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lunedì 30 maggio 2011

STALKING ANCHE PER I CONDOMINI - Cass. Pen. n. 20895/2011

Corte di Cassazione Sez. Quinta Pen. - Sent. del 25.05.2011, n. 20895
- ritenuto -
1- Il Tribunale di Torino condannava in giudizio abbreviato A. F. ad anni 2 di reclusione con l’attenuante di cui all’art. 89 CP equivalente ad aggravante e recidiva, e la diminuente di cui all’art. 442 CPP, per atti persecutori e violenza privata (A - B ) commessi in libertà e consecutivi danneggiamento aggravato ed interruzione di ufficio nella Casa Circondariale (C -D), disponendone la misura di casa di cura e custodia per sei mesi.
Il Tribunale riteneva che l’imputato aveva offeso B. S. e le sue condomine, P. P. anche tramite la figlia minore, D. B. M. e sua madre, Z. B., presso la quale la D. B. si era dovuta trasferire e L. A., costretta a mutare le proprie abitudini. La B. era stata minacciata di morte il 30.4.09 in una con il cappellano D. M. con punteruolo e martello, se non se ne fossero andati lei ed i condomini dall’edificio in cui abitavano. Inoltre l’1.5.09 A. aveva bloccato l’ascensore in cui la B. era salita per sfuggirgli e, intervenuta la Polizia, l’aveva minacciata di morte alla sua uscita dal carcere. Aveva (B) anche bloccato l’ascensore a danni di L. commesso altri fatti intesi atti persecutori al danni di donne coabitanti nell’edificio dal febbraio 09 sino al 23 aprile.
Con l’appello si chiedeva l’assoluzione dai reati suindicati, perché talune condotte valutate dal Tribunale risalivano al 2007 e per esse vi era già stata condanna (giusta sentenza del 17.12.08), e perché l’esame doveva limitarsi ai fatti successivi all’entrata in vigore dell’art. 612 bis CP (25.2.09, 
decreto_legge_11_2009), sicché si confinava ai soli episodi del 24 aprile e del 10 maggio 2009, che dovevano valutarsi separatamente per ciascuna persona offesa.
La Corte di Torino ha accolto l’appello relativamente ai fatti di minaccia ed ingiuria alla B., circa i quali l’offesa aveva rimesso la querela, escludendo perciò il delitto di cui all’art. 612 bis nei suoi confronti. Ed ha ritenuto la non punibilità a tale titolo delle condotte precedenti l’entrata in vigore della norma (chiusura in ascensore, per il distacco della corrente elettrica) quanto alla L., seppure punibili ai sensi dell’art. 610 CP. Ha però ritenuto che costituissero unico reato sub A di cui all’art. 612 bis le condotte dell’imputato offensive delle persone di sesso femminile abitanti nello stesso stabile. E, assorbito il reato sub B in quello sub A, ha eliminato l’aumento per continuazione
Il ricorso deduce: erronea applicazione degli att. 612 bis e 610 CP” e vizio di motivazione circa la sussistenza dell’evento. Ripete quanto già sostenuto con l’appello circa il confinamento dei fatti costitutivi di reato e la necessità di rapportare ciascuna condotta di stalking alla singola persona offesa. Osserva che nel caso della (…) il primo episodio precede la norma incriminatrice, sicché residua solo quello in danno di sua figlia (seguita per istrada). Nel caso della Z, i due episodi, di ingiuria e deterioramento della porta escludono si tratti di condotte reiterate. Nel caso della D. B. si tratta di due episodi di ingiuria e uno di danneggiamento, non costitutivi di condotte violente o aggressive tali da rapportarsi alla fattispecie di cui all’art. 612 bis CP, mentre l’inseguimento della (…) è da considerarsi fortuito. Sostiene poi errore nel non ritenere assorbiti i due fatti di cui all’art. 610 CP nella previsione alternativa di cui all’art. 612 bis giusto il principio di specialità di SU. 16/95, dunque l’esclusione della procedibilità laddove la querela non sia stata presentata. Afferma inoltre che i due reati di violenza privata vanno assorbiti nello stalking trattandosi di condotte di intimidazione o moleste che, provenendo da psicolabile, non sarebbero idonee a limitare la libertà di autodeterminazione altrui per assenza del connotato finalistico , se la condotta è volta a richieste generiche (andar via dallo stabile).
2. Il ricorso è infondato.
La Corte di merito ha accolto l’appello, escludendo la continuazione per il delitto previsto dall’art. 612 bis CP, per remissione di querela della B. Ha altresì escluso punibilità del fatti in danno della L. precedenti l’entrata in vigore della norma. E, ferma la violenza privata ai danni di ciascuna persona offesa, ha ritenuto i fatti successivi commessi nei confronti di P., D. B. e L., perché vigente l’art. 612 bis CP.
Ma ha ritenuto riduttiva la lettura della norma nel senso che gli atti molesti debbano essere per forza rivolti ad una sola persona. E, poiché nella specie erano stati commessi ai danni di più persone di sesso femminile residenti nello stabile in alternativa, costituendo per ciascuna motivo d’ansia, ben sapendo di non avere scampo se si fossero incrociate con il prevenuto (pg. 9), concludeva che la condotta contestata al capo B andava sussunta nell’ipotesi di cui al capo A, avendosi riguardo ad unica condotta di violazione dell’art. 612 bis, ferma la continuazione del delitto con quello di violenza privata.
Ma se ogni condotta, pur rivolta ad una persona, ha cagionato l’evento ai danni di altre, perciò più persone offese, non s’intende la ragione di esclusione della continuazione.
Inoltre ferma tale la premessa, per quanto concerne la B., la Corte ha travisato che l’ultimo comma dell’art. 612 bis dispone che si proceda di ufficio se il fatto è connesso con altro delitto per cui si deve procedere d’ufficio. Pertanto la contestata e ritenuta violenza privata ritenuta connessa impediva di prender conto della remissione di querela.
A fronte il ricorso pone in unico contesto questioni diverse, ripete la frammentazione dei fatti ed offre diversa limitata lettura del dettato normativo implicando rilettura della norma.
2.1. L’art. 612 bis CP, introdotto dal D.L. 11/09, punisce a titolo di “atti persecutori’ chi con condotte reiterate minacci o molesti taluno, in modo da cagionare un suo perdurante stato di paura o di ansia o un suo fondato timore di pericolo per l’incolumità propria o di persone prossime o la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.
Il fatto può essere costituito anche da due sole “condotte”, come ha ritenuto ineccepibilmente (con rif. a Cass., Sez. V n. 6417/ 20120, iv. 245881) la Corte di merito.
Tanto premesso è indiscusso che la legge si applichi solo ai fatti commessi dopo la sua entrata in vigore. Ma all’evidenza la preclusione concerne l’evento da cui dipende l’esistenza del reato. Perciò anzitutto il Giudice di appello si sarebbe dovuto domandare se la reiterazione di atti minatori e molesti, nei confronti di persona già offesa da atti dello stesso genere, attuata dopo l’entrata in vigore della norma integrasse gli estremi del reato.
Il mancato rilievo ha avuto in concreto incidenza non per escludere il reato, bensì la continuazione, perché la Corte di merito ha unificato la posizione degli offesi offrendo la lettura suindicata della norma, travisando come si è visto che gli offesi sono più d’uno.
Va quindi osservato che la locuzione condotte reiterate vuol dire che si è in presenza di reato complesso, la cui “condotta criminosa”, cioè l’azione od omissione di cui è conseguenza l’evento da cui dipende l’esistenza del reato (art. 660 CP) è, nel caso di specie integrata da atti per sé costitutivi di condotte di minaccia o molestia. Pertanto il carattere decisivo della condotta criminosa consiste nella “ripetizione di “atti” qualificati “persecutori” in quanto il loro insieme cagiona l’evento ulteriore assorbente del reato sopra indicato.
Il meno grave degli atti previsti integra contravvenzione di “molestia o disturbo alle persone”. Ma si tratta di reato di sbarramento (art. 660 CP), assorbibile ad esempio dall’ingiuria, perciò letteralmente dalla progressiva minaccia di male ingiusto (612).
Già il rilievo della funzione di sbarramento della molestia consente d’intendere che la lettera ‘minaccia o molesta taluno” non implica che ogni atto costitutivo della condotta criminosa dell’art. 612 bis debba avere ad oggetto la stessa persona. Difatti, la minaccia rivolta ad una persona può coinvolgerne altre o comunque costituirne molestia. Si pensi al caso di colui che minacci d’abitudine qualsiasi persona attenda ogni mattino nel luogo solito un mezzo di trasporto per recarsi al lavoro. La minaccia in tal caso assorbe bensì la molestia nei confronti della persona cui è rivolta, ma non la molestia arrecata alle altre persone presenti. Perciò può essere decisivo ai fini dell’art. 612 bis, che in diversa occasione altra persona, già molestata, sia oggetto diretto di nuova molestia da parte dell’agente.
E’ dunque ineludibile l’implicazione che l’offesa arrecata ad una persona per la sua appartenenza ad un genere turbi per sé ogni altra che faccia parte dello stesso genere. E se la condotta è reiterata indiscriminatamente contro talaltra, perché vive nello stesso luogo privato, sì da esserne per questa ragione occasionale destinataria come la precedente persona minacciata o molestata, il fatto genera all’evidenza il tqrbamento di entrambe.
Nella specie la molestia ed ancor più, la minaccia, vieppiù se accentuata da costrizione, è dimostrata rivolta occasionalmente per la stessa ragione a ciascuna delle persone offese, come ritenuto, al dl là del rapporto di famiglia previso dalla norma (il ricorso, peraltro non contesta la comunicazione motiva tra madre e figlia, rilevato per due volte).
Perciò il Giudice di appello ha anzitutto dato corretto rilievo, già sul piano probatorio, ancorché non costitutivo di reato, alla direzione collettiva indiscriminata della minaccia occasionalmente rivolta alla B., che si era fatta accompagnare dal sacerdote per dissuaderlo dal reiterare fatti già commessi anche nei confronti di altre persone abitanti nello stesso edificio. Quindi ha incensurabilmente ritenuto che le singole condotte, in quanto ripetute nei confronti di donne di qualsiasi età conviventi nell’edificio (v. il ripetuto arresto dell’ascensore dello stabile, dopo che l’una o l’altra vi si era immessa per sfuggire allo stesso autore dei fatti, ben più del seguirne ostentatamente taluna) le coinvolgesse tutte.
2.2. Risulta inoltre anche manifestamente infondato l’argomento di genericità e perciò inoffensività di qualsiasi minaccia presa in esame nelle sentenze, men che le implicazioni che il ricorso vuol trarre da comportamenti dimostrati di inequivoca valenza. Basti riflettere, si ripete in senso inverso, che lo stesso evento di molestia poi ripetuto è un male ingiusto e che la correttezza della motivazione non è inficiata dalla provenienza della minaccia da persona che manifesti comportamento maniacale. Proprio la relativa consapevolezza può accrescere il turbamento di coloro che si attendono da tale persona un ingiusto male.
E’ il senso evidente delle sentenze, al di là dalla ratio di previzione della misura di sicurezza
nella specie applicata. L’insistere in merito in questa sede, ben più che non essere consentito, travisa l’elemento soggettivo del reato per la capacità dell’imputato.
2.3. Finalmente se la norma incriminatrice di cui all’art. 612 bis è speciale rispetto a quelle che prevedono i reati di minaccia o molestia, non lo 6 è rispetto all’art. 610 c.p.
La violenza privata anzitutto può essere commessa con atti per sé violenti ed è poi soprattutto finalizzata finalizzata a costringere la persona offesa a fare, non fare, tollerare o omettere
qualche cosa, cioè ad obbligarla ad uno specifico comportamento. La previsione dell’art. 610 CP perciò non genera solo il turbamento emotivo occasionale dell’offeso per il riferimento ad un male futuro, ma volontà in determinarsi nella propria attività, d’onde il quid pluris di cui all’art. 610 c.p.
In questa luce risulta in conclusione incensurabile la sentenza sia nell’aver ravvisato il concorso di reati, sia nel ritenere taluni atti turbativi di persone diverse, oltre il soggetto coinvolto dalla singola condotta, sia nel motivare la responsabilità per i fatti ritenuti.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
Depositata in Cancelleria il 25.05.2011

