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lunedì 31 ottobre 2011

PUOI ESSERE MILITARE MA NON CARABINIERE - IL FAMIGERATO ART.11


N. 05541/2011 REG.PROV.COLL.
N. 01257/2011 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1257 del 2011, proposto da***
contro***
per la riforma

della sentenza breve del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE I BIS n. 00582/2011, resa tra le parti, INIDONEITA' AL CONCORSO PER IL RECLUTAMENTO DI N. 1552 CARABINIERI EFFETTIVI IN FERMA QUADRIENNALE RISERVATI AI VFP1 DELLE FORZE ARMATE
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa e di Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri - Centro Nazionale di Selezione e Reclutamento;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 luglio 2011 il Cons. Andrea Migliozzi e uditi per le parti gli avvocati Fabrizio Paoletti e Melania Nicoli (Avv. St.);
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

Il sig. Lombardo Salvatore, avendo prestato servizio quale volontario in ferma breve, partecipava al concorso per il reclutamento di n.1552 posti di Carabiniere in ferma effettiva quadriennale riservato ai volontari delle FF.AA. di cui al relativo bando emanato dal
Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri.
Con nota del 16 luglio 2010 il Comando Generale dell’Arma comunicava al predetto l’esclusione dal concorso per mancanza del “profilo attitudinale richiesto per prestare servizio quale carabiniere effettivo” e tanto a seguito di giudizio di non idoneità emesso all’esito degli accertamenti attitudinali previsti dall’art. 11 del bando.
L’interessato impugnava il provvedimento di esclusione innanzi al Tar per il Lazio, che con sentenza n.582/2011, resa in forma semplificata, respingeva il ricorso, giudicandolo infondato.
Avverso tale decisum, ritenuto errato ed ingiusto, è insorto il sig. Lombardo , deducendo a sostegno del proposto gravame i seguenti motivi :
Violazione e falsa applicazione dell’art.11 del bando di concorso. Violazione e falsa applicazione della determinazione n.201/6-25-1995 del 22/5/1999 del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Eccesso di potere per travisamento dei fatti; Carenza di istruttoria e di motivazione; Arbitrio e difetto di presupposto; Eccesso di potere per contraddittorietà tra atti della stessa amministrazione;
Violazione e falsa applicazione dell’art.97 della Costituzione. Violazione del principio dell’affidamento;
Erroneità della sentenza appellata laddove l’appellante è stato condannato al pagamento delle spese di lite.
In sede di gravame è stata altresì formulata la richiesta affinché questo giudice, nell’ambito dei poteri istruttori ad esso riconosciuti anche dal codice del processo amministrativo, voglia disporre una verificazione o, se del caso, una consulenza tecnica.
Si è costituita in giudizio per resistere l’intimata Amministrazione militare.
Tanto premesso, il gravame è infondato e come tale va respinto.

Con i due motivi d’impugnazione che per ragioni di logica connessione tra essi esistenti vanno congiuntamente esaminati, parte appellante articola le sue censure sulla base due ordini di argomentazioni che possono così riassumersi:
a) il giudizio negativo reso dall’Arma si pone in aperto contrasto con le valutazioni di segno positivo (eccellenti) riportate dall’appellante nello svolgimento del precedente servizio di VFP, potendo il Lombardo altresì vantare la partecipazione a missioni professionali all’estero;
b ) la giudicata non idoneità è sconfessata dalle risultanze di segno opposte della vista medico- specialistica, sia pure di parte, cui l’interessato si è sottoposto; ed in ogni caso il giudizio negativamente reso dalla Commissione non è supportato da una idonea istruttoria, oltre a rivelarsi immotivato.
Orbene, i rilievi e le osservazioni formulate dal’appellante non convincono, essendo privi degli elementi di fondatezza tali da poter scalfire le conclusioni tecniche di tipo negativo cui è pervenuta l’Amministrazione in sede di valutazione della sussistenza o meno in capo al candidato del profilo attitudinale proprio dello status del carabiniere.  Secondo un consolidato orientamento di questo Consiglio di Stato (cfr. Sez. IV 22 febbraio 2004 n.719; 22 marzo 2005 n.1167; Sez.VI 11 settembre 2006 n.5252 ) l’accertamento dei requisiti psico-attitudinali ai fini del reclutamento nell’Arma dei Carabinieri costituisce tipica manifestazione di discrezionalità tecnica (che attiene al merito dell’azione amministrativa ), con la conseguenza che esso sfugge al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non sia inficiato da un macroscopico travisamento dei fatti o da evidente illogicità o incongruenza delle conclusioni, nella specie non rinvenibili.
Secondo poi un altro orientamento giurisprudenziale, pienamente condiviso dalla Sezione, la valutazione effettuata dall’Amministrazione attraverso l’apposita Commissione medica prevista dal bando di concorso non è suscettibile di essere contraddetta da certificazioni di parte (vedi decisione n.719/2004 già citata).        Di questi principi risulta aver fatto buon governo il giudice di primo grado con la sentenza qui impugnata; e comunque in applicazione delle regole giurisprudenziali sopra esposte appare essere stato gestito il procedimento amministrativo culminato con il provvedimento di esclusione oggetto di controversia.   In particolare, non può condividersi la censura di contraddittorietà tra atti dell’Amministrazione, su cui insiste parte appellante in relazione al fatto che il Lombardo ha riportato qualificazioni eccellenti in ordine al pregresso servizio di VFP; e ciò per le seguenti ragioni.   In primo luogo, diversi sono gli status in rilievo (quello di carabiniere e quello di militare volontario dell’Esercito, così come diverse le finalità istituzionali e i compiti richiesti a ciascuna delle figure militari suindicate), lì dove è abbastanza intuibile che per la qualifica di carabiniere si richiede indubbiamente un quid pluris o comunque una specificità che certamente non attiene al ruolo svolto dal volontario di ferma nell’Esercito e tale “diversità” impone di per sé un criterio rigoroso di valutazione della sussistenza dei requisiti psico-attitudinali.
Vale poi osservare come l’accertamento dell’idoneità psico-attitudinale dei candidati all’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri è caratterizzato dal fatto di essere riferito ad un determinato momento che assume un caratteristico rilievo esclusivo, nel senso della sua sostanziale irripetibilità anche al fine di non violare il principio della par condicio (cfr. Cons Stato Sez. IV 7 giugno 2005 n.2936), con la conseguenza che la circostanza per cui il profilo psico-attitudinale possa differire in altri momenti o in altra sede non è indicativa del sintomo di eccesso di potere per contraddittorietà e/o irragionevolezza del giudizio reso (vedi Sez. VI n.5252/2006 già citata).
Quantoappena precisato vale a far escludere rilevanza decisiva alle risultanze di un accertamento privato eseguito a cura dell’appellante che pure si intendono far valere, dovendosi invero fare riferimento, nei casi come quello all’esame, esclusivamente alla Commissione di concorso quale unico organo abilitato a compiere gli accertamenti per cui è causa.
Ciò sta altresì a significare che non vi sono margini per poter aderire alla richiesta istruttoria formulata dalla difesa di parte appellante, dal momento che, in assenza di vizi di logicità e/o incongruenza delle operazioni selettive di tipo medico- legale poste in essere, ogni altro accertamento costituirebbe un’inutile spendita di attività procedurale.
Neppure sono condivisibili le censure di difetto di motivazione e di istruttoria formulate nei confronti della determinazione di esclusione dal concorso assunta dall’Amministrazione all’esito degli accertamenti in discussione.
Invero, dall’esame della documentazione prodotta in causa si evince agevolmente come il giudizio di non idoneità contiene gli elementi che lo hanno determinato, risultando scaturito da circostanze e modalità di accertamento di vario genere cui il candidato è stato sottoposto, come prescritte dalle norme tecniche emanate dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri e al cui esito negativo è collegata la valutazione stessa di inidoneità attitudinale, non senza qui richiamare l’orientamento giurisprudenziale pure applicabile, secondo cui i provvedimenti accertativi della mancanza di un requisito appartengono alla categoria degli atti vincolati sia nell’an che nel quid e come tali non richiedono una particolare motivazione al di là della indicazione del requisito ritenuto mancante (cfr. questa Sezione 22 marzo 2005 n.1167; idem 22 febbraio 2004 n.719).
Parte appellante infine chiede la riforma anche della statuizione relativa all’avvenuta condanna alle spese del giudizio di primo grado, ritenuta ingiusta.
Orbene, la regolamentazione delle spese rientra nella competenza esclusiva del giudice di primo grado in ordine alle quali questo giudice di appello di regola non può interferire; e comunque esse sono state attribuite alla parte ricorrente quale conseguenza dell’avvenuta soccombenza, secondo una generale regola del processo.
Per le suesposte considerazioni, il gravame non appare meritevole di accoglimento e la sentenza impugnata merita integrale conferma.  Sussistono, peraltro, giusti motivi per compensare tra le parti le spese e competenze del presente grado del giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta. Compensa tra le parti le spese e competenze del presente grado del giudizio Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 luglio 2011

