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martedì 22 novembre 2011

L'AVVOCATO E' TENUTO A CONSEGNARE I DOCUMENTI IN SUO POSSESSO


 

Anche se il cliente non paga le spese legali, l’avvocato è tenuto a consegnare la documentazione in suo possesso.

Corte di Cassazione Sez. unite – Sentenza n. 24080 del 17 novembre 2011



Svolgimento del processo
Con atto spedito in data 23/3/2011, l’avv. P.D. ha proposto ricorso contro la decisione in epigrafe indicata, inviatagli a mezzo posta il 21/2/2011 e ritirata il successivo 24/2/2011.
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza non ha svolto attività difensiva e la controversia è stata decisa all’esito della pubblica udienza dell’8/11/2011.
Motivi della decisione
Dalla lettura della sentenza impugnata emerge in fatto che dopo avergli revocato ogni mandato, il sig. L..M. ha presentato un esposto nei confronti dell’avv. D.P. , a carico del quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza ha poi aperto procedimento disciplinare per i seguenti capi d’incolpazione: 1) per avere violato gli artt. 33, 42 e 43 CDF perché, dopo la revoca della sua nomina a difensore avvenuta con racc. r.r. del 25 luglio 2006, ricevuta il 3 agosto 2006, non si adoperava affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni per l’assistito sig. M.L. ed anzi, agiva in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute ed in particolare: a) richiedendo in data 3 novembre 2006 (e cioè a revoca già avvenuta), due copie autentiche con formula esecutiva della sentenza n. 789/2006 del Giudice di Pace di Monza, pronunciata nella causa M.L. /Comune di Villasanta ed E. spa e non consegnandole né al cliente né al nuovo difensore precludendo e/o comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa la prosecuzione della difesa ed in particolare l’esecuzione del titolo in esame; b) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia delle fatture relative agli assegni fatti sulla Banca Popolare di Bergamo per l’importo rispettivamente di Euro 250,00, 1.000,00 e 1.400,00, precludendo in tal modo e comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa l’eventuale attività di recupero di detti importi e comunque non fornendo al cliente informazioni che è obbligato a fornire ex art. 42 co. II CDF; c) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia della documentazione inerente un sinistro trattato nell’interesse del sig. L..M. con la F. Ass.ni (e in particolare copia della quietanza che ha definito il sinistro), violando in tal modo il disposto di cui all’art. 42 CDF ed impedendo e/o comunque rendendo più difficoltosa l’attività di verifica inerente la posizione.
2) Per aver violato gli artt. 5, 6, 7 e 8 CDF in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al sig. L..M. , suo assistito che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta a far tempo dal 25 luglio - 3 agosto 2006, i documenti di cui al capo 1)… E ciò nonostante esplicito impegno in tal senso assunto avanti alla Commissione Disciplinare dell’Ordine di Monza in data 26 marzo 2007″.
Citato a giudizio per l’udienza del 6 aprile 2009, l’avv. P. ha depositato memoria ed al termine del dibattimento il Consiglio dell’Ordine lo ha assolto da una parte degli addebiti, infliggendogli la sanzione della censura per la mancata consegna delle copie della sentenza del Giudice di pace. L’avv. P. si è gravato al Consiglio Nazionale Forense che, però, ha rigettato l’appello con decisione contro cui l’incolpato ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, con il primo dei quali ha dedotto violazione di legge ed incongruità della motivazione, in quanto il giudice a quo avrebbe dovuto riconoscere la insanabile contraddittorietà della pronuncia del Consiglio dell’Ordine, che nel dispositivo aveva riferito la condanna ai capi le e 2, mentre nella motivazione l’aveva assolto da tali addebiti, ritenendolo responsabile di quelli di cui ai punti la e 2.
Con il secondo motivo, l’avv. P. ha sostenuto che il sig. M. non gli aveva corrisposto alcun compenso, per cui non poteva aver risentito nessun danno dalla mancata messa in esecuzione della sentenza del Giudice di pace, il quale si era limitato a condannare il Comune di Villasanta solo al rimborso di quelle spese legali che il M. non aveva, in realtà, mai pagato.
Con il terzo motivo, l’avv. P. ha nuovamente dedotto la violazione di legge e l’incongruenza della motivazione, sottolineando da un lato che la richiesta delle copie non aveva rappresentato un atto processuale o, in ogni caso, un’iniziativa arbitraria, bensì la semplice attuazione di una precisa volontà del M. e, dall’altro, che dal canto suo non era tenuto ad andare a consegnarle, ma soltanto a metterle a disposizione come, del resto, aveva puntualmente fatto senza frapporre alcun ostacolo al loro ritiro da parte dell’ex cliente che, anzi, aveva dovuto ad un certo punto citare addirittura in giudizio per costringerlo a prendere quanto, solo apparentemente, invocava.