domenica 29 maggio 2011

NUOVE PROVE IN APPELLO - Cons. Stato 2738/2011

N. 02738/2011REG.PROV.COLL.
N. 04160/2006 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 4160 del 2006, proposto dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti - S.I.I.T. Puglia e Basilicata e dall’Ufficio Territoriale del Governo di Potenza, rappresentati e difesi dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
contro
Messina Giovanna, rappresentata e difesa dall'avv. Donatello Genovese, con domicilio eletto presso Marco Gardin in Roma, via L. Mantegazza, 24;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. BASILICATA – POTENZA, n. 69/2006, resa tra le parti, concernente OCCUPAZIONE D'URGENZA PER REALIZZAZIONE IMPIANTO DI DEPURAZIONE

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 15 aprile 2011 il Cons. Rosanna De Nictolis e uditi per le parti l’avvocato dello Stato Massarelli e l’avvocato Buccellato per delega dell'avvocato Genovese;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO
1. La signora Giovanna Messina, odierna appellata, ha proposto ricorso al Tribunale amministrativo della Basilicata per l’annullamento:
- del decreto del Prefetto di Potenza 11 novembre 1988 n. 5142 recante autorizzazione, in favore del Comune di Maratea, all’occupazione d’urgenza di un fondo di proprietà della signora Messina, per l’esecuzione di lavori di completamento della rete fognante e per l’impianto di depurazione dell’abitato di Maratea;
- della delibera n. 3909 dl Comitato di gestione dell’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno datata 21 giugno 1988 avente ad oggetto approvazione della perizia di variante n. 4.
1.1. Il ricorso di primo grado è stato affidato ad undici motivi di ricorso.
2. Il Tribunale amministrativo adito, con la sentenza in epigrafe (6 febbraio 2006, n. 69), ha:
- dichiarato inammissibile l’impugnazione della delibera 21 giugno 1988 n. 3909 di approvazione della perizia di variante n. 4, e per, l’effetto, inammissibili il quinto e sesto motivo di ricorso;
- respinto il primo, secondo, terzo e quarto motivo di ricorso, diretti contro il decreto di occupazione d’urgenza;
- accolto il settimo motivo di ricorso, diretto contro l’occupazione d’urgenza, ritenendo provata la censura di mancanza dell’autorizzazione paesaggistica (ricadendo l’area occupata nella fascia di 300 metri dalla battigia);
- assorbito l’ottavo, nono, decimo e undicesimo motivo di ricorso, riferiti all’occupazione d’urgenza.
3. Hanno proposto appello, tempestivamente e ritualmente notificato e depositato, il Prefetto di Potenza e il Ministero delle infrastrutture e trasporti.
3.1. Con l’unico motivo di appello, si deduce travisamento dei fatti da parte della sentenza, in quanto l’autorizzazione paesaggistica esiste, essendo stata richiesta, secondo quanto è testualmente scritto a pag. 2 dell’atto di appello, il “9 dicembre 1983” e rilasciata il “9 dicembre 1993”.
Vi sarebbe inoltre l’autorizzazione forestale rilasciata con provvedimento 4 gennaio 1985.
Le due autorizzazioni sono state depositate in appello.
3.2. Parte appellata, costituitasi in giudizio, ha eccepito la tardività della produzione documentale, in violazione del divieto dei nova in appello ai sensi dell’art. 345 Cod. proc. civ..
Ripropone, inoltre, i motivi assorbiti in primo grado, e, in particolare, ritiene di riproporre, oltre all’ottavo, nono, decimo e undicesimo motivo del ricorso di primo grado, anche il quinto e il sesto.
4. Nell’ordine logico delle questioni, va anzitutto esaminata, sia alla luce dell’eccezione di parte appellata, sia d’ufficio, la questione dell’ammissibilità della produzione, da parte dell’appellante, di nuovi documenti in appello.
4.1. Dispone l’art. 345 Cod. proc. civ. (e oggi, con disposizione di identico tenore, l’art. 104, secondo comma, Cod. proc. civ.), che in appello non sono ammessi nuovi mezzi di prova, ivi compresi i nuovi documenti, salvo che il Collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa, ovvero che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile.
L’inclusione dei nuovi documenti nel divieto dei nova in appello è stata normativamente disposta ad opera della l. 18 giugno 2009, n. 69 (in novellazione al Codice di procedura civile), in adesione all’orientamento in tal senso già espresso in precedenza dalla Corte di cassazione a sezioni unite (Cass., sez. un., 20 aprile 2005, n. 8203).
Va rimarcato che l’atto di appello è stato proposto nel 2006, e dunque nel vigore dell’orientamento giurisprudenziale delle sezioni unite che estende il divieto dei nova in appello alle prove documentali.
Pertanto, la disciplina positiva come codificata nel 2009 e nel 2010, e sopra riportata, trova piena applicazione al presente processo.
4.2. Si tratta allora di stabilire se, nel caso di specie, i nuovi documenti prodotti per la prima volta in appello siano o meno ammissibili.
Sotto tale profilo, si pone la questione se i due presupposti di ammissibilità delle prove nuove in appello, - vale a dire la dimostrazione che la parte non ha potuto produrli in primo grado per causa ad essa non imputabile, e la valutazione di indispensabilità da parte del collegio -, siano cumulativi o alternativi.
In base al dato letterale, i due presupposti sono alternativi.
Anche le Sezioni unite della Corte di Cassazione hanno ritenuto i due presupposti alternativi (Cass., sez. un., 20 aprile 2005 n. 8203 afferma che il giudice, oltre a quelle prove che le parti dimostrino di non avere potuto proporre prima per causa ad esse non imputabili, è abilitato ad ammettere, nonostante le già verificatesi preclusioni, solo quelle prove che ritenga - nel quadro delle risultanze istruttorie già acquisite - "indispensabili", perché suscettibili di una influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove, definite come "rilevanti" (cfr. art. 184,primo comma; art. 420, quinto comma, Cod. proc. civ.), hanno sulla decisione finale della controversia; prove che, proprio perché "indispensabili", sono capaci , in altri termini, di determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, decisivo talvolta anche per giungere ad un completo rovesciamento della decisione cui è pervenuto il giudice di primo grado).
La stessa giurisprudenza amministrativa mostra di ritenere i due presupposti alternativi (Cons. Stato, IV, 12 ottobre 2010, n. 7440; IV, 18 giugno 2009, n. 4004; VI, 29 ottobre 2008, n. 5409; VI, 6 giugno 2008, n. 2718; V, 7 maggio 2008, n. 2080; VI, 4 giugno 2007, n. 2951; VI, 14 aprile 2006, n. 2107; IV, 6 marzo 2006, n. 1122; V, 22 dicembre 2005, n. 7343).
4.3. Ad avviso del Collegio, la tesi dell’alternatività dei due presupposti è da condividere perché si fonda su un dato letterale chiaro e perché meglio risponde al principio dispositivo con metodo acquisitivo che connota il processo amministrativo, nel quale, a differenza che nel processo civile, nel processo di primo grado non vi sono limiti temporali alla produzione delle prove. Si deve pertanto ritenere che la valutazione di indispensabilità possa essere compiuta dal giudice di ufficio, senza la prova di impossibilità di produzione in primo grado, sia nel caso, individuato dalle sezioni unite, in cui le nuove prove possano determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, decisivo talvolta anche per giungere ad un completo rovesciamento della decisione cui è pervenuto il giudice di primo grado, sia nel caso in cui dal complesso delle circostanze emerga comunque che non vi sono colpe istruttorie della parte in primo grado.
4.4. Alla luce di tali coordinate ermeneutiche, il Collegio rileva, anzitutto, che nel processo amministrativo di primo grado l’Amministrazione resistente ha l’onere di depositare il provvedimento impugnato e gli atti e documenti del relativo procedimento amministrativo e gli altri ritenuti utili (art. 21, l 6 dicembre 1971, n. 1034; ora art. 46, comma 2, Cod. proc. amm.).
Se l’Amministrazione non provvede a tale adempimento, il giudice ordina anche d’ufficio l’esibizione dei documenti (art. 21 l. n. 1034 del 1971; art. 65, comma 3, Cod. proc. amm.).
Se ne desume che il provvedimento impugnato e gli atti del procedimento amministrativo relativo, sono per definizione “indispensabili” al giudizio e la mancata produzione da parte dell’Amministrazione non comporta decadenza, sussistendo il potere-dovere del giudice di acquisirli d’ufficio.
Con l’ulteriore conseguenza che la mancata acquisizione d’ufficio da parte del giudice può essere supplita con i poteri ufficiosi del giudice di appello - atteso che l’art. 46, comma 2, Cod. proc. amm. è senz’altro applicabile in grado di appello -, senza che si incontri la preclusione ai nova in appello recata dall’art. 104, comma 2, Cod. proc. amm. (Cons. Stato, V, 29 marzo 2011, n. 1925), essendovi per definizione un’indispensabilità, sotto il profilo probatorio, del provvedimento impugnato e degli atti del relativo procedimento.
4.5. Nel caso di specie, dagli atti del processo di primo grado si evince che, a fronte del motivo del ricorso di primo grado con cui si lamentava la mancanza di autorizzazione paesaggistica, l’Amministrazione con memoria depositata in prime cure il 24 novembre 2005 replicava (pag. 7) che l’autorizzazione paesaggistica era intervenuta, pur non producendola in giudizio.
A fronte di tali risultanze processuali, il giudice di primo grado avrebbe dovuto ordinare il completamento della produzione documentale da parte dell’Amministrazione, prima di decidere nel senso dell’inesistenza dell’autorizzazione paesaggistica.
Tanto più che non si può ravvisare una colpa dell’Amministrazione nel non aver tempestivamente prodotto l’autorizzazione paesaggistica, perché a stretto rigore la stessa non faceva parte del procedimento sfociato nell’occupazione d’urgenza, non essendo atto presupposto necessario per addivenirsi all’occupazione d’urgenza, ma solo per la realizzazione dell’opera.
4.6. Ne consegue che la prova documentale, prodotta in appello, va ritenuta ammissibile.
La prova documentale è costituita da un’autorizzazione paesaggistica richiesta in data 11 novembre 1983 e rilasciata in data 9 dicembre 1983 (prot. 1477).
Rilevata l’esistenza dell’autorizzazione paesaggistica (peraltro non rilevante ai fini della legittimità dell’occupazione d’urgenza), va riformata la sentenza di primo grado e respinto, sotto tale profilo, il ricorso di primo grado.
5. L’accoglimento dell’appello rende necessario esaminare i motivi del ricorso di primo grado asseritamente assorbiti e riproposti da parte appellata con memoria.
6. Va anzitutto dichiarata inammissibile la riproposizione, con semplice memoria anziché con appello incidentale, del quinto e sesto motivo del ricorso di primo grado, perché tali due motivi non sono stati assorbiti dal Tribunale amministrativo (come sostiene l’appellata), ma sono stati dichiarati inammissibili. Si delinea pertanto una soccombenza, che andava contestata con appello incidentale notificato.
La questione di inammissibilità è stata rilevata d’ufficio in udienza, ai sensi dell’art. 73, comma 3, Cod. proc. amm., come da verbale di udienza.
7. Restano da esaminare i motivi del ricorso di primo grado effettivamente assorbiti, vale a dire l’ottavo, nono, decimo e undicesimo.
7.1. Con questi si deduce che l’occupazione di urgenza sarebbe illegittima perché:
a) mancherebbe l’autorizzazione della Camera di commercio per la trasformazione a scopo edilizio di terreno boschivo assoggettato a vincolo idrogeologico (ottavo motivo);
b) mancherebbero il parere dell’ufficiale sanitario e della commissione edilizia (nono motivo);
c) mancherebbe il nulla osta regionale sulla variante progettuale posta a base dell’occupazione (decimo motivo);
d) l’occupazione d’urgenza sarebbe stata disposta prima di aver deciso il tipo di impianto di depurazione da realizzare (undicesimo motivo).
7.2. L’ottavo e il nono motivo sono infondati perché si basano sull’erroneo assunto che le autorizzazioni ivi indicate siano atti presupposti dell’occupazione d’urgenza, laddove l’occupazione d’urgenza si fonda solo sulla verifica che vi sia una dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera, e che l’opera sia localizzata sulle aree di cui si chiede l’occupazione, e non anche sulla verifica che l’opera pubblica abbia ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie; in definitiva, le autorizzazioni indicate nell’ottavo e nono motivo, se in ipotesi necessarie per realizzare l’opera pubblica, non entrano comunque nello schema procedimentale che sfocia nell’occupazione d’urgenza.
7.3. Il decimo motivo di ricorso deduce un vizio della variante progettuale, e va ritenuto inammissibile perché già il giudice di primo grado ha dichiarato inammissibile l’impugnazione della variante progettuale.
7.4. L’undicesimo motivo va disatteso perché deduce circostanze generiche e non dimostrate.
8. In conclusione, va accolto l’appello e per l’effetto va respinto il ricorso di primo grado, anche in relazione alle censure assorbite dalla sentenza impugnata.
Le spese di lite del doppio grado di giudizio possono essere compensate in considerazione della durata della vicenda procedimentale e processuale e del diverso esito del giudizio in primo grado e in appello.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, respinge il ricorso di primo grado.
Compensa tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Al fine della debenza del contributo unificato la soccombenza è a carico del privato appellato.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 15 aprile 2011 con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Severini, Presidente
Rosanna De Nictolis, Consigliere, Estensore
Roberto Garofoli, Consigliere
Bruno Rosario Polito, Consigliere
Claudio Contessa, Consigliere