domenica 30 ottobre 2011

VERTICI MILITARI - FURBETTI DI QUARTIERE - DIFFAMAZIONE


Corte di Cassazione Sez. Prima Pen. - Sent. del 14.10.2011, n. 37046
Rileva in fatto
1.- Con sentenza 5 maggio 2010 la Corte Militare di Appello, in parziale riforma della sentenza 19 novembre 2009 del Tribunale Militare di Roma, confermava la penale responsabilità del Maresciallo Capo dell’Esercito S. A. in relazione al reato di diffamazione pluriaggravata in concorso formale di cui agli articoli 81 comma 1 c.p., 227, commi 1 e 2, 47 n. 2 del codice penale militare di pace, commessi il 27 maggio 2006, riduceva la pena irrogata, previo riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate, a mesi quattro di reclusione militare, confermando nel resto la decisione.
I fatti giudicati dalla Corte Militare di appello riguardano il contenuto di una nota inviata via mail al sito web ”www.sottufficiali.info” dall’imputato dal suo indirizzo di posta elettronica; la comunicazione recante il titolo ” Chi non vuole la rappresentanza militare in Sardegna lo dica apertamente” conteneva delle affermazioni ritenute non veritiere, diffamatorie ed offensive nei confronti del Comandante, dell’Ufficiale addetto alla programmazione economica e finanziaria e dell’Ufficiale Coordinatore del Comando Militare Autonomo della Sardegna.
La Corte Militare di appello riteneva non sussistente la scriminante di cui all’art. 51 c.p., neppure sotto l’aspetto putativo, né che i fatti fossero conseguenti ad errore scusabile essendo l’imputato un sottufficiale anziano ed altresì esperto perché designato a carica sindacale all’interno del consorzio militare il quale, dunque, ben doveva essere consapevole della necessità di esercitare il diritto di critica entro i confini del lecito.
Affermava, quindi, che le espressioni usate non erano genericamente dirette alla gestione amministrativa dell’Ente, quanto piuttosto ai singoli ufficiali titolari dei rispettivi incarichi, posto che la gestione non è una entità a sé stante ma composta dai funzionari ad essa addetti e di essa responsabili, pertanto le critiche e le diffamazioni ad essa rivolte si sostanziano in critiche e diffamazioni a chi la conduce. La mancanza di rispetto, di tatto e di ragionevolezza, non solo nei confronti dei superiori ma anche dell’istituzione, contenuta nelle espressioni e nel mezzo di diffusione usato per le stesse, esorbita dal diritto di manifestazione del pensiero riconosciuto a tutti i cittadini e anche a chi, come l’imputato, ricopra carica sindacale perché componente del COBAR.
2.- Ha proposto ricorso per Cassazione il difensore di S. A., avvocato A. L., adducendo i seguenti motivi:
A) Inosservanza o erronea applicazione della legge, ex art. 606, comma 1 lett.b) c.p.p. in relazione all’art. 51 c.p. e difetto di motivazione .
Lamenta il ricorrente che l’esclusione della scriminante dell’esercizio del diritto di critica sia motivata in sentenza con argomenti inconsistenti quali la conoscenza che egli doveva avere dei limiti al diritto di critica a fronte della gerarchia militare senza però specificare in cosa si sia sostanziato il superamento dei detti limiti e perché sia stata ravvisata incontinenza e non veridicità nei fatti raccontati. Nessun riferimento alla fattispecie concreta è operato dai giudici che si limitano ad un ragionamento teorico avulso dai termini della vicenda senza peraltro spiegare perché l’esercizio del diritto di critica dovrebbe essere di minore portata per chi, come l’imputato, è un sindacalista.
B) Mancanza o manifesta illogicità della motivazione, ex art. 606, comma 1 lett. ).c.p.p.  La sentenza impugnata non da conto dell’omessa analisi delle espressioni usate nella loro interezza logica ed all’interno del contesto letterale ed argomentativo nel quale erano inserite, nonostante il punto fosse stato oggetto di specifica doglianza nei motivi di appello per confutare che singoli termini, estrapolati e valutati al di fuori del contesto del discorso, potessero avere il contenuto diffamatorio ad essi attribuito.
C) Erronea applicazione della legge penale ex art. 606, comma 1 lett. b), c.p.p. in relazione all’art 596, comma 3, c.p. Carenza e contraddittorietà della motivazione.
La sentenza ritiene non applicabile la scriminante di cui all’art. 596, comma 3. c.p. limitandosi ad affermare ” per quanto concerne gli episodi M. e R., per evidente difetto di titolo di pubblici ufficiali e per quanto concerne D. M., per non provata verità dei fatto ciò con evidente vizio di motivazione. Nei motivi di appello, infatti, si era evidenziata la contraddizione dei giudici di primo grado i quali dopo aver ritenuto integrato il reato di diffamazione nei confronti del M. e del R. perché l’imputato aveva dato ad intendere il difetto del pieno merito degli stessi a percepire l’indennità correlata alla dirigenza, con ciò annoverandoli nella categoria dei dirigenti ma contraddittoriamente negando che essi rivestissero la qualifica di pubblico ufficiale. In relazione, poi, al Colonnello R. si era evidenziato nei motivi di appello che l’incarico ricoperto all’epoca dei fatti di Comandante del Comando Militare Autonomo della Sardegna ne faceva non solo un pubblico ufficiale, ma anche un ufficiale di polizia giudiziaria, e che entrambi, sia il M. che il R. dovevano essere considerati pubblici ufficiali a mente del disposto dell’art. 357 c.p.
Quanto alla eccezione di verità sostenuta dalla difesa i giudici di appello, con motivazione carente ed erronea, in contrasto con le risultanze del dibattimento, si limitano a sostenere che il fatto posto dalla difesa a sostegno dell’eccezione non è rimasto provato senza nessun riferimento agli atti specifici richiamati a conforto: a) il foglio di viaggio che risulta emesso il 19 maggio 2006 e consegnato il 30 maggio successivo; b) le dichiarazioni del teste I. all’udienza del 7 luglio 2009; c) le dichiarazioni del Generale D. M. alla stessa udienza del 7 luglio 2009.
D) Erronea applicazione dell’esimente del diritto di critica , ex art. 51 c.p. e dell’erronea supposizione della sussistente dell’esimente medesima ex art. 59 c. p.
