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lunedì 27 febbraio 2012

SANZIONE DISCIPLINARE AD OPERATORE DI POLIZIA


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 9169 del 2006, proposto dal Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; 
contro
Il signor ^^^^^^, rappresentato e difeso dagli avvocati Giuseppe Carraro, Luigi Manzi, Fabrizio Scagliotti e Fabio Greggio, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Luigi Manzi in Roma, via Federico Confalonieri, 5; 
per la riforma della sentenza del t.a.r. veneto – venezia, sezione prima, n. 3534/2005;


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del signor **************;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 5 luglio 2011 il Cons. Antonio Malaschini e udito per le parti l’avvocato dello Stato Paola Palmieri.;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO
1. L’appellato, agente della Polizia di Stato, veniva arrestato, nel settembre del 1998, in quanto sorpreso a spendere moneta falsa. La vicenda si concludeva in data 8 aprile 2003 con una sentenza di assoluzione, “perché il fatto non costituisce reato, in ordine alla sussistenza della consapevolezza della falsità delle banconote”.
Tuttavia, con provvedimento del 28 Agosto 2003, venivano a lui contestati dall’Amministrazione di appartenenza addebiti perché risultava “solito ostentare ingenti quantità di denaro in locali e con compagnie non confacenti alla dignità della propria funzione”, comportando ciò “mancanza del senso dell’onore e del senso morale”, ancora più rilevanti, se valutate nel complesso dei suoi precedenti disciplinari.
Il procedimento si concludeva con l’irrogazione, ai soli fini dichiarativi, della sanzione disciplinare della riduzione di una mensilità dello stipendio nella misura di 5/30.
Il provvedimento disponeva altresì che la sospensione cautelare dallo stesso sofferta per il periodo 14 settembre 1998 – 19 novembre 1998, in relazione al provvedimento restrittivo sopra ricordato, fosse revocata, fatta salva la decurtazione derivante dalla sanzione irrogata.
2. Contro tale atto, l’interessato proponeva ricorso al Tribunale amministrativo regionale per il Veneto (n. 1161 del 2004).
La principale fra le numerose censure da lui avanzate nel ricorso (definito dal giudice di primo grado “assai confuso e poco intelligibile“) risultava essere quella relativa alla non adeguata motivazione del provvedimento: si dava infatti in esso per certa da parte dell’Amministrazione, a giudizio del ricorrente, la frequentazione di persone che notoriamente non godono di pubblica estimazione, senza indicarne alcuna, né specificare le ragioni di tale giudizio.
Il ricorrente richiedeva altresì il risarcimento dei danni asseritamente patiti in esito al provvedimento impugnato e all’intera vicenda che lo aveva visto protagonista, indicando alcuni funzionari a suo dire responsabili dei danni medesimi, riferiti non solo al mero pregiudizio di carattere patrimoniale, ma anche al danno all’immagine, alla violazione della privacy e a tutte le sofferenze di ordine psicologico patite.
Oltre alla restitutio in integrum, egli chiedeva pertanto la condanna della P.A. al pagamento di complessivi € 1.500.000 per danno esistenziale.
2.1 Il Tribunale amministrativo regionale adito, dopo aver rilevato come venisse all’esame del Collegio l’ennesimo procedimento disciplinare posto in essere dall’Amministrazione nei confronti del ricorrente, più volte inquisito sia in sede penale che disciplinare, affrontava in via preliminare la censura del difetto di motivazione e di istruttoria, ritenendola prevalente rispetto alle altre avanzate.
In premessa, ricordava il TAR che la Pubblica Amministrazione ha facoltà di iniziare il procedimento disciplinare nei confronti del proprio dipendente, ancorché assolto in sede penale, quando dai fatti ivi accertati emergano circostanze aventi anche riflesso disciplinare. Detti fatti debbono tuttavia essere effettivamente accertati e valutati alla luce delle regole che disciplinano il rapporto di lavoro e congruamente motivati in ordine alla sanzione inflitta.
Dalla documentazione in causa, osservava il TAR, emergeva che l’istruttoria disciplinare si fosse limitata a prendere atto della testimonianza resa nel giudizio penale da colleghi dell’istante, i quali avevano affermato (circostanza ammessa dallo stesso ricorrente) che, negli anni 1997–98, egli risultava in possesso di grosse somme di danaro contante (fino a £. 200.000.000) che portava con sé ed ostentava quando frequentava locali notturni del Veneto e della Lombardia.
Non risultava però che l’Amministrazione avesse svolto ulteriori indagini, né avesse accertato se l’incolpato avesse effettivamente avuto “frequentazioni” (cioè contatti continui o quanto meno ripetuti) con persone che notoriamente non godono di pubblica estimazione, che negli atti dell’istruttoria non risultavano identificate.
Peraltro il ricorrente aveva dichiarato, nella sua memoria difensiva, di non essere abituale frequentatore di locali notturni; di esserlo divenuto in un periodo di particolare fragilità psicologica e di non aver comunque intessuto amicizie o frequentazioni con persone pregiudicate e pericolose, richiedendo altresì che tali soggetti venissero puntualmente individuati, come era stato fatto in altri, analoghi procedimenti disciplinari.
In definitiva la contestazione, ad avviso del giudice di primo grado, faceva esclusivo riferimento nella sua motivazione alla mancanza di senso dell’onore e della morale, in quanto il ricorrente “era solito ostentare ingenti quantità di denaro in locali e con compagnie non confacenti alla dignità della propria funzione”, e veniva sanzionato espressamente per aver mantenuto “relazioni con persone che notoriamente non godono di pubblica estimazione, frequentando locali e compagnie non confacenti al proprio stato”, senza che dalla fase istruttoria emergesse con puntualità di quali locali e persone si trattasse.
2.2 Il TAR, con ka sentenza n. 3534 del 26 giugno 2005, annullava il provvedimento impugnato, in quanto non sorretto da adeguata istruttoria e motivazione, con salvezza dell’atto di contestazione degli addebiti e con facoltà dell’Amministrazione di rinnovare, adeguandola, l’istruttoria, a partire dal suo primo atto, nei tempi e con le modalità di cui all’art. 119 del d.P.R. 10 gennaio 1957.
La richiesta di risarcimento del danno veniva invece respinta.
3. Contro tale sentenza ricorreva al Consiglio di Stato il Ministero dell’Interno.
Per quanto riguarda il dichiarato difetto di istruttoria e di motivazione, ha dedotto il Ministero che la condotta disciplinarmente sanzionata era stata già accertata nell’ambito del processo penale conclusosi con la sentenza di assoluzione, attraverso l’acquisizione di prove testimoniali, nonché attraverso ammissioni dello stesso dipendente
