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lunedì 26 dicembre 2011

ASCENSORE - RUMORI MOLESTI


Ascensore troppo rumoroso – crea rumori molesti che devono essere eliminati. Il condominio ne risponde.



Corte di Cassazione Sez. Sesta Civ. - Sent. del 14.012.2011, n. 26898
 
Fatto e diritto
A seguito di ricorso proposta da O.I nei confronti del Condominio (…), ad oggetto della sentenza n. 1753 della Corte d’Appello di Torino del 4/29-12-2009, il consigliere designato per l’esame preliminare depositava la relazione ex art. 380 bis C.p.c. del 7.6.11, che di seguito si trascrive.
Il relatore, letti gli atti relativi al ricorso di cui sopra, premesso che con la sentenza impugnata la corte torinese, in totale riforma della decisione di primo grado, che aveva accolto la domanda ex art. 844 c.c. della condomina O. condannando il condominio all’esecuzione di lavori diretti a contenere la rumorosità dell’impianto dell’ ascensore ed al risarcimento dei danni, ha invece rigettato la domanda stessa, ritenendo alla fattispecie non direttamente applicabili i criteri fissati dalle norme contenute nei D.P.C.M. del 14.11.97 e del 5.12.1997,
 e nel contempo, pur assumendo quale parametro comparativo il livello di rumorosità massima fissato nel secondo dei suddetti decreti, ha tuttavia escluso la sussistenza in concreto dell’intollerabilità dei rumori prodotti dal suddetto impianto, segnatamente nelle fasi di apertura e chiusura delle porte e nelle ore notturne;
ritenuto che il ricorso deduce nell’unico motivo “violazione dell’art. 844 c.c., insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione, ove risulti provato il perfezionamento della relativa notificazione, sia da accogliere per palese fondatezza, poiché la corte di merito, pur avendo dato atto, come aveva fatto il primo giudice sulla scorta degli accertamenti tecnici compiuti, che il livello di rumorosità, misurato secondo i criteri tecnici fissati dalla citata recente normativa per i nuovi impianti, superava i limiti di accettabilità, da una parte ha ritenuto tali norme non direttamente applicabili alla controversia, in quanto sopravvenute alla
costruzione del fabbricato ed all’installazione dell’ascensore, e dall’ altra, convenendo di dover comunque assumere quali parametri valutativi ai fini della tollerabilità i livelli in esse contenuti, ha tuttavia concluso che il superamento di “soli 0,8 Db (A)” di quello massimo fissato nel secondo dei sopra citati D.P.C.M, non fosse di per sé sufficiente ad integrare l’intollerabilità dei rumori lamentati, anche in considerazione delle circostanze che gli stessi erano discontinui e rari in periodo notturno, che l’attrice era risultata essere un soggetto particolarmente sensibile ai rumori ed avrebbe dovuto valutare, all’epoca dell’acquisto dell’appartamento, le condizioni acustiche dell’impianto e delle mura dell’immobile; ritenuto che tali argomentazioni si pongono in palese contrasto con i principi, ormai costanti nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui il contenimento delle emissioni di qualsiasi genere, entro i livelli massimi fissati dalle normative di tutela ambientale e nell’interesse della collettività, non costituisce circostanza sufficiente ad escludere in concreto l’intollerabilità delle correlative immissioni ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 844 c.c. mentre, per converso, il superamento i detti livelli, da assumersi quali criteri minimali di partenza ai fini del giudizio di tollerabilità o meno, deve ritenersi senz’altro illecito (tra le altre v.Cass. nn. 939/Il,5564/10,14186/06); considerato pertanto che la diretta ed immediata esposizione, in ragione della vicinanza alle fonti di emissione acustica ove queste siano superiori a quelle normativamente fissate a tutela indifferenziata della collettività giustifica in ogni caso il vicino a chiedere la tutela inibitoria e
risarcitoria; rilevato che, nel caso di specie, il giudice di merito, pur avendo dato atto che l’impianto de quo continuava a funzionare producendo rumori che, seppure alla stregua di normativa sopravvenuta alla costruzione dell’immobile e dell’impianto, erano da presumersi nocivi per la salute umana, alla cui salvaguardia dette norme sono essenzialmente finalizzate e la cui tutela, costituzionalmente garantita, costituisce comunque criterio direttivo preminente nel bilanciamento, ai fini dell’art. 844 c.c. degli opposti interessi (v.Cass. nn.5564/10,811/06);
sicché non poteva costringesi la odierna ricorrente, sol perché “particolarmente sensibile “, a continuare a tollerare immissioni che, seppur discontinue, erano da presumersi dannose (si pensi alle conseguenze di improvvisi risvegli notturni, anche per persone in normali condizioni di salute psico-fisica;
considerato, infine, che la circostanza secondo cui la ricorrente si sarebbe opposta a
composizioni della controversia, comportanti lavori di insonorizzazione delle pareti dei muri prossimi all’impianto, non sia di per sé sufficiente e far ritenere insussistente la responsabilità ex art. 844 c.c., quanto meno ante causam, del condominio tanto più che non è chiaro se ed in quale misura dette opere avrebbero riguardato strutture condominiali e/o di proprietà della ricorrente, potendo al più rilevare ai fini di un’ eventuale attenuazione, ex art. 1227 c.c., della
responsabilità risarcitoria; sulla scorta delle suesposte considerazioni, il relatore propone l’accoglimento del ricorso e la conseguente cassazione con rinvio della sentenza impugnata. Tanto premesso, il collegio, vista la memoria adesiva di parte ricorrente e dato atto della documentata regolare instaurazione del contraddittorio;
sentito in camera di consiglio il difensore del resistente condominio, costituitosi con procura autenticata; viste le conclusioni del P.G. conformi alla relazione;
ritenuto di condividere integralmente le ragioni della proposta del relatore, cui non sono state opposte convincenti argomentazioni dalla difesa del resistente;
considerato, in particolare, che i limiti normativi di rumorosità da osservarsi nella costruzioni degli impianti di ascensore, ancorché sopravvenuti alla realizzazione dell’edificio ed alla installazione dell’ascensore, in quanto evidentemente finalizzati a contenere l’impatto acustico nell’ambito di ambienti circoscritti (quali i fabbricati condominiali), a salvaguardia del diritto alla salute delle persone direttamente esposte alle emissioni in questione, ben possono essere
assunti quali obiettivi parametri, ai fini del giudizio ex art. 844 c.c. di tollerabilità delle immissioni, valutazione che va compiuta all’attualità;
richiamate e ribadite, per il resto, le argomentazioni esposte nella relazione ne recepisce la proposta conclusiva e rimette al merito il regolamento delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Torino.
Depositata in Cancelleria il 14.12.2011