La sentenza impugnata non esamina la contraddittorietà dell’argomentazione dei giudici di primo grado, rilevata nei motivi di appello, che da un lato affermavano il pieno diritto dell’ imputato di ottenere il foglio di viaggio e l’anticipo delle relative indennità di missione ma contemporaneamente negavano che potesse riconoscersi minimamente al medesimo alcuna facoltà di stigmatizzare la condotta dilatoria degli uffici competenti. I giudici di appello hanno argomentato in proposito solo richiamando l’incontinenza delle espressioni usate dall’imputato senza compiere alcuna valutazione delle critiche di inadeguatezza dell’operato degli uffici preposti e sulla verità dei fatti affermati. Era invece corretto esercizio del diritto di critica evidenziare e chiedersi a chi competevano le responsabilità di una situazione che, di fatto, limitava all’imputato l’esercizio di un diritto ed il mandato di rappresentanza sindacale che egli in quel momento esercitava. Tanto più che, sotto il profilo putativo, egli poteva ritenere di essere titolare, in quanto investito di un mandato di rappresentanza sindacale, del diritto di critica e di una posizione di garanzia a tutela di tutti gli iscritti.
3.- Il Procuratore Generale militare presso questa Corte, dott. A. I. ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza.
Osserva in diritto
Il ricorso è infondato.
1.- Osserva preliminarmente il Collegio come ai fini della integrazione del delitto di diffamazione militare, previsto e punito dall’art. 227 c.p.m.p. la legge non richiede che la condotta delittuosa, descritta nella norma incriminatrice, si caratterizzi ulteriormente per specifici profili di connessione o collegamento con particolari e concreti atti, situazioni o contesti di servizio e disciplina militari. Il delitto che presenta identità strutturale, quanto alla oggettiva condotta sanzionata, rispetto alla corrispondente fattispecie dell’art. 595 c.p., si distingue per il duplice requisito della necessaria concorrenza della qualità militare di entrambi i soggetti, attivo e passivo, del reato.
La ricorrenza del suddetto elemento soggettivo incide, peraltro, sull’oggetto giuridico del reato, individuato, oltre che nella lesione della reputazione della vittima, nel concorrente interesse “alla coesione delle Forze armate” (Cass., Sez. l, sent. 5 .5.2008, n. 21863, Poggiali, Rv. n. 240420).
Si tratta di ratio comune ad altri reati militari che presentano identità strutturale del modello di condotta con fattispecie del codice penale, quali i delitti di percosse, ai sensi dell’art. 222 c..p.m.p. o di lesione personale ai sensi dell’art. 223 c.p.m.p. (Cass., Sez. 1, sent. 21.1.1994, n. 2792, Rv. n. 97905). E in tal senso depone, altresì, l’affermazione ricorrente nella giurisprudenza della Corte costituzionale, secondo la quale nei reati militari “è sempre insita una offesa alla disciplina e al servizio” (sentenze n. 42/1975, n. 410/2000, n. 273/2009).
2.- Data la premessa è conseguente la considerazione che l’esimente del diritto di critica, che il ricorrente assume ritenuta insussistente in violazione di legge e con motivazione carente dai giudici dell’appello, debba essere valutata in relazione alla duplicità dei beni giuridici tutelati dalla norma, nel senso che i limiti della ragionevolezza e della continenza, superati i quali il legittimo diritto di critica diviene diffamazione, vanno rapportati alla posizione rivestita nell’ambito della gerarchia e dell’organizzazione militare dai soggetti coinvolti.
Invero espressioni quali quelle che definiscono il Comandante, l’Ufficiale addetto alla programmazione economica e finanziaria e l’Ufficiale coordinatore del Comando Militare autonomo della Sardegna come soggetti che “non hanno il coraggio delle proprie azioni”, che “si nascondono dietro alle solite, ignobili vigliacche ed offensive giustificazioni dei problemi di bilancio” ecc…., sino a giungere a definirli ” furbetti del quartierino”, obiettivamente eccedono il legittimo diritto di critica per trasmodare in vere e proprie offese alla persona ed al corpo militare nel quale le persone stesse sono inserite ed esercitano la loro funzione.
3.- La gravità offensiva delle espressioni, o perlomeno di talune delle espressioni adoperate, è di tale portata, in considerazione anche del mezzo di diffusione adoperato, che esse rilevano a prescindere dal complessivo discorso nel quale sono state declinate, né il loro inserimento in contesto discorsivo articolato ne diminuisce la portata in termini di offensività.
In tale ottica è pertanto infondato il vizio di motivazione dedotto nel secondo motivo di ricorso.
4.- Quanto al terzo motivo di ricorso la assunta veridicità di talune delle vicende sottostanti al comunicato diffuso via “internet”, di per sé stessa non vale a consentire nel caso di specie la non punibilità ai sensi dell’art. 596 c.p., posto che le espressioni usate ben si spingono oltre l’attribuzione di fatti specifici per trasmodare, come sopra evidenziato, in vere e proprie offese gratuite e generiche, quali l’espressione “furbetti del quartierino” sicuramente non attributive di un fatto determinato e non suscettibili di esclusione del carattere e della portata diffamatoria attraverso prova liberatoria.
5. Ugualmente infondato è l’ultimo motivo di ricorso, in parte per le ragioni già evidenziate sub 2., e poi perché il diritto ad ottenere in tempi ragionevolmente utili il foglio di viaggio e l’anticipo delle relative indennità di missione, non costituisce ragione per esercitare il diritto di critica attraverso l’uso di modalità espressive che ne eccedono i limiti di ragionevolezza e continenza, tanto da risultare obiettivamente lesivi dell’onore e del decoro delle persone e in pari tempo dell’istituzione ove le stesse svolgono le loro funzioni Né il fatto di ricoprire un incarico sindacale in ambito militare può legittimamente fare presumere al titolare che la dialettica dei rapporti con le controparti possa essere articolata attraverso un lessico obiettivamente offensivo e lesivo dell’altrui reputazione, che poco ha a che vedere con l’esercizio del mandato sindacale.
Conclusivamente per le ragioni sovraesposte il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
PQM
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Depositata in Cancelleria il 14.10.2011





