferimenti a favore di dipendenti, pubblici o privati, che intendono assistere un familiare portatore di handicap), e specificatamente dell'articolo 33, comma 5, della legge n. 104 del 5 febbraio 1992, come modificato dall'articolo 19 della legge n. 53 dell’ 8 marzo 2000 e poi, in particolare, dall' art. 24, comma 1, lett. B, della legge n. 183 del 4 novembre 2010.
Orbene, è indubbio che attualmente, proprio alla luce delle modifiche normative intervenute e soprattutto di quelle più recenti, può affermarsi, sul piano generale che, per usufruire del diritto al trasferimento nella sede più vicina alla residenza del familiare da assistere, il dipendente deve dare prova, con dati e elementi oggettivi, della necessità di dover prestare assistenza al familiare disabile e che nessun altro familiare sia in grado o possa assicurare tale assistenza, fatte salve le irrinunciabili esigenze organizzative e funzionali dell'Amministrazione.
Occorre quindi verificare se nella fattispecie ricorrano in concreto tali condizioni.
6.2. Il provvedimento ministeriale in data 25 novembre 2010, impugnato, è stato adottato a seguito di rinnovata istruttoria disposta dopo l'ordinanza del T.A.R. n. 369/2010 che aveva sospeso il precedente analogo provvedimento in data 6 novembre 2009; in concreto ha confermato il rigetto dell'istanza del signor Albanese, che non aveva provato la sussistenza della continuità e esclusività dell'assistenza, e soprattutto la nuova documentazione sanitaria concernente le patologie dei genitori, anche alla luce della loro età (inferiore ai 70 anni), non era tale da impedire agli stessi di assistere il figlio Daniele, e ciò alla luce della citata circolare dell'INPS n. 133/2000.
Ciò stante, al 25 novembre 2010 era appena entrata in vigore la modifica di cui alla legge n. 183/2010, che ha fatto venir meno i requisiti della continuità e dell'esclusività, ma il Ministero non fa alcun riferimento a tale circostanza, anche se presumibilmente a causa proprio del mutamento della specifica normativa fra l'istruttoria e la definizione del procedimento.
L'invocato principio del “tempus regit actum” quindi, per la sua oggettività ai fini della certezza del diritto, depone nel caso a favore del dipendente e non rileva che il motivo non sia stato specificatamente dedotto in sede di motivi aggiunti presso il T.A.R. trattandosi di modifica normativa comunque intervenuta di recente e che non poteva non essere in ogni caso nota all'Amministrazione, tenuta alla sua applicazione, né al T.A.R., che, nella ricostruzione della normativa, l'ha trascurata.
È indubbio che la recente evoluzione legislativa deve ritenersi implicitamente retroattiva, proprio perchè finalizzata a risolvere le svariate questioni insorte a seguito delle diverse interpretazioni fornite alle precedenti normative, e non può quindi non applicarsi a situazioni ancora non definite, come nel caso di specie (cfr. Cons. Stato – III, n. 5725 del 26 ottobre 2011).
Per di più la successiva circolare del 6 dicembre 2010 della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ribadito il venir meno della continuità e dell'esclusività dell'assistenza così superando sul punto la circolare dell'INPS risalente al 2000, anche perchè la sopravvenuta modifica legislativa si riferisce, per i genitori, all'età di 65 anni e il padre del disabile Daniele all’epoca risultava avere 67 anni.
6.3. Le sentenze richiamate da ultimo dal Ministero dell'Interno sono volte ad affermare il permanere dei requisiti dell'esclusività e della continuità dell'assistenza, della prova dell'indisponibilità dei genitori e del prevalere dell'interesse pubblico connesso alle necessità funzionali della Polizia.
Orbene, quelle pronunce o sono successive al provvedimento contestato e non possono essere quindi invocate a suo supporto (pag. 5 memoria del 20 dicembre 2011) o comunque sottolineano l'esigenza di esaminare caso per caso e le specifiche circostanze di fatto e ciò già prima della modifica del 2010, per cui il requisito della continuità non postulava una costante e ininterrotta attività assistenziale e la richiesta esclusività imponeva l'adeguata considerazione e verifica delle concrete circostanze addotte circa l'indisponibilità di altri familiari (cfr. Cons. Stato – VI n. 7594 del 20 ottobre 2010; IV, n. 1506 del 9 marzo 2011).