venerdì 9 dicembre 2011

I SEI MESI PER LA RICHIESTA DELL'EQUO INDENNIZZO DECORRONO DAL MOMENTO IN CUI SI HA CONTEZZA DELLA CORRELAZIONE DELLA MALATTIA

Cassazione Lavoro Civile del 18.10.2011 n. 21481




REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ROSELLI Federico - Presidente
Dott. TOFFOLI Saverio - Consigliere
Dott. MANNA Antonio - rel. Consigliere
Dott. MANCINO Rossana - Consigliere
Dott. TRICOMI Irene - Consigliere
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 11824/2007 proposto da:
VI. CR. , elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIACOMO BONI 15, presso lo studio dell'avvocato SAMBATARO ELENA, rappresentata e difesa dall'avvocato LENTINI Giovanni, giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
Alfa (Omissis) - (Omissis), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BAZZONI 3, presso lo studio dell'avvocato PAOLETTI FABRIZIO, rappresentata e difesa dall'avvocato RUBINO Girolamo, giusta delega in atti;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 1614/2006 della CORTE D'APPELLO di PALERMO, depositata il 29/01/2007 r.g.n. 1614/04;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/09/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;
udito l'Avvocato FABRIZIO PAOLETTI per delega GIROLAMO RUBINO;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per l'inammissibilità o in subordine il rigetto.
Fatto
Con sentenza 21.12.06 - 29.1.07 la Corte d'Appello di Palermo rigettava l'appello proposto da Vi.Cr. contro la pronuncia n. 440/04 con cui il Tribunale di Trapani ne aveva rigettato la domanda intesa ad ottenere dalla Alfa (Omissis), alle cui dipendenze lavorava, il pagamento dell'equo indennizzo conseguente alle lesioni da infortunio sul lavoro occorsole il (Omissis).
I giudici del merito ritenevano la lavoratrice decaduta dal diritto all'equo indennizzo, avendo presentato la relativa domanda solo l'8.3.2000, pur avendo avuto fin dal (Omissis) contezza della lesione del menisco mediale con sofferenza cartilaginea femoro-rotulea - e dei relativi possibili postumi - per cui aveva chiesto il riconoscimento della causa di servizio.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre la Vi. affidandosi ad un unico articolato motivo.
Resiste con controricorso l'Alfa (Omissis).
Diritto
1 - Con unico articolato motivo la ricorrente deduce erronea applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 686 del 1957, articolo 36 e difetto di motivazione circa il momento identificativo della consapevolezza dell'infermità da parte della lavoratrice, per avere l'impugnata sentenza fatto decorrere il dies a quo del termine semestrale per la presentazione della domanda di equo indennizzo dal (Omissis), data in cui, a seguito di esame radiografico, alla Vi. era stata diagnosticata come conseguenza dell'infortunio una lesione del menisco mediale e una sofferenza cartilaginea femoro-rotulea. Obietta, invece, la ricorrente che solo all'esito dell'intervento chirurgico in artroscopia, effettuato il (Omissis), ella aveva avuto piena contezza dell'effettiva natura, consistenza e rilevanza invalidante della lesione, mentre prima di allora non poteva che averne una generica consapevolezza, anche perchè i certificati medici inizialmente rilasciatile avevano escluso quei postumi invalidanti emersi, invece, all'esito dell'intervento chirurgico: su cio' la Corte d'Appello non aveva motivato, malgrado specifica doglianza formulata sul punto.
2 - Il ricorso è infondato.
All'epoca dell'infortunio per cui è causa ((Omissis)) era vigente il Decreto del Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 349 (e non più l'abrogato Decreto del Presidente della Repubblica n. 686 del 1957, articolo 36), che all'articolo 3, comma 1, prevedeva quanto segue: "L'impiegato civile che abbia contratto infermità o subito lesioni, per farne accertare l'eventuale dipendenza da causa di servizio deve, entro sei mesi dalla data in cui si è verificato l'evento dannoso o da quella in cui ha avuto conoscenza dell'infermità o della lesione, presentare domanda scritta all'amministrazione dalla quale direttamente dipende, indicando specificamente la natura dell'infermità o lesione, i fatti di servizio che vi hanno concorso e, ove possibile, le conseguenze sull'integrità fisica. Il dipendente puo' allegare alla domanda ogni documento che reputi utile".
