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giovedì 1 settembre 2011

URANIO IMPOVERITO - FALCO ACCAME SCRIVE AL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE SENATO


Roma, 01/09/2011

Al Presidente Rosario G. Costa
Presidente Commissione Uranio Impoverito
Senato



ARGOMENTO: PERICOLOSITA’ DELL’URANIO IMPOVERITO E TASSI DI NOCIVITA’ PER L’ORGANISMO UMANO




Gentile Presidente,

Nelle varie audizioni tenutesi presso la Commissione da Lei presieduta, ho notato che non è mai stata fatta la necessaria distinzione tra la pericolosità (la pericolosità, per così dire, in senso assoluto) dell’uranio e la pericolosità (per così dire in senso relativo) riguardante il tasso di nocività per l’organismo umano (cioè la pericolosità in senso relativo). Ciò mentre credo che questa differenziazione debba essere attentamente esaminata e discussa.
L’uranio impoverito è un metallo pesante (pesa circa il doppio del piombo). Tutti i metalli pesanti sono chimicamente pericolosi (non a caso dalla benzina verde è stato escluso il piombo). La pericolosità dei metalli pesanti è anche menzionata specificamente nella legge finanziaria 2008, art. 2, commi 78 e 79. Quindi in senso “assoluto” non vi è alcun dubbio che l’uranio impoverito (in quanto metallo pesante) sia pericoloso – tra l’altro l’uranio impoverito non è solo un metallo pesante (e quindi “chimicamente” pericoloso) ma è anche un metallo radiante e quindi è anche “fisicamente” pericoloso.

La condizione per la quale l’uranio impoverito può presentare danni per l’organismo (tasso di nocività) dipende tra l’altro dalle DOSI INGERITE DALL’ORGANISMO UMANO. E ovviamente non è la stessa cosa ingerire piccole dosi e grandi dosi, e per quanto riguarda la possibilità di danneggiamenti fisici al corpo umano. Su questa questione assolutamente fondamentale non si è discusso affatto. E non è neppure la stessa cosa se chi è soggetto agli effetti dell’uranio impoverito, si trovi senza misure di protezione o con adeguate protezioni.