Nel caso di specie, d'altra parte, in presenza di nuove certificazioni sanitarie l'Amministrazione, proprio al fine di verificare se le patologie lamentate dai genitori, invero serie e complesse, fossero in concreto invalidanti e impeditive, avrebbe potuto utilizzare l'espletamento della rinnovata istruttoria per far sottoporre gli stessi a visita medica specialistica presso qualificati organismi pubblici sanitari (ad es. Servizio Medico della Polizia di Stato, Ospedale Militare, ASL).
Così come avrebbe dovuto considerarsi la gravità dell’handicap del fratello Daniele ed anche il particolare rapporto, di certo psicologico-affettivo, che ha legato nel tempo e lega Daniele al fratello maggiore Marco.
Non si concorda poi con il T.A.R., laddove si sostiene l'irrilevanza delle numerose assegnazioni temporanee e vari congedi straordinari ottenuti proprio per assistere il fratello e ritenuti invece istituti eccezionali, speciali e transitori.
Ad avviso della Sezione infatti il trasferimento non può denegarsi per la carenza del requisito della continuità dell'assistenza a causa della distanza della sede di lavoro, dato che proprio la lontananza del fratello disabile ha senza dubbio indotto il fratello Marco a richiedere il trasferimento in sede a lui più vicina (cfr. citata Cons. Stato – III- n. 5725/2011).
Tale circostanza invece dimostra chiaramente la necessità di assistere il fratello, la permanenza di tale necessità nel tempo e l'assenza di altri motivi ostativi al riguardo, manifestando al contempo, esplicitamente e implicitamente, l'apprezzabile intendimento dell'Amministrazione di venir incontro, sia pure volta a volta, alle esigenze prospettate.
6.4. Il Ministero dell'Interno avrebbe potuto certamente negare il trasferimento richiesto qualora, come sopra esposto, avesse accertato in concreto l'insussistenza di alcuni presupposti o la non veridicità delle ragioni indicate, circostanze che però nella fattispecie non ricorrono, ovvero, come sostanzialmente ammette anche l'appellante, per eventuali motivate, concrete e prevalenti ragioni di servizio (cfr. ancora Cons. Stato – III – n. 5725/2011).
A tal proposito non può non rilevarsi come nessun riferimento viene esplicitato alle indefettibili esigenze organizzative e funzionali connesse al servizio da svolgere presso il Reparto Mobile di Firenze, comunque ritenute superabili, come si è visto, nelle numerose trasferte autorizzate disposte nel tempo.
Né il provvedimento contestato può essere integrato a posteriori con l'interesse pubblico connesso alle preminenti ragioni di servizio, prospettate per di più, in modo generico ed apodittico, solo con la memoria dell'Avvocatura dello Stato in data 20 dicembre 2011.
6.5. In conclusione la P.A., nel valutare le istanze proposte per l'assistenza ai familiari è tenuta ad attuare le disposizioni in materia in modo da non vanificare la tutela offerta dal legislatore ai soggetti portatori di handicap e quindi, anche ai fini di non prestarsi a eventuali abusi, a effettuare una rigorosa, oggettiva, chiara e concreta istruttoria predisponendo tutti gli accertamenti necessari.
Nella fattispecie, il provvedimento ministeriale, per le considerazioni che precedono, risulta illegittimo, in quanto viziato da difetto di motivazione e dei presupposti a sostegno del diniego del trasferimento dell'agente Marco Albanese, non avendo dato alcun conto delle modifiche provenienti ex legge 183/2010, dell'accertamento delle effettive condizioni di salute dei genitori, della natura e gravità dell'handicap, della sussistenza di insopprimibili esigenze di servizio.
L'Amministrazione peraltro ha esplicitamente ammesso la possibilità di nuova attività istruttoria all'atto di presentazione di altra istanza di trasferimento, e resta pur sempre salva la competenza del Ministero di riesaminare la situazione anche alla luce della presente sentenza.
7. Ne consegue che l'appello è fondato e va accolto, così riformando la sentenza impugnata.
Data la particolarità della fattispecie anche in relazione alle modifiche normative intervenute nel tempo si dispone la compensazione delle spese del presente grado.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l'effetto, riforma la sentenza impugnata.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa

domenica 22 aprile 2012

INTERNET - E' REATO APRIRE UN ACCOUNT A NOME DI UN'ALTRA PERSONE


Corte di Cassazione Sez. Terza Pen. - Sent. del 03.04.2012, n. 12479


Ritenuto in fatto
1. - Con sentenza del 17 novembre 2010, la Corte d’appello di Roma ha parzialmente confermato, riducendo la pena, la sentenza del Tribunale di Roma, con cui l’imputato era stato condannato per il reato di cui all’articolo 494 cod. pen. - così diversamente qualificato il fatto di cui all’imputazione originaria - per avere, in concorso con altro soggetto e senza il consenso dell’interessata, al fine di trarne profitto o di procurare a quest’ultima un danno, utilizzato i dati anagrafici di una donna, aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica e facendo, così, ricadere sull’inconsapevole intestataria le morosità nei pagamenti di beni acquistati mediante la partecipazione ad aste in rete.
2. - Avverso la sentenza l’imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, chiedendone l’annullamento.
2.1. - Con un primo motivo di impugnazione, si deduce l’erronea applicazione dell’articolo 494 cod. pen., perché l’imputato avrebbe utilizzato i dati anagrafici della vittima solo per iscriversi al sito di aste on-line, partecipando poi alle aste con un nome di fantasia; e non vi sarebbe, in linea di principio, alcuna necessità di servirsi di una vera identità per comprare oggetti on-line, ben potendo utilizzarsi uno pseudonimo. Né potrebbe trovare applicazione, nel caso di specie, quanto affermato dalla Corte di cassazione, sez. V 8 novembre 2007, n. 46674, perché detta decisione si riferirebbe alla diversa fattispecie della creazione di un account di posta elettronica apparentemente intestato ad altra persona e della sua utilizzazione per intessere rapporti con altri utenti, traendoli in errore sulla propria identità personale. Sempre per la difesa, la circostanza che il venditore mancato sia andato alla ricerca delle generalità dell’acquirente apparente sarebbe ininfluente ai fini della configurazione del reato, non essendo il normale comportamento di un soggetto fruitore del servizio di aste on-line quello di voler conoscere le generalità dell’altro contraente nel momento in cui il pagamento dell’oggetto venduto non è stato effettuato.
2.2. - Si deducono, in secondo luogo, la nullità della sentenza in relazione all’articolo 62, n. 6), cod. pen., nonché il difetto di motivazione in ordine alla richiesta di concessione dell’attenuante del risarcimento del danno. La difesa lamenta, sul punto, che la Corte d’appello avrebbe negato la concessione di detta attenuante, sull’assunto che la somma versata dall’imputato in favore della parte offesa sembra coprire appena le spese sostenute dalla predetta per partecipare al procedimento di primo grado, mentre la stessa parte offesa avrebbe ammesso di non aver avuto alcun nocumento economicamente apprezzabile dall’intera vicenda, affermando di ritenersi soddisfatta in termini economici.
2.3. - In terzo luogo, si deduce la violazione degli artt. 53 della legge n. 689 del 1981 e 135 cod. pen. La Corte d’appello avrebbe erroneamente sostituito la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria, determinata in Euro 7500,00 di multa, senza tenere conto del fatto che, all’epoca del commesso reato, era previsto un ragguaglio di Euro 38,00 al giorno, dovendosi applicare la legge più favorevole reo. Rileva, in particolare, il ricorrente che il fatto è del febbraio 2005, epoca precedente all’entrata in vigore dell’articolo 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, che ha modificato l’art. 135 cod. pen., prevedendo, per ogni giorno di pena detentiva, la sanzione sostitutiva della somma di Euro 250,00 di pena pecuniaria, in luogo dell’originaria somma di Euro 38,00.
Considerato in diritto
3. - Il ricorso è solo parzialmente fondato.
3.1. - Il primo motivo di impugnazione - con cui si deduce l’erronea applicazione dell’articolo 494 cod. pen., perché l’imputato avrebbe utilizzato i dati anagrafici della vittima solo per iscriversi al sito di aste on-line, partecipando poi alle aste con un nome di fantasia - è infondato.
Deve rilevarsi che - contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente - la partecipazione ad aste on-line con l’uso di uno pseudonimo presuppone necessariamente che a tale pseudonimo corrisponda una reale identità, accettabile on-line da parte di tutti i soggetti con i quali vengono concluse compravendite. E ciò, evidentemente, al fine di consentire la tutela delle controparti contrattuali nei confronti di eventuali inadempimenti. Infatti, come evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte, integra il reato di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.), la condotta di colui che crei ed utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet, nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese (Sez. V 8 novembre 2007, n. 46674, Rv. 238504).
Tali principi trovano applicazione anche nel caso di specie, in cui risulta pacifico che l’imputato avesse utilizzato i dati anagrafici di una donna aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica, facendo, così, ricadere sull’inconsapevole intestataria, e non su se stesso, le conseguenze dell’inadempimento delle obbligazioni di pagamento del prezzo di beni acquistati mediante la partecipazione ad aste in rete.
3.2. - Il secondo motivo di ricorso - con cui si lamenta che la Corte d’appello avrebbe negato la concessione dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 6), cod. pen., sull’assunto che la somma versata dall’imputato in favore della parte offesa sembra coprire appena le spese sostenute dalla predetta per partecipare al procedimento di primo grado, mentre la stessa parte offesa avrebbe ammesso nel giudizio di primo grado, di non aver avuto alcun nocumento economicamente apprezzabile dall’intera vicenda - è inammissibile, per genericità.
La difesa di parte ricorrente si limita, infatti, ad affermare che la persona offesa avrebbe ammesso in primo grado di non aver avuto un documento apprezzabile dall’intera vicenda, senza specificare quale sia stato il momento del versamento della somma di Euro 300,00 in favore della stessa persona offesa (se precedente al giudizio, come richiesto dal citato numero punto 6) dell’articolo 62 cod. pen.) e, soprattutto, senza procedere, neanche in via di mera prospettazione, ad una quantificazione di massima del danno provocato. A tali considerazioni deve, peraltro, aggiungersi quanto correttamente rilevato dalla Corte d’appello circa l’evidente irrisorietà dell’importo versato, che sembra coprire appena le spese sostenute dalla persona offesa per partecipare al procedimento di primo grado.
3.3. - Fondato è, invece, il terzo motivo di gravame, relativo alla quantificazione della pena.
Dalla lettura della sentenza impugnata, emerge, infatti, che la pena pecuniaria irrogata in sostituzione di quella detentiva è stata calcolata in base al disposto dell’articolo 135 cod. pen., nel testo vigente a seguito della modifica apportata dall’articolo 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009; e, dunque, sulla base della somma giornaliera di Euro 250,00. Come correttamente osservato dal ricorrente, il fatto contestato è del febbraio 2005, data precedente all’entrata in vigore di detta modifica. Deve, perciò, trovare applicazione il criterio di ragguaglio previgente, in ragione di Euro 38,00 al giorno.
4. - Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, limitatamente alla sanzione sostitutiva, che deve essere rideterminata in Euro 1140,00 (somma ottenuta moltiplicando il valore giornaliero di Euro 38,00 per 30 giorni di pena detentiva).
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla conversione della pena pecuniaria, che rideterminata in Euro 1140,00. Rigetta nel resto il ricorso.
Depositata in Cancelleria il 03.04.2012