L'ESTENSOREIL PRESIDENTE
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 09/05/2011
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)


C.D.S. Cass. Civ. Sent. n.11185/2011

Corte di Cassazione Sez. Seconda Civ. - Sent. del 20.05.2011, n. 11185
Fatto e diritto
  1. Si apprende dalla sentenza impugnata - e in parte dal ricorso che il 6 settembre 2005 veniva accertata dalla Polizia Municipale di Trieste un’infrazione stradale commessa dal conducente di un veicolo di proprietà di K. S. Il relativo verbale veniva notificato alla proprietaria del veicolo il 18 febbraio 2006, con l’invito a comunicare i dati di identità e di patente di guida dell’effettivo trasgressore. La S. provvedeva al pagamento della sanzione per l’infrazione contestata.
    Con raccomandata spedita il 5 maggio 2006 (pur se datata 20 aprile 2006, cfr. sentenza d’appello, pag. 3, terz’ultimo rigo) comunicava di non essere in grado di fornire i dati richiesti per le seguenti ragioni: a) perché la contestazione era pervenuta cinque mesi dopo la notifica del verbale relativo alla prima violazione; b) perché era cittadina austriaca che si trovava all’epoca del fatto presso la famiglia di origine; c) perché coniugata con un avvocato italiano al quale aveva lasciato in uso il veicolo per le esigenze di lui e degli altri professionisti dello studio legale. Il 25 settembre 2006 veniva notificato alla S. verbale di contestazione “elevato l’8 settembre 2006 relativo alla violazione commessa con la mancata positiva risposta all’invito a comunicare i dati del conducente. L’opposizione proposta a questa sanzione con atto del 26 ottobre 2006 veniva respinta dal giudice di Pace di Trieste il 23 gennaio 2007. L’appello della opponente, che ribadiva le tesi circa la non addebitabilità della omissione e l’incostituzionalità della pretesa, veniva rigettato dal tribunale di Trieste il 4 novembre 2008, con sentenza notificata il 21 novembre successivo. Il giudice d’appello riteneva che la ricorrente non aveva ottemperato all’invito a comunicare nel termine di legge i dati richiestile, perché, pur prescindendo dalla idoneità della comunicazione di mancata identificazione del conducente, la comunicazione stessa era avvenuta fuori termine, essendo stata eseguita il 5 maggio 2006 e non entro il venti marzo 2006, allo scadere dei trenta giorni dalla data della notifica del primo verbale, avvenuta, come detto, il 18 febbraio. Escludeva poi la sussistenza di un giustificato motivo dell’omissione. La S. ha proposto tempestivo ricorso per cassazione, al quale il Comune dì Trieste ha resistito con controricorso. Il giudice relatore ha avviato la causa a decisione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio. E’ stata depositata memoria. L’adunanza camerale, tenutasi il 5 novembre, è stata riconvocata il 3 maggio 2011. 2) La relazione preliminare ha rilevato che il ricorso è inammissibile e comunque manifestamente infondato. Parte ricorrente, che non individua in apposita rubrica i motivi di censura e le norme violate formula due quesiti di diritto. Il primo attiene alla ritenuta tardività della comunicazione ed è così formulato: “Caducato il DL 21 settembre 2005 n. 184 che modificava secondo le indicazioni della Corte Costituzionale l’art 126 bis c.2 CdS nel senso che la comunicazione dei dati del conducente doveva essere fornita all’organo di polizia procedente entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione, può dirsi rimasta in vigore la precedente formulazione dell’articolo di cui sopra, già rilevata in contrasto con la Costituzione, secondo cui detta comunicazione doveva essere invece effettuata entro trenta giorni?”
    Il secondo quesito concerne “un secondo errore ed una motivazione gravemente carente” che parte ricorrente ascrive alla sentenza impugnata e che sono riferiti alle ragioni per le quali il proprietario del veicolo ignorava il nome del conducente trasgressore, ragioni ritenute inadeguate dal tribunale, con sentenza che secondo la ricorrente non sarebbe motivata specificamente.
    Il primo quesito è viziato da carenza di concretezza, mancando ogni riferimento alla fattispecie esaminata. In proposito le Sezioni Unite hanno insegnato che “a norma dell’art. 366 “bis” cod, proc. civ. e’ inammissibile il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilita’ alla fattispecie in esame tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo (SU 6420/08, 112010/08. Orbene, il quesito in considerazione è del tutto inidoneo a soddisfare i requisiti previsti dall’art. 366 bis cod. proc. civ., per la cui osservanza avrebbe dovuto compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di tatto sottoposti al giudice di merito; b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. 19769/08).
    Il tutto doveva essere esposto in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, finalizzata a porre il giudice della legittimita’ in condizione di comprendere - in base alla sola sua lettura - l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice e di rispondere al quesito medesimo enunciando una “regula iuris”,(Cass. 2658/08), così rispondendo al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimita’ (Cass. 26020/08) La mancanza di concretezza del quesito si desume, nel caso in esame, non solo dalla assenza nel quesito di ogni riferimento alla fattispecie, ma anche dalla inidoneità a risolvere in concreto la controversia in favore dell’istante. Va infatti osservato che ove fosse possibile ritenere il quesito autoindividuante in relazione al caso deciso (per il fatto di avere il giudice di merito preferito la tesi della necessità di rispondere entro trenta giorni come previsto dal testo originario dell’art. 126 bis, e non sessanta come sostenuto dall’opponente rifacendosi alle modifiche normative successive), parimenti la questione non sarebbe risolutiva. Le date riportate in sentenza evidenziano infatti che la comunicazione venne effettuata ben oltre i sessanta giorni atteso che la spedizione avvenne il 5 maggio 2006, cioè 76 giorni dopo il 18 febbraio, data in cui era stata contestata la prima violazione ed era stato contestualmente intimato l’invito di comunicare i dati del conducente.
    Pertanto la censura, al di là della norma applicabile ratione temporis nella specie (per via del sovrapporsi di tre versioni dell’art. 126 bis e di Corte Cost. n. 27/05) è comunque inammissibile, perché priva di aderenza alla realtà fattuale accertata in sentenza e non impugnata.
    In proposito mette conto evidenziare che l’accertamento in ordine all’invio della comunicazione contenuto nel passo (citato supra) della sentenza d’appello non è stato oggetto di critica, né è stato smentito con gli opportuni riferimenti documentali, Neppure si è dato atto in ricorso della produzione del documento attestante una diversa data di spedizione della comunicazione. Vale in proposito evidenziare, come ha già fatto il giudice relatore, che parte ricorrente ha anche omesso la specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda (art. 366 c.p.c., come interpretato da Cass. 23019/07) . La specifica indicazione, quando riguardi un documento prodotto in giudizio, postula che si individui dove sia stato prodotto nelle fasi di merito, e, in ragione dell’art. 369 secondo comma, n. 4 cod. proc. civ., anche che esso sia prodotto anche in sede di legittimità (SU 28547/08 e, più dettagliatamente 7161/2010) . Le omissioni di cui aIl’art. 366 c.p.c. comportano, giova ricordare, l’inammissibilità del ricorso, ove quest’ultimo si debba fondare su tali atti e documenti.
    3) Il secondo quesito posto è stato formulato (pag. 5 del ricorso) con due alternative: la prima versione è la seguente: “Può il proprietario del veicolo dirsi obbligato a comunicare i dati personali e della patente del conducente al momento della contravvenzione, in conformità all’art. 126 bis Cds, anche se il verbale gli viene notificato oltre i 150 giorni previsti per la validità della notifica?”
    La seconda versione è la seguente: “Deve considerarsi l’apprezzato ritardo della notifica della violazione oltre i cinque mesi concessi dalla legge, eventualmente in concomitanza ad altri fattori causali di rilievo, “giustificato e documentato” motivo di omissione della comunicazione di cui all’art. 126 bis CdS?” Anche questo quesito è inammissibile. Rilevano in questo caso non solo le carenze individuate con riguardo al primo, relative: a) alla mancanza di riferimenti alla concreta fattispecie e all’ incompletezza della sintesi logico - giuridca della questione; b) alla omessa indicazione degli atti processuali (atto di opposizione e atto di appello) indispensabili per l’ammissibilità dello scrutinio, ma anche la mancata indicazione del fatto controverso relativamente al prospettato vizio di motivazione e la novità della questione giuridica affrontata dal quesito, come prontamente segnalato dal controricorso. Il Comune di Trieste nel proprio scritto difensivo ha messo in evidenza che la censura relativa alla ‘asserita tardività” della notifica del verbale è stata formulata per la prima volta in sede di legittimità. Il rilievo coglie nel segno, atteso che i riferimenti al tempo trascorso dalla constatazione della infrazione, nei precedenti gradi di giudizio erano funzionali a sostenere la sussistenza del giustificato motivo della condotta omissiva contestata. Invero la questione posta con la prima versione del quesito è diversa rispetto a quella, riecheggiata nella seconda versione del quesito, attinente al giustificato motivo della omissione, questione questa che in giurisprudenza è risolta considerando giustificate sostanzialmente solo la circolazione del mezzo contro la volontà del proprietario o dopo la cessione del veicolo a terzi (cfr. Cass. 22042/09, richiamata dalla relazione preliminare). Si mira infatti ad affermare, più nettamente, che la comunicazione degli estremi del conducente non è dovuta (e non può essere pretesa dall’amministrazione) per il solo fatto del decorso di un tempo superiore ai 150 giorni, stabilito dall’art. 201 bis CdS (nel testo vigente all’epoca), prima della notificazione al proprietario del veicolo del verbale di accertamento dell’infrazione al quale accede l’intimazione contenente l’invito a comunicare i dati del conducente.
    La questione del limite temporale, più chiaramente trattata dalla stessa parte ricorrente nella memoria ex art. 380 bis c.p.c. non risulta però posta in questi termini al giudice di appello come si
    evince dalle conclusioni di parte appellante riportate in epigrafe, che alludevano, oltre che al giustificato motivo, a ulteriore profilo, costituito dalla mancanza di coscienza e volontà dell’omissione, involgente l’art. 3 della legge 689/81 e quindi ben diverso da quello esposto in sede di legittimità.
