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sabato 20 agosto 2011

E' REATO MINACCIARE IL DIPENDENTE DI LICENZIAMENTO.


Corte di Cassazione Sez. Quinta Pen. - Sent. del 26.03. 2010, n. 11891
Svolgimento del processo
M. Mattia era chiamato a rispondere, innanzi al Giudice di pace di Perugia, del reato di minacce (perché, in qualità di responsabile di produzione dell’attività “F. S. Sas” di Susanna B. & C., minacciava la dipendente T. Mirella di un ingiusto danno prospettandole il licenziamento dal posto di lavoro.
Con sentenza del 20 marzo 2007, il giudicante dichiarava il M. colpevole del reato ascrittogli e, per l’effetto, lo condannava alla pena di euro 51 di multa, nonché al risarcimento dei danni in favore della stessa T. , costituitasi parte civile, da liquidarsi in separata sede, con concessione di provvisionale immediatamente esecutiva di euro 800, oltre consequenziali statuizioni.
Pronunciando sull’appello proposto dall’imputato, il Tribunale di Perugia, con la sentenza indicata in epigrafe, confermava la decisione impugnata, con ulteriori statuizioni di legge.
Avverso la pronuncia anzidetta, il difensore del M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato alle ragioni di censura indicate in parte motiva.
 Motivi della decisione
1. - Con il primo motivo d’impugnazione, parte ricorrente eccepisce inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità, in riferimento agli artt. 178, lett. b) e c) c.p.p., 516, 517 commi 2 e 3, 606 lett. c) c.p.p.
Lamenta, in particolare, che le anzidette violazioni - non rilevate dal giudice di appello, benché ritualmente eccepite - si erano verificate nel corso della singolare vicenda processuale. In particolare, il M. era stato inizialmente citato a giudizio, innanzi al Tribunale monocratico di Perugia, in quanto imputato del reato di violenza privata, ai sensi dell’art. 610 c.p., sub A) (per avere, in qualità di responsabile di produzione dell’attività “F. S. s.a.s. di Susanna B. & C., con minaccia, costringeva la dipendente T. Mirella a tollerare il comportamento del medesimo M. Mattia nel momento in cui la riprendeva per non avere accettato di svolgere l’attività lavorativa fuori dal normale orario di servizio, asserendo che l’avrebbe messa a fare del lavoro molto pesante o con macchinari difficili da utilizzare di modo che sarebbe stata costretta a licenziarsi per non stressarsi) e del reato di minaccia, ai sensi dell’art. 612 c.p. sub B) (perché nelle circostanze di cui al precedente capo A), con la prospettazione del licenziamento dal posto di lavoro, minacciava T. Mirella di ingiusto danno). Infatti, il PM aveva ritenuto di dover contestare due fatti distinti, benché occorsi nello stesso contesto spazio-temporale, riproducendo pedissequamente il contenuto della querela.
In esito ad istruttoria dibattimentale, il Tribunale, con sentenza del 12 luglio 2006, dichiarava la propria incompetenza per materia a provvedere in ordine al reato sub A), riqualificato ai sensi dell’art. 612 c.p. ed in esso assorbito quello sub B), essendo competente il Giudice di pace di Castiglione del Lago e, per l’effetto, disponeva la trasmissione degli atti al PM per l’ulteriore corso.
Il PM aveva, quindi, emesso nuovo decreto di citazione a giudizio innanzi al Giudice di pace, imputando al M. il solo delitto di cui all’art. 612 c.p. perché in qualità … minacciava la dipendente T. Mirella di in ingiusto danno prospettandole il licenziamento dal posto di lavoro, omettendo così di contestare il fatto originariamente qualificato come violenza privata e riproducendo l’imputazione di un fatto che non aveva trovato riscontro nelle risultanze sia investigative che dibattimentali (ossia la diretta prospettazione di un ingiusto licenziamento).
Il Giudice di pace affermava, poi, la responsabilità dell’appellante per il fatto non più enunciato nel decreto di citazione, cioè la prospettazione non già del licenziamento, bensì dell’assegnazione a lavori non gratificanti e pesanti, che avrebbero potuto indurre la lavoratrice a dimettersi.
Vi era stata, dunque, violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza.
Il secondo motivo deduce violazione dell’art. 612 c.p. in relazione all’art. 606 lett. b), nonché mancanza e manifesta illogicità di motivazione in punto di penale responsabilità, ai sensi dell’art. 606 lett. e), sul rilievo che il giudice di merito aveva erroneamente interpretato le risultanze di causa, travisandone anche il contenuto.
2. - La prima doglianza è destituita di fondamento, in quanto nessuna violazione del principio della contestazione è dato cogliere nello sviluppo della singolare vicenda processuale in esame. Ed infatti, se è vero che il decreto di citazione a giudizio innanzi al giudice di pace riproduceva soltanto una delle articolazioni della complessiva fattispecie sostanziale (la prospettazione di ingiusto licenziamento), ove invece la pronuncia di condanna si riferiva all’altro profilo, concernente la minaccia dell’assegnazione a lavori stressanti che avrebbero indotto la dipendente a licenziarsi, è pur vero che, come esattamente rilevato dal PG d’udienza, il fatto in contestazione doveva intendersi nella sua complessità, tanto più - occorre aggiungere - che il giudice di pace aveva ritenuto che la prospettazione del licenziamento sub B) era da intendersi assorbito nel rilievo sub A) (assegnazione a mansioni defatiganti). D’altra parte, è ineccepibile l’argomentazione del Tribunale che, nel rispondere ad identica eccezione difensiva, aveva posto in evidenza che il proprium del principio della correlazione tra accusa e sentenza risiede nella tutela del diritto di difesa, che, diversamente, in caso di accusa disarticolata dalla contestazione, verrebbe ad essere pregiudicato. Invece, nel caso di specie, tanto più a fronte della complessità del fatto - articolatosi peraltro nello stesso contesto spazio-temporale - l’imputato aveva avuto piena consapevolezza di entrambi i profili comportamentali ascrittigli nel capo d’imputazione ed aveva avuto modo, già innanzi al Giudice di pace, di spiegare compiutamente e consapevolmente, la propria difesa.
La seconda censura è pur essa infondata, in quanto l’esame della motivazione del provvedimento impugnato non segnala incongruenze od errori di sorta nell’apprezzamento delle risultanze processuali, poggiando, per converso, su corretta valutazione delle dichiarazioni della persona offesa, prudentemente vagliate nella loro attendibilità, e delle conferme - sia pure non necessarie - rivenienti dalle raccolte dichiarazioni testimoniali.
3. - Per quanto precede il ricorso - globalmente considerato - deve essere rigettato, con le consequenziali statuizioni espresse in dispositivo, anche in ordine alla condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di giudizio che appare congruo ed equo determinare come da dispositivo. 
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processali e della somma di euro 1.500 alla parte civile costituita, oltre accessori come per legge.
 Depositata in Cancelleria il 26.03.2010

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