PENSIONE DI INVALIDITA' - NON RIENTRA NEL COMPUTO LA CASA


Corte di Cassazione Sez. Lavoro - Sent. del 05.04.2012, n. 5479


Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 12.02.2008 il Tribunale di Firenze accoglieva la domanda proposta da S.C., accertata l’esistenza di invalidità nella misura del 100 % e del requisito reddituale, riconosceva il diritto del ricorrente a percepire la pensione d’inabilità civile con decorrenza dal 10.08.2006, con condanna dell’lNPS all’erogazione delle relative prestazioni.
2. La decisione di primo grado è stata confermata dalla Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 59 del 2010, che ha rigettato il gravame dell’lNPS ribadendo l’esistenza dei requisiti per il riconoscimento della pensione di inabilità civile, ed in particolare ritenendo, contrariamente all’assunto dall’ente previdenziale, che ai fini del riconosci mento delle prestazioni assistenziali in questione il reddito della casa di abitazione andasse escluso dal reddito imponibile.
3. Di questa sentenza l’INPS domanda la cassazione sulla base di un unico articolato motivo.
S.C. resiste con controricorso.
Ritenuto in diritto
1. Il ricorrente deduce violazione di legge, ed in particolare dell’art. 14 septies del DL n. 663 del 30.12.1979 (convertito in legge n. 33 del 1980), dell’art. 2 del  D.M. 31.10.1992, N.553, in relazione agli artt. 12 e 13 della legge n. 118 del 1971.
L’INPS, nel contrastare l’impugnata sentenza, dopo ampio excursus delle norme di riferimento, conclude nel senso che per la specifica normativa in materia il reddito della casa di abitazione, nell’ipotesi di erogazione della pensione di inabilità civile di cui all’art. 12 della legge n. 118 del 1971, va computato nel reddito che influisce su diritto alla predetta prestazione.
L’INPS aggiunge che quando nelle norme sull’invalidità civile si parla di “redditi assoggettabili” (oltre che di redditi esenti) si esprime un concetto più ampio di quello di “redditi assoggettati” cui invece si riferisce il TUIR esclusivamente ai fini della lo tassazione.
In definitiva, l’ente previdenziale ritiene che il limite di reddito per conseguire il diritto alla pensione di invalidità civile, di cui alla legge n. 118 del 1971, deve essere calcolato computando nei redditi di qualsiasi natura assoggettabili all’IRPEF o esenti da detta imposta anche il reddito della casa di abitazione principale, in applicazione del combinato disposto dell’art. 14 septies del DL n. 663 del 1979 (convertito nella legge n. 33 del 1980) e dell’art. 2 del D.M. n. 553/1992, in quanto, quale onere deducibile ex art. 10 del DPR n. 917 del 1986, facente parte del reddito assoggettabile ad IRPEF.
2. Il ricorso è infondato.
Nel caso di specie le norme specifiche di riferimento sono costituite dall’art. 12 della legge n. 118 del 1971 e dall’art. 26 della legge n. 153 del 1969: la prima rinvia per le condizioni economiche richieste per la concessione della pensione di inabilità, a quelle stabilite dalla seconda norma
per il riconoscimento di pensioni ai cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito, e per queste ultime pensioni dal computo del reddito sono esclusi gli assegni familiari e il reddito della casa di abitazione. Orbene le svolte argomentazioni sono sufficienti per ritenere l’assunto dell’INPS privo di pregio, proprio per l’applicabilità della normativa della pensione sociale in tema di pensione di inabilità, con la conseguente esclusione, ai fini della concessione di quest’ultima, dal computo del reddito di quello della casa di abitazione.
Né infine può trovare applicazione, contrariamente a quanto affermato daII’INPS, l’art. 2 del D.M. 31.10,1992 n. 553, secondo il quale nella dichiarazione di cui all’art. 1 debbono essere denunciati, al lordo degli oneri deducibili e delle ritenute fiscali, i redditi di qualsiasi natura assoggettabili
all’lRPEF o esenti da imposta, in quanto la casa di abitazione nel caso di specie ai fini assistenziali non costituisce onere deducibile, ma una voce di reddito.
3. In conclusione il ricorso è destituito di fondamento e va rigettato.
Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo, con distrazione a favore dell’antistatario Avv. L. B.
PQM
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in €50,00 oltre 3000,00 per onorari ed oltre IVA, CPA e spese generali, con distrazione a favore dell’Avv. L. B. antistatario.