    Se così è, è d’uopo ricordare: A) che per evitare una statuizione di inammissibilita’, per novità della censura, la parte aveva l’onere di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, e, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo avesse fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis’ la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa. B) che il giudizio di accertamento della pretesa sanzionatoria dell ‘amministrazione, introdotto con ricorso in opposizione, ai sensi dell’art. 22 legge 24 novembre 1981 n. 689, e’ delimitato per l’opponente dalla causa petendi fatta valere con quel ricorso e per l’amministrazione dal divieto di dedurre motivi o circostanze diverse da quelli enunciati con l’ingiunzione, a fondamento della pretesa sanzionatoria (Cass. 17625/07) ; C) che, per conseguenza il giudice, salve le ipotesi di inesistenza, non ha il potere di rilevare ragioni di invalidità del provvedimento opposto o del procedimento che l’ha preceduto non dedotte nell’atto di opposizione, nemmeno sotto il profilo della disapplicazione del provvedimento stesso, e che l’opponente, se ha facoltà di modificare l’originaria domanda nei limiti consentiti dagli artt. 183 e 184 cod. proc. civ., non puo’ tuttavia introdurre in corso di causa motivi dei quali il ricorso era del tutto privo (Cass. 6013/03) e far valere vizi diversi da quelli esposti, entro i termini di legge, con l’atto introduttivo del giudizio (Cass.12544/03; 1533/05)
    4) Il ricorso di K. S. è dunque inammissibile con riguardo a ognuno dei profili proposti.
    Esso ha però fatto emergere una questione che risulta nuova in giurisprudenza e che può interessare, soprattutto in sede di opposizione davanti ai giudici di pace, una diffusa platea di controversie.
    Si tratta di stabilire se la tardività (per superamento del termine di cui all’art. 201 comma 1 
    codice_della_strada) della contestazione della violazione principale renda illegittima la sanzione de qua perché esclude la sussistenza dell’obbligo, per il proprietario del veicolo, di comunicare gli estremi del conducente del veicolo al momento del rilevamento dell’infrazione; con la conseguenza che risulterebbe illegittima la pretesa sanzionatoria connessa alla violazione per omessa comunicazione, successivamente contestata con apposito verbale di accertamento.
    5) Il Collegio reputa opportuno e possibile affrontare l’esame della questione, per giungere a enunciare, nell’interesse della legge il principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi.
    E’ qui applicabile il comma terzo dell’art. 363 c.p.c. a tenore del quale il principio di diritto può essere pronunciato dalla Corte anche d’ufficio, quando il ricorso proposto dalle parti è dichiarato inammissibile, se la Corte ritiene che la questione decisa è di particolare importanza.
    In dottrina sono state manifestate perplessità, o addirittura contrarietà, in ordine al potere delle Sezioni semplici della Corte di decidere in via di certiorari la questione giuridica posta dal ricorso dichiarato inammissibile. Si è detto che almeno di regola dovrebbero essere investite le Sezioni Unite o comunque disposta la trattazione in pubblica udienza. Quest’ultima tesi ha trovato isolata eco giurisprudenziale, in ragione del fatto che il rito camerale di cui agli artt. 375 e 380 - bis cod. proc. civ. costituirebbe uno strumento acceleratorio del giudizio per l’esercizio di ben definite tipologie decisionali, tra le quali non rientrerebbe l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge (Cass. 28327/09) Queste opinioni, puntualmente criticate da altra parte della dottrina, non convincono.
    A favore del potere delle Sezioni semplici milita la circostanza che il testo normativo, che menziona genericamente la Corte si è ben guardato dal prevedere che il Collegio debba necessariamente
    innescare il meccanismo di cui all’art. 374 c.p.c. per la rimessione alle Sezioni unite.
    Ferma la possibilità di rimettere la causa al Primo Presidente perché ne investa le Sezioni Unite in
    presenza di questione di diritto già decisa in modo contrastato dalle sezioni semplici o che presenti questione di massima di particolare importanza, al Collegio giudicante è consentito tuttavia di affrontare la questione giuridica per enunciare un principio di diritto che sia comunque particolarmente importante. Tale facoltà risponde all’esigenza di decidere più sollecitamente la questione, verosimilmente già studiata almeno da presidente e relatore, tanto se la ragione di inammissibilità sia emersa in corso di adunanza, quanto in presenza di declaratoria di inammissibilità prospettata nella relazione preliminare. Risponde altresì all’opportunità, laddove si tratti di questioni nuove o comunque non tali da meritare l’immediata attenzione delle Sezioni Unite, di consentire che si dispieghi al più presto l’esame delle sezioni semplici, il confronto di opinioni, il dialogo con la dottrina; di verificare sollecitamente le ricadute anche sulla giurisprudenza di merito, di avviare quel reticolo sedimentato di giudizi che dà forma al diritto vivente, il quale non è articolato solo dalla voce privilegiata del consesso apicale. Né si deve trascurare che la sede camerale è quella che propriamente è chiamata a sancire l’inammissibilità di un ricorso secondo il rito di cui agli artt. 375 e segg. c.p.c. Se il legislatore ha inteso estendere l’istituto di cui all’art. 363 c.p.c. rispetto alla conformazione iniziale, che lo ancorava alle sollecitazioni del procuratore qenerale, ciò ha fatto ben conoscendo che l’occasione di dichiarare l’inammissibilità del ricorso - e nel contempo di voler pronunciare il principio di diritto nell’ interesse della legge - sarebbe sorta, principalmente, in sede di camera di consiglio. Non v’è da sorprendersi di questa scelta, poiché la composizione della Corte in adunanza camerale è identica a quella che essa ha in pubblica udienza, essendo il Collegio formato sempre da cinque magistrati della Sezione. La concreta organizzazione della Corte consente di aggiungere che a questo ufficio sono chiamati (tanto dopo l’istituzione della Sesta Sezione, L. 69/09, quanto al tempo della struttura per l’esame preliminare formata in occasione della riforma del 2006) tutti i magistrati delle sezioni - o contemporaneamente o con periodici avvicendamenti restando così escluso che in sede camerale siano impiegati soltanto consiglieri meno esperti o autorevoli.
    Da disattendere è infine anche l’orientamento dottrinale che vuol limitare il potere d’ufficio di cui al comma terzo dell’art. 363 all’enunciazione del principio di diritto attinente le ragioni per le quali il ricorso è stato dichiarato inanmissibile. Va affermato per contro che il chiaro intento del legislatore, che traspare dal comma primo dell’art. 363, è quello di favorire l’emergere, nonostante l’inammissibilità del ricorso, del principio di diritto cui il giudice di secondo grado avrebbe dovuto attenersi nel decidere la questione - di merito o processuale che era stata fatta oggetto del giudizio di legittimità.
    In tal senso si muove inequivocabilmente l’interpretazione data nei primi anni di applicazione dell’istituto dalle Sezioni Unite e dalle Sezioni semplici della Corte, le quali, come constatato in dottrina, hanno respinto le interpretazioni restrittiva e hanno mostrato largo favore verso la nuova opportunità di pervenire a una pronuncia nomofilattica, cogliendo appieno le potenzialità deflattive dell’istituto.
    6) La questione giuridica occasionata dalla controversia in esame e qui riassunta sub 4) deve essere risolta nel senso che era postulato dal ricorso. Va ricordato che l’art. 201 CdS impone la notifica dei verbali di contestazione delle infrazioni al codice della strada nel termine di centocinquanta giorni (oggi 90) dalla commessa violazione, con la conseguenza che la notifica tardiva rende illegittima la sanzione.
    La peculiare sanzione prevista dall’art. 126 bis CdS, che deriva dalla omessa o negativa risposta all’invito dell’amministrazione a comunicare gli estremi del conducente del veicolo con cui sia stata commessa l’infrazione, pur venendo definita con verbale di accertamento separato, trae origine dalla prima contestazione. Si pretende intatti che il proprietario del veicolo sia in grado di conoscere il nome del conducente, dovendo avere il controllo dell’uso del veicolo e consapevolezza mnemonica degli utilizzatori effettivi di esso. Come ha osservato la memoria della ricorrente questa pretesa dell’amministrazione non può però protrarsi per un tempo illimitato, tenendo obbligato il proprietario anche se l’invito gli venga inoltrato tardivamente. Il testo dell’art. 126 bis prevede che la comunicazione debba essere inoltrata entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione Detta notifica può però avere effetto solo se ritualmente eseguita, cioè se pervenuta all’obbligato entro i 150 giorni dalla commessa violazione. Tale interpretazione si impone per coerenza logica con quanto previsto dall’art. 201 Cds in ordine alla illegittimità della sanzione conseguente alla violazione principale. Il legame tra le due violazioni è con tutta evidenza inscindibile. Si badi che lo sforzo mnemonico del proprietario del veicolo è esigibile solo se contenuto in ragionevoli tempi, che sono dal legislatore previsti in relazione al fatto che la sanzione è - in questi casi necessariamente - irrogata in relazione a ipotesi in cui è mancata la contestazione immediata dell’infrazione (art. 201 comma 1 bis CdS) Pertanto l’obbligo del proprietario (comunicazione entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione) può scattare solo se sorretto da notificazione tempestiva di detto verbale. Va aggiunto che non rileva che il primo verbale, ove tardivamente notificato, non sia stato oggetto di opposizione. La sanzione conseguente all’omessa comunicazione viene infatti accertata in un secondo momento, a seguito della verifica del mancato adempimento all’invito. Solo il verbale di sanzione ex art. 126 bis CdS - se notificato - può e deve essere opposto, facendo valere la ragione di illegittimità di tale pretesa, costituita dal tardivo inoltro del verbale di contestazione della prima violazione. Va pertanto affermato, nell’interesse della legge, il seguente principio di diritto:
    “In relazione alla contestazione della violazione di omessa comunicazione dei dati del conducente di un veicolo di cui all’art. 126 bis CdS, ove la contestazione della violazione principale sia avvenuta tardivamente (per superamento del termine di cui all’art. 201 comma 1 CdS), va esclusa la sussistenza dell’obbligo, per il proprietario del veicolo, di comunicare gli estremi del conducente del veicolo al momento del rilevamento dell’infrazione; con la conseguenza che risulta illegittima la pretesa sanzionatoria connessa alla violazione per omessa comunicazione, contestata, successivamente alla prima, con apposito verbale di accertamento.” Le spese di questo grado di giudizio possono essere interamente compensate, atteso che la questione posta con il ricorso ha fatto emergere l’illegittimità della pretesa sanzionatoria, non senza considerare che la “particolarità del caso” aveva indotto la stessa ricorrente a non chiederne la rifusione in caso di esito favorevole, volendo essa agire “per un sostanziale principio di equità “. La Corte dichiara inammissibile il ricorso.
    In relazione al secondo motivo di ricorso pronuncia nell’interesse della legge principio di diritto nei sensi di cui in motivazione. Depositata in Cancelleria il 20.05.2011