Con il quarto motivo, l’avv. P. ha infine lamentato che pur avendo egli dedotto la inammissibilità della motivazione dal Consiglio dell’Ordine, che aveva giustificato l’applicazione della censura con l’esistenza di altri procedimenti disciplinari non ancora conclusi, il Consiglio Nazionale non aveva minimamente risposto, ma si era limitato a confermare la sanzione sulla base di argomentazioni diverse da quelle utilizzate dal Consiglio locale.
Così riassunte le difese del ricorrente, osserva il Collegio che secondo il Consiglio Nazionale Forense, l’inesatto richiamo dei capi d’incolpazione operato dal dispositivo della decisione del Consiglio dell’Ordine era stato il frutto di un mero errore materiale che aveva determinato una semplice discrepanza chiaramente percepibile e, perciò, incapace d’ingenerare ragionevoli dubbi sul contenuto e le ragioni della condanna dell’incolpato che, infatti, aveva impugnato in modo ampio ed articolato, mostrando così di non aver risentito alcun pregiudizio del suo diritto di difesa. Trattandosi di valutazione di merito non inficiata da vizi logici o giuridici né adeguatamente contestata dall’incolpato, che in violazione del principio di autosufficienza del ricorso non ha nemmeno riprodotto il testo del provvedimento del Consiglio dell’Ordine, il primo motivo del ricorso dev’essere di conseguenza rigettato.
Parimenti da rigettare è anche il secondo motivo, a proposito del quale è sufficiente sottolineare che l’inadempimento del M. agli obblighi su di lui gravanti nei rapporti interni con il proprio difensore, non poteva comportare il venir meno del suo interesse a disporre del titolo esecutivo per ottenere, nei rapporti esterni con il Comune, il pagamento delle somme da quest’ultimo dovute.
Quanto al terzo motivo, giova innanzitutto precisare che il Consiglio Nazionale non si è interrogato sulla natura, processuale o meno, della richiesta delle copie né ha sostenuto che l’avv. P. avrebbe dovuto spingersi a consegnarle anziché limitarsi a metterle a disposizione, ma si è attenuto alle risultanze istruttorie, ritenendo ampiamente dimostrato dalle raccomandate in atti, nonché dalle dichiarazioni del M. e del suo nuovo difensore, che ad un certo punto della vicenda l’incolpato aveva cominciato a porre in essere una condotta finalizzata ad ostacolare il suo ex cliente. In un quadro del genere, ha osservato il Consiglio Nazionale, risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione del M. , perché anche a prescindere dal fatto che la presentazione dell’istanza era avvenuta tre mesi dopo la revoca del mandato e, cioè, quando l’ex cliente aveva già più volte domandato la restituzione della documentazione, quello che in realtà contava era che l’avv. P. non poteva non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al M. di procedere in forma esecutiva.
Malgrado tale consapevolezza, l’avv. P. si era però “univocamente mosso nella direzione di evitare la consegna delle copie della sentenza, ed” era “questo l’atteggiamento sostanziale che” andava iscritto a suo carico, “nessun rilievo potendosi dare a declaratorie di disponibilità” cui, al di là delle forme, erano “puntualmente seguiti atteggiamenti di segno” esattamente contrario.
In considerazione di quanto sopra, il Consiglio Nazionale ha quindi concluso per la sussistenza della responsabilità disciplinare dell’avv. P. , esprimendo in tal modo un giudizio che non può essere sindacato in questa sede perché basato su di una ricostruzione dell’accaduto immune da errori logici o giuridici.
Pure il terzo motivo del ricorso dev’essere, pertanto, rigettato al pari, d’altronde, del quarto, in relazione al quale sembra sufficiente rilevare che a fronte di una motivazione incongrua del Consiglio dell’Ordine, il CNF non era certo vincolato a darne atto e ad annullare di conseguenza la sanzione della censura, in quanto essendo anche lui giudice del merito (C. Cass. n. 8429 del 2004 e 15972 del 2009), ben poteva legittimamente confermarla sulla base di considerazioni diverse che, nel caso di specie, sono state ragionevolmente indicate nella “rilevanza del comportamento illecito” e nel mancato compimento di “alcun atto emendativo” da parte dell’incolpato.
Nulla per le spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza e la natura di parte in senso solo formale del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.
P.Q.M.
La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Depositata in Cancelleria il 17.11.2011