giovedì 19 aprile 2012

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - CONFISCABILITA' DELL'AUTO


Cassazione penale sezione IV – sentenza 20.03.2012 n. 10912
 
(omissis)
Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 6.4.2011 il Tribunale di Brescia ha applicato nei confronti di C.G., giudicato per il reato di cui all’art. 186 cds, con tasso alcolemico superiore a 1,50 g/l, commesso il 15 maggio 2009, la pena concordata tra le parti e ha disposto la confisca del veicolo AUDI A3 targato (…), trattandosi di mezzo rientrante nell’effettivo e concreto dominio dell’imputato in quanto nella sua disponibilità al momento del controllo ed intestato alla ditta F.lli Castellini di Castellini L&G s.n.c. avente sede presso il domicilio dichiarato dall’imputato.
2.Ricorre per cassazione il difensore del C. e formula censure di violazione di legge e difetto di motivazione sostenendo che il veicolo non avrebbe potuto essere oggetto di confisca in quanto intestato ad un soggetto terzo (Cass. Sez. IV 2.10.2009 n. 1536 rv. 246239); in quanto la confisca non era stata inclusa tra le parti nell’accordo relativo alla pena (Cass. Sez. VI 11.3.2010 n. 12508 rv.); e difettando comunque la motivazione sulla ritenuta disponibilità di fatto da parte dell’imputato.
Con successiva memoria il ricorrente ha ulteriormente ribadito i motivi proposti, in opposizione al parere espresso dal Procuratore Generale nella sua requisitoria scritta.
 
Considerato in diritto
1. Il ricorso non merita accoglimento.
Occorre preliminarmente rilevare che la confisca in esame è stata disposta in base al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, modificato dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 4 convertito, con modificazioni, nella L 24 luglio 2008, n. 125 che disciplina un’ipotesi di confisca obbligatoria del veicolo con il quale il reato è stato commesso salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al reato. Come è reso palese dal testo della norma e come è stato già precisato da questa stessa sezione (sez. IV 6.5.2009 n. 24015 rv. 244220) la confisca del veicolo “con il quale è stato commesso il reato” non è consentita soltanto quando il veicolo appartenga integralmente a persona estranea al reato.
Occorre altresì rilevare che la sanzione obbligatoria della confisca costituisce l’espressione di una più’ intensa risposta punitiva, volta a scongiurare la reiterata utilizzazione illecita del mezzo costituente lo strumento di commissione del reato (Corte Costituzionale, sentenza n. 345 del 2007; Sez. 1^, 24 settembre 2008, n. 40080, rv. 241556).
In tale prospettiva, è consolidata la giurisprudenza di questa Corte secondo cui in tema di confisca, non integra la nozione di “appartenenza a persona estranea al reato” la mera intestazione a terzi del bene mobile utilizzato per realizzare il reato stesso, quando precisi elementi di fatto consentano di ritenere che l’intestazione sia del tutto fittizia e che, in realtà, sia l’autore dell’illecito ad avere la sostanziale disponibilità del bene, (di recente Sez. IV 26.2.2010 n.20610 rv. 247326; sez. VI 3.2.2011 n.13360 rv.249885). Tenuto conto del rapporto di necessaria strumentalità tra l’impiego del veicolo e la consumazione del reato di guida in stato di ebbrezza previsto dall’art. 186 C.d.S. si vuole dunque evitare che le finalità, ad un tempo repressive e preventive, della norma siano frustrate da una intestazione del bene soltanto formale.
Nella presente fattispecie il Tribunale di Brescia ha correttamente sottolineato, sia pure nella sinteticità della motivazione della sentenza consentita dal rito prescelto, la coincidenza nella persona di C. della qualità di socio della società’ intestataria del mezzo utilizzato per la commissione del reato, avente sede nello stesso domicilio dichiarato dal ricorrente, e di effettivo utilizzatore dello stesso. Ha in tal modo fornito una sufficiente motivazione sulla ritenuta disponibilità del bene da parte del C. , che, a prescindere dal dato della intestazione del veicolo alla società, era nella condizione di fare liberamente uso dell’auto di cui si discute. Il principio non si pone in contrasto con il precedente (Sez. IV 2.10.2009 n.1536 rv.246293) invocato dal ricorrente secondo cui in tema di guida in stato d’ebbrezza, è inammissibile la confisca dell’autovettura appartenente ad una società in nome collettivo, della quale l’imputato sia socio, in quanto quest’ultima è soggetto giuridico estraneo al reato; Infatti dalla lettura integrale della sentenza si ricava che in quel caso è stato tenuto presente esclusivamente il profilo della intestazione del veicolo alla società, ritenuta, correttamente, proprietaria del veicolo, senza però approfondire l’indagine, come invece avvenuto nel presente caso, sulla effettiva disponibilità del bene. Quanto alla possibilità di disporre la confisca anche nel procedimento di applicazione della pena, il tenore letterale dell’art. 186 cds non consente dubbi al riguardo, prevedendola espressamente; il riferimento alla sentenza della sez. VI n.12508 dell’11.3.2010 non è pertinente perché tale sentenza si riferisce alla confisca “per equivalente” del profitto del reato e alla necessità che i beni oggetto di confisca siano puntualmente individuati.
2. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
 