mercoledì 18 maggio 2011

C.D.S. - IL GIUDICE DI PACE E' COMPETENTE. - Cass. Civ. 6463/2011

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II CIVILE
Ordinanza 21 marzo 2011, n. 6463
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
Il giudice di pace di Milano con sentenza 7 marzo 2006 rilevava che il 9 maggio 2005 D.S.R.
aveva proposto opposizione avverso la cartella esattoriale n. ****, emessa dalla s.p.a. Esatri,
per la riscossione dell'importo di sanzioni amministrative relative a 124 verbali di
accertamento, per violazioni del codice della strada, commesse negli anni 1998-1999.
Il giudice di pace - ritenuto che dovesse operare, ai f ini della competenza per valore, il criterio
del cumulo previsto dall'art. 10 c.p.c., comma 2 - si dichiarava incompetente, in favore del
tribunale di Milano. Rilevava che le sanzioni irrogate dal comune ambrosiano ammontavano a
circa 24.000,00 Euro, importo superiore al limite massimo di competenza previsto per il
giudice di pace.
D.S. riassumeva la causa davanti al tribunale di Milano, che, con ordinanza del ventinove
novembre 2007, ha richiesto d'ufficio il regolamento di competenza. In motivazione ha
contestato l'assunto del giudice rimettente, ravvisando la competenza funzionale del giudice di
pace, con esclusione dell'applicabilità del cumulo ex art. 10 c.p.c.
Attivata la procedura in Camera di consiglio, con ordinanza interlocutoria resa all'udienza del 3
ottobre 2008, questa Corte ha disposto l'acquisizione di atti mancanti nel fascicolo
trasmessole.
Sono stati pertanto acquisiti la sentenza del giudice di pace e la prova della comunicazione alle
parti dell'ordinanza del tribunale di Milano. Le parti non si sono costituite nel presente
procedimento.
E' stata redatta e comunicata nuova relazione pre liminare ex art. 380 bis c.p.c., e rifissata
adunanza camerale.
L'istanza, come rilevato dal Consigliere relatore nella relazione preliminare, è fondata.
E' stato rilevato che Cass. 15694/05 ha già avuto modo di affermare che in tema di sanzioni
amministrative, il combinato disposto del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 205, comma 3, e della L.
n. 689 del 1981, art. 22 bis, attribuisce, in via generale, al giudice di pace la competenza per
materia a provvedere sulle opposizioni avverso gli atti di contestazione o di notif icazione di
violazioni del codice della strada, senza alcun limite di valore, a nulla rilevando che non sia
riportato l'inciso "qualunque ne sia il valore", presente invece (per motivi di tecnica normativa)
nell'art. 7 cod. proc. civ., comma 2, atteso che l'assegnazione alla competenza per materia
deriva dalla natura del rapporto giuridico dedotto in giudizio. Ha inoltre conseguentemente
ritenuto che l'art. 104 cod. proc. civ., nel prevedere che domande formulate nei confronti della
stessa parte (anche non altrimenti connesse) ed appartenenti alla competenza di giudici diversi
possano essere proposte davanti al medesimo giudice a causa del vincolo di connessione
soggettiva, consente la deroga, per espresso richiamo all'art. 10 cod. proc. civ., comma 2, alla
sola competenza per valore in favore del giudice superiore e non anche la deroga alla
competenza per materia del giudice inferiore, se essa è attribuita senza alcun limite di valore
in dipendenza del rapporto dedotto in giudizio (Cass., Sez. 1^, 16 dicembre 1996, n. 11212;
Cass., Sez. 2^, 23 agosto 2002, n. 12459; Cass., Sez. 2^, 24 settembre 2007, n. 19598);
Anche il collegio pertanto ritiene che è in errore il giudice di pace che neghi la propria
competenza in una causa relativa ad opposizione avverso più atti di contestazione di violazioni
del codice della strada, attribuita alla sua competenza per materia, in ragione del cumulo del
valore.
Questa Sezione ha confermato tale orientamento interpretativo in altro precedente - Cass 3506
del 2010 - relativo alle stesse parti, sorto a seguito di conflitto tra il tribunale di Brescia e il
tribunale di Milano in relazione ad altra cartella esattoriale. Lo ha da ultimo ribadito in Cass.
10412/10.
Ne consegue che la competenza sulla opposizione instaurata dal D. S. deve essere attribuita al
giudice di pace di Milano.
Sulle spese del giudizio di cassazione dovrà provvedere il giudice del merito.
P.Q.M.
La Corte accoglie l'istanza di regolamento di competenza e dichiara la competenza del Giudice
di pace di Milano; Concede termine massimo di legge per la riassunzione. Rimette la pronuncia
sulle spese al giudice del merito.

VERBALE - QUERELA DI FALSO PREVISTA DAL C.C.