venerdì 11 novembre 2011

SINISTRO STRADALE - DANNI CAUSATI A DIPENDENTI DURANTE IL LAVORO - RISARCIMENTO DERIVANTE


Cassazione III Civile del 6 – 27 ottobre 2011, n. 22402 

Svolgimento del processo
1.- Rimasti due carabinieri assenti per taluni giorni dal servizio a seguito delle lesioni riportate nel 1986 per lo scontro tra il veicolo sul quale viaggiavano ed un automezzo del Comune di ... , nel 1993 il Ministero della difesa agì giudizialmente nei confronti del Comune, del conducente e della società assicuratrice per il risarcimento del danno conseguito alla mancata prestazione lavorativa dei due militari, ai quali aveva corrisposto "a vuoto" lo stipendio per complessive lire 2.274.610 (equivalenti ad Euro 1.174,74).
Resistette la sola Uniass s.p.a., che eccepì tra l'altro l'improponibilità della domanda per inosservanza della condizione di proponibilità di cui all'art. 22 della legge n. 990 del 1969 (richiesta di risarcimento all'assicuratore con raccomandata a.r.).
Per tale ragione il pretore di ... rigettò la domanda con sentenza n. 52 del 1998 e condannò il Ministero alle spese.
2.- La Corte drappello di Reggio Calabria ha respinto il gravame del Ministero (con compensazione delle spese) con sentenza pubblicata il 29.10.2005 sul rilievo che era bensì infondato il motivo d'appello col quale il soccombente s'era doluto della violazione dell'art. 184 c.p.c. per non essere stato posto in condizione di produrre documenti (peraltro versati in appello) e di formulare istanze istruttorie, ma che esso (il Ministero) non poteva avvalersi della presunzione posta dall'art. 2054, secondo comma, c.c. a carico di ciascun conducente, che concerne solo i "danni cagionati direttamente dalla circolazione dei mezzi ai terzi utenti della strada"; sicché la domanda:
andava rigettata per non avere il Ministero provato la responsabilità esclusiva del conducente del veicolo del Comune ex art. 204 3 c.c..
3.- Avverso la sentenza ricorre per cassazione il Ministero della difesa, affidandosi ad un unico motivo.
Nessuno degli intimati ha svolto attività difensiva.
Motivi della decisione
1.- Il ricorso è tempestivo per essere stato consegnato all'ufficiale giudiziario per la notifica il 14.12.2006, ultimo giorno utile, essendo irrilevante che la missiva per la notifica a mezzo posta sia stata spedita il giorno successivo.
2. Sono denunciate violazione e falsa applicazione degli artt. 2054 e 2043 c.c..
Si sostiene che il fatto genetico della perdita economica per l'amministrazione (per aver corrisposto emolumenti ai due dipendenti assenti dal servizio) è pur sempre uno scontro tra veicoli, sicché, pur in difetto di prova della responsabilità esclusiva del conducente di quello del Comune convenuto, si sarebbe dovuta fare applicazione della presunzione di paritetica responsabilità di cui all'art. 2054, secondo comma, c.c. e non già dell'art. 2043 c.c., con la conseguente condanna dei convenuti al pagamento della metà del danno subito dalla pubblica amministrazione.