In virtù del principio di economicità ed efficienza del procedimento amministrativo, si riteneva che le fonti di prova attinte dal processo penale ed utilizzate dall’Amministrazione al fine dell’accertamento dei fatti integranti l’illecito disciplinare potessero essere utilizzate a fondamento del procedimento disciplinare, senza rendersi necessaria una loro ripetizione.
Ancora, risultava agli atti che il Consiglio provinciale di disciplina della Questura di Padova avesse tenuto conto, oltre che delle risultanze emergenti dal procedimento penale, anche di altri elementi acquisiti nel corso del procedimento.
L’originario ricorrente ha proposto un appello incidentale, deducendo che la sentenza del TAR non si è pronunciata sulla censura, ritenuta dirimente, relativa alla illegittimità dell’attivazione di un procedimento disciplinare per fatti da cui il soggetto fosse stato assolto in sede penale.
Veniva altresì riproposta nell’appello incidentale la questione della non applicabilità della sanzione in esame in quanto il dipendente, all’esito di un distinto procedimento, risultava destituito dal servizio a decorrere dal 20 novembre 1998.
La causa veniva assunta in decisione alla pubblica udienza del 5 luglio 2011.
4. Per il suo carattere preliminare, va esaminata la censura riproposta nell’appello incidentale, secondo cui l’Amministrazione non avrebbe potuto irrogare una sanzione disciplinare per un periodo in cui il dipendente risultava già destituito dal servizio.
La censura risulta infondata, poiché la sanzione è stata irrogata ai soli fini dichiarativi, con riferimento al periodo che va dal 14 settembre al 19 novembre 1998, data antecedente il 20 novembre 1998, a decorrere dalla quale egli è stato destituito dal servizio.
Il provvedimento sanzionatorio si è legittimamente riferito al periodo rispetto al quale va determinata la retribuzione spettante al dipendente.
5 Vanno poi respinte le ulteriori censure dell’appello incidentale, relative alla impossibilità di promuovere un procedimento disciplinare per fatti da cui il soggetto sia risultato assolto in sede penale.
Come ha già rilevato questo Consiglio (sez. IV, 3 maggio 2011, n.2643), il codice di procedura penale del 1988, innovando rispetto al passato, non ha riprodotto l’art. 3 del c.p.p. del 1930, in tema di pregiudiziale penale per cui, in linea di principio, il giudizio penale e il procedimento disciplinare devono essere considerati autonomi tra loro.
Pertanto, l’assoluzione per non aver commesso un fatto penalmente rilevante non preclude, in sede disciplinare, una rinnovata valutazione della condotta, così come oggettivamente accertata dal giudice penale, essendo diversi i presupposti delle rispettive responsabilità.
L’area dell’illecito penale è infatti più ristretta rispetto a quella dell’illecito disciplinare, per cui uno stesso fatto può essere giudicato lecito dal punto di vista penale ed illecito sotto il profilo disciplinare.
Deve naturalmente restare fermo il solo limite dell'immutabilità dell'accertamento dei fatti nella loro materialità operato in sede penale, cosicché, se è inibito ricostruire l'episodio posto a fondamento dell'incolpazione in modo diverso da quello storicamente risultante dalla sentenza penale passata in giudicato, sussiste tuttavia il potere della P.A. di valutare i medesimi accadimenti nell'ottica dell'illecito disciplinare.
In definitiva, argomentando ex art. 97 d.P.R. n. 3 del 10 gennaio 1957 ed ex art. 7 d.lgs. n. 449 del 1992, ove dalla sentenza di assoluzione discenda che il fatto non costituisce reato, deve ritenersi che l'Amministrazione conservi il suo potere di autonoma valutazione dell’illecito nell’ambito del procedimento disciplinare (cfr. anche Consiglio Stato , sez. IV, 07 luglio 2009 , n. 4359).
Da qui la piena ammissibilità, sotto tale profilo, del procedimento disciplinare in questione.
6. Passando all’esame dell’appello principale, ritiene la Sezione che il provvedimento sanzionatorio impugnato in primo grado – contrariamente a quanto statuito dal TAR – risulti adeguatamente motivato.
Va in primo luogo ricordato come il dipendente sia stato sanzionato alla luce dell’articolo 4, n.3, del D.P.R. n. 737 del 25 ottobre 1981, che punisce l’infrazione del “mantenimento, al di fuori delle esigenze di servizio, di relazioni con persone che notoriamente non godono in pubblico estimazione o la frequenza di locali o compagnie non confacenti al proprio stato”.
A tali relazioni si è richiamato il provvedimento impugnato.
L’Amministrazione – con una motivazione logica ed adeguata alle circostanze accadute - ha richiamato talune risultanze del processo penale quali fonti di prova di fatti integranti l’illecito disciplinare.
Anche se oggetto del processo penale era la contestata spendita dolosa di banconote false, reato in merito al quale il dipendente è stato assolto, dalle risultanze istruttorie è emersa del tutto chiaramente e univocamente la frequentazione di locali e persone non consoni al decoro richiesto ad un appartenente alle forze dell’ordine.
Il dipendente non ha contestato la frequentazione degli ambienti sopra ricordati (né tantomeno la contestuale ostentazione di ingenti quantità di somme di denaro), limitandosi ad attenuarne la rilevanza giustificandola con l’attraversamento di un difficile periodo per problemi personali.
Ora, anche alla luce del complessivo comportamento dell’interessato nel corso della propria carriera, e tenuto conto delle modalità di ostentazione del denaro, evidenziate nel provvedimento impugnato, risulta che l’Amministrazione ha del tutto chiaramente indicato i fatti meritevoli di punizione, nonché le ragioni su cui si è basata l’indulgente misura in concreto irrogata.
7 Per quanto attiene alla richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato, la reiezione delle censure di primo grado comporta che non sussistono in alcun modo gli elementi costituti di un illecito dell’Amministrazione.
Al contrario, in assenza di una domanda ritualmente proposta, non può il Consiglio di Stato occuparsi del pregiudizio cagionato all’immagine dell’Amministrazione.
8. Per le ragioni che precedono, l’appello incidentale va respinto e va invece accolto l’appello principale proposto dall’Amministrazione, sicché – in riforma della sentenza del TAR – il ricorso di primo grado va integralmente respinto.
Le spese dei due gradi del giudizio seguono la soccombenza.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione VI, definitivamente pronunciandosi sull’appello in epigrafe, respinge l’appello incidentale, accoglie l’appello principale e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, respinge integralmente il ricorso di primo grado.
Condanna la parte soccombente, ammessa in data 14 marzo 2011 al patrocinio a spese dello Stato, alle spese di giudizio quantificate in 3000 (tremila/00) euro, di cui 1.000 per il primo grado e 2.000 per il secondo grado.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 5 luglio 2011 con

sabato 25 febbraio 2012

VIETATO LICENZIARE LAVORATORE CHE RIFIUTA DI CAMBIARE POSTAZIONE DI LAVORO IN ASSENZA DI SPECIFICA PREPARAZIONE


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAMORGESE Antonio - Presidente