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
(omissis)


GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - CONDUCENTE DI BICICLETTA


Corte di Cassazione Penale sez. IV 19/3/2012 n. 10684


(omissis)
Ritenuto in fatto

P.M. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza del Gup del Tribunale diMilano, del 9 marzo 2011, che, su opposizione dell'imputato avverso il decreto penale di condanna in precedenza emesso, lo ha ritenuto colpevole del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica della propria bicicletta (con a bordo anche il figlio minore dell'imputato) - tasso alcolemico rilevato pari a 2,96 e 2,59 g/l - e lo ha condannato alla pena di mesi uno, giorni quindici di arresto e 1.000,00 Euro di ammenda; sostituita la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria.
Deduce il ricorrente: a) eccezione d'incostituzionalità dell'art. 186 del codice della strada, con riferimento all'art. 3 della Costituzione, in relazione alla prevista applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per tutti i casi di conduzione di veicoli in stato di ebbrezza alcolica, senza differenziare quelli di guida di veicoli a motore e quelli di guida di un velocipede; b) vizio di motivazione della sentenza impugnata in punto di affermazione della responsabilità dell'imputato e di diniego delle circostanze attenuanti generiche.
Considerato in diritto

- 1 - Priva di rilievo è, nel caso di specie, la questione di costituzionalità dell'art. 186 del codice della strada, sollevata dal ricorrente con riferimento all'applicabilità, nel caso di violazione di detta norma, della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida. Questione riproposta, benché detta sanzione non sia stata mai applicata e malgrado il giudizio di manifesta infondatezza della stessa, già condivisibilmente espresso dal giudice del merito, e la sua evidente irrilevanza, pure segnalata dallo stesso giudice, posto che la giurisprudenza unanime di questa Corte ritiene tale sanzione non applicabile ai casi, come di specie, in cui la violazione si realizzi ponendosi alla guida di un mezzo per il quale non è prescritta alcuna abilitazione alla guida.
- 2 - Infondato è, nel merito, il ricorso.
A) In punto di responsabilità, il giudice del merito ha rilevato che l'imputato, al personale di PG intervenuto a seguito di segnalazione pervenuta al 112, era stato indicato, da un addetto alla vigilanza, come il conducente della bicicletta - sulla quale si trovava anche un bambino - che avanzava in equilibrio precario, cadendo continuamente e ponendo, quindi, in pericolo la propria incolumità, nonché quella del figlio e degli altri utenti della strada. Il giudicante ha altresì ricordato che la stessa moglie dell'imputato aveva riferito che il marito era aduso a simili comportamenti, tanto che ella aveva deciso di separarsi. Lo stesso P., d'altra parte, ha ricordato ancora il giudicante, ha dichiarato in udienza che quando era intervenuto il personale di PG lui era già sceso dalla bicicletta, in tal guisa avendo implicitamente ammesso di essersi trovato alla guida del velocipede fino a pochi momenti prima, come riferito a detto personale dagli addetti alla vigilanza. Alla stregua di tali emergenze, del tutto legittimamente è stata affermata la responsabilità del P., nulla rilevando, evidentemente, che gli agenti intervenuti non lo abbiano direttamente sorpreso alla guida della bicicletta.
B) Infondato è il motivo di ricorso concernente il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, legittimamente motivato dall'assenza di circostanze idonee a sminuire la gravità dei fatti di cui l'imputato si è reso responsabile. Il ricorso deve essere, dunque, rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.(omissis)

mercoledì 18 aprile 2012

VIOLENZA PRIVATA SUL LUOGO DI LAVORO


Cassazione Penale, Sez. VI, 03 aprile 2012, n. 12517 -  Comportamenti continuativi di insulti ed offese sul luogo del lavoro, applicabilità dell'art. 572 c.p. anche in ambito lavorativo.