Attualmente, abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 349, è in vigore il Decreto Legislativo n. 461 del 2001, che al comma 6 dell'articolo 2 stabilisce che il termine semestrale per presentare la domanda di equo indennizzo decorre "da quando si è verificata la menomazione in conseguenza dell'infermità o lesione già riconosciuta dipendente da causa di servizio".
Dovendosi applicare ratione temporis la norma vigente al momento dell'evento che costituisce potenziale titolo dell'equo indennizzo rivendicato dalla ricorrente, deve concludersi che la conoscenza dell'infermità o della lesione presuppone la consapevolezza solo della sua natura (... indicando specificamente la natura dell'infermità o lesione ...) e non anche dell'esatta esistenza o meno di postumi, prova ne sia che la loro indicazione nella richiesta è prevista solo come eventuale (...e, ove possibile, le conseguenze sull'integrità fisica ...).
In altre parole, avere "... conoscenza dell'infermità o della lesione ..." e della relativa natura è cosa diversa dall'esatta specificazione e quantificazione degli esiti invalidanti (per altro, nel caso in esame proprio il rilievo che la ricorrente si sia sottoposta all'intervento operatorio del (Omissis) dimostra che ella già previamente sapeva anche dell'esistenza di postumi tali da dover essere trattati chirurgicamente, sebbene non delle loro implicazioni ultime).
A maggior ragione ai fini del decorso del termine de quo non è necessaria la consapevolezza dell'irreversibilità o meno dei postumi, che dipende dal progresso della ricerca medico-scientifica e delle relative applicazioni, vale a dire da fattori imprevedibili e destinati ad un continuo evolversi futuro.
Pertanto, va ribadito l'orientamento già espresso da questa S.C. (cfr. sentenza 22.6.09 n. 14584), che in tema di equo indennizzo per i pubblici dipendenti ha statuito che il termine semestrale per la proposizione della domanda comincia a decorrere dal momento in cui il danno conseguente alla lesione dell'integrità fisica o psichica appare, in base ad indici oggettivi, conoscibile dall'interessato alla luce delle nozioni comuni dell'uomo medio, senza che tale condizione equivalga ad una conoscenza dell'esatta situazione clinica che, potendosi protrarre a tempo indeterminato a cagione della naturale evoluzione (in senso peggiorativo od evolutivo) dei postumi, finirebbe con il vanificare sostanzialmente il termine di decadenza, con conseguente menomazione del diritto di difesa, anche in giudizio, del debitore.
Per il resto, non si ravvisa neppure il lamentato vizio di motivazione, noto essendo - per costante giurisprudenza di questa Corte Suprema, da cui non si ravvisa motivo alcuno di discostarsi - che il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex articolo 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di un punto (ora, dopo la novella di cui al Decreto Legislativo n. 40 del 2006, di un "fatto") decisivo della controversia, potendosi in sede di legittimità solo controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, soltanto al quale spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., ex aliis, Cass. S.U. 11.6.98 n. 5802 e innumerevoli successive pronunce conformi).
Nel caso di specie, al contrario, non è che la Corte territoriale non abbia motivato sul fatto che i postumi invalidanti erano emersi solo a seguito dell'intervento chirurgico del (Omissis), è che i giudici del gravame hanno, con motivazione immune da vizi logico-giuridici e quindi incensurabile in questa sede, diversamente individuato l'epoca ((Omissis)) in cui la ricorrente ha avuto contezza della lesione del menisco mediale, correttamente poi ritenendo, in punto di diritto, l'irrilevanza della successiva consapevolezza dei postumi invalidanti.
3 - In conclusione, il ricorso è da rigettarsi. Nulla spese.
P.Q.M.
LA CORTE
rigetta il ricorso. Nulla spese.