venerdì 28 ottobre 2011

LAVORO - LEI DICE SOLO STRONZATE - REATO DI INGIURIE





Cassazione Penale, Sez. 5, 17 ottobre 2011, n. 37380

SENTENZA
 sul ricorso proposto dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Caltanissetta avverso la sentenza di quest'ultima Corte in data 3.2.2011 nei confronti di
 **, nato a Regalbuto il***
 visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
 udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Enrico Delehaye, che ha concluso per l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata;
uditi i difensori della parte civile Avv. *** che ha concluso per l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata, e dell'imputato Avv. *** che ha concluso per il rigetto del ricorso;
 Fatto 
Con la sentenza impugnata, in riforma della sentenza del Tribunale di Enna in data 21.6.2007, *** veniva assolto per insussistenza del fatto dall'imputazione del reato di cui all'art. 594 cod. pen., contestato come commesso l'11.6.2002 nel corso di una riunione del consiglio di istituto della scuola professionale di *** della quale l'imputato era preside, rivolgendo al docente S. la frase «lei dice solo stronzate». Le conclusione assolutoria era assunta osservando che l'avverbio «solo» anteposto alla parola volgare non compariva nel verbale nella riunione e dello stesso racconto della persona offesa, e che di conseguenza la frase ne risultava indirizzata non al modo di essere di quest'ultima ma a quanto la stessa aveva argomentato nella specifica circostanza. Il ricorrente deduce violazione di legge e contraddittorietà o illogicità della motivazione osservando che il termine “stronzate”, pur se privo dell'avverbio peraltro non escluso dallo stesso imputato, mantiene un significato offensivo soprattutto in quanto pronunciato in un consesso di educatori, e in quanto rivolto in presenza dei colleghi si riverbera necessariamente sul pensiero e quindi sul modo di essere della parte offesa, rivelando l'intenzione di umiliarla. 
Diritto
  Il ricorso è fondato.
Pur non considerando l'avverbio la cui formulazione veniva ritenuta non provata dalla Corte territoriale, non è invero possibile valutare la portata offensiva del termine oggetto dell'imputazione, sotto il profilo della sua incidenza sulla persona del soggetto passivo piuttosto che sulla sola validità dell'opinione dallo stesso manifestata, in una prospettiva avulsa dal contesto nel quale l'espressione è pronunciata.
Dei beni che costituiscono l'oggetto giuridico del reato in discussione, l'onore attiene alle qualità che concorrono a determinare il valore di un individuo, mentre il decoro concerne il rispetto o il riguardo di cui ciascun essere umano è comunque degno (Sez. 5, n. 34599 del 4.7.2008, imp, Camozzi, Rv.241346); il giudizio sulla lesione effettiva di detti beni non può pertanto prescindere dal considerare se, rispetto all'ambiente nel quale una determinata espressione è proferita, la stessa si limiti alla pur aspra critica di un'opinione non condivisa ovvero trasmodi nello squalificare la persona appena indicati. Nel caso in esame, la collocazione dell'episodio in una riunione di docenti di un istituto scolastico, lo svolgimento dello stesso in presenza di colleghi quotidianamente impegnati in un'attività professionale comune a quella del soggetto passivo e la provenienza dell'espressione contestata da un immediato superiore di quest'ultimo sono elementi sicuramente rilevanti nel definire l'incidenza lesiva della condotta, e la cui portata doveva pertanto essere esaminata ai fini di un compiuto giudizio sull'esistenza o meno di un pregiudizio per l'onore e il decoro della parte offesa nel proprio ambiente lavorativo ed umano. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d'Appello di Caltanissetta per un nuovo esame che tenga conto degli aspetti motivazionali appena indicati.
P. Q. M. 
Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte d'Appello di Caltanissetta.
Così deciso in Roma il 13.7.2011
Depositata in Cancelleria addì 17 ottobre 2011

lunedì 24 ottobre 2011

NON SI PUO' ESSERE PARLAMENTARE E SINDACO NELLO STESSO TEMPO


SENTENZA N. 277
ANNO 2011

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Alfio FINOCCHIARO, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA,

ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari); della legge della Regione siciliana 24 giugno 1986, n. 31 (Norme per l’applicazione nella Regione siciliana della legge 27 dicembre 1985, n. 816, concernente aspettative, permessi e indennità degli amministratori locali. Determinazione delle misure dei compensi per i componenti delle commissioni provinciali di controllo. Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità per i consiglieri comunali, provinciali e di quartiere); della legge della Regione siciliana 26 agosto 1992, n. 7 (Norme per l’elezione con suffragio popolare del Sindaco. Nuove norme per l’elezione dei consigli comunali, per la composizione degli organi collegiali dei comuni, per il funzionamento degli organi provinciali e comunali e per l’introduzione della preferenza unica) e della legge della Regione siciliana 15 settembre 1997, n. 35 (Nuove norme per la elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia, del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale), promosso dal Tribunale civile di Catania nel procedimento vertente tra Salvatore Battaglia e Raffaele Stancanelli ed altri, con ordinanza del 10 dicembre 2010, iscritta al n. 46 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 12, prima serie speciale, dell’anno 2011.
Visti l’atto di costituzione di Salvatore Battaglia nonché gli atti di intervento della Regione siciliana e del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 20 settembre 2011 il Giudice relatore Paolo Grossi;
uditi gli avvocati Antonio Catalioto per Salvatore Battaglia, Paolo Chiapparrone per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato Maurizio Borgo per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto
1. – Nel corso di un giudizio – promosso da un cittadino elettore nei confronti (tra l’altro) del sindaco del Comune di Catania, per accertare in capo al convenuto la sussistenza della causa di incompatibilità tra tale carica e quella di senatore della Repubblica Italiana, e conseguentemente dichiararne la decadenza dalla prima in mancanza di esercizio del diritto di opzione – il Tribunale civile di Catania, con ordinanza emessa il 10 dicembre 2010, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 51, 67 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale: a) degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari), nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, in presenza delle condizioni di cui all’art. 7, primo comma, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), in combinato disposto con l’art. 5 del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), che estende la disciplina delle ineleggibilità per la Camera dei deputati alle elezioni per il Senato della Repubblica; b) della legge Regione siciliana 24 giugno 1986, n. 31 (Norme per l’applicazione nella Regione siciliana della legge 27 dicembre 1985, n. 816, concernente aspettative, permessi e indennità degli amministratori locali. Determinazione delle misure dei compensi per i componenti delle commissioni provinciali di controllo. Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità per i consiglieri comunali, provinciali e di quartiere), della legge Regione siciliana 26 agosto 1992, n. 7 (Norme per l’elezione con suffragio popolare del Sindaco. Nuove norme per l’elezione dei consigli comunali, per la composizione degli organi collegiali dei comuni, per il funzionamento degli organi provinciali e comunali e per l’introduzione della preferenza unica), e della legge Regione siciliana 15 settembre 1997, n. 35 (Nuove norme per la elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia, del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale), nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare nazionale e di sindaco di Comune con popolazione superiore ai ventimila abitanti e viceversa.
Il rimettente premette, in fatto, che il resistente (eletto sindaco del Comune di Catania, che ha una popolazione superiore ai 20.000 abitanti, nelle elezioni amministrative del 15 e 16 giugno 2008, successivamente quindi alla elezione del medesimo alla carica di senatore della Repubblica Italiana, all’esito delle elezioni politiche tenutesi in data 13 e 14 aprile 2008) ricopre entrambe le cariche senza avere esercitato l’opzione, in quanto la Giunta elettorale per il Senato nella seduta del 3 novembre 2009 ha dichiarato valida l’elezione di tutti i senatori eletti in Sicilia ed il Comitato per l’esame delle cariche rivestite dai senatori ha proposto all’assemblea di dichiarare compatibile con il mandato parlamentare la carica di sindaco del Comune di Catania. Dopodiché egli dà atto della infondatezza delle eccezioni di difetto di giurisdizione del giudice ordinario a conoscere dell’azione popolare proposta dal ricorrente (che non verte in materia coperta dalla riserva di autodichia di cui all’art. 66 Cost., giacché la qualità di deputato o senatore del soggetto che cumula le due cariche resta del tutto intangibile ed estranea alla specifica pronunzia invocata e viene in rilievo unicamente alla stregua di un presupposto esterno di applicazione della normativa in materia di incompatibilità dell’amministratore dell’ente locale, ferme ed impregiudicate restando tutte le prerogative costituzionali e sovrane del Parlamento garantite dalla Costituzione) e di improcedibilità del ricorso per tardività rispetto al termine previsto dall’art. 82 del decreto del Presidente della Repubblica 16 maggio 1960, n. 570 (Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali), in quanto l’azione elettorale si colloca su un piano di assoluta autonomia rispetto alla delibera consiliare di convalida dell’elezione.
Il giudice a quo deduce, quindi, la rilevanza della questione sull’assunto che – sebbene la competenza normativa della Regione siciliana, in materia di cause di ineleggibilità e incompatibilità, costituisca espressione di una potestà normativa primaria, ai sensi degli artt. 14 e 15 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto delle Regione siciliana), convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, non potendo trovare applicazione la normativa statale relativa alle Regioni a statuto ordinario di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), né quella dettata con riferimento sempre alle Regioni a statuto ordinario dalla legge 2 luglio 2004, n. 165 (Disposizioni di attuazione dell’articolo 122, primo comma, della Costituzione) – tuttavia, nel caso di incompatibilità tra le predette cariche degli enti locali e la carica di parlamentare nazionale, la legislazione regionale siciliana non può operare, perché sussiste una riserva di legge statale, che l’art. 65 Cost. contempla espressamente al fine di assicurare una disciplina omogenea che rispetti e tuteli sia il principio di eguaglianza dei cittadini in tema di diritti politici che quello di unità dello Stato. Ne deriva quindi, secondo il rimettente, che le norme applicabili per la definizione della controversia in esame sono, anche nella Regione siciliana, in primo luogo quelle contenute nella legge statale censurata (che, come detto, prevede espressamente che non sono eleggibili alla carica di parlamentare nazionale i presidenti delle Province ed i sindaci dei Comuni con popolazione superiore ai ventimila abitanti, senza disciplinare l’ipotesi inversa di sopravvenienza della carica di sindaco rispetto a quella di membro del Parlamento) e poi quelle regionali, stante la doverosa e necessitata uniformità della previsione tassativa della cause di ineleggibilità ed incompatibilità in materia elettorale su tutto il territorio nazionale, che non consente alcuna discrezionalità in capo al legislatore regionale.
Preso atto, poi, del “diritto vivente” consolidatosi, a partire dal 2002, sulla base della prassi (peraltro ritenuta insindacabile ex art. 66 Cost.) seguita dalle Giunte per le elezioni di Camera e Senato – le quali (pur nella consapevolezza dell’esistenza di una lacuna legislativa dovuta alla mancata disciplina, nelle norme statali, della ipotesi di incompatibilità in esame) ritengono di non poterla colmare in via interpretativa, attraverso l’applicazione analogica delle disposizioni concernenti l’ineleggibilità, ostandovi il principio di tassatività delle cause d’ineleggibilità e incompatibilità e la considerazione che l’elettorato passivo rientra tra i diritti politici fondamentali del cittadino –, il rimettente rileva tuttavia che, dalla giurisprudenza anche risalente della Corte costituzionale, emerge la costante valorizzazione del principio cosiddetto di conversione delle cause di ineleggibilità sopravvenute in cause d’incompatibilità, onde colmare le eventuali lacune legislative (come da ultimo affermato nella sentenza n. 143 del 2010 proprio in tema di incompatibilità tra cariche elettive nella Regione Sicilia).
Pertanto, il giudice a quo deduce in primo luogo il contrasto delle disposizioni statali e regionali censurate con gli artt. 3 e 51 Cost. – espressivi della fondamentale esigenza, che non degrada la potestà legislativa regionale esclusiva a competenza concorrente, ma la limita e la impegna al rispetto del principio costituzionale che esige l’uniforme garanzia per tutti i cittadini, in ogni parte del territorio nazionale, del diritto fondamentale di elettorato attivo e passivo – giacché la mancata previsione del divieto di cumulo può comportare una disparità di trattamento tra la posizione di coloro che sono già parlamentari ed intendono candidarsi alla carica locale, sui quali non grava alcun obbligo, e coloro che, invece, sono titolari di un ufficio pubblico locale e intendono partecipare alla competizione elettorale per uno dei rami del Parlamento, sui quali grava l’obbligo di dimettersi preventivamente. Ciò, con lesione anche del principio di ragionevolezza, in quanto un soggetto non può assumere durante il proprio mandato uffici o cariche che gli avrebbero precluso l’eleggibilità rispetto a quello ricoperto per primo.
Inoltre, il rimettente denuncia la lesione dell’art. 67 Cost., in ragione della possibile contrapposizione d’interessi tra enti locali (e segnatamente tra Comuni aventi una rilevante popolazione) ed organizzazione statuale nazionale, con conseguente vulnus del principio di libertà di mandato, per possibile conflitto di interessi tra l’impegno del deputato e quello di sindaco; nonché dell’art. 97 Cost., atteso che il cumulo degli uffici di sindaco di un Comune con rilevante popolazione e di parlamentare nazionale può ripercuotersi negativamente sull’efficienza e imparzialità delle funzioni cumulativamente esercitate.
2. – Si è costituito il cittadino elettore, ricorrente nel giudizio a quo, che – alla stregua di argomentazioni analoghe a quelle svolte nell’ordinanza di rimessione – ha concluso per la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme censurate, eventualmente da estendersi in via consequenziale alle medesime leggi nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità anche tra la carica di parlamentare e quella di presidente della Giunta provinciale.
3. – È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, in primo luogo, una declaratoria di inammissibilità della sollevata questione, in ragione del fatto che il rimettente richiede alla Corte una pronuncia additiva in materia coperta da riserva di legge, indicando una soluzione per nulla obbligata e comunque non scevra da implicazioni discrezionali (come dimostrato dai numerosi e differenti disegni di legge presentati in Parlamento).
Nel merito, l’Avvocatura deduce la non fondatezza della questione medesima, in quanto – esclusa la sussistenza di un principio costituzionale di “necessario parallelismo” tra cause originarie di ineleggibilità e cause sopravvenute di incompatibilità – nella specie neppure si riscontrerebbe la lamentata lesione delle esigenze di uniformità di disciplina in materia, in quanto la censurata normativa vige su tutto il territorio dello Stato. Peraltro, la difesa erariale rileva che il rimettente non ha tenuto conto della diversità del fondamento della previsione della ineleggibilità in Parlamento dei sindaci dei Comuni con più di ventimila abitanti (che si basa sulla tutela della libertà di voto e del corretto svolgimento della competizione elettorale nella “parità delle armi” dei contendenti, con esclusione di indebiti vantaggi, in termini di metus publicae potestatis ovvero di captatio benevolentiae, che possono derivare dalla carica rivestita nell’ente locale) rispetto al caso inverso del parlamentare che concorra all’elezione a sindaco, in cui indubbiamente si attenuano i pericoli di violazione del principio di imparzialità, per insorgenza di conflitti di interessi ed inefficienze tali da imporre, a livello costituzionale, la necessità di una previsione legislativa di incompatibilità.
4. – È intervenuta, altresì, la Regione siciliana, in persona del Presidente pro-tempore, deducendo, con specifico riguardo alle sole norme regionali impugnate, l’inammissibilità della questione: a) per difetto di pregiudizialità in punto di rilevanza, poiché i dubbi sollevati dal rimettente si riferiscono alla normativa statale che egli deve applicare; b) perché posta in modo perplesso, in quanto lo stesso rimettente dubita dell’applicabilità delle norme regionali, affermando la necessità di disciplinare la materia in maniera uniforme a livello nazionale; c) per omessa indicazione dei parametri statutari che sarebbero stati violati; d) per difetto di motivazione, in quanto le censure si riferiscono alla normativa statale e solo apoditticamente e senza specifica motivazione anche a quella regionale.
Nel merito la Regione conclude per la non fondatezza della questione non avendo essa competenza legislativa in materia di incompatibilità fra la carica di parlamentare nazionale e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai ventimila abitanti.