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE
Ordinanza 16 dicembre 2010 – 15 aprile 2011, n. 8713
(Presidente/Relatore Petitti)
Fatto e diritto
Ritenuto che N. M. R. ha impugnato per cassazione la sentenza del Giudice di pace di Napoli n.
41897/08, depositata il 17 giugno 2008, che ha rigettato la domanda di revocazione da essa proposta avverso la sentenza del medesimo Giudice di pace n. 102333 del 2006, depositata il 20 gennaio 2006; che, con l'unico motivo di ricorso, la ricorrente denuncia violazione degli artt. 221 e 403 c.p.c., 203 del codice della strada e 18 e seguenti della legge n. 689 del 1981;
che la ricorrente ricorda che con la sentenza impugnata per revocazione, il Giudice di pace di Napoli aveva rigettato l'opposizione proposta avverso il verbale a lei notificato il 13 aprile 2005, relativo alla violazione accertata il 24 novembre alle ore 12,20, ad opera del conducente
del veicolo a lei intestato, e che, a fondamento di detta opposizione, ella aveva dedotto, tra l'altro, la duplicazione della contestazione rispetto ad altro verbale elevato al conducente del veicolo il medesimo giorno, alle ore 12,30, avente ad oggetto la medesima inf razione rilevata nella medesima località; che, osserva ancora la ricorrente, l'opposizione era stata rigettata dal Giudice di pace sul rilievo che "i motivi addotti a sostegno del ricorso in presenza di un verbale di contravvenzione redatto da Pubblico ufficiale non possono farsi valere in questa sede. Il verbale opposto è un atto pubblico (art. 2700 c.c.) e, pertanto, per ottenerne l'annullamento, in base ai motivi esposti in ricorso, è necessario formulare, innanzi al giudice competente, il procedimento di querela di falso espressamente previsto dall'art. 221 c.p.c. In particolare si evidenzia che il verbale opposto è diverso da quello indicato nel ricorso (numero e orario) per il quale l'opponente ha proposto opposizione al Prefetto di Napoli"; che la N. ricorda quindi che avverso questa sentenza aveva proposto giudizio di revocazione, sostenendo c he il Giudic e di pac e era inc orso in erro re pe rc ettivo, c he lo aveva portato “ad escludere l'identità dei verbali opposti dal trasgressore, cui ha fatto seguito l'opposizione ex art. 203 C.d.S., e della coobbligata proprietaria del veicolo, che ha prodotto opposizione in alternativa a que lla a l Prefetto”; che, tuttavia, il ricorso per revocazione era stato rigettato dal Giudice di pace di Napoli, secondo il quale il primo giudice non era affatto incorso in errore di fatto o in una svista, evidenziando che il verbale opposto era diverso da quello indicato nel ricorso (numero ed orario) per il quale era stata proposta opposizione al Prefetto e che il verbale non era s tata
elevato da ausiliari del traffico ma dai vigili urbani; che la ricorrente ritiene che con la sentenza qui impugnata, il Giudice di pace abbia violato le indicate disposizioni, per non avere rilevato la incidenza causale dell'errore di fatto che sarebbe stato compiuto nella prima sentenza, nella quale si era affermata la necessità della querela di falso, e per avere affermato la diversità dei verbali elevati per la medesima violazione, laddove dagli atti emergeva che i verbali, pur recando un diverso orario, si riferivano alla stessa infrazione compiuta nella medesima via, contestata alla proprietaria con notificazione del verbale e al proprietario con contestazione immediata; che, dunque, attesa la identità della infrazione, la ricorrente sostiene che i due verbali presenterebbero, quanto all'orario, una insanabile contraddittorietà, tale da precludere ad entrambi i verbali di acquisire efficacia probatoria privilegiata; che, infine, la ricorrente rileva che, non essendo intervenuto il provvedimento del Prefetto sull'opposizione proposta avverso il verbale contestato personalmente al conducente, dovrebbe ritenersi verificata la decadenza della pretesa sanzionatoria dell'amministrazione anche riguardo al verbale oggetto di opposizione in sede giurisdizionale; che, a conclusione del motivo, la ricorrente, ai sensi dell'art. 366-bis c.p.c., chiede alla Corte di stabilire “se il mero apprezzamento persona le espresso dai verbalizzanti circa l'orario indicato nei p.v. contravvenzionali, h. 12,20 e 12,30, costituisca o meno atto assistito da fede privilegiata, e se allo stesso debba o me no riserva rsi il giudizio della querela di falso”; che il ricorso è stato notificato alla Prefettura di Napoli e al Comune di Napoli; che solo la Prefettura ha resistito con contro ricorso, eccependo preliminarmente la inammissibilità del ricorso; che, ravvisate le condizioni per la decisione con il procedimento di cui all'art. 380-bis cod. proc. civ., il relatore designato ha formulato una proposta di decisione nel senso della inammissibilità del ricorso; che la relazione è stata comunicata alle parti e al Pubblico Ministero. Rilevato che la ricorrente ha depositato memoria, con la quale contesta la proposta di decisione contenuta nella citata relazione.
Considerato che, essendo la sentenza revocanda una sentenza del giudice di pace emessa prima della entrata in vigore del d. lgs. n. 40 del 2006, la sentenza che ha deciso sulla revocazione è suscettibile, ai sensi dell'art. 403 c.p.c., delle medesime impugnazioni proponibili
avverso la sentenza oggetto di revocazione, e quindi, nel caso di specie, di ricorso per cassazione; che va disattesa l'eccezione di inammissibilità del ricorso formulata dall'amministrazione contro ricorrente, per mancanza del quesito di diritto, atteso che il ricorso contiene la formulazione di idoneo quesito di diritte-che il ricorso è tuttavia infondato, dal momento che non appare revocabile in dubbio, sulla base della stessa ricostruzione dei fatti contenuta in ricorso, che il verbale oggetto di opposizione si configuri come atto diverso rispetto a quello contestato personalmente al conducente; che la sentenza impugnata, dunque, nell'avere escluso la sussistenza del denunciato vizio revocatorio, si sottrae alle doglianze della ricorrente; che le censure sono anche infondate con riferimento al merito alla questione oggetto del quesito di diritto, formulato sul presupposto della identità della infrazione oggetto di contestazione con i due verbali, e consistente nella asserita inidoneità dell'accertamento dell'orario contenuto nel verbale oggetto di opposizione in sede giurisdizionale ad acquisire efficacia probatoria privilegiata, stante l'esistenza di altro verbale, asseritamente riferito alla medesima infrazione, redatto in un orario differente; che, invero, la risposta al quesito di diritto formulato dalla ricorrente non può essere altro che affermativa, nel senso che l'attestazione del verbalizzante circa l'ora della rilevata infrazione costituisce accertamento assistito da fede privilegiata superabile solo con la querela di falso; che trova infatti applicazione il principio affermato dalle sezioni Unite di questa Corte, secondo cui “nel giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l'atto non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva, mentre è riservata al giudizio di querela di falso, nel quale non sussistono limiti di prova e che è diretto anche a verificare la correttezza dell'operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l'esame di ogni questio ne concernente l'alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell'effettivo svolgersi dei fatti. (Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto assistita da fede privilegiata l'indicazione nel verbale del mancato uso della cintura di sicurezza da parte del trasgressore, in quanto oggetto diretto della constatazione visiva del pubblico ufficiale acc ertatore)” (Cass., SS.UU, n. 17355 de l 2009); che certamente la rilevazione dell'orario della infrazione è attività insuscettibile di apprezzamento e rispetto al quale non è possibile prospettare una irresolubile contraddittorietà rispetto alle ulteriori circostanze attestate nel verbale, la cui non veridicità può quindi essere dimostrata unicamente attraverso il giudizio di querela di falso; che il ricorso deve quindi essere rigettato; che, in applicazione del principio della soccombenza, la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, nella misura di cui in dispositivo, in favore della costituita amministrazione, mentre non vi è luogo a provvedere sulle spese riguardo al Comune di Napoli, non avendo detto ente svolto attività difensiva.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della Prefettura di Napoli, che liquida in Euro 400,00, per onorari, oltre alle
spese eventualmente prenotate a debito.