mercoledì 7 dicembre 2011

SANITA' - MANSIONI SUPERIORI - DEVONO ESSERE RETRIBUITE


Consiglio di Stato n. 5831/2011, sez. III del 31/10/2011


FATTO e DIRITTO

1. Con delibera n. 1444 del 9 dicembre 1997, il Direttore Generale dell’A.S.L. di Locri ha preso alcuni provvedimenti concernenti l’ufficio legale interno dell’ente, al dichiarato fine di assicurarne la funzionalità per evitare o comunque contenere il dispendioso ricorso all’opera di liberi professionisti esterni.
Fra le misure adottate vi era quella di adibire all’ufficio legale l’attuale appellante. Quest’ultimo era già in servizio di ruolo presso l’ente con qualifica amministrativa (settimo livello) ma era in possesso del titolo di procuratore legale ed iscritto all’albo degli avvocati e procuratori di Locri.
In particolare, all’interessato veniva conferito (o meglio conservato) l’incarico (non la titolarità) del posto di “procuratore legale”, esistente in organico e vacante. La delibera aggiungeva che «detto incarico riveste carattere di eccezionalità e può essere in qualsiasi momento revocato».
Inoltre veniva dato atto che all’interessato – inquadrato, come si è detto, nel settimo livello quale funzionario amministrativo – spettava il miglior trattamento inerente alla posizione funzionale conferitagli per incarico; il livello di quest’ultima veniva individuato nell’ottavo.
Conclusivamente, il Direttore Generale deliberava di «corrispondere a decorrenza dal 1° gennaio 1997 al dr. G. per tali mansioni la differenza tabellare nascente tra la retribuzione del settimo livello, già percepita, e quella dell’ottavo livello per le mansioni attribuite».
2. L’interessato ha impugnato detta delibera davanti al T.A.R. Calabria, deducendone la erroneità nella parte in cui individua nell’ottavo il livello pertinente all’incarico conferito, laddove a suo dire si doveva riconoscere un livello superiore, nono o decimo, o addirittura la qualifica dirigenziale.
3. Con la seconda parte del ricorso di primo grado l’interessato proponeva pretese analoghe con riferimento a periodi di varia durata, nell’arco fra il 1986 e il 1997, durante i quali aveva ugualmente assolto l’incarico di “procuratore legale” presso l’ufficio legale, mantenendo il suo formale inquadramento in una qualifica amministrativa di livello inferiore.
4. Il Tribunale amministrativo regionale della Calabria ha respinto il ricorso – in assenza della controparte non costituita – con una motivazione interamente centrata sul principio per cui nell’àmbito del pubblico impiego non comporta alcun diritto (di ordine giuridico ovvero economico) l’esercizio di fatto di mansioni superiori a quelle della qualifica di formale appartenenza dell’impiegato.
5. L’interessato propone ora appello davanti a questo Consiglio. Si è costituita, per resistere all’appello, l’Azienda U.S.L. n. 9 di Locri.
6. Il Collegio osserva che la sentenza di primo grado appare basata su una motivazione astrattamente condivisibile ma non pertinente alla fattispecie.
Ed invero, il principio generale della irrilevanza dell’esercizio di fatto delle mansioni superiori, valido nell’àmbito del pubblico impiego, si configura diversamente con riguardo ai dipendenti degli enti del servizio sanitario nazionale, vale a dire del personale il cui stato giuridico è regolato dal d.lgs. n. 761/1979 (e successive modifiche).
In questo settore la materia dell’esercizio delle mansioni superiori è regolata dall’art. 29 del suddetto decreto. Il comma secondo dispone: «In caso di esigenze di servizio il dipendente può eccezionalmente essere adibito a mansioni superiori. L'assegnazione temporanea, che non può comunque eccedere i sessanta giorni nell'anno solare, non dà diritto a variazioni del trattamento economico.».