Considerato in diritto
1. – Il Tribunale civile di Catania censura – in riferimento agli articoli 3, 51, 67 e 97 della Costituzione – gli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari), nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, in presenza delle condizioni di cui all’art. 7, primo comma, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), in combinato disposto con l’art. 5 del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica), che estende la disciplina delle ineleggibilità per la Camera dei deputati alle elezioni per il Senato della Repubblica.
Il medesimo Tribunale – stante la «doverosa e necessitata uniformità della previsione tassativa delle cause di ineleggibilità ed incompatibilità in materia elettorale su tutto il territorio nazionale» – censura altresì la legge della Regione siciliana 24 giugno 1986, n. 31 (Norme per l’applicazione nella Regione siciliana della legge 27 dicembre 1985, n. 816, concernente aspettative, permessi e indennità degli amministratori locali. Determinazione delle misure dei compensi per i componenti delle commissioni provinciali di controllo. Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità per i consiglieri comunali, provinciali e di quartiere), la legge della Regione siciliana 26 agosto 1992, n. 7 (Norme per l’elezione con suffragio popolare del Sindaco. Nuove norme per l’elezione dei consigli comunali, per la composizione degli organi collegiali dei comuni, per il funzionamento degli organi provinciali e comunali e per l’introduzione della preferenza unica), e la legge della Regione siciliana 15 settembre 1997, n. 35 (Nuove norme per la elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia, del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale), sempre nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare nazionale e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti e viceversa.
2. – Con riferimento ai medesimi parametri, il rimettente impugna quindi contestualmente (nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti) norme della legge statale sulle incompatibilità dei parlamentari e norme di leggi regionali in materia di elezioni amministrative.
In particolare, onde giustificare l’estensione delle censure anche a queste ultime leggi, il giudice a quo muove dall’assunto che – sebbene la competenza normativa della Regione siciliana, in materia di cause di ineleggibilità e incompatibilità, costituisca espressione di una potestà normativa primaria, ai sensi degli artt. 14 e 15 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto delle Regione siciliana), convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, non potendo trovare applicazione la normativa statale relativa alle Regioni a statuto ordinario di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), né quella dettata con riferimento sempre alle Regioni a statuto ordinario dalla legge 2 luglio 2004, n. 165 (Disposizioni di attuazione dell’articolo 122, primo comma, della Costituzione) – tuttavia, nel caso di incompatibilità tra le predette cariche degli enti locali e la carica di parlamentare nazionale, la legislazione regionale siciliana non può operare, perché sussiste una riserva di legge statale, che l’art. 65 Cost. contempla espressamente al fine di assicurare una disciplina omogenea che rispetti e tuteli sia il principio di eguaglianza dei cittadini in tema di diritti politici che quello di unità dello Stato. Ciò premesso, il rimettente ritiene che la questione di costituzionalità debba investire «innanzitutto» le norme della legge statale (che, come detto, prevede espressamente che non sono eleggibili alla carica di parlamentare nazionale i presidenti delle Province ed i sindaci dei Comuni con popolazione superiore ai ventimila abitanti, senza disciplinare l’ipotesi inversa di sopravvenienza della carica di sindaco rispetto a quella di membro del Parlamento) e poi anche quelle delle tre leggi regionali (in quanto affette dalla medesima lacuna): e queste ultime «sia laddove volesse ritenersi sussistente la competenza normativa regionale primaria, anche nella materia delle cause di ineleggibilità ed incompatibilità degli amministratori degli enti locali che siano anche parlamentari nazionali», «sia in ragione della doverosa e necessitata uniformità della previsione tassativa della cause di ineleggibilità ed incompatibilità in materia elettorale su tutto il territorio nazionale».
2.1. – La difesa della Regione siciliana ha eccepito l’inammissibilità della questione riferita alle leggi regionali, sia per difetto di pregiudizialità in punto di rilevanza, in quanto i dubbi sollevati dal rimettente si riferiscono esclusivamente alla normativa statale; sia perché posta in modo perplesso, giacché è lo stesso giudice a quo a dubitare dell’applicabilità delle norme regionali, affermando tuttavia la necessità di disciplinare la materia in maniera uniforme a livello nazionale.
2.2. – Tali eccezioni sono fondate.
2.3. – Come sottolineato dal rimettente, questa Corte ha ripetutamente affermato che, in materia elettorale, la potestà legislativa della Regione siciliana differisce da quella delle Regioni ordinarie, dal momento che essa, ai sensi dell’art. 3, primo comma, e dell’art. 9, terzo comma, dello statuto speciale (sostituiti ad opera dell’art. 1 della legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2), è titolare di potestà legislativa di tipo primario, la quale deve peraltro svolgersi in armonia con la Costituzione e i princípi dell’ordinamento giuridico della Repubblica, nonché delle altre disposizioni dello statuto (da ultimo, sentenza n. 143 del 2010). Di modo che l’esercizio del potere legislativo anche da parte delle Regioni a statuto speciale in ámbiti, pur ad esse affidati in via primaria, che concernano la ineleggibilità e la incompatibilità alle cariche elettive, incontra necessariamente il limite del rispetto del principio di eguaglianza specificamente sancito in materia dall’art. 51 Cost. E che, di conseguenza (con specifico riferimento alla potestà legislativa esclusiva della Regione siciliana in tema di ineleggibilità ed incompatibilità dei consiglieri degli enti locali, di cui agli artt. 14, lettera o, e 15, terzo comma, dello statuto speciale), la disciplina regionale d’accesso alle cariche elettive deve essere conforme ai princípi della legislazione statale, a causa della esigenza di uniformità in tutto il territorio nazionale, quale che sia la Regione di appartenenza (sentenza n. 288 del 2007), giacché proprio il principio di cui all’art. 51 Cost. svolge il ruolo di garanzia generale di un diritto politico fondamentale, riconosciuto ad ogni cittadino con i caratteri dell’inviolabilità (ex art. 2 Cost.: sentenze n. 25 del 2008, n. 288 del 2007 e n. 539 del 1990).
Questa Corte ha altresì affermato che – poiché l’art. 65 Cost., stabilendo che «la legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore», pone una precisa riserva di legge statale, essendo quindi precluso al legislatore regionale, anche se fornito come nel caso di specie di potestà legislativa primaria, di determinare le cause di incompatibilità (oltre che di ineleggibilità) con l’ufficio di deputato o di senatore – spetta solo allo Stato la competenza di stabilire i casi di incompatibilità con siffatte cariche (sentenze n. 456 del 2005, n. 127 del 1987 e n. 60 del 1966); ciò in quanto la statuizione di una incompatibilità presuppone logicamente la posizione di un divieto di cumulo di due uffici ed implica, di conseguenza, una incidenza anche se indiretta, sulla disciplina dell’uno e dell’altro, finendo inevitabilmente con il produrre un effetto che determina la violazione della competenza esclusiva dello Stato.
Orbene, nei termini in cui viene argomentata, la conclusione cui perviene il rimettente in ordine alla estensione del dubbio di costituzionalità anche alle leggi regionali risulta viziata sotto il duplice profilo della formulazione perplessa dell’assunto (svolto oltretutto in termini contraddittori rispetto alla riconosciuta sussistenza della riserva di legge statale) relativo alla possibile configurabilità di una competenza normativa regionale primaria in materia anche quando vengano coinvolte le cariche parlamentari nazionali; e della carente motivazione in ordine alla concreta necessità di applicare anche la normativa regionale per la definizione del giudizio a quo (laddove, evidentemente, il mero rilievo dato alla esigenza di uniformare sul territorio nazionale, incidendo anche sulla fonte regionale, la previsione delle cause di ineleggibilità ed incompatibilità – oltre che nuovamente contraddire la premessa circa l’applicabilità, nella fattispecie, della sola norma statale – non è comunque argomento di per sé idoneo a sottrarre il giudice dal dovere di argomentare in ordine alla effettiva rilevanza di tale specifica questione nel giudizio a quo: sentenze n. 360, n. 294 e n. 281 del 2010).
3. – Il thema decidendum va dunque limitato al solo scrutinio degli artt. 1, 2, 3 e 4 della legge n. 60 del 1953, censurati nella parte in cui non prevedono «l’incompatibilità tra la carica di Parlamentare e quella di Sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, in presenza delle condizioni di cui all’art. 7, lettera c), del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, in combinato disposto con l’art. 5 del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, che estende la disciplina delle ineleggibilità per la Camera dei Deputati alle elezioni per il Senato della Repubblica».
3.1. – Il rimettente prende atto del “diritto vivente” consolidatosi, a partire dal 2002, sulla base della nuova prassi seguita dalle Giunte per le elezioni di Camera e Senato, le quali – pur nella consapevolezza dell’esistenza di una lacuna legislativa dovuta alla mancata disciplina, nelle norme statali, della ipotesi di incompatibilità in esame – affermano di non poterla colmare in via interpretativa (come in precedenza ritenuto da entrambe le Giunte parlamentari, con giurisprudenza costante risalente alla Prima legislatura), attraverso l’applicazione analogica delle disposizioni concernenti l’ineleggibilità, ostandovi il principio di tassatività delle cause d’ineleggibilità e incompatibilità e la considerazione che l’elettorato passivo rientra tra i diritti politici fondamentali del cittadino. Nel contempo, però, egli rileva che, dalla giurisprudenza anche risalente di questa Corte, emerge la costante valorizzazione del principio di parallelismo tra le cause di ineleggibilità sopravvenute e quelle d’incompatibilità, il quale di recente ha trovato affermazione, proprio in tema di incompatibilità tra cariche elettive nella Regione siciliana, nella sentenza n. 143 del 2010.