Dott. IANNIELLO Antonio - rel. Consigliere

Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere

Dott. BERRINO Umberto - Consigliere

Dott. ARIENZO Rosa - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza



sul ricorso 11852-2008 proposto da:

D. PREFABBRICATI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA S. ALBERTO MAGNO 9, presso lo studio dell'avvocato SEVERINI GAETANO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato BRACCO FABRIZIO, giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

N.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA RODI 32, presso lo studio dell'avvocato LAURITA LONGO LUCIO, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 48/2008 della CORTE D'APPELLO di TORINO, depositata il 20/02/2008 R.G.N. 1273/07;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/12/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO IANNIELLO;

udito l'Avvocato GABRIELE PAFUNDI per delega LONGO LUCIO LAURITA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto del ricorso.


Fatto


Con sentenza depositata il 20 febbraio 2008, la Corte d'appello di Torino, riformando la decisione di primo grado, ha accolto la domanda di annullamento (con gli effetti di cui all'art. 18 S.L.) del licenziamento per giusta causa comunicato dalla s.r.l. D. Prefabbricati al proprio dipendente operaio N.I. per avere rifiutato di spostarsi nella nuova postazione di lavoro assegnatagli nel reparto B, continuando a lavorare nel reparto A, nonostante i ripetuti inviti della società e rifiutando altresì di presentarsi in ufficio ove era stato convocato dal direttore generale.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la società, affidandolo a sette motivi.

Resiste alle domande N.I. con rituale controricorso, sostenendo preliminarmente l'inammissibilità del ricorso per inesistenza o nullità o irregolarità della notifica e, nel merito, l'infondatezza dell'impugnazione.

Diritto



1 - Col primo motivo, la ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 21 e 22, come modificato dal D.Lgs. n. 242 del 1996, per avere la Corte territoriale erroneamente ritenuto la necessità di una formazione e informazione del dipendente anche nel caso in esame in cui non vi era stato mutamento di mansioni o trasferimento del lavoratore.

Il motivo conclude con la formulazione del seguente quesito: "Dica la Corte... se, in assenza di trasferimento e/o mutamento di mansioni del dipendente, la datrice di lavoro sia tenuta al rispetto del disposto di cui al D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 21 e 22".
2. Col secondo motivo, la difesa della ricorrente denuncia il vizio di motivazione della sentenza per avere la Corte territoriale attribuito piena credibilità alle dichiarazioni del teste A. relativamente all'esistenza di una specifica situazione di pericolo nel reparto B), a causa dell'attrezzatura ivi esistente nonostante che ciò fosse stato smentito dalle dichiarazioni di numerosi altri testimoni e dalla documentazione in atti relativa alla valutazione dei rischi, ove era stato affermato che la lavorazione che si svolge nei vari reparti è di fatto del tutto simile.

3 - Una ulteriore deduzione, col terzo motivo di ricorso, di vizio di motivazione, investe la sentenza nella parte in cui aveva accertato la mancanza sostanziale di una formazione specifica dei lavoratori e ciò in contrasto con la documentazione in atti e sulla base di dichiarazioni di testimoni ( C.N. e Co.) che non erano più dipendenti della società al momento in cui erano stati svolti vari corsi di formazione e informazione risultanti dalla suddetta documentazione.

4- Il quarto motivo di ricorso deduce sia il vizio di motivazione della sentenza impugnata sia la violazione dell'art. 2697 c.c., per avere la Corte affermato che, a posteriori, sarebbe stata accertata dalla ASL una violazione delle norme di sicurezza che "sembrerebbe" attenere proprio al rischio specifico del reparto B), senza spiegare da quale dato processuale ha tratto la propria valutazione, così operando altresì una violazione della regola relativa all'onere della prova, che in proposito gravava sull'appellante.

5 - Col quinto motivo viene dedotta la violazione dell'art. 1460 c.c. nella valutazione operata dalla Corte territoriale relativamente alla giustificatezza dell'inadempimento del ricorrente a fronte della mancata formazione specifica; la società sostiene che l'appellante non aveva indicato al datore di lavoro, come avrebbe dovuto (Cass. 21479/05), le misure da adottare per escludere o ridurre il rischio, prima di procedere al rifiuto della prestazione nel reparto B. Da ciò deriverebbe l'impossibilità di valutare la gravità del preteso inadempimento della società in rapporto alla reazione del lavoratore.

6- Il sesto motivo denuncia ancora la violazione dell'art. 1460 c.c. e il vizio di motivazione della sentenza, per avere la Corte territoriale trascurato di considerare le dichiarazioni di testimoni, anche indotti da N., secondo le quali le lavorazioni del reparto B non erano più pericolose di quelle del reparto A nonchè i dati acquisiti relativi al numero degli infortuni verificatisi in azienda negli ultimi anni, che evidenzierebbero una maggiore incidenza nel reparto A rispetto al reparto B, come del resto noto al resistente per avere lavorato nel reparto B) nel 2001.

Il quesito di diritto che conclude la parte in diritto della censura è del seguente tenore: "Dica, se il lavoratore che, come il sig. N.I., ha già svolto la prestazione che gli viene richiesta e che, pertanto, conosce nel dettaglio la minore pericolosità della stessa rispetto a quella in precedenza svolta in azienda, possa essere considerato in buona fede se rifiuta di eseguire tale seconda lavorazione senza neppure esplicitare nel dettaglio la tipologia delle proprie richieste di ulteriore formazione ed informazione rispetto a quelle già ricevute".
7 - Infine, l'ultimo motivo denuncia la violazione dell'art. 2697 c.c. laddove la Corte territoriale aveva ritenuto non raggiunta la prova relativamente al rifiuto del lavoratore di recarsi in ufficio ove era stato convocato dal direttore generale, nonostante che nello stesso ricorso introduttivo la difesa del lavoratore avesse dichiarato che questi non vi si era recato in quanto "intimidito".