Inoltre deve essere ben chiaro che non corre lo stesso rischio chi si trova per qualche secondo o minuto ad esempio in vicinanza di un carro armato distrutto o chi vi si trova magari per un’ora, un giorno o una settimana. Per chi si reca addirittura all’interno di un carro armato colpito, gli USA chiedono di precisare se vi è stato per 5 minuti, per 15 minuti, 30 minuti o 60 minuti.
In merito ho inviato alla Commissione da lei presieduta un questionario redatto dalle Forze Armate USA per avere indicazioni precise da parte del personale che è stato esposto. In Italia, con estremo semplicismo, si è parlato semplicemente di ESPOSTI e NON ESPOSTI, dove per ESPOSTO si è inteso sia chi si è trovato in un’area colpita da armi, magari estesa per 10 kmq, area nella quale vi era qualche obiettivo colpito da armi all’uranio impoverito, ma non si distingue se in quell’area la persona ha sostato qualche ora, oppure qualche anno; non si distingue nemmeno se era protetta o non protetta con le apposite misure precauzionali. Io credo che occorra affrontare con grande accuratezza le singole “storie” delle persone che sono rimaste infortunate. Le informazioni che vengono fornite al Comitato di Verifica, sono spesso così vaghe che non è possibile trarne alcuna conclusione.
Nella relazione della Commissione Mandelli, vengono considerate come ESPOSTE “indistintamente” tutte le persone che sono state “inviate” in missione all’estero, cioè che sono in possesso di un “foglio amministrativo” di missione e trascurando del tutto, invece, chi si è trovato nelle aree colpite ma non “in missione” (cioè non disponendo di un foglio amministrativo di missione) ma vi si è trovato in “destinazione fissa”. Ciò dimenticando tra l’altro che, mentre del personale che è stato considerato “in missione” ha sostato magari in un aeroporto per qualche ora, vi è chi non in missione ma “in destinazione fissa” ha sostato magari per anni in una zona esposta.
E’ accaduto al sottoscritto, che nel corso della conferenza stampa, che si tenne dopo la presentazione ai mass-media della prima relazione Mandelli, di chiedere proprio al Professor Mandelli se avesse considerato come “esposti” quei militari dell’aeronautica che, ad esempio si erano recati (con un foglio di missione) a Sarajevo, avevano sostato qualche ora all’aeroporto e nello stesso giorno erano tornati in Italia. La risposta del Professor Mandelli fu “sì”.
C’è tra l’altro chi ha fatto da solo più missioni, cioè ha ricevuto più fogli di missioni. Molti militari hanno eseguito dalle tre alle sei missioni, ma c’è anche chi, come il Colonnello della Croce Rossa Emerico Laccetti, ne ha effettuate ben 48. Ebbene, nei conteggi figurano 48 persone in missione per il caso Laccetti, ma il Laccetti, che si è ammalato è stato uno solo. Errori enormi, dunque, di valutazione.
E neppure la Commissione Mandelli ha fatto distinzione tra chi eventualmente ha operato avendo adottato le misure di protezione e chi invece ha operato senza le misure di protezione. Il che cambia completamente l’entità del rischio. Inoltre non si può mettere in uno stesso paniere, come ha fatto la Commissione Mandelli, sia le persone che usufruivano di misure di protezione, che quelle che non ne usufruivano. Sono state insomma “sommate ciliegie e cipolle”.
Tutto ciò viene ad incidere profondamente in materia di risarcimenti, in quanto ci si basa su dati caratterizzati dalla massima imprecisione.
Si potrebbe citare il caso del Capitano Antonino Caruso della Folgore che ha operato in Somalia, si è ammalato di un tumore, è deceduto, e ai cui parenti sono stati negati per undici anni i risarcimenti dovuti. Solo dopo dodici anni e soprattutto solo dopo l’intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Dott. Gianni Letta, il caso è stato riesaminato e i risarcimenti che erano stati erroneamente negati sono stati attribuiti.
Per inciso, i risarcimenti per il tumore che il Capitano aveva contratto, sono stati stabiliti con la motivazione che il tumore fosse dovuto a stress. Ritengo semplicemente vergognoso che al Capitano Caruso, a cui sono stati attribuiti encomi e decorazioni al valore, e che tra l’altro aveva liberato con un colpo di mano l’ambasciata italiana a Mogadiscio, si attribuisca la condizione di “stressato”, condizione che tra l’altro non risulta da alcuna visita medica (anche perché nel caso fosse stato affetto da stress avrebbe dovuto, quanto meno, essere stato rimpatriato).
Il ritenere che il personale militare possa operare essendo in condizioni di stress comporta tra l’altro una serie di conseguenze per quel che riguarda il rischio accettabile in una missione di pace, rischio che potrebbe addirittura appunto risultare superiore a quello di una missione di guerra.
Ogni singolo reparto, Comando di appartenenza, conosce (deve conoscere) ciò che fa ogni giorno il personale perché giornalmente viene emanato un “ordine del giorno” delle attività da compiere. Quindi è possibile per ogni Comando/Reparto scrivere la “storia giornaliera” del reparto. Al termine di un periodo di comando, l’intera storia del Reparto deve essere trasmessa al Ministero della Difesa e quindi il Ministero della Difesa è in grado di conoscere le storie delle singole persone e quindi delle attività che hanno svolto, e quindi dell’eventuale tasso di esposizione all’uranio impoverito o alle nanoparticelle, o ad altra causa (come ad esempio l’esposizione al torio nel caso di impiego dei missili Milan).