Secondo il rimettente, dunque, le disposizioni della censurata legge statale contrasterebbero in parte qua: a) con gli artt. 3 e 51 Cost., per violazione del principio costituzionale che esige l’uniforme garanzia per tutti i cittadini, in ogni parte del territorio nazionale, del diritto fondamentale di elettorato attivo e passivo, giacché la mancata previsione del divieto di cumulo può comportare una disparità di trattamento tra la posizione di coloro che sono già parlamentari ed intendono candidarsi alla carica locale, sui quali non grava alcun obbligo, e coloro che, invece, sono titolari di un ufficio pubblico locale e intendono partecipare alla competizione elettorale per uno dei rami del Parlamento, sui quali grava l’obbligo di dimettersi preventivamente; nonché per violazione del principio di ragionevolezza, in quanto un soggetto non può assumere durante il proprio mandato uffici o cariche che gli avrebbero precluso l’eleggibilità rispetto a quello ricoperto per primo; b) con l’art. 67 Cost., in ragione della possibile contrapposizione d’interessi tra enti locali (e segnatamente tra Comuni aventi una rilevante popolazione) ed organizzazione statuale nazionale, con conseguente vulnus del principio di libertà di mandato, per possibile conflitto di interessi tra l’impegno del deputato e quello di sindaco; c) con l’art. 97 Cost., atteso che il cumulo degli uffici di sindaco di un Comune con rilevante popolazione e di parlamentare nazionale può ripercuotersi negativamente sull’efficienza e imparzialità delle funzioni cumulativamente esercitate.
3.2. – L’Avvocatura dello Stato eccepisce l’inammissibilità della sollevata questione in ragione del fatto che il rimettente vorrebbe dalla Corte una pronuncia additiva in una materia coperta da riserva di legge, indicando una soluzione non obbligata e comunque non scevra da implicazioni discrezionali, come dimostrato dai numerosi disegni di legge presentati in questa legislatura in entrambi i rami del Parlamento.
L’eccezione non è fondata.
Invero, nel formulare la questione il rimettente si limita a richiedere l’adozione di una pronuncia additiva capace di eliminare il vulnus derivante dalla evidenziata lacuna normativa attraverso la trasposizione speculare della causa in esame (direttamente ricavata dal sistema delle ineleggibilità dei parlamentari) nell’ámbito delle altre cause di incompatibilità con tale carica elettiva indicate nei censurati articoli della legge n. 60 del 1953. Pertanto, la pronuncia richiesta a questa Corte non incide sul diverso profilo della operatività della nuova causa di incompatibilità, regolata come tutte le altre secondo le norme vigenti.
3.3. – Sotto altro profilo, va anche rilevato che l’art. 13, comma 3, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Delega al Governo per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari), prevede ora che: «fermo restando quanto previsto dalla legge 20 luglio 2004, n. 215, e successive modificazioni, le cariche di deputato e di senatore, nonché le cariche di governo di cui all’articolo 1, comma 2, della citata legge n. 215 del 2004, sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi, alla data di indizione delle elezioni o della nomina, popolazione superiore a 5.000 abitanti, fermo restando quanto previsto dall’articolo 62 del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Le incompatibilità di cui al primo periodo si applicano a decorrere dalla data di indizione delle elezioni relative alla prima legislatura parlamentare successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto. […]».
La espressa posticipazione alla prossima legislatura della operatività della nuova previsione di incompatibilità del parlamentare successivamente eletto sindaco rende lo ius superveniens privo di incidenza, ratione temporis, sulla sollevata questione. È tuttavia del pari evidente come la novellazione legislativa indichi una palese opzione per la introduzione di una simmetrica e corrispondente operatività fra condizioni di ineleggibilità e di incompatibilità, intesa a soddisfare proprio quella esigenza di “riequilibrio” atta a colmare quelle lacune legislative (segnalate anche dalle “prassi” adottate dalle Giunte per le elezioni di Camera e Senato di cui s’è fatto cenno) che il giudice a quo ha posto a fulcro delle proprie doglianze.
3.4. – Nel merito la questione è fondata.
L’art. 7, primo comma, lettera c), del d.P.R. n. 361 del 1957, recante il testo unico per l’elezione della Camera dei deputati, sancisce che: «Non sono eleggibili: […] c) i sindaci dei Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti». A sua volta, l’art. 5 del decreto legislativo n. 533 del 1991, recante il testo unico per l’elezione del Senato della Repubblica, dispone che: «Sono eleggibili a senatori gli elettori che, al giorno delle elezioni, hanno compiuto il quarantesimo anno di età e non si trovano in alcuna delle condizioni d’ineleggibilità previste dagli articoli 7, 8, 9 e 10 del testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361».
Gli articoli da 1 a 4 della legge n. 60 del 1953 sulle incompatibilità parlamentari vengono censurati in quanto nulla prevedono, in termini di incompatibilità, per il caso in cui la identica causa di ineleggibilità sia sopravvenuta rispetto alla elezione a parlamentare. Ed a sostegno delle doglianze il rimettente richiama la sentenza n. 143 del 2010, nella quale questa Corte ha sottolineato (seppure in riferimento ad un differente contesto normativo e fattuale) come dalla legislazione statale in materia elettorale emerga la «previsione di un parallelismo tra le cause di incompatibilità e le cause di ineleggibilità sopravvenute, con riguardo all’esigenza, indicata dalla legge, di preservare la libertà nell’esercizio della carica» attraverso una tendenziale esclusione del co-esercizio con altra carica elettiva.
Si tratta dunque di verificare la coerenza di un sistema in cui, alla non sindacabile scelta operata dal legislatore (che evidentemente produce in sé una indubbia incidenza sul libero esercizio del diritto di elettorato passivo) di escludere l’eleggibilità alla Camera o al Senato di chi contemporaneamente rivesta la carica di sindaco di grande Comune, non si accompagni la previsione di una causa di incompatibilità per il caso in cui la stessa carica sopravvenga rispetto alla elezione a membro del Parlamento nazionale.
La odierna valutazione della mancata previsione della causa di incompatibilità in oggetto deve quindi muoversi non solo sul versante ontologico riferito alla individuazione della diversità di ratio e di elementi distintivi proprî, per causa ed effetti, delle cause di ineleggibilità (e della conseguente limitazione dello jus ad officium, onde evitare lo strumentale insorgere di fenomeni di captatio benevolentiae e di metus publicae potestatis) rispetto a quelle di incompatibilità – incidenti sullo jus in officio, per scongiurare l’insorgere di conflitti di interessi – (sentenze n. 288 del 2007 e n. 235 del 1988). L’analisi va viceversa condotta – in ossequio alla esigenza di ricondurre il sistema ad una razionalità intrinseca altrimenti lesa – alla stregua di un criterio più propriamente teleologico, nel cui contesto va evidenziato «il naturale carattere bilaterale dell’ineleggibilità», il quale inevitabilmente «finisce con il tutelare, attraverso il divieto a candidarsi in determinate condizioni, non solo la carica per la quale l’elezione è disposta, ma anche la carica il cui esercizio è ritenuto incompatibile con la candidatura in questione» (sentenza n. 276 del 1997).
Tale profilo finalistico non può trovare attuazione se non attraverso l’affermazione della necessità che il menzionato parallelismo sia assicurato, allorquando il cumulo tra gli uffici elettivi sia, comunque, ritenuto suscettibile di compromettere il libero ed efficiente espletamento della carica, ai sensi del combinato disposto degli artt. 3 e 51 Cost. (sentenza n. 201 del 2003). Poiché in ultima analisi le cause di ineleggibilità e di incompatibilità si pongono quali strumenti di protezione non soltanto del mandato elettivo, ma anche del pubblico ufficio che viene ritenuto causa di impedimento del corretto esercizio della funzione rappresentativa, il potere discrezionale del legislatore di introdurre (o mantenere) dei temperamenti alla esclusione di cumulo tra le due cariche «trova un limite nella necessità di assicurare il rispetto del principio di divieto del cumulo delle funzioni, con la conseguente incostituzionalità di previsioni che ne rappresentino una sostanziale elusione» (sentenza n. 143 del 2010).
In assenza di una causa normativa (enucleabile all’interno della legge impugnata ovvero dal più ampio sistema in cui la previsione opera) idonea ad attribuirne ragionevole giustificazione, la previsione della non compatibilità di un munus pubblico rispetto ad un altro preesistente, cui non si accompagni, nell’uno e nell’altro, una disciplina reciprocamente speculare, si pone in violazione della naturale corrispondenza biunivoca della cause di ineleggibilità, che vengono ad incidere necessariamente su entrambe le cariche coinvolte dalla relativa previsione, anche a prescindere dal dato temporale dello svolgimento dell’elezione. Tanto più che la regola della esclusione “unidirezionale” viene in concreto fatta dipendere, quanto alla sua effettiva operatività, dalla circostanza – meramente casuale – connessa alla cadenza temporale delle relative tornate elettorali ed alla priorità o meno della assunzione della carica elettiva “pregiudicante” a tutto vantaggio della posizione del parlamentare; da ciò la lesione non soltanto del canone di uguaglianza e ragionevolezza ma anche della stessa libertà di elettorato attivo e passivo.
3.5. – Pertanto, gli artt. 1, 2, 3 e 4 della legge n. 60 del 1953 devono essere dichiarati costituzionalmente illegittimi, nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.
3.6. – Restano assorbiti gli ulteriori profili di censura formulati dal rimettente.

Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari), nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti;
dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale della legge della Regione siciliana 24 giugno 1986, n. 31 (Norme per l’applicazione nella Regione siciliana della legge 27 dicembre 1985, n. 816, concernente aspettative, permessi e indennità degli amministratori locali. Determinazione delle misure dei compensi per i componenti delle commissioni provinciali di controllo. Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità per i consiglieri comunali, provinciali e di quartiere); della legge della Regione siciliana 26 agosto 1992, n. 7 (Norme per l’elezione con suffragio popolare del Sindaco. Nuove norme per l’elezione dei consigli comunali, per la composizione degli organi collegiali dei comuni, per il funzionamento degli organi provinciali e comunali e per l’introduzione della preferenza unica) e della legge della Regione siciliana 15 settembre 1997, n. 35 (Nuove norme per la elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia, del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale), sollevata – in riferimento agli articoli 3, 51, 67 e 97 della Costituzione – dal Tribunale civile di Catania, con l’ordinanza indicata in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 ottobre 2011.
F.to:
Alfonso QUARANTA, Presidente
Paolo GROSSI, Redattore
Gabriella MELATTI, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 21 ottobre 2011.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: MELATTI

venerdì 21 ottobre 2011

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - LICENZIAMENTO - ILLEGITTIMITA'


Corte di Cassazione n. 21485 / 2011

"MOTIVI DELLA DECISIONE

La società ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 7, commi 2, 3, 4 e 5 della legge 300 del 1970, e degli artt. 1366, 1374 e 1375 cod. civ. in relazione all'art. 360 n. 3 cod. proc. civ. In particolare deduce di aver correttamente ottemperato al dettato dell'art. 7 della legge 300 del 1970 provvedendo alla convocazione della lavoratrice indicando due date a scelta; che il procedimento disciplinare si sarebbe correttamente concluso a seguito della diserzione della lavoratrice che si è limitata a chiedere lo spostamento dell'incontro a data successiva; che sarebbe legittimo irrogare la sanzione disciplinare senza accogliere l'istanza di rinvio proposta dalla lavoratrice, essendo il procedimento disciplinare validamente concluso con la convocazione della lavoratrice stessa.
Il motivo è infondato.
Va infatti rilevato che comunque, per costante giurisprudenza della Corte di Cassazione l'art. 7 legge 20 maggio 1970 n. 300, il quale subordina la legittimità del procedimento di irrogazione della sanzione disciplinare alla previa contestazione degli addebiti, al fine di consentire al lavoratore di esporre le proprie difese in relazione al comportamento ascrittogli, pur non comportando per il datore di lavoro un dovere autonomo di convocazione del dipendente per l'audizione orale, ma solo un obbligo correlato alla manifestazione tempestiva (entro il quinto giorno) del lavoratore di voler essere sentito di persona (sicchè nel giudizio il lavoratore ha l'onere di provare la sua tempestiva richiesta, costituente elemento costitutivo a lui favorevole della fattispecie procedimentale), presuppone tuttavia che il datore di lavoro gestisca il potere disciplinare secondo i principi di correttezza e buona fede e, quindi, con modalità tali da non generare equivoci nel dipendente cui si riferisce la contestazione (per tutte Cass. 3 agosto 2001 n. 10760). Nel caso in esame la Corte territoriale ha motivato riguardo all'applicazione della disciplina invocata dalla ricorrente, pervenendo alla conclusione per cui il datore di lavoro non ha gestito correttamente il potere disciplinare. Il vizio lamentato, quindi, configurerebbe un vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ. e non violazione di legge ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ. così come rappresentato, proprio perchè la Corte d'appello ha considerato pienamente le norme applicabili giudicando non corretto e in buona fede il comportamento del datore di lavoro con giudizio logico e congruo non censurabile in questa sede di legittimità".