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sabato 15 ottobre 2011

SPETTA IL RIMBORSO DELLE SPESE LEGALI A MILITARE IN SERVIZIO


RIMBORSO DELLE SPESE LEGALI - DINIEGO - REATO DI FALSO COMMESSO DURANTE L'ESPLETAMENTO DEL SERVIZIO - SPETTA
CGA Regione Sicilia, sez. giur. 2 maggio 2011, n. 347


FATTO E DIRITTO
    Il ricorrente, il 14 dicembre del 2000, veniva rinviato a giudizio per i seguenti reati:
    “… a) delitto p. e p. dall’art. 479 in relazione all’art. 476 comma II c.p. perché in qualità di Comandante della Stazione dei Carabinieri di Lentini formava un falso verbale di perquisizione domiciliare …;
    b) delitto p. e p. dall’art. 479 c.p. perché nella qualità di cui al precedente capo di imputazione, attestava falsamente nel registro delle attività della Stazione dei Carabinieri di Lentini di essersi trattenuto in servizio, la notte tra il 25 e il 26 Febbraio 2000 …”.
    Il rinvio a giudizio e le relative imputazioni si sono fondate sull’accusa di aver commesso - nella sua qualità di Comandante della Stazione dei Carabinieri di Lentini - delle falsità ideologiche nel redigere due verbali di servizio assumendo di aver compiuto una perquisizione che, secondo l’accusa, non avrebbe mai avuto luogo.
    Il Tribunale Penale di Siracusa - sezione staccata di Lentini - tuttavia, con la sentenza n° 81/02, assolveva il Maresciallo Restivo Vincenzo dai reati ascrittigli perché i fatti non sussistono.
    Avverso questa sentenza, la Procura della Repubblica di Siracusa proponeva appello.
    Successivamente, la Corte d’Appello di Catania, con la sentenza n° 939 del 15 aprile 2004, divenuta irrevocabile il 1° giugno 2004, dichiarava inammissibile l’appello proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa avverso la sentenza del Tribunale di Siracusa del 6.5.2002.
    Il ricorrente, nel 2004, presentava domanda di rimborso delle spese di patrocinio legale.
    Il Ministero della Difesa, con provvedimento in data 21 novembre 2007, rigettava la domanda di rimborso non ritenendo ravvisabile la connessione dei fatti per i quali il militare era stato sottoposto a procedimento penale con l’espletamento del servizio.
    Ritenendo il diniego illegittimo, il Maresciallo Restivo proponeva ricorso al T.A.R. Catania, al fine di ottenerne l’annullamento, deducendo le seguenti censure:
    1) violazione e falsa applicazione dell’art. 18 del d.l. 25 marzo 1997 n° 67, eccesso di potere per travisamento dei fatti, difetto dei presupposti e illogicità manifesta.
    2) eccesso di potere per sviamento, irrazionalità ed illogicità manifesta.
    L’Avvocatura distrettuale dello Stato, costituita in giudizio, chiedeva il rigetto del ricorso sul rilievo che non si ravviserebbe alcuna connessione della vicenda penale in esame con l’espletamento del servizio e l’assolvimento dei compiti d’ufficio del mar. cc. Restivo.
    Con sentenza n. 955/2009, il T.A.R. adito rigettava il ricorso.
    Avverso detta sentenza è insorto il Restivo ribadendo le superiori censure mosse col ricorso introduttivo del giudizio di primo grado.
    Ha, quindi, conclusivamente chiesto l’accoglimento dell’appel-lo, con vittoria di spese e compensi.
    Ha replicato la Difesa erariale, per il Ministero appellato, per sostenere la correttezza della sentenza impugnata.
    Afferma l’Avvocatura che, fermo restando il proscioglimento in sede penale, si è ritenuto che la condotta posta in essere dal Restivo non fosse riferibile alla tutela di interessi propri dell’Amministrazione di appartenenza, quanto piuttosto a fini personali spiegabili alla luce della situazione di contrasto insorto, nello specifico, con il proprio superiore gerarchico, poi sfociato in un giudizio civile per risarcimento danni.
    Sarebbero, pertanto, assenti i presupposti applicativi dell’art. 18 D.L. 67/97, convertito in L. n. 135/1997, perché si possa riconoscere all’odierno ricorrente la spettanza al chiesto beneficio.
    Ha chiesto, pertanto, la reiezione dell’appello, perché manifestamente infondato, con le consequenziali statuizioni sulle spese.