SANZIONI DISCIPLINARI - PROPORZIONALITA' Consiglio di Stato 25/2011

Consiglio di Stato Sez. Quarta - Dec del 07.01.2011, n. 25

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente
DECISIONE
sul ricorso numero di registro generale 5228 del 2009, proposto dal signor C. A.,
contro
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Comando Generale della Guardia di Finanza, in persona dei legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, ex lege domiciliati in Roma, via dei Portoghesi, 12;
per la riforma
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sez. II, n. 2426/2009;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visti l’atto di costituzione dell’Amministrazione appellata;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore il Consigliere Bruno Mollica;
Uditi altresì, nell’udienza pubblica del giorno 4 giugno 2010, l’avv. Biagini e l’avv. dello Stato Marchini;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO e DIRITTO
1.- L’appellante, finanziere scelto in servizio permanente effettivo, ha impugnato la sentenza del TAR per il Lazio n. 2426 del 2009, che ha respinto il suo ricorso n. 5908 del 2004, proposto avverso la determinazione 12 marzo 2004, di applicazione della sanzione della perdita del grado per rimozione.
In punto di fatto, l’interessato ha rilevato che è stato denunciato dal direttore di un supermercato di Termoli, a seguito del rinvenimento nella borsa del coniuge (anch’ella denunciata), in data 16 febbraio 2002, di merce prelevata negli scaffali per un valore di euro 32,92, mentre lo stesso coniuge si avviava all’uscita, senza passare dalle casse, ove poi era stata fermata.
Egli ha osservato che il procedimento penale, instaurato nei confronti suoi e della moglie a seguito della denuncia-querela del direttore del supermercato, è stato archiviato per rimessione di querela.
Avverso il provvedimento disciplinare che ha disposto la sanzione espulsiva, nel ricorso di primo grado l’interessato ha dedotto la presenza di vari profili di eccesso di potere, sia perché egli sarebbe estraneo ai fatti contestati al coniuge, sia perché sarebbero ravvisabili un difetto di istruttoria e la eccessività della sanzione espulsiva.
Con l’appello in esame, l’originario ricorrente ha riproposto le censure respinte in primo grado ed ha chiesto che, in riforma della sentenza gravata, sia annullato il provvedimento impugnato in primo grado.
Il Ministero appellato si è costituito in giudizio e, con una articolata memoria difensiva, ha controdedotto, chiedendo la reiezione del gravame.
2.- Così ricostruite le vicende che hanno condotto al secondo grado del giudizio, ritiene la Sezione che l’appello risulta fondato.
2.1. Dalla documentazione acquisita, non emerge univocamente la responsabilità personale dell’appellante, in ordine alla condotta posta in essere dal coniuge e avente rilevanza penale.
Non v’è alcun dubbio che la moglie dell’appellante, che si trovava in stato di gravidanza, ha inserito nella sua borsa la merce per il controvalore di euro 32,92, senza passare per la cassa e cercando di uscire dal supermercato.
Nel presente giudizio, rileva la valutazione in sede disciplinare del comportamento del marito, che - ad avviso dell’Amministrazione - va considerato corresponsabile.
Nel corso del procedimento disciplinare, l’Amministrazione ha escluso ogni rilievo probatorio alla dichiarazione della moglie (che ha segnalato la propria esclusiva responsabilità per il fatto) ed ha viceversa attribuito decisivo rilievo alla dichiarazione dell’addetta alla vigilanza del supermercato, che - nell’immediatezza del fatto - ha dichiarato che l’appellante si è guardato ‘con circospezione intorno’, rivolgendo un ‘cenno’ alla moglie.
Da ciò, l’Amministrazione ha tratto la conclusione (fatta propria dal TAR) che vi fosse un ‘accordo’ volto ad agevolare l’uscita indisturbata della moglie dal supermercato.
2.2. In presenza di tali risultanze probatorie, ritiene la Sezione che l’Amministrazione non avrebbe potuto ravvisare la responsabilità dell’appellante per il tentato furto.
Risulta del tutto plausibile la tesi difensiva dell’appellante, ancora richiamata in questa sede, secondo cui l’addetta alla sicurezza del supermercato può avere equivocato sul significato del cenno da lui rivolto alla moglie.
Infatti, ritiene il Collegio che - in assenza di specifici elementi di segno contrario, e anche senza attribuire decisivo rilievo probatorio alla assunzione di esclusiva responsabilità da parte della moglie - il ‘cenno’ rivolto dall’appellante poteva anche significare la sollecitazione ad uscire dal supermercato, per la mancata effettuazione di acquisti o per la risistemazione della merce sugli scaffali.
Ogni diversa illazione non risulta coerente con i principi desumibili dagli articoli 25 e 27 della Costituzione, per cui la responsabilità penale è personale.
In altri termini, il ‘cenno’ rivolto dall’appellante alla moglie, in assenza di elementi tali che possano farlo intendere come attuazione di un previo accordo a commettere il furto, non avrebbe potuto avere alcun rilievo nella sede disciplinare, attivata a seguito della archiviazione del procedimento penale.
2.3. Peraltro, ad avviso del Collegio, sotto un distinto profilo l’Amministrazione avrebbe potuto attribuire rilievo disciplinare ai fatti accaduti il 16 febbraio 2002.
Come risulta dalla stessa istruttoria che ha preceduto il provvedimento di espulsione, l’appellante, quando è stata fermata la moglie dalla addetta alla vigilanza, nell’immediatezza del fatto ha dichiarato di non conoscere la donna.
Solo successivamente, all’arrivo dei carabinieri, egli ha segnalato di esserne il coniuge.
Tale comportamento indubbiamente può avere rilevanza disciplinare.
Infatti, l’appellante, anche se ha provato sentimenti di disappunto, fastidio e vergogna per il fatto commesso dalla moglie, ha posto in essere un comportamento non corretto e tale da far sorgere ragionevoli dubbi sul significato da attribuire alla sua complessiva condotta.
Anche se la situazione era resa estremamente delicata dalla gravidanza della moglie, sarebbe stato senz’altro ineccepibile un comportamento del marito che avesse mostrato i propri sentimenti o il proprio stupore in qualsiasi modo: l’avere invece negato di essere il marito ha indubbiamente inciso sulla attendibilità della sua successiva dichiarazione di essere estraneo al tentativo di furto e, comunque, ha inciso sul prestigio dell’Arma di cui egli risultava appartenente.
2.4. Ritiene dunque il Collegio che l’Amministrazione ha basato il provvedimento espulsivo sulla base di una pluralità di condotte che ha ritenuto commesse dal dipendente, di cui, in realtà, poteva prendere in considerazione solo quella post delictum, senza poterlo considerare corresponsabile del tentativo di furto, in assenza di univoci elementi probatori.
2.5. Quanto precede comporta che risulta fondata e va accolta la censura con cui l’appellante ha dedotto la violazione del principio di proporzionalità, applicabile anche in tema di destituzione e di sanzioni espulsive dal pubblico impiego.
Sulla base della normativa che in materia disciplinare attribuisce rilievo alla oggettiva gravità dei fatti connessi ed alla recidiva, la più recente e consolidata giurisprudenza di questo Consiglio (Sez. IV, 16 ottobre 2009, n. 6353; Sez. IV, 21 agosto 2009, n. 5001) ha ritenuto che sussiste il vizio di eccesso di potere quando il provvedimento disciplinare appare ictu oculi sproporzionato, nella sua severità, rispetto ai fatti accertati (pur se essi abbiano dato luogo ad una condanna in sede penale, cosa peraltro neppure accaduta nella specie).
Infatti, per qualsiasi dipendente (anche per il militare che abbia prestato il giuramento di fedeltà), un isolato comportamento illecito può giustificare la misura disciplinare estintiva del rapporto di lavoro quando si possa ragionevolmente riconoscere che i fatti commessi siano tanto gravi da manifestare l’assenza delle doti morali, necessarie per la prosecuzione dell’attività lavorativa.
Per il principio della graduazione delle sanzioni e tenuto conto delle regole riguardanti la recidiva (per le quali i fatti acquistano una maggiore gravità, in quanto commessi dal dipendente già incorso in una precedente sanzione), l’Amministrazione non può peraltro considerare automaticamente giustificata l’estinzione del rapporto di lavoro per il solo fatto che il dipendente abbia commesso per la prima volta un reato doloso: a maggior ragione, la violazione del principio di proporzionalità sussiste quando, come nella specie, non risulti univocamente la responsabilità per il reato commesso da altri e vi sia stato un disdicevole comportamento post delictum (peraltro, di per sé non costituente reato).
In sede disciplinare, infatti, deve esservi la specifica valutazione dei fatti accaduti, poiché la loro lievità può giustificare una sanzione diversa da quella massima (salve le più severe valutazioni, in presenza dei relativi presupposti, se il dipendente commetta ulteriori mancanze e addirittura reati): altrimenti opinando, qualsiasi reato doloso o comportamento disdicevole potrebbe essere posto a base della misura disciplinare del rapporto di lavoro, ciò che non si può affermare, in considerazione della prassi amministrativa e del principio di proporzionalità, affermatosi nella pacifica giurisprudenza.
Correttamente è stato rilevato da questa stessa Sezione - con specifico riferimento a un provvedimento di rimozione di un appartenente al Corpo della Guardia di Finanza - che la proporzione fra addebito e sanzione è principio espressivo di civiltà giuridica (cfr. IV Sez., 10 maggio 2007, n. 2189; 18 febbraio 2010 n. 939), comportando la sproporzione della sanzione la violazione del principio di ragionevolezza e di gradualità della sanzione stessa.
Neppure appare condivisibile - pur in presenza di contrastanti orientamenti giurisprudenziali sul punto - la tesi dell’Amministrazione secondo la quale la violazione degli obblighi assunti con il giuramento prestato, quale che sia la sua gravità, giustifica la comminatoria della sanzione espulsiva perché indice di carenza di qualità morali e di carattere e comunque lesivo del prestigio del Corpo.
Che le violazioni di doveri comportamentali costituiscano un vulnus al giuramento prestato è incontrovertibile; ma che esse debbano essere tutte punite con la massima sanzione (id est, quella espulsiva), come se il vulnus fosse di identico livello nei vari casi, è assunto che si rivela palesemente in contrasto con i precitati principi di ragionevolezza e proporzionalità, laddove risulti ontologicamente diversa, nelle varie ipotesi, l’incidenza della violazione su quei doveri di fedeltà e lealtà assunti dal militare con la prestazione del giuramento e laddove risulti altresì differente il livello di carenza di qualità morali e di carattere nelle diverse fattispecie.
Del resto, è la stessa circolare del Comando generale n. 40000/1152/98 ad introdurre la possibilità di calibrare la sanzione in misura variabile per le condotte che non realizzano “in pieno” la violazione del giuramento: tale principio deve ritenersi invero applicabile, ad avviso del Consiglio di Stato, a maggior ragionne quando non risulti univocamente una responsabilità penale del dipendente.
3.- In conclusione, l’appello deve essere accolto, sicché - in riforma della sentenza gravata - il ricorso di primo grado va accolto, con il conseguente annullamento del provvedimento emesso il 12 marzo 2004.
Peraltro, poiché il giudice amministrativo ben può individuare quali sono i principi cui si deve attenere l’amministrazione, ritiene la Sezione che, nella specie, trattandosi dell’annullamento di un provvedimento incidente su un interesse legittimo, non si applicano gli art. 88 ss. del testo unico n. 3 del 1957 e i principi sulla restitutio in integrum (rilevanti per legge solo nel caso di completo proscioglimento dell’incolpato dall’addebito).
Pertanto, a parte il potere di rinnovare il procedimento disciplinare ai sensi dell’art. 119 del medesimo testo unico, nel caso di richiesta dell’interessato l’amministrazione sarà comunque tenuta a valutare la eventuale domanda di corresponsione del risarcimento del danno tenendo conto del fatto che la mancata prestazione dell’attività lavorativa è risultata comunque la conseguenza di un fatto giustificativo dell’esercizio del potere disciplinare, anche se nella specie è stato esercitato in violazione del principio di proporzionalità.
Pertanto, la relativa quantificazione dei danni dovrà essere effettuata tenendo conto della particolare e preponderante efficienza causale del comportamento del dipendente, malgrado questi abbia titolo alla reimmissione in servizio sulla base della presente decisione.
4.- Quanto alle spese del doppio grado di giudizio, in ragione dei fatti accertati sussistono giusti motivi per disporne l’integrale compensazione fra le parti.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione Quarta, definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso in appello indicato in epigrafe n. 5228 del 2009 e, per l’effetto accoglie il ricorso di primo grado n. 5908 del 2004 e annulla il provvedimento emessi il 12 marzo 2004, nei sensi indicati in motivazione e salvi gli ulteriori provvedimenti della Autorità amministrativa.
Compensa fra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 07/01/2011