                                                                         Fatto e Diritto


1. Il Tribunale di Lecce/Casarano con sentenza in data 1.12.2005 condannava L.R. e C.R. per il delitto di cui all’art. 572 c.p, in danno di A.P. Il primo era titolare di un calzaturificio, il secondo suo padre, la P. era invalida civile assunta come dipendente ai sensi dellalegge 68/99. Le imputazioni originarie erano di estorsione per il primo (in relazione alla condotta del far sottoscrivere busta paga contenente somma superiore a quella effettivamente corrisposta) e di ingiurie continuate per entrambi. Il Tribunale assolveva dal delitto di estorsione e riqualificava il capo B nei termini anticipati.
Con sentenza 8.1-1.4.2010 la Corte d’appello di Lecce, adita dall’impugnazione dei soli imputati, ha confermato la deliberazione di primo grado.
2. I ricorsi sono stati proposti dal difensore nell’interesse di L.R. e personalmente da C.R.
I due atti hanno contenuto sovrapponibile, salvo il richiamo, nel primo, ad intervenuta remissione di querela (il difensore deduce di averlo ‘affermato’ nel corso dell’udienza del 16.12.2009) che avrebbe evidente rilevanza nel caso di riqualificazione del reato nei termini originari (va subito rilevato che dalla lettura dei verbali di udienza tale remissione di querela risulta effettivamente pervenuta).
I tre motivi di ricorso (violazione dell’art. 572 c.p., violazione dell’art. 521.2 c.p.p., insufficienza, carenza e illogicità della motivazione) sono trattati congiuntamente nell’esposizione delle deduzioni contenute nei due atti.
Secondo i ricorrenti, le prime due violazioni di legge sussisterebbero perché la condanna non sarebbe intervenuta per i medesimi fatti storici. Erroneamente la Corte salentina avrebbe giudicato solo mutamento del tipo di vincolo (dalla continuazione all’abitualità) quella che invece avrebbe configurato una sostanziale modifica del fatto, rilevando ora un vero e proprio sistema di vita, contesto in fatto rispetto al quale non sarebbe stata attrezzata adeguata difesa tecnica, quella svolta in concreto essendo stata solo finalizzata ad escludere la sussistenza delle ingiurie indicate come consumate nel mese del luglio 2002, a provare “una situazione oggettiva” e la “mancanza di pretestuosità dei rilievi mossi alla dipendente” nel medesimo arco temporale (p. 3 ricorsi). Il Giudice d’appello avrebbe poi mancato di confrontare le dichiarazioni delle testi S. e P., uniche considerate, con le stesse dichiarazioni della persona offesa, secondo cui le condotte dei datori di lavoro sarebbero state rivolte anche ad altre dipendenti, tra cui la stessa S. (così escludendosi la vessazione specificamente rivolta alla P.) ed i tempi della reiterazione indicati dalla teste S. (una due volte a settimana), aspetti in fatto certamente idonei a modificare la qualificazione giuridica ritenuta nelle sentenze e quindi che avrebbero dovuto essere oggetto di specifica motivazione. Anche le dichiarazioni dei due testi della difesa erroneamente sarebbero state giudicate inverosimili, in definitiva dovendo la complessiva motivazione essere apprezzata come illogica e fuorviante alla luce di tutti gli atti di causa richiamati nel ricorso e nell’atto di appello, secondo la nuova regola dell’art. 606.1 lett. E c.p.p. introdotta dalla legge 46/2006, con un evidente travisamento della prova.

3. Va preliminarmente rilevata l’inammissibilità della parte dei motivi che tendono ad introdurre una diversa ricostruzione del fatto, laddove commentano contenuti delle deposizioni della persona offesa e delle testi S., P. e S. che non risultano indicati né nelle sentenze di merito né nei motivi d’appello, risolvendosi pertanto in censure di stretto merito del tutto precluse in questa sede di legittimità; altrettanto manifestamente infondata è la deduzione relativa al periodo temporale in contestazione, posto che la mera lettura dell’imputazione attesta che la condotta contestata (già come reato continuato) è indicata come ‘accertata’ nel luglio del 2002 e non come consumata in tale mese.

3.1 Il fatto deve pertanto esser ritenuto ricostruito nel termini indicati dalla sentenza d’appello, che riferisce di assunzione della P. nel calzaturificio dei R. ex lege 68/99 nel mese di gennaio del 2002 e, da subito, di rapporti difficili con i due imputati, padre e figlio che insieme gestivano di fatto la piccola azienda, concretizzantisi in comportamenti continuativi di insulti ed offese che non le andava di lavorare, che era una lavativa, che era meglio se restava a casa. La situazione aveva raggiunto il culmine il 23 ed il 24 luglio 2002, con due ulteriori aggressioni verbali con accuse di non essere veloce nel lavoro e, cinque minuti dopo l’inizio del lavoro l’indomani, che non sapeva lavorare e che non doveva stare lì (una crisi di pianto con il richiudersi in bagno il giorno prima e la materiale uscita dalla fabbrica l’indomani avevano chiuso i due episodi). I Giudici del merito avevano escluso la sussistenza di alcuna condotta della donna che potesse fondare rimostranza alcuna, anche in termini ovviamente civili, nei confronti dell’operaia.