Preliminarmente va respinta la deduzione del controricorrente di nullità e/o inesistenza della notifica del ricorso per cassazione, formulata in ragione del fatto che, avendo il lavoratore, residente in Fossano, conferito in grado di appello la procura agli avv.ti Mirella Brizio e Lorenzo Baccini, iscritti all'ordine degli avvocati di Cuneo ed eletto domicilio in capo a se stesso personalmente, presso lo studio dell'avv. Giuseppe Mosso, in Torino, la società avrebbe irregolarmente notificato il ricorso: 1 - al sig. N. personalmente nel domicilio eletto in violazione del combinato disposto degli artt. 330 e 170 c.p.c.; 2 - al sig. N., consegnandone copia al suo procuratore avv. Mirella Brizio, elettivamente domiciliato in Torino presso lo studio dell'avv. Giuseppe Mosso; 3 - al sig. N., consegnandone copia al suo procuratore avv. Lorenzo Baccini, elettivamente domiciliato in Torino presso lo studio dell'avv. Giuseppe Mosso.

Va infatti al riguardo richiamata la condivisa giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la notifica del ricorso per cassazione alla parte personalmente, anzichè al difensore costituito nel giudizio nel quale è stata resa la sentenza impugnata, non ne determina l'inesistenza giuridica, ma semplicemente la nullità (cfr. ad es. Cass. 27 settembre 2011 n. 19702), come tale sanabile anche per effetto della costituzione in giudizio del destinatario.

Più in generale, questa Corte ha ripetutamente affermato che l'inesistenza della notifica in caso di errore nella consegna è ipotizzabile unicamente nel caso in cui questa venga effettuata con consegna di copia dell'atto in luogo o a persona privi di qualsiasi rapporto con H suo destinatario.

Infine e con specifico riferimento ad una ipotesi analoga a quella qui in esame, è stato condivisibilmente affermato che "ove risulti dall'intestazione dell'atto di appello un domicilio eletto dalla parte, la notificazione della sentenza va effettuata presso detto luogo, dovendosi ritenere che il difensore (che operi fuori della circoscrizione di appartenenza), con la sottoscrizione del ricorso e la correlata autenticazione della firma della parte, abbia fatto proprio l'intero contenuto dell'atto, compresa l'elezione di domicilio" (cfr, Cass. 25 marzo 2009 n. 7196).


Nel merito il ricorso è infondato.

Il primo motivo è inammissibile, per inidoneità del relativo quesito di diritto, che difetta di ogni riferimento al fatto concretamente accertato dai giudici di merito e qualificato come mutamento di mansioni del lavoratore e in relazione al quale questi hanno ritenuto applicabili il D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 21 e 22.

Secondo la condivisa giurisprudenza di questa Corte, infatti, il quesito di diritto di cui all'art. 366-bis c.p.c., che nel regime di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 deve essere necessariamente presente nel ricorso per cassazione con riferimento ad ogni motivo, deve comprendere la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito, la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal giudice e la diversa regola giuridica che ad avviso del ricorrente si sarebbe dovuta applicare nel caso di specie.

Ne consegue che il quesito in esame, limitandosi a chiedere a questa Corte di accertare se vi sia stata nel caso in esame errata applicazione delle norme di legge citate in assenza delle condizioni ivi previste per la loro applicazione (senza specificare quale fatto il giudice ha qualificato come mutamento di mansioni) è inammissibile e rende inammissibile il relativo motivo.

Gli altri motivi contengono in buona parte denuncie di difetto di motivazione (anche il settimo, come verrà di seguito specificato), che conviene trattare congiuntamente.

In proposito, e per quanto qui interessa va premesso che il controllo di legittimità in ordine alle valutazioni di fatto del giudice di merito non può spingersi fino alla rielaborazione dello stesso alla ricerca di una soluzione alternativa rispetto a quella ragionevolmente raggiunta, da sovrapporre, quasi a formare un terzo grado di giudizio di merito, a quella operata nei due gradi precedenti, magari perchè ritenuta la migliore possibile.

Tale controllo riguarda viceversa (attraverso il filtro delle censure mosse con il ricorso) unicamente il profilo della coerenza logico - formale e della correttezza giuridica delle argomentazioni svolte, in base all'individuazione, che compete esclusivamente al giudice di merito, delle fonti del proprio convincimento, raggiunto attraverso la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, scegliendo tra di esse quelle ritenute idonee a sostenerlo all'interno di un quadro valutativo complessivo privo di errori, di contraddizioni e di evidenti fratture sul piano logico, nel suo interno tessuto ricostruttivo della vicenda (cfr., per tutte, Cass. S.U. 11 giugno 1998 n. 5802 e, più recentemente, ex ceteris, Cass., nn. 6288/11, 27162/09, 26825/09 e 15604/07).

Nè appare sufficiente, sul piano considerato, a contrastare le valutazioni del giudice di merito il fatto che alcuni elementi emergenti nel processo e invocati dal ricorrente siano in contrasto con alcuni accertamenti e valutazioni del giudice o con la sua ricostruzione complessiva e finale dei fatti.

Ogni giudizio implica infatti l'analisi di una più o meno ampia mole di elementi di segno non univoco e l'individuazione, nel loro ambito, di quei dati che - per essere obiettivamente più significativi, coerenti tra di loro e convergenti verso un'unica spiegazione - sono in grado di superare obiezioni e dati di segno contrario, di fondare il convincimento del giudice e di consentirne la rappresentazione, in termini chiari e comprensibili, compete al giudice nei due gradi di merito in cui si articola la giurisdizione (cfr. ad es. Cass. nn. 15156/11 v e 5241/11).

Occorre quindi che i fatti della controversia dedotti per invalidare la motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, siano autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l'intero ragionamento svolto dal giudicante o determini al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (in proposito, cfr., ad es. Cass. nn. 2272/07 e 14973/06).