lunedì 16 maggio 2011

Danneggiamento militare - Corte Costituzionale n. 280 del 1987

SENTENZA N. 280
ANNO 1987
REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori Giudici
Prof. Virgilio ANDRIOLI , Presidente
Dott. Francesco SAJA
Prof. Giovanni CONSO
Prof. Ettore GALLO
Prof. Aldo CORASANITI
Prof. Giuseppe BORZELLINO
Dott. Francesco GRECO
Prof. Gabriele PESCATORE
Avv. Ugo SPAGNOLI
Prof. Francesco P. CASAVOLA
Prof. Antonio BALDASSARRE
Prof. Vincenzo CAIANIELLO
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 170 del codice penale militare di pace e degli artt. 53, 54, 77 e 79 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), promossi con le seguenti ordinanze:
1) ordinanza emessa il 7 maggio 1986 dal Tribunale militare di Padova nel procedimento penale a carico di Tabanelli David, iscritta al n. 636 del registro ordinanze 1986 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 53, 1a serie speciale, dell'anno 1986;
2) ordinanza emessa il 18 giugno 1986 dal Tribunale Militare di Padova nei procedimenti penali riuniti a carico di Giustacchini Carlo ed altro, iscritta al n. 664 del registro ordinanze 1986 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 56, 1a serie speciale, dell'anno 1986;
Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nell'udienza pubblica del 3 giugno 1987 il Giudice relatore Giovanni Conso;
Udito l'Avvocato dello Stato Aldo Linguiti per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Ritenuto in fatto
Con due ordinanze di contenuto sostanzialmente identico emesse rispettivamente il 7 maggio 1986 e il 18 giugno 1986, il Tribunale militare di Padova ha denunciato, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 52 della Costituzione, l'illegittimità dell'art. 170 del codice penale militare di pace, in relazione agli artt. 168 e 169 dello stesso codice, che commina una pena detentiva per il reato di danneggiamento colposo di edifici militari e per il danneggiamento colposo di cose mobili militari, anche se di lieve entità.
Il giudice a quo ha anche denunciato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, con la prima ordinanza gli artt. 53, 54, 77 e 79 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e con la seconda ordinanza gli artt. 53, 54 della stessa legge n. 689 del 1981, nella parte in cui escludono che le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi siano applicabili anche nei confronti dei militari maggiorenni che commettano reati militari compresi nell'astratta competenza del pretore.
Con riguardo alla prima questione, le ordinanze rilevano che gli artt. 2 e 13 della Costituzione sarebbero violati perché con la norma censurata viene limitata la libertà personale "per punire fatti colposi che compromettono, anche nel modo più lieve, la perfetta funzionalità economica di un qualsiasi oggetto appartenente all'amministrazione militare e perciò destinato al servizio militare".
Sarebbe altresì violato l'art. 52, terzo comma, della Costituzione, ove é affermato che l'ordinamento delle Forze armate deve uniformarsi ai princìpi - base della Repubblica.
Sussisterebbe, infine, violazione del principio di eguaglianza, per il fatto che nell'ordinamento penale comune sono previste come reato ipotesi di danneggiamento colposo solo se abbiano ad oggetto materiale cose di particolare interesse (v. art. 773 del codice penale ed art. unico delle legge 20 marzo 1968, n. 304, fattispecie, quest'ultima trasformata, peraltro, in illecito amministrativo).
Le ordinanze, ritualmente notificate e comunicate, sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n. 53, 1a serie speciale, e n. 56, 1a serie speciale, dell'anno 1987.
In entrambi i giudizi é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, la quale ha chiesto che le due questioni siano dichiarate non fondate.
Quanto alla questione concernente la legittimità dell'art. 170 del codice penale militare, premesso che (v. sentenze n. 16 del 1973 e n. 31 del 1982) "l'interesse costituzionale di assicurare il regolare svolgimento del servizio militare e di tutelare l'ordinamento giudiziario militare in funzione della previsione di cui all'art. 52 della Costituzione, consente al legislatore non soltanto di introdurre limitazioni ma anche di sanzionare penalmente i fatti colposi ex art. 170 C.p.m.p.", l'Avvocatura deduce, da un lato, che, in via generale, stando alla giurisprudenza costituzionale (v. sentenza n. 126 del 1983), stabilire se e come una condotta debba essere sanzionata costituisce il risultato di una scelta legislativa sindacabile dalla Corte nell'esclusiva ipotesi di palese irrazionalità (una irrazionalità non configurabile nella previsione della norma censurata, la quale tende non soltanto a tutelare in modo particolarmente rigoroso il patrimonio dell'amministrazione militare nei confronti dei danneggiamenti colposi, ma anche ad assicurare la migliore efficienza delle Forze armate e ad evitare comportamenti colposi che incidano sulla disciplina militare e possano menomare il prestigio e la dignità delle Forze armate stesse), e, dall'altro, che l'affermazione contenuta nelle ordinanze di rimessione, secondo cui non può essere consentito al legislatore sanzionare con una pena detentiva comportamenti lesivi di interessi di trascurabile importanza, non tiene conto che tale valutazione spetta esclusivamente al legislatore e che essa deve riguardare la norma nella sua previsione generale ed astratta e non anche il singolo caso in cui il danno patrimoniale sia di particolare tenuità, con conseguente applicabilità della specifica attenuante.
Quanto alla questione concernente gli artt. 53, 54, 77 e 79 della legge 24 novembre 1981, n. 689, l'Avvocatura sostiene che, "attese le palesi e rilevanti diversità delle situazioni messe a confronto e per evidenti incompatibilità tra sanzioni sostitutive e stato militare", la norma denunciata non comporta, comunque, violazione degli artt. 3 e 27 della Costituzione.
Considerato in diritto
1. - Le due ordinanze in epigrafe sottopongono al vaglio della Corte questioni di legittimità costituzionale pressoché coincidenti: i relativi giudizi vanno, quindi, riuniti per essere decisi con un'unica sentenza.
2. - In entrambi i casi due sono le questioni sollevate dal Tribunale militare di Padova, comune giudice a quo.
Con la prima questione viene coinvolto, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 52, terzo comma, della Costituzione, l'art. 170 del codice penale militare di pace, in forza del quale "Se alcuno dei fatti preveduti dagli artt. 168 e 169 é commesso per colpa, si applica la reclusione militare fino a sei mesi". Con la seconda questione vengono coinvolti, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dall'una ordinanza gli artt. 53, 54, 77 e 79 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e dall'altra i soli artt. 53 e 54 di tale legge, "nella parte in cui escludono che le sanzioni sostitutive siano applicabili, oltre che agli estranei alle Forze armate e ai militari minorenni che commettono reati militari compresi nella competenza del Pretore, anche nei confronti dei militari maggiorenni che si rendono colpevoli dei medesimi reati".
Peraltro, la seconda questione, essendo tra quelle già dichiarate inammissibili da questa Corte con la sentenza in pari data n. 279 del 1987, deve dirsi manifestamente inammissibile, data l'identità di termini e di situazioni.
3. - A loro volta, le ragioni che hanno indotto il Tribunale militare di Padova a prospettare l'illegittimità costituzionale dell'art. 170 del codice penale militare di pace, in relazione agli artt. 168 e 169 dello stesso codice, non sembrano emergere con univoca chiarezza dalla motivazione delle due ordinanze.
Il giudice a quo comincia, infatti, con il manifestare "dubbi circa la legittimità costituzionale di (due) norme incriminatrici che puniscono danneggiamenti colposi", e cioè in un caso l'art. 170 in relazione all'art. 168 (danneggiamento colposo di edificio militare, per avere infranto un vetro di una caserma) e nell'altro l'art. 170 in relazione all'art. 169 (deterioramento di cosa mobile militare, per avere determinato il ribaltamento e conseguente danneggiamento di un automezzo militare).
Ma, subito dopo, con l'invocare la specifica tutela apprestata alla libertà personale dagli artt. 2 e 13 della Costituzione, la doglianza pare concentrarsi sulla specie di pena comminata (reclusione militare fino a sei mesi), facendo carico all'art. 170 non tanto di incriminare, quanto di "sanzionare con pena limitativa della libertà personale qualsiasi comportamento lesivo di un interesse di trascurabile importanza".
A dissolvere ogni ambiguità non basterebbe l'argomento, peraltro sottaciuto, dell'assenza di ogni previsione di pene pecuniarie nel codice penale militare di pace. Tale argomento, invero, non risulterebbe decisivo, dato che questa specie di pena risulta comminata in leggi speciali anche per reati demandati alla cognizione dei tribunali militari (v. artt. 150 e 152, primo comma, del d.P.R. 14 febbraio 1964, n. 237; nonché art. 3 della legge 9 dicembre 1941, n. 1383): previsioni certamente isolate, ma non per ciò meno significative, dal momento che, come ricordano le due ordinanze di rimessione, le ipotesi di danneggiamento colposo eccezionalmente previste dall'ordinamento penale comune sono sanzionate o con una pena pecuniaria (v. articolo unico della legge 20 marzo 1968, n. 304, sia pur oggetto di sopravvenuta depenalizzazione) o con una pena detentiva alternativamente ad una pena pecuniaria (v. art. 733 del codice penale).
In ogni caso, il dolersi che venga sanzionato "con pena limitativa della libertà personale qualunque comportamento lesivo di un interesse di trascurabile importanza" dà adito ad un ulteriore motivo di incertezza: se, cioè, la pena limitativa della libertà personale sia da ritenere "eccessiva" nei riguardi di tutti i danneggiamenti colposi di cose militari o soltanto nei riguardi di danneggiamenti colposi di cose militari aventi trascurabile valore.
Né il prosieguo della motivazione dissipa le perplessità di cui si é detto. Ribadito che "a questo giudice appare eccessiva la condanna penale e la pena detentiva sia pure di breve durata, a sanzione del danneggiamento colposo, anche di modesta entità", le due ordinanze continuano ad oscillare tra le varie prospettive indicate.
Dapprima, il giudice a quo insiste sulla lesione del diritto di libertà personale, insita nella norma che "ne dispone una limitazione per punire fatti colposi che compromettono, anche nel modo più lieve, la perfetta funzionalità economica di un qualsiasi oggetto appartenente all'amministrazione militare" e, in base altresì all'art. 52, terzo comma, della Costituzione, qualifica "eccessiva" la limitazione della libertà personale del militare prevista dall'art. 170 del codice penale militare di pace, senza, però, lasciar comprendere se l'eccesso lamentato riguardi pure i fatti colposi che compromettano la funzionalità economica dell'oggetto in modo non lieve.
Successivamente, ponendosi nell'ottica dell'art. 3 della Costituzione, lo stesso giudice a quo reputa "sicuramente non giustificabile" che - a differenza di quanto avviene nella legislazione penale ordinaria, dove normalmente i danneggiamenti colposi non sono presi in considerazione - "nella legislazione penale militare viene, invece, penalmente sanzionato il danneggiamento colposo di qualsiasi cosa appartenente all'amministrazione militare" e ritiene, a sua volta, "chiaramente insostenibile" che "qualsiasi oggetto, dal più comune al più specialistico e sofisticato, assuma... per il solo fatto di entrare nel patrimonio dell'amministrazione militare" quella particolare importanza o quel non trascurabile interesse che può rendere accettabile l'incriminazione del danneggiamento colposo. Ma neppure questa volta risulta chiaro se all'eccesso lamentato si debba porre riparo facendo venir meno l'incriminabilità di tutti i danneggiamenti militari colposi o soltanto l'incriminabilità di quelli che abbiano avuto effetti più lievi. Le due ordinanze di rimessione preferiscono, piuttosto, adombrare un'ultima ipotesi di "coerente" soluzione, quella di configurare i reati militari di danneggiamento colposo "come perpetrabili da chiunque, e non già dal solo militare".
4. - La questione é inammissibile.
La non omogeneità delle argomentazioni addotte e la conseguente diversificazione dei risultati cui i rispettivi sviluppi potrebbero condurre non permettono a questa Corte di individuare con certezza i veri termini del petitum e, quindi, di pervenire ad una risposta di sicura aderenza a quanto effettivamente dal giudice a quo. L'univocità formale dei due dispositivi, diretti ad una declaratoria di illegittimità dell'art. 170 del codice penale militare di pace, non può ovviare da sola alla non univocità della motivazione, non foss'altro perché il raggiungimento dei più circoscritti obiettivi in essa alternativamente ravvisabili risulterebbe compromesso da un epilogo drasticamente conforme a quanto in apparenza richiesto nel dispositivo.
Si aggiunga che alcune delle soluzioni insite nella motivazione sembrerebbero richiedere l'esercizio di poteri discrezionali esclusivi del legislatore, donde l'esigenza, anche sotto questo profilo, di una più lineare delimitazione. Senza dimenticare che la problematica relativa ad un'eventuale distinzione tra danneggiamenti di lieve e danneggiamenti di meno lieve entità non può prescindere da un sia pur breve cenno (l'art. 170 non vi é menzionato, ma gli artt. 168 e 169 sì) all'art. 171 del codice penale militare di pace, il cui n. 1 prevede una circostanza aggravante specifica "se dal fatto é derivato un danno di rilevante entità" e il cui n. 2 prevede una altrettanto specifica circostanza attenuante "se, per la particolare tenuità del danno, il fatto risulta di lieve entità", sempre, peraltro, nell'ottica della pena detentiva.
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 170 del codice penale militare di pace, in relazione agli artt. 168 e 169 dello stesso codice, sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 52, terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale militare di Padova con le due ordinanze in epigrafe;
2) dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 53, 54, 77 e 79 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, dal Tribunale militare di Padova con le due ordinanze in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 luglio 1987.
Il Presidente: ANDRIOLI
Il Redattore: CONSO
Depositata in cancelleria il 23 luglio 1987.
Il direttore della cancelleria: MINELLI