    Con memoria di replica, il Restivo ha ribadito le difese e le conclusioni di cui all’appello in epigrafe.
    Alla pubblica udienza del 15 dicembre 2010, la causa è stata trattenuta in decisione.
    2) L’appello è fondato e, pertanto, va accolto.
    L’art. 18 del D.L. n. 67/97, sopra richiamato, richiede, ai fini del rimborso delle spese legali in argomento, che il giudizio cui venga sottoposto il dipendente sia conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio e che si sia concluso con un provvedimento che ne escluda la responsabilità.
    Nel caso di specie, il Restivo è stato assolto, con sentenza definitiva, dai reati ascrittigli perché i fatti non sussistono.
    Al riguardo, non può rilevare la ricostruzione della vicenda all’origine del processo penale fatta dalla Difesa erariale per evidenziare la peculiarità del ruolo rivestito nella stessa dal Restivo. Le osservazioni dell’Avvocatura, infatti, portano inevitabilmente a sindacare il merito della vicenda che, invece, è stato definitivamente deciso dal giudice penale a favore del Restivo con formula pienamente assolutoria.
    Per quel che concerne la seconda condizione richiesta dalla norma, ai fini che qui interessano, l’Avvocatura ha affermato che, fermo restando il proscioglimento in sede penale del Restivo, 
    “… si è ritenuto che la condotta concretamente posta in essere dal suddetto dipendente non fosse riferibile alla tutela di interessi propri dell’Amministrazione di appartenenza, quanto piuttosto a fini personali spiegabili alla luce della situazione di contrasto insorto nello specifico con il proprio superiore gerarchico, poi sfociato in un giudizio civile per risarcimento danni …”.
    Orbene, rilevato che la sentenza appellata ha individuato il conflitto di interessi nella mancata identificazione e immedesimazione organica tra il dipendente e la P.A., il quesito cui va data risposta è se gli atti, in relazione ai quali è sorto il giudizio penale, siano stati compiuti o meno dal Restivo nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali.
    La risposta non può che essere positiva.
    Il Restivo, infatti, è stato rinviato a giudizio per il reato previsto e punito dall’art. 479 c.p. in relazione all’art. 476, comma II, c.p. perché, in qualità di Comandante della Stazione dei Carabinieri di Lentini, formava un falso verbale di perquisizione domiciliare e per il reato di cui al predetto art. 479 c.p. perché attestava falsamente nel registro delle attività della Stazione dei Carabinieri di Lentini di essersi trattenuto in servizio la notte tra il 25 ed il 26 febbraio 2000.
    Si tratta, a ben vedere, di reati tipici che possono essere compiuti soltanto nello svolgimento dei compiti istituzionali. Ed infatti al Restivo è stato contestato di aver posto in essere, nell’ambito dell’attività di servizio svolta quale Comandante della Stazione dei Carabinieri di Lentini, comportamenti diversi da quelli poi fatti risultare in atti pubblici, il ché è stato poi smentito dal giudice penale.
    Infine, non può assumere alcun rilievo, ai fini che qui interessano, il fatto che il Restivo possa essersi determinato ad eseguire la perquisizione domiciliare al fine di non incorrere in eventuali sanzioni disciplinari, come sostenuto nella sentenza appellata.
    Infatti, in disparte ogni considerazione sul fatto che la sussistenza di tale timore non è provata, ma semplicemente ipotizzata, non può negarsi che il Restivo abbia compiuto l’atto di p.g. richiesto dal suo superiore agendo nell'interesse della P.A..
    Conclusivamente, l’appello risulta fondato e, pertanto, va accolto.
    Ritiene il Collegio che ogni altro motivo od eccezione di rito e di merito possa essere assorbito in quanto ininfluente ed irrilevante ai fini della presente sentenza.
    Sussistono giusti motivi per compensare integralmente le spese del doppio grado di giudizio.
    P. Q. M.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l’appello in epigrafe.
Spese del doppio grado compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

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