E’ solo essendo in possesso di questi dati, che si può fare uno studio epidemiologico. Altrimenti lo studio è da considerarsi del tutto inconsistente. Così purtroppo si è verificato per gli studi della Commissione Mandelli che erano stati qualificati come studi epidemiologici, ma poi si è dovuto riconoscere che erano da considerarsi come semplici studi statistici.
Come si è accennato, anche il Comitato di Verifica che opera alle dipendenze del Ministero dell’Economia, deve basarsi su dati relativi alle singole persone, da cui risulti l’eventuale tasso di esposizione all’ uranio impoverito, nanoparticelle di metalli pesanti o altro. Ciò deve risultare dalla “storia dei reparti”
Purtroppo ciò, nella grande maggioranza dei casi, non è potuto avvenire per la mancata disponibilità degli “status” delle singole persone coinvolte. Gravi errori di valutazione sono stati commessi, come quello sopra citato del Capitano Caruso, e centinaia di altri.
Ho in proposito recentemente segnalato il caso del Signor Gianfranco Ariu, dipendente del Ministero della Difesa, impiegato al Poligono di Capofrasca, in Sardegna, dove per cinque anni ha svolto l’attività di riparazione di sagome/bersaglio colpite da proiettili, e quindi sicuramente è stato altamente esposto da nanoparticelle. Al signor Ariu è stato negato ogni riconoscimento, pur essendo egli stato, come sopra accennato, sottoposto certamente ad un massimo di esposizioni. In seguito a una decisa contestazione, il Ministero ha dovuto rispondere che riprenderà in esame il caso. Ma simili al caso del signor Ariu ne esistono moltissimi altri.
In proposito desidero far notare che le norme prevedono che vengano concessi dieci giorni per avanzare un’eventuale contestazione, mentre magari vengono impiegati dieci anni per un giudizio da parte delle Commissioni incaricate. Ma poi alla vittima si concede un tempo irrisorio per una contestazione, contestazione che può magari richiedere un difficoltoso lavoro di ricostruzione storica, di reperimento di testimoni, di consultazione di esperti, eccetera, per i quali può non bastare magari un termine di tre mesi! Ritengo perciò che la normativa esistente debba essere opportunamente modificata, portando a tre mesi il termine concesso per la contestazione.
Il termine di dieci giorni è semplicemente un abuso di potere stampo, a dir poco medievale, di cui l’Amministrazione arrogantemente si serve.
Non mi dilungo oltre. La questione di cui si è fatto cenno è comunque una questione ovviamente fondamentale per trarre delle conclusioni su che cosa è accaduto alle tante vittime che si sono avute nelle missioni all’estero e in Italia nei poligoni, depositi e officine (per inciso le officine di riparazione sono completamente dimenticate dalla normativa e pertanto la normativa deve essere modificata includendole).
Non solo, ma ovviamente sono i civili che abitano i luoghi colpiti, che certamente, permanendo in quei luoghi “ad vitam”, ad essere esposti per tempi maggiori alla contaminazione.
Ho segnalato, a parte, un insieme di gravissime carenze sul piano informativo e il grandissimo ritardo italiano nell’acquisire informazioni.
Negli Stati Uniti e in altri paesi il problema si è posto subito dopo la seconda guerra mondiale, perché le prime armi all’uranio (era uranio naturale e non uranio impoverito) vennero costruite in Germania nel ‘42-43 e i loro effetti vennero studiati all’estero, specie negli Stati Uniti, sin dal ’45. In Australia vennero eseguiti dei test molto importanti già negli anni ’50. Su tali test abbiamo dei rapporti ben precisi che mettono in evidenza la pericolosità dell’uranio impoverito. Una infinità di studi scientifici sono stati condotti in materia, ma in Italia purtroppo il problema è emerso, almeno “ufficialmente”, solo nel 1999, con il primo caso che fece clamore, il caso del militare sardo Salvatore Vacca. Per inciso il caso fu segnalato da un obiettore di coscienza sardo, Antonello Repetto, persona a cui tutti devono essere grati, perché senza la sua indicazione forse vi sarebbero stati ulteriori ritardi in Italia nell’accorgersi del fenomeno!
Molti tribunali hanno riconosciuto gli errori del Ministero della Difesa, specie riguardo alla mancanza di protezione del personale (vedi tra questi il caso del paracadutista G.M. Marica) di cui alla sentenza del 17 dicembre 2008 del Tribunale Civile di Firenze, che condanna il Ministero al pagamento di una cifra di 545 mila euro al militare suddetto (Marica purtroppo morì due mesi dopo la sentenza).
Gli Stati Uniti hanno adottato fin dal 1984 norme di protezione, anche per il maneggio a freddo del materiale, e non solo per gli effetti sul campo derivanti da obiettivi colpiti da armi all’uranio. Tali norme sono state inviate in precedenza alla Commissione.
E’ bene comunque non dimenticare che la più grande entità di perdite di vite umane e di malattie si è verificata tra il personale civile abitante le zone colpite, in Somalia, Bosnia, Kosovo, Albania, Macedonia, Iraq, ma anche in Italia in vicinanza di poligoni, depositi, eccetera, e queste persone sembra siano quelle più di tutte dimenticate.
Le responsabilità degli Usa e della Nato per l’impiego di queste armi sono evidenti. Non a caso 148 Paesi ne hanno chiesto all’Onu la messa al bando.


Falco Accame
Presidente Anavafaf

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