2.1.- La censura è fondata.
Se la lesione del credito (nella specie: da prestazione lavorativa del dipendente) deriva da un fatto per la cui imputabilità la legge preveda uno speciale criterio d'imputazione (come nel caso dell'art. 2054 c.c.) quel criterio trova applicazione anche nella causa promossa dal creditore nei confronti del responsabile del fatto illecito, non essendovi ragioni per limitarne l'applicabilità al solo caso della domanda proposta direttamente dalla vittima primaria, giacché il fatto genetico del danno è il medesimo anche per gli altri soggetti danneggiati.
Il diritto al risarcimento del terzo titolare del diritto di credito resta peraltro soggetto allo stesso termine di prescrizione (nella specie: due anni, ex art. 2947, secondo comma, c.c.) ed alle stesse condizioni di proponibilità contemplate dalla legge per far valere i diritti derivanti dai danni da circolazione dei veicoli a motore (nella specie: richiesta ex art. 22 della l. n. 990 del 1969), volta che alla responsabilità presunta fa da contraltare un termine di prescrizione più breve anche per rendere possibile la prova liberatoria prima che il decorso del tempo la renda particolarmente difficile.
3.- La sentenza va cassata, essendosi discostata dal primo dei principi enunciati.
Il giudice del rinvio, che si designa nella stessa corte d'appello in diversa composizione e che regolerà anche le spese del giudizio di cassazione, farà peraltro applicazione anche del secondo.
P.Q.M.
LA CORTE DI CASSAZIONE
accoglie il ricorso, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d'appello di Reggio Calabria in diversa composizione.

INFORTUNIO IN ITINERE




Corte di Cassazione - Ordinanza n. 22759/2011 Novembre 3, 2011 ·


Infortunio in itinere - No all’indennizzabilità se di sua scelta il lavoratore ha utilizzato il mezzo proprio per recarsi al lavoro
Corte di Cassazione Sez. Lavoro - Sent. del 03.11.2011, n. 22759

Osserva
Con ricorso depositato il 2 marzo 1999 L.V. conveniva l’INAIL, innanzi il Tribunale di Reggio Calabria, per sentir riconosciuto, in relazione ad un sinistro stradale verificatosi il 13 aprile 1996, il diritto all’erogazione delle prestazioni previdenziali di legge. L’INAIL si costituiva contestando che, nella fattispecie, fossero ravvisabili le condizioni richieste perché il predetto sinistro stradale potesse essere qualificato come infortunio in itinere indennizzabile.

Con sentenza n. 2114/2003, l’adito Tribunale rigettava la domanda.

Proponeva gravame il L. e la Corte di Appello di Reggio Calabria, con sentenza dell’11 maggio-1 giugno 2010, rigettava l’appello.

Per la cassazione di tale pronuncia propone ricorso il L. con un unico motivo, cui resiste l’INAIL con controricorso.

Diritto

L’unico motivo di ricorso, con il quale viene denunciata “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 1124/1965″ è manifestamente infondato.