Va infine ricordato che, ove la denuncia di vizio di motivazione riguardi la mancata considerazione di determinate prove testimoniali o di documenti ritualmente acquisiti in giudizio, il ricorrente ha l'onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell'autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell'atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (cfr. ad es. Cass. nn. 17915/10 e 6023/09).

Poste tali premesse di principio e di metodo, va rilevato che la Corte territoriale, nel ritenere sostanzialmente ingiustificata e comunque non proporzionata la reazione espulsiva adottata dalla società, ha anzitutto accertato che la prova testimoniale non avesse confermato il rifiuto del lavoratore di recarsi presso il direttore generale dopo che era stata esaudita la sua richiesta di essere assistito da un rappresentante sindacale.

Ha inoltre valutato che il comportamento dello N. di rifiuto di mutare postazione di lavoro fosse giustificato, ai sensi dell'art. 1460 c.c., dal mancato adempimento della società alla sua richiesta di specifica formazione e informazione relativamente ai rischi temuti e connessi alla nuova attività e al nuovo posto di lavoro. In ogni caso, la Corte ha altresì evidenziato, su di un piano di valutazione comparativa del comportamento delle parti, ai sensi dell'art. 1460 c.c. e alla stregua dell'insegnamento di questa Corte (citando ad es. Cass. nn. 4743/98 o 8880/00, ma anche n. 21479/05), che il comportamento del lavoratore, attivo sindacalmente, era stato di rifiuto di una determinata prestazione e non di ogni prestazione e ha argomentato come esso fosse ispirato non solo al perseguimento di una tutela personale ma anche del miglioramento della sicurezza collettiva dei lavoratori in azienda.

La società, col settimo motivo, contesta in realtà, come anticipato e nonostante l'indicazione nell'intestazione della violazione dell'art. 2697 c.c., un vizio di motivazione della sentenza, consistente nella mancata considerazione di un decisivo elemento probatorio, attestante il fatto che il lavoratore, dopo il rifiuto di mutare reparto, avrebbe aggravato il proprio comportamento, rifiutandosi di recarsi in ufficio ove era stato convocato dal direttore.

Deduce infatti la ricorrente che nello stesso ricorso introduttivo del giudizio, la parte aveva dato atto di tale rifiuto, motivato con l'affermazione che il lavoratore era rimasto intimidito dalla richiesta di un incontro col direttore senza alcuna assistenza.

Senonchè la Corte territoriale, nella sua valutazione, non ha obliterato tale indicazione, ma ha rilevato che il rifiuto non vi era più stato dopo che era stato consentito al lavoratore di incontrare il direttore con l'assistenza di un delegato sindacale, rilievo che non viene specificatamente contestato dalla ricorrente.

Deduce inoltre la ricorrente (citando Cass. n. 21479/05), col quinto motivo di ricorso, che prima di contestare un inadempimento della società, al quale fosse legittimo contrapporre un proprio inadempimento, il lavoratore avrebbe dovuto preliminarmente indicare le misure idonee ad escludere o ridurre il rischio denunciato.

Risulta peraltro dalla sentenza che il lavoratore ha appunto richiesto informazioni e formazione, unica misura in grado di sollecitare, non conoscendo perfettamente l'assetto produttivo del nuovo reparto (diversamente da quanto apoditticamente affermato in questa sede dalla ricorrente dopo che la Corte territoriale aveva al riguardo specificatamente motivato nel senso opposto) e indicando, con l'assistenza del delegato sindacale, quanto gli risultava, vale a dire un determinata caratteristica dell'impianto ritenuta pericolosa e il fatto che per un'ora al giorno avrebbe dovuto operare in reparto da solo.

Col secondo, terzo quarto e sesto motivo di ricorso la società contesta la valutazione delle prove operata dalla Corte territoriale, sostenendo che questa avrebbe trascurato l'esame di prove documentali e testimoniali che avrebbero escluso la presenza di una specifica situazione di pericolo nel reparto B e avrebbero attestato l'avvenuta formazione del ricorrente, come degli altri lavoratori, utile anche per l'attività da svolgere nel reparto B. Trattasi di rilievi che fondano per lo più su estrapolazioni dal testo di documenti (ad es. quello di valutazione dei rischi) o dalle dichiarazioni di alcuni testimoni, spesso esprimenti meri giudizi.

Altri elementi sono rappresentati dalla riproduzione del titolo di alcuni momenti di formazione e informazione del personale. In ogni caso tali deduzioni vengono utilizzate dalla ricorrente per contrapporre al giudizio complessivo della Corte territoriale una propria diversa ricostruzione della vicenda rappresentata in giudizio, anche attraverso la contestazione dei diversi ragionevolmente argomentati giudizi di attendibilità dei testimoni effettuati dai giudici di merito, come non appare ammissibile in questa sede di controllo di legittimità, secondo i principi sopra richiamati.

Anche i dati statistici che la ricorrente riporta e che dimostrerebbero la minore pericolosità del reparto B rispetto a quello ove era addetto il lavoratore non vale a contrastare l'accertamento dei giudici di merito in ordine alla presenza in azienda di un numero di infortuni sul lavoro "sensibile" (e quindi alla correttezza di una richiesta di miglioramento) e di una specifica situazione di pericolo segnalata nel reparto B, indicata dalla Corte territoriale e da questa ritenuta comprovata da un accertamento ispettivo successivo relativo a tale reparto (valutazione contestata dalla società nel quarto motivo, senza peraltro indicare a quale diverso reparto si riferiscano i rilievi ispettivi segnalati).

Concludendo, in base alle considerazioni svolte le censure di vizio di motivazione si rivelano infondate; con la conseguente infondatezza anche alle censure di violazione di legge (1460 e 2697 c.c.) ad esse associate, in quanto rinvenienti la loro giustificazione in una diversa valutazione dei fatti di causa sostenuta con le censure di difetto di motivazione.