3.2 A giudizio di questa Corte suprema risulta assorbente, per la definizione del processo nei termini di cui al dispositivo, la constatazione che le condotte di “sistematiche, intenzionali e non giustificate aggressioni verbali” ricostruite nelle due sentenze vanno riqualificate come violenza privata continuata ed aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 11 c.p., secondo l’insegnamento già indicato da Sez.6, Sent. 44803/2010.
E’ vero che i Giudici del merito hanno posto in evidenza che gli atti vessatori continuativi sono avvenuti in un’azienda caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dalla presenza quotidiana dei datori di lavoro e dall’esercizio diretto, da parte loro, del poteri di supremazia nei confronti del dipendenti senza alcun intermediario.
Tuttavia la giurisprudenza di questa Corte sul punto della possibile applicazione della disciplina dell’art. 572 c.p. anche all’ambito lavorativo ha precisato che ciò che è necessario, oltre al mero rapporto di sovraordinazione è che il rapporto di lavoro si svolga con forme e modalità tali da assimilarne i caratteri a quelli (relazioni intense ed abituali, consuetudini di vita tra i soggetti interessati, soggezione di una parte con corrispondente supremazia dell’altra, fiducia riposta dal soggetto più debole in quello che ricopre la posizione di supremazia - (Sez.6, sent. 685/2011) propri di un rapporto di natura “para-familiare”. Tale specificazione va apprezzata con riferimento ai casi concreti nei quali la Corte suprema ha giudicato sussistere il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in ambito lavorativo, perché sono essi che aiutano a comprendere il senso reale dei limiti dell’estensione. Così, è stata esclusa la configurabilità del reato ex art. 572 c.p. in casi di rapporto non solo tra dirigente e dipendente di un’azienda di grandi dimensioni (Sez.6, Sent. 26594/2009), ma anche tra sindaco e dipendente comunale (Sez.6, Sent. 43100 del 2011), tra capo officina e meccanico (Sez.6, Sent. 44803/2011), tra capo squadra e operaio (Sez.6, Sent. 685/2011), . Significativamente, per contro, alcune di queste sentenze hanno indicato come esempio di rapporto di lavoro cui sarebbe applicabile la fattispecie dell’art. 572 c.p. quelle “tipicamente a carattere familiare”, o “caratterizzate da familiarità” come il rapporto tra colf e persone della famiglia o quello non occasionale tra maestro d’arte ed apprendista.
‘Assidua comunanza di vita’ è la situazione di fatto che caratterizzava la peculiare vicenda definita da Sez.6, Sent. 10090/2001 (con trasferte su unico pulmino, consumo dei pasti insieme e pernottamento nei medesimi alberghi, giovane età dei dipendenti, in un contesto caratterizzato da gravi e permanenti angherie fisiche e verbali) in senso favorevole all’applicazione dell’art. 572 c.p. Molestie sessuali caratterizzano la vicenda definita da Sez.3, Sent. 27469/2008, mentre Sez.5, Sent. 33624/2007 si limita ad un sintetico richiamo di Sez.6, Sent. 10090/2001 per poi escludere le condizioni in fatto per la sussistenza del reato ex art. 572 c.p. in un rapporto tra preside ed insegnante.
In definitiva, è vero che l’art. 572 c.p. ha ‘allargato’ l’ambito delle condotte che possono configurare il delitto di maltrattamenti anche oltre quello solo endofamiliare in senso stretto. Ma pur sempre la fattispecie incriminatrice è inserita nel titolo dei delitti della famiglia ed indica nella rubrica la limitazione alla famiglia ed al fanciulli sicché non può ritenersi idoneo a configurarla il mero contesto di generico, e generale, rapporto di subordinazione/sovraordinazione. Da qui la ragione dell’indicazione del requisito, del presupposto, della ‘parafamillarltà’ del rapporto di sovraordinazione, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita l’autorità con modalità, tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità ed informalità.
Se così non fosse, ogni relazione lavorativa caratterizzata da ridotte dimensioni e dal diretto impegno del datore di lavoro per ciò solo dovrebbe configurare una sorta di comunità (para)familiare, idonea ad imporre la qualificazione in termini di violazione dell’art. 572 c.p, di condotte che, di eguale contenuto ma poste in essere in contesto più ampio, avrebbero solo rilevanza in ambito civile (il c.d. mobbing in contesto lavorativo, cui fa riferimento tra le altre la Sentenza Sez.6, 685/2011), con evidente irragionevolezza del sistema.
3.3 Ora, entrambe le sentenze di merito hanno sostanzialmente richiamato il rapporto di sovraordinazione proprio in sé del rapporto datore di lavoro e dipendente, le dimensioni ridotte dell’impresa e l’impegno lavorativo personale del datore di lavoro. Ma, per quanto detto, si tratta di elementi circostanziali necessari ma non sufficienti ad integrare quel contesto ‘parafamiliare’ che, per quanto finora argomentato, solo giustifica e consente l’applicazione dell’art. 572 c.p. ai rapporti di lavoro subordinato.
Come anticipato, le condotte descritte nelle due sentenze di merito vanno ricondotte agli artt. 610 e 61 n. 11 c.p. (atteso che il pur astrattamente ipotizzabile delitto estorsivo è già stato escluso, nei suoi peculiari requisiti oggettivi e soggettivi, già in sede di formulazione dell’imputazione e, nella sentenza di primo grado, per la condotta sub A).
SI tratta però di reato che ad oggi è prescritto, il che, anche in assenza di alcun attuale interesse civilistico (infatti nulla va disposto in ordine al mantenimento delle statuizioni civilistiche, risultando in atti che dopo la remissione della querela la parte civile ha abbandonato il processo), ai sensi dell’art. 129 c.p.p. assorbe ogni questione di nullità ai sensi dell’art. 521 e 522 c.p.p.
                                                                      P.Q.M.

Riqualificato il fatto come violenza privata annulla senza rinvio la sentenza impugnata nonché la sentenza 1.12.2005 del Tribunale di Lecce/Casarano perché il reato è estinto per prescrizione.