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giovedì 11 agosto 2011

LICENZIAMENTO RITORSIVO - ILLEGITTIMO


CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. LAVORO - SENTENZA 1 dicembre 2010, n.24347 (Licenziamento per rappresaglia o ritorsione)



Motivi della decisione
1 - Col primo motivo di ricorso, che conclude con adeguato quesito di diritto, la società ricorrente deduce la violazione e comunque la falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 4 della legge 15 luglio 1966 n. 604, 15 della legge 20 maggio 1970 n. 300, come modificato dall’art. 13 della L. 9.12.1977 n. 903 ed infine 3 della legge 11 maggio 1990 n. 108 nonché per il vizio di motivazione in ordine all’applicazione di tale disciplina al caso in esame.

In sostanza, la ricorrente si duole del fatto che, nonostante che in causa fosse pacifico che non ricorrevano nel caso in esame i requisiti numerici per l’applicazione della tutela reale o una delle ipotesi di estensione di quest’ultima previste dalle leggi indicate, la Corte territoriale, senza motivare adeguatamente la propria decisione, abbia sostanzialmente applicato l’art. 18 S.L. ad un licenziamento qualificato come per rappresaglia.
Il motivo in esame rileva esclusivamente come censura riconducibile all’ipotesi di cui all’art. 360, comma 1°, n. 3) cod. proc. civ., in quanto il vizio di motivazione nell’interpretazione o applicazione di una norma giuridica non assume autonoma rilevanza, avendo questa Corte il precipuo potere-dovere di interpretare le norme di diritto invocate avanti a lei, indipendentemente dalla motivazione che sostiene l’interpretazione delle stesse da parte dei giudici di merito (per un riscontro, cfr. art. 384, u.c. c.p.c).

Il motivo è infondato.
Come ricordato anche dalla difesa del controricorrente, questa Corte ha ripetutamente affermato il principio secondo cui la norma dell’art. 3 della legge 108 del 1990, relativa all’estensione ai licenziamenti nulli in quanto discriminatori di cui agli artt. 4 della legge n. 604 del 1966 e 15 della legge n. 300 del 1970, delle conseguenze sanzionatone previste dall’art. 18 della medesima legge n. 300 del 1970, a prescindere dal numero dei dipendenti del datore di lavoro e anche a favore dei dirigenti, deve intendersi applicabile in genere ai licenziamenti nulli per motivo illecito determinante e in particolare a quelli che siano determinati in maniera esclusiva da motivo di ritorsione o di rappresaglia (cfr. ad. es., Cass. 15 marzo 2006 n. 5635 e le decisioni ivi richiamate e, prima ancora, Cass. 3 maggio 1997 n. 3837 o 20 novembre 2000 n. 14982).
A tale orientamento questo collegio intende attenersi, convinto dell’applicabilità, anche al licenziamento, della disciplina generale del negozio a motivo illecito determinate e della portata di principio generale che, anche in conseguenza di ciò, assume la regola di cui all’art. 3 della legge n. 108 del 1990.
2 - Col secondo motivo, la ricorrente denuncia l’omessa e comunque insufficiente motivazione della sentenza in ordine alla deduzione, sostenuta anche dalla richiesta di prove, di sottrazione dell’aliunde perceptum dal danno da risarcire al lavoratore in conseguenza del licenziamento nullo, che la società avrebbe proposto in primo grado, ribadendola poi in appello, col richiamo alle conclusioni della memoria di costituzione in primo grado e con la richiesta di riforma dell’ordinanza che non avrebbe ammesso, tra le altre, anche le prove dedotte in proposito.

Anche tale motivo è infondato.
Il collegio condivide al riguardo l’orientamento consolidato, in sede di legittimità (a partire da Cass. S.U. 3 febbraio 1998 n. 1099), secondo il quale dall’ammontare del danno da risarcire, in caso di licenziamento dichiarato nullo, inefficace o annullato con gli effetti di cui all’art. 18 S.L., vanno detratti, anche d’ufficio, gli importi percepiti dal lavoratore per aver svolto, medio tempore, altre attività remunerate, purché vi sia stata regolare allegazione in giudizio dei fatti relativi (anche ad opera del lavoratore) e gli stessi possano ritenersi incontroversi o dimostrati per effetto di mezzi di prova legittimamente disposti (ad es., recentemente Cass. 21 aprile 2009 n. 9464).
In ogni caso, è peraltro necessario che l’allegazione e la richiesta di prova (ove i fatti non siano pacifici o già provati) siano specifiche, contengano cioè indicazioni sufficienti all’identificazione di tali fatti rilevanti.
Nel caso di specie, viceversa, la società, secondo quanto dalla stessa riferito, aveva in primo grado unicamente dedotto che il risarcimento andava “compensato con quanto presumibilmente percepito” dal lavoratore, aveva deferito interrogatorio formale al G. e richiesto prova orale sul fatto che non si fosse presentato al lavoro “... e tanto in virtù del fatto che già si era impegnato altrove” e infine aveva chiesto, in via istruttoria, tra l’altro, “... in caso di contestazione, certificazione dei rapporti di lavoro avuti dal ricorrente dall’11.12.2001 a tutt’oggi al Centro per l’impiego della provincia di Foggia”.

In appello, poi aveva chiesto la riforma dell’ordinanza che aveva respinto buona parte delle sue istanze istruttorie e richiamato le conclusioni di cui alla memoria di costituzione in primo grado.

Il conseguente giudizio di irrilevanza delle deduzioni probatorie della società da parte del giudice di prime cure è stato confermato dai giudici dell’appello, evidentemente in ragione dell’assoluta genericità delle allegazioni in fatto; e tale conseguente genericità delle prove richieste, sostanzialmente ad esplorandum è, come tale, incensurabile in questa sede di legittimità.

Concludendo, in base alle considerazioni svolte, il ricorso va respinto, con le normali conseguenze in ordine al regolamento delle spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese di questo giudizio, liquidate in euro 21,00 per esborsi ed euro 3.000,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA.

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