Il ricorso va pertanto respinto, con le normali conseguenze in ordine alle spese di questo giudizio di cassazione, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare al resistente le spese di questo giudizio, liquidate in € 60,00 per esborsi ed € 3.500,00 per onorari oltre accessori di legge (12,50% IVA e CPA)
Così deciso in Roma il 7 dicembre 2011
Depositata in Cancelleria 31 gennaio 2012

venerdì 24 febbraio 2012

LEGGE 104/92 - CONSIGLIO DI STATO CONTRO I MILITARI


Domande di trasferimento per assistere familiari disabili - Il consiglio di Stato risponde sempre negativamente

Consiglio di Stato Sez. Quarta - Sent. del 05.05.2011, n. 2707


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 1861 del 2011, proposto da:
M. M.,
contro
Ministero della Giustizia- Dipartimento della Giustizia Minorile Direzione Generale del Personale e della Formazione, in persona del Ministro in carica rappresentato e difeso dall’Avvocatura Gen.le dello Stato , domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
per la riforma della sentenza breve del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE I QUA n. 36991/2010, resa tra le parti, concernente della sentenza breve del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE I QUA n. 36991/2010, resa tra le parti, concernente DINIEGO TRASFERIMENTO SENZA ONERI AI SENSI DELLA LEGGE 104/92 PRESSO LA CASA CIRCONDARIALE DI MELFI O MATERA - MCP - RIS. DANNI.
 
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero della Giustizia;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 5 aprile 2011 il cons. Sandro Aureli e uditi per le parti gli avvocati G. C. e G. P. (Avv. St.);
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
 
FATTO e DIRITTO
La sentenza impugnata, indicata in epigrafe, ha respinto il ricorso del sig. Manfreda, odierno appellante, promosso per l’annullamento del provvedimento di rigetto dell’istanza di trasferimento dalla sede di servizio richiesto ex art.33 , comma 5°,legge_104_1992.
Il motivo del rigetto dell’istanza è rappresentato dalla carenza del requisito della continuità dell’assistenza alla figlia disabile.
Di tale decisione parte appellante chiede la riforma per violazione e falsa applicazione della norma su ricordata, adducendo la circostanza che la condizione di handicap è stata accertata solo dopo il 2004, anno dal quale egli si trova in servizio nella sede dalla quale chiede di essere trasferito.
L’Amministrazione non si è costituita in giudizio. Alla camera di consiglio del 5 aprile la causa è stata chiamata è trattenuta in decisione dopo che il difensore dell’unica parte presente in appello è stata sentita sull’intenzione del collegio di decidere, ex art.60 c.p.a., il merito della controversia
Il rigetto dell’istanza di trasferimento in questione, essendo nella fattispecie in esame fondato sull’assenza del requisito della continuità, è condiviso dal collegio poiché in linea con il costante ed univoco orientamento di questa Sezione, da cui non vi sono ragioni per discostarsi, ribadito anche recentemente (sent. 3 dicembre 2010, n.8530), in tema di trasferimenti ex art. 33 , comma 5°, legge n.104 del 1992. La particolarità della fattispecie in esame, è caratterizzata dall’insorgenza della situazione di handicap successivamente all’inserimento in sevizio in una sede distante dalla residenza della persona handicappata. Ma ciò non conduce all’accoglimento del ricorso, posto che sulla base della legislazione applicabile all’epoca del diniego, la sentenza di primo grado insieme all’orientamento di questa Sezione prima evocato deve essere confermato.
E tuttavia va pure ricordato che il riconoscimento del diritto del dipendente pubblico s’inquadra oggi nella legge_183_2010 (c.d. “collegato lavoro”) intervenuta sull’assetto di disciplina delineato dalle disposizioni sopra menzionate, e che si segnala per aver scelto una direzione nuova ed antitetica alle acquisizioni giurisprudenziali sopra ricordate, avendo stabilito , per quel che riguarda gli aspetti che caratterizano la fattispecie in esame, che il dipendente pubblico può ottenere il trasferimento indipendentemente dall’ <<attualità>>,<<continuità>> ed <<esclusività>> dell’assistenza prestata (art. 24, 30° comma, l. n. 183 del 2010), posti a fondamento del restrittivo orientamento della giurisprudenza, fra cui si annovera la sentenza di questa Sezione. Tuttavia è bene anche ricordare che la nuova disciplina potrà trovare applicazione anche per il personale appartenente alle Forze Armate , alle Forze di Polizia, nelle quali rientra la Polizia Penitenziaria , al Corpo Nazionali dei VV.FF. solo quando verranno emanati gli appositi provvedimenti legislativi previsti dall’art.19 della richiamata legge, dovendosi tener conto, con riguardo agli appartenenti ai detti organismi, “della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti”.
Quindi, se sul piano del diritto necessariamente applicabile alla specie, va confermato che l’appello deve essere respinto. resta, però, fermo che ciò non precluderà al ricorrente di presentare, alla luce della sopravvenuta disciplina , una nuova istanza di trasferimento dall’attuale sede di servizio., salvi i limiti di applicabilità come sopra evidenziati.
Non occorre pronunciarsi sulle spese della causa non essendosi costituita l’Amministrazione intimata.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e per l’effetto conferma la sentenza impugnata, con la precisazione di cui in motivazione.
Nulla per le spese.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 05/05/2011

mercoledì 22 febbraio 2012

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, 10 febbraio 2012, n. 5404
(omissis)

Ritenuto in fatto
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino propone ricorso per cassazione avverso la sentenza del tribunale della stessa città, del 19 marzo 2010, che ha assolto M.B.J.E. dal reato di guida in stato di ebbrezza alcolica (tasso rilevato di 2,20 e 2,09 g/l) per insussistenza del fatto. 
Il M. era stato sorpreso sulla pubblica via al posto di guida della propria auto, che aveva il motore acceso, privo di conoscenza. Nella sentenza impugnata, il giudice ha sostenuto che la sussistenza del reato di cui all'art. 186 del codice della strada presuppone un comportamento dinamico dell'agente, cioè il porsi dello stesso alla guida dell'auto e l'attivazione dei congegni idonei ad imprimere movimento al veicolo; circostanza non riscontrabile nel caso di specie, essendo stato l'imputato sorpreso a bordo di un'auto, non in movimento, bensì in sosta.
- 2 - Avverso tale decisione ricorre, dunque, il PM di Torino, che deduce la violazione del
richiamato art. 186 ed il vizio di motivazione della sentenza impugnata. Sostiene, in particolare, il
ricorrente, che la sosta dell'auto, conseguente al movimento della stessa, rappresenta una fase della circolazione, di guisa che ricorrerebbe, nel caso in esame, la fattispecie contravvenzionale
contestata.
Considerato in diritto
Il ricorso è fondato.
Osserva la Corte che la decisione impugnata si presenta errata e la motivazione della sentenza del tutto carente, laddove solo in via puramente pregiudiziale il tribunale ha sostenuto che la presenza del M. all'interno dell'auto, nei termini sopra descritti, non integrasse la fattispecie
contravvenzionale contestata in ragione del fatto che non fosse emerso, data la posizione di sosta della vettura, che l'imputato avesse impresso alla stessa movimenti di sorta.
Non ha, invero, considerato il giudice del merito che il reato in esame risulta integrato allorché sia stata acquisita la prova della deliberata movimentazione del veicolo in area pubblica, tale da creare pericolo alla circolazione o anche solo ad intralciare il traffico, e che ciò può assumersi, non solo allorché la persona sia sorpresa nell'atto di condurre un veicolo, ma anche nei casi, come di specie, in cui essa si trovi, a bordo di un veicolo in sosta e nelle condizioni di ripartire, in alterate condizioni psicofisiche. Situazione che, ben lungi dall'autorizzare conclusioni pregiudiziali e frettolose, imponeva una più attenta e completa valutazione delle risultanze processuali al fine di accertare se la persona sorpresa a bordo del veicolo se ne fosse in precedenza posta alla guida nelle descritte condizioni.
Questa Corte, invero, ha affermato che: "Ai fini del reato di guida in stato di ebbrezza, rientra nella nozione di guida la condotta di chi si trovi all'interno del veicolo (nella specie, in stato di
alterazione, nell'atto di dormire con le mani e la testa poste sul volante) quando sia accertato che egli abbia, in precedenza, deliberatamente movimentato il mezzo in area pubblica o quantomeno destinata al pubblico" (Cass. n. 10476/10), ed ancora, che: "In materia di circolazione stradale, deve ritenersi che la "fermata" costituisca una fase della circolazione, talché è del tutto irrilevante, ai fini della contestazione del reato di guida in stato di ebbrezza, se il veicolo condotto dall'imputato risultato positivo all'alcoltest fosse, al momento dell'effettuazione del controllo, fermo ovvero in moto" (Cass. n. 37631/07).
Andavano, quindi, considerati la posizione e lo stato dell'autovettura, il luogo ove la stessa si
trovava, le ragioni di quell'anomala ed in apparenza ingiustificata presenza sul posto; andavano
accertati i tempi e le modalità che colà avevano condotto l'imputato, il luogo di residenza dello
stesso, nonché quelli di partenza e di destinazione, al fine di capire le ragioni che gli avevano
impedito di completare il tragitto programmato, e quanti altri elementi idonei ad accertare se
l'imputato si era deliberatamente posto alla guida dell'auto in condizioni di ebbrezza. La sentenza impugnata deve essere, dunque, annullata, con rinvio al Tribunale di Torino.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di To


Cassazione sez. IV Penale, 1/2/2012 n. 4402
(omissis)
Ritenuto in fatto
P.M. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, in esito a giudizio abbreviato, lo ha riconosciuto colpevole della contravvenzione di cui all'articolo 186, lettera a) del codice della strada, assolvendolo invece dal reato di rifiuto di sottoporsi all'accertamento alcoli metrico perché (all'epoca) il fatto non era previsto dalla legge come reato (fatti accertati in data 20 maggio 2006).
Il giudicante riteneva che a causa del mancato completamento della seconda prova alcolimetrica non era stato determinato il tasso alcolemicolettera a) per essersi rifiutato di sottoporsi ritualmente all'accertamento tecnico [segnatamente, dopo una prima prova, si sarebbe rifiutato di eseguire la seconda].
Con il ricorso si contesta l'apprezzamento sul punto sviluppato dal giudicante, sostenendosi, come ipotesi ritenuta ragionevole, che il rifiuto alla seconda prova "più verosimilmente" poteva dipendere dal malfunzionamento dell'apparecchiatura, più che al contestato rifiuto dell'imputato.
Considerato in diritto
Il ricorso è fondato, anche se per motivi diversi da quelli prospettati dal ricorrente.
Come questa Corte ha più volte avuto modo di affermare, ai fini della configurabilità della contravvenzione di cui all'articolo 186 del codice della strada, lo stato di ebbrezza del conducente del veicolo può essere accertato e provato con qualsiasi mezzo, e non necessariamente né unicamente attraverso la strumentazione e la procedura indicate nell'articolo 379 del regolamento di attuazione ed esecuzione del codice stradale (dpr 16 dicembre 1992 n. 495, e succ. modif.): infatti, per il principio del libero convincimento, per l'assenza di prove legali e per la necessità che la prova non dipenda dalla discrezionale volontà della parte interessata, il giudice può desumere lo stato di alterazione psicofisica, derivante dall'influenza dell'alcool, da qualsiasi elemento sintomatico dell'ebbrezza o dell'ubriachezza (tra cui l'ammissione del conducente, l'alterazione della deambulazione, la difficoltà del movimento, l'eloquio sconnesso, l'alito vinoso, ecc); così come può anche disattendere l'esito fornito dall'"etilometro", sempreché del suo convincimento fornisca una motivazione logica ed esauriente (tra le tante, Sezione IV, 4 dicembre 2009, PG in proc. Falaguerra, rv 245802). Va anzi ricordato che tale orientamento è stato ribadito dalla giurisprudenza anche a seguito della novella riformatrice di cui al decreto legge 7 agosto 2007 n. 117, convertito in legge 2 ottobre 2007 n. 160, che, sostituendo il comma 2 della suddetta norma incriminatrice, ha determinato un differenziato trattamento sanzionatorio a seconda del valore del tasso alcolemico riscontrato, configurando in proposito tre distinte fattispecie incriminatrici. Si è infatti ancora sostenuto, pur dopo il novum normativo, che il giudice ben può formare il suo libero convincimento anche in base alle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori, con l'unica [ovvia] precisazione che tale possibilità deve circoscriversi alla sola fattispecie meno grave prevista dalla lettera a), del comma 2 dell'articolo 186, imponendosi, invece, per le ipotesi più gravi (lettere b) e c) del citato comma 2) l'accertamento tecnico del livello effettivo di alcool (di recente, oltre la sentenza sopra indicata, anche Sezione IV, 5 febbraio 2009, PG in proc. Quintini).
Nella specie, per quanto interessa, è evidente ‐ anche dalla pena sola pena pecuniaria inflitta ‐ che il giudice abbia individuato nel caso in esame la fattispecie meno grave di cui all'art. 186, comma 2, lettera a) del codice della strada, che, nelle more del ricorso, a seguito del novum normativo introdotto con l'articolo 33, comma 4, della legge 29 luglio 2010 n. 120, è stata depenalizzata.
Ne deriva l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.
Non si devono, peraltro, trasmettere gli atti al prefetto: ciò in considerazione del principio di legalità irretroattività operante sia per gli illeciti penali (articolo 2 c.p.), sia per gli illeciti amministrativi (articolo 1 della legge 24 novembre 1981 n. 689, richiamato dall'articolo 194 del codice della strada) e tenuto conto che tale principio non è stato espressamente derogato dal legislatore come, invece, è avvenuto, nella stessa materia della circolazione stradale, in occasione della depenalizzazione del rifiuto a sottoporsi all'esame alcolimetrico introdotta con il decreto legge n. 117 del 2007, convertito nella legge 160 del 2007, allorquando l'articolo 7 della citata normativa ebbe appunto a prevedere un'esplicita deroga al principio di irretroattività (cfr. Sezione IV, 17 settembre 2010, Proc. Gen. App. Firenze in proc. Piccinelli, non massimata).
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla imputazione di cui all'art. 186, 2 comma, lett. a) C.d.S., perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.
(omissis)


domenica 19 febbraio 2012

AUTOVELOX - DEVONO ESSERE SEGNALATI


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II CIVILE
Ordinanza 22 giugno 2011, n. 13727
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
Che il consigliere designato ha depositato, in data 1 febbraio 2011, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ.: "Con sentenza n. 61 in data 20 aprile 2009, il Tribunale di Parma, sezione distaccata di Fidenza, ha accolto il gravame proposto dall'Unione di Comuni Terre Verdiane e, per l'effetto, in riforma dell'impugnata sentenza, ha rigettato l'opposizione interposta da R.M. avverso il verbale di contestazione per violazione del codice della strada.
Per quanto qui ancora rileva, il Tribunale ha ritenuto che l'accertamento dell'infrazione, commessa il 26 luglio 2007, di mancato rispetto del limite di velocità - accertamento avvenuto mediante una postazione di rilevamento mobile, alla presenza degli agenti della polizia stradale - non necessitasse della previa informazione agli automobilisti della presenza del dispositivo di rilevamento.
Per la cassazione della sentenza del Tribunale il Raso ha proposto ricorso, con atto notificato il 31 maggio 2010, sulla base di un motivo.
L'Unione di Comuni Terre Verdiane non ha svolto attività difensiva in questa sede.
Con l'unico mezzo il ricorrente pone il quesito se l'obbligo di informazione previsto dall'art. 4 del decreto-legge n. 121 del 2002 in tema di utilizzazione ed installazione dei dispositivi di rilevamento elettronico della velocità comporti l'obbligo di posizionare cartelli di segnalazione della presenza di postazioni per la rilevazione dell'accertamento di violazioni con metodiche elettroniche in caso di mancata contestazione immediata, sanzionato in caso di mancato rispetto con la nullità della sanzione comminata e se tale obbligo fosse già sussistente il giorno 26 luglio 2007, data di accertamento della violazione contestata al ricorrente. Il motivo è manifestamente infondato.
Questa Corte (Sez. 2^, 18 gennaio 2010, n. 656) ha già statuito che l'obbligo della preventiva segnalazione dell'apparecchio di rilevamento della velocità previsto, in un primo momento, dal D.L. n. 121 del 2002, art. 4, conv. nella L. n. 168 del 2002, per i soli dispositivi di controllo remoto senza la presenza diretta dell'operatore di polizia, menzionati nell'art. 201, comma 1 bis, lett. f), è stato successivamente esteso, con l'entrata in vigore del D.L. n. 117 del 2007, art. 3, conv. nella L. n. 160 del 2007, a tutti i tipi e modalità di controllo effettuati con apparecchi fissi o mobili installati sulla sede stradale, nei quali, perciò, si ricomprendono ora anche gli apparecchi telelaser gestiti direttamente e nella disponibilità degli organi di polizia. Il D.L. n. 117 del 2007, non è nella specie ratione temporis applicabile. Esso, infatti, è entrato in vigore successivamente alla commissione dell'infrazione, ossia il 4 agosto 2007, con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 180 del 4 agosto 2007 (v. art. 8 D.L. citato).
Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio".
Considerato che con atto depositato in data 15 a-prile 2011, prima dell'inizio adunanza in camera di consiglio, il ricorrente ha rinunciato al ricorso, sulla base di precedente atto di transazione intervenuto con l'Unione di Comuni delle Terre Verdiane;
che non può accogliersi l'eccezione di tardivita della rinuncia sollevata dal pubblico ministero;
che, infatti, le Sezioni Unite di questa Corte (ordinanza 16 luglio 2008, n. 19514) hanno statuito che in tema di giudizio di cassazione e di procedimento in camera di consiglio di cui all'art. 380 bis cod. proc. civ., dal complesso delle innovazioni apportate con la novella di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006, inequivocamente volta al rafforzamento della funzione nomofilattica della corte di legittimità, a sua volta certamente agevolata da una definizione del giudizio di cassazione alternativa alla decisione, e dalla nuova formulazione dell'art. 391, secondo comma, cod. proc. civ., per il quale il rinunciante può (e non più deve) essere condannato alle spese, così avallando l'ipotesi che si sia voluto dar luogo ad una sorta di incentivazione alla rinuncia, si desume che il termine utile per rinunciare al ricorso va individuato nel momento in cui è precluso alle parti l'esercizio di un'ulteriore attività processuale e non in quello, antecedente, della notifica agli avvocati della relazione depositata dal consigliere relatore nominato ai sensi dell'art. 377 cod. proc. civ., senza che, in tal modo, venga meno la remora a presentare ricorsi inammissibili o manifestamente infondati, stante il ruolo potenzialmente deterrente della condanna alle spese, e che sia escluso il risparmio di attività per il quale si giustifica l'ammissibilità della rinuncia, essendo il collegio comunque esentato dall'esame del ricorso, sia in sede di adunanza in camera di consiglio, che di eventuale pubblica udienza, cui la causa venga rinviata ex art. 380 bis cod. proc. civ., comma 5;
che il Collegio condivide il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite, e successivamente dalle stesse ribadito (ordinanza 6 settembre 2010, n. 19051);
che, pertanto, il processo deve essere dichiarato estinto per intervenuta rinuncia;
che non vi è luogo a pronuncia sulle spese, non avendo l'intimata Unione svolto attività difensiva in questa sede.
P.Q.M.
La Corte dichiara estinto il ricorso.