Questa disposizione viene intesa nel senso che qualora l’assegnazione alle mansioni superiori ecceda la durata di sessanta giorni nell’anno solare, per il periodo eccedente all’interessato spetta il relativo trattamento economico, e dunque le differenze stipendiali (ma, beninteso, non l’inquadramento nella qualifica superiore). Si tratta di una interpretazione forse discutibile, ma da gran lunga consolidata, originando dalla sentenza della Corte costituzionale n. 296/1990 (cfr. Cons. Stato, n. 3313/2010; sez. V n. 803/1990; etc.).
In questa luce, la sentenza appellata dev’essere senz’altro riformata.
7. Resta la necessità di verificare sotto ogni altro profilo la fondatezza delle pretese dell’appellante.
7.1. In primo luogo si osserva che qualora le domande dell’interessato si debbano intendere rivolte ad ottenere non solo le differenze stipendiali ma (anche) il formale e definitivo inquadramento giuridico nella qualifica superiore, siffatte domande sarebbero manifestamente infondate, in quanto il conferimento plenoiure della titolarità di un determinato posto in organico presuppone lo svolgimento di un concorso – o altrimenti l’applicazione di specifiche norme concernenti la progressione in carriera, le quali in questo caso non sussistono o comunque non vengono invocate.
7.2. Quanto invece alle differenze stipendiali, secondo la giurisprudenza consolidata, le condizioni per la loro spettanza sono le seguenti:
(a) che le mansioni superiori siano state realmente esercitate;
(b) che esse siano state conferite con un formale atto d’incarico;
(c) che tale incarico sia correlato ad un posto esistente in organico e attualmente vacante;
(d) che non si tratti di una forma di supplenza che rientri tra gli ordinari compiti della propria posizione funzionale.
8. Nel caso in esame, tuttavia, la presenza delle suddette condizioni è accertata e attestata dalla stessa delibera n. 1444 del 9 dicembre 1997.
Tale delibera non solo conferisce esplicitamente all’interessato un apposito incarico, ma altresì dà atto della vacanza del relativo posto, e riconosce ancora che le mansioni derivanti dall’incarico corrispondono ad un livello funzionale e retributivo (l’ottavo) superiore a quello nel quale l’interessato era formalmente inquadrato (il settimo). Coerentemente, al terzo punto del dispositivo, ordina di «corrispondere a decorrenza dall’1.1.1997 al dr. G. per tali mansioni la differenza tabellare nascente tra la retribuzione del settimo livello, già percepita, e quella dell’ottavo livello per le mansioni attribuite».
9. Come si vede, quanto meno a decorrere dal 1° gennaio 1997, la spettanza delle differenze stipendiali è riconosciuta de plano dallo stesso atto impugnato; il che rende manifesto che la tematica svolta nella sentenza di primo grado e riproposta in secondo grado dalle difese dell’A.S.L. è del tutto estranea alla materia del contendere.
In effetti, il ricorso dell’interessato – per la parte che si riferisce alla delibera del 9 dicembre 1997 ed ai suoi effetti – tende non già ad affermare il diritto alle differenze stipendiali (pacificamente riconosciuto nell’atto impugnato) bensì a denunciare che detta delibera è caduta in errore nel momento in cui ha fatto riferimento all’ottavo livello funzionale e retributivo invece che al nono o decimo.
10. Al riguardo, va premesso che la pianta organica dell’ente prevedeva, fra l’altro, un posto di “procuratore legale” nel ruolo professionale, e che questo appunto è il posto affidato all’appellante, per incarico temporaneo (su questi aspetti di fatto la difesa dell’A.S.L. nulla oppone alle affermazioni del ricorrente)