Il ricorrente, infatti, articola la censura richiamando la giurisprudenza di questa Corte con la quale sono stati indicati i principi di diritto che governano l’indennizzabilità degli infortuni occorsi durante il tragitto di andata e ritorno dall’abitazione al luogo di lavoro; principi che sono stati, poi sussunti dal legislatore nel disposto dell’ultimo comma dell’articolo 12 del D.Lgs n. 38/2000. Il ricorrente, però, non precisa in alcun modo quali siano le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che siano in contrasto con le disposizioni richiamate, così non consentendo a questa Corte di adempiere il compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cassazione civile, sez. 1. 6 febbraio 2009, n. 2993), né il L. riporta il contenuto dei documenti che asserisce essere stati mal valutati dal giudice del gravame.

La Corte di Appello di Reggio Calabria, infatti, ha rilevato che il L., con produzione documentale tardiva, aveva provato soltanto che, nel giorno dell’evento lesivo, doveva partire verso il luogo di lavoro alle 16,15 e rientrare al proprio domicilio dopo le ore 7,20 del giorno seguente e che le corse ferroviarie tra Bagnara e Reggio Calabria terminavano alle ore 21; per quanto riguarda i mezzi pubblici diversi dal treno, la cui esistenza era ammessa dallo stesso L., quest’ultimo si era limitato ad indicare l’orario dell’ultima corsa serale.

La Corte di Appello ha, quindi, rilevato che, essendo pacifica l’esistenza di mezzi pubblici idonei a garantire il percorso di andata e che quello di ritorno avrebbe potuto avere inizio dopo le ore 7,20 del mattino, risultava del tutto irrilevante la circostanza che le corse serali terminassero alle ore 21, mentre in merito al fatto rilevante, e cioè l’orario di inizio delle corse mattutine, il L. non aveva fornito neppure un principio di prova, che consentisse l’esercizio dei poteri istruttori officiosi.

Così argomentando, la Corte territoriale ha mostrato di aderire alla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, l’infortunio “in itinere” non può essere ravvisato in caso di incidente stradale subito dal lavoratore che si sia spostato con il proprio automezzo al luogo di prestazione dell’attività lavorativa fuori sede tra il luogo della propria dimora, ove l’uso del veicolo privato non rappresenti una necessità, in assenza di soluzioni alternative, ma una libera scelta del lavoratore, tenuto conto che il mezzo di trasporto pubblico costituisce lo strumento normale per la mobilità delle persone e comporta il grado minimo di esposizione al rischio della strada (Cass. n. 6449/1998).

Non risultando sussistere il denunciato vizio e apparendo corretto l’iter argomentativo adottato dalla Corte d’appello a sostegno delle sue conclusioni, il ricorso, va rigettato.

Nulla deve disporsi per le spese del presente giudizio ai sensi dell’art. 42, comma 11, d.l. n. 269 del 30 settembre 2003, nella specie inapplicabile ratione temporis.


P.Q.M.

Rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Depositata in Cancelleria il 03.11.2011

lunedì 7 novembre 2011

MANSIONI SUPERIORI - DIRITTO ALLE DIFFERENZE RETRIBUTIVE




IL LAVORATORE HA DIRITTO ALLE DIFFERENZE RETRIBUTIVE PER MANSIONI SUPERIORI PUR IN ASSENZA DI UN DIRITTO ALLA PROMOZIONE.
Corte di Cassazione Sez. Lavoro - Sent. del 27.10.2011, n. 2243