Ora, come dedotto dal ricorrente, il d.P.R. n. 384/1990 (concernente il trattamento economico del personale delle U.S.L.) all’art. 39 ed alla correlata tabella dell’allegato 1 ascrive il profilo professionale di “procuratore legale” al nono livello; quello di “avvocato” al decimo; e quello di “avvocato coordinatore” all’undicesimo (il procuratore legale era invece ascritto all’ottavo livello dal d.P.R. n. 347/1983).
Pertanto, se è vero che con la delibera del 9 dicembre 1997 l’ente ha inteso conferire all’interessato il posto vacante di “procuratore legale”, riconoscendogli altresì le inerenti differenze stipendiali, ne consegue che queste ultime dovevano essere parametrate al trattamento proprio del profilo professionale di “procuratore legale”.
Riguardo alla possibilità di applicare l’art. 29, nella parte ora in discorso, con riferimento non solo al livello immediatamente superiore a quello di appartenenza, ma (se del caso) anche ad un livello ulteriormente superiore, si veda Cass, sez. lavoro, 25 ottobre 2004, n. 20692, In questo senso il ricorso dell’interessato va accolto nel senso che al ricorrente spetta, per effetto dell’applicazione dell’art. 29 e con i limiti cronologici da esso previsti (periodo eccedente i sessanta giorni per anno solare), il trattamento proprio del profilo professionale di “procuratore legale”, ossia quello della qualifica iniziale del ruolo professionale, nono livello del d.P.R. n. 384/1990.
Vedrà l’ente, in sede di esecuzione della presente sentenza (e salvo verifica in sede di un eventuale ricorso per ottemperanza), se nell’evoluzione della normativa susseguente al citato d.P.R. n. 384/1990, il trattamento inerente al profilo professionale di “procuratore legale” (qualifica iniziale del ruolo professionale) sia stato correlato ad un livello ancora superiore.
11. Non va accolta, invece, la pretesa dell’interessato di ottenere il trattamento inerente ad un profilo professionale superiore a quello iniziale di “procuratore legale” (vale a dire “avvocato” ovvero “avvocato coordinatore”).
Ed invero, posto che uno dei presupposti della spettanza del miglior trattamento economico è che l’incarico sia stato conferito con atto formale, ne consegue che il trattamento non può essere parametrato che alla qualifica indicata nell’atto formale medesimo: che nella specie è quella di “procuratore legale” (nono livello del d.P.R. n. 384/1990).
Non rileva in contrario che nella delibera n. 1444 si affermi, fra l’altro, che il posto vacante è quello recentemente lasciato libero dal pensionamento dell’avv. Figliomeni; lo stesso ricorrente, infatti afferma che l’organico dell’ufficio legale prevedeva solo due posti con qualifica professionale, uno di “procuratore legale” e uno di avvocato dirigente e coordinatore, quest’ultimo attribuito all’avv. Antonio D’Agostino. Ne consegue che l’incarico conferito all’attuale appellante non poteva riguardare altro posto che quello di “procuratore legale”.
12. Si passa ora all’esame delle domande concernenti il periodo anteriore a quello considerato nella delibera n. 1444 del 1997.
Anche a questo proposito si deve osservare che le numerose affermazioni di fatto contenute negli scritti del ricorrente (ad es.: riguardo alla costituzione e strutturazione dell’ufficio legale con delibera n. 97 del 4 giugno 1987; all’esistenza di un posto vacante di “procuratore legale” affidato con incarichi formali all’interessato; etc.) non risultano in alcun modo contraddette o contestate dalla difesa dell’ente. Del resto esse trovano riscontro nella documentazione prodotta.
Pertanto si può ritenere incontroverso che a partire dalla delibera n. 97 sia formalmente esistente nella struttura organica dell’ente l’ufficio legale dotato