Svolgimento del processo
Con sentenza n. 78/06 il Tribunale di Orvieto condannava il Ministero della Giustizia a pagare a D. le differenze retributive spettanti ex art. 52 del D. Lgs. n. 165/01 per l’espletamento di mansioni appartenenti a qualifica superiore perché, essendo direttore della Casa Circondariale di Orvieto, in quanto tale inquadrato nella IX qualifica funzionale (poi divenuta area C3), aveva proseguito nello svolgere dette funzioni anche dopo che l’istituto penitenziario era stato individuato, con D.M. 23.10.01 emesso ai sensi deIl’art. 3 d.lgs. n. 146/2000, come ufficio di livello dirigenziale non generale, struttura a capo della quale era prevista - appunto - la figura del dirigente.
La decisione era ribaltata dalla Corte d’Appello di Perugia con sentenza del 10.12.08, che rigettava la domanda del D. non potendosi considerare come qualifica immediatamente superiore quella dirigenziale, appartenente ad un ruolo e ad una carriera diversi, tale da individuare un differente status aggiungevano i giudici del gravame che il D. per effetto della nuova classificazione della Casa Circondariale di Orvieto, era rimasto al vertice della medesima struttura in attesa della nomina del dirigente, continuando ad operare con i poteri e le prerogative del funzionario dirigente di area C3, senza gli obblighi e i poteri propri della figura dirigenziale.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre il D. affidandosi a quattro motivi.
Resiste con controricorso il Ministero della Giustizia.
Motivi della decisione
1- Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 52 d.lgs. n. 165/01 (oltre che degli artt. 4 d.lgs. n. 146/2000, 36 Cost. e 21l26 c.c.) nella parte in cui l’impugnata sentenza ha ritenuto la norma inapplicabile nell’ipotesi di espletamento delle mansioni di dirigente da parte di un funzionario di area C 3 consideratane la diversità di ruolo, di carriera e di status di guisa che quella
dirigenziale non potrebbe considerarsi come qualifica superiore ai sensi e per gli effetti della disposizione citata.
Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 24 del vigente CCNL per il comparto Ministeri e degli artt. 1362 e ss. c.c., che stabilisce che sono altresì considerate mansioni superiori - per i dipendenti che rivestono l’ultima posizione economica dell’area di appartenenza - quelle corrispondenti alla posizione economica iniziale dell’area immediatamente superiore.
Con il terzo motivo si prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 20 d.P.R. n. 266/87, dell’art. 13 CCNL comparto Ministeri 1998-2001, degli artt. 1362 e ss. c.c. relativamente all’interpretazione dell’art. 13 e della nuova classificazione del personale attuata dal predetto CCNL, all. A, nonché dell’art. 4 d.lgs. n. 146/2000, nella parte in cui la gravata pronuncia non ha considerato che il diritto alle differenze retributive oggetto di lite trova titolo nelle espletate funzioni di reggenza dell’ufficio in attesa della destinazione del dirigente titolare, reggenza che nel caso del D. si era protratta per oltre 5 anni, vale a dire ben oltre una mera fase transitoria, fino a quando non era stato - poi - effettivamente nominato dirigente della struttura.
Con il quarto motivo ci si duole della contraddittorietà od illogicità della motivazione laddove la Corte territoriale ha escluso che il D. avesse svolto mansioni dirigenziali sol perché si era limitato a permanere a capo della struttura di cui era già direttore, nonostante che la stessa fosse stata ormai individuata come sede da ricoprire con incarico dirigenziale.
2- Il primo e il quarto motivo - da esaminarsi congiuntamente perché connessi ed esattamente oppositivi alle argomentazioni svolte dall’impugnata sentenza sono fondati.
Si premette che nel presente contenzioso è in discussione non già l’attribuzione della qualifica dirigenziale, bensì il mero diritto al pagamento delle differenze retributive per l’espletamento delle relative mansioni ad poera di un funzionario di area C 3.
Secondo l’impugnata sentenza, non essendo la figura del funzionario in alcun modo equiparabile a quella del dirigente, diversi essendone ruolo e carriere, resterebbe esclusa l’applicazione dell’art. 52 d.lgs. n. 165/2001.
L’affermazione collide, però, con l’insegnamento che questa S.C. ha già avuto modo di esprimere, da ultimo, con sentenza n. 8529 del 12.4.06 e che va qui ribadito, infatti, se è pur vero che il cit. art. 52 al Co. 1° stabilisce che “l‘esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell‘inquadramento del lavoratore o dell‘assegnazione di incarichi di direzione”, nondimeno il co. 5° dello stesso articolo disciplina l’ipotesi dell’assegnazione a mansioni proprie di “una qualfica superiore” (dunque, anche non immediatamente superiore: cfr. Cass. 25.10.2004 n. 20692; Cass. 48.04 n. 14944) al di fuori dei casi espressamente consentiti dal secondo comma; e mentre stabilisce, da un lato, la nullità di tale assegnazione, dall’altro riconosce - però - il diritto del lavoratore a percepire le differenze di trattamento economico rispetto alla qualifica superiore medesima.
Asserire che la specificità della carriera dirigenziale osterebbe all’applicazione del co. 5° del cit. art. 52 ne contraddice la ratio, che è proprio quella di assicurare in ogni caso al lavoratore, pur in assenza di un diritto alla promozione, la retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro prestato, conformemente al principio di cui all’art. 36 Cost. (cfr. giurisprudenza innanzi citata); inoltre, esporrebbe all’abnorme esito ermeneutico di una tutela retributiva inversamente proporzionale all’importanza e alla qualità delle mansioni svolte, nel senso che la garanzia retributiva si applicherebbe in caso di mansioni anche di poco più elevate perché appartenenti ad un livello contrattuale immediatamente superiore, ma non a quelle proprie di una carriera e di un ruolo di rilievo e responsabilità maggiori.
Né ha pregio obiettare - come sostenuto dal Ministero della Giustizia sulla scia della concorrente ratio decidendi, che risulta nella gravata pronuncia, che il D., grazie alla nuova classificazione della Casa Circondariale di Orvieto, era rimasto al vertice della stessa struttura in attesa della nomina del dirigente, continuando ad operare con prerogative e poteri pur sempre uguali di quando era a capo del medesimo istituto penitenziario come funzionario di area C 3.
L’argomento - in realtà - è ribaltabile: proprio il fatto che detto istituto penitenziario era stato individuato, con D.M. 23.10.01 emesso ai sensi dell’art. 3 d.lgs. n. 146/2000, come ufficio di livello dirigenziale non generale, struttura a capo della quale era previsto - appunto - un dirigente, dimostra che il prosieguo, da parte dell’odierno ricorrente, di quelle stesse mansioni in quella medesima Casa Circondariale non era più consono alle attribuzioni di un funzionario di area C 3.
Diversamente opinando, si perverrebbe - anche qui - all’assurda conclusione che il superiore trattamento retributivo sarebbe spettato solo al funzionario di area C 3 che, trasferito da altro istituto penitenziario, fosse stato destinato, nello stesso periodo oggetto della domanda per cui oggi è causa, a dirigere la Casa Circondariale di Orvieto (dopo il cit. D.M. 23.10.01) in luogo del D. e non anche a quest’ultimo, che - invece - era rimasto al suo posto.
In altre parole, malgrado l’assoluta identità di mansioni e di posizione, il discrimine sarebbe dato dalla mera provenienza (da altro istituto penitenziario) del funzionario.
3- Le considerazioni che precedono assorbono i restanti motivi di ricorso e ogni altra difesa fatta valere dalle parti.
4- In conclusione, il ricorso merita accoglimento.
Per l’effetto la Corte, cassata l’impugnata sentenza e decidendo nel merito, accoglie la domanda del D. nei termini di cui alla sentenza di primo grado anche per le spese. Compensa le spese del giudizio di appello e condanna il Ministero della Giustizia al pagamento di quelle del giudizio di
legittimità, liquidate come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte
accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito accoglie la domanda del D. nei termini di cui alla sentenza spese. Compensa le spese del giudizio d’appello e condanna il Ministero della Giustizia al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in € 30,00 per esborsi e in euro duemila/00er onorari oltre IVA e CPA.
Depositata in Cancelleria il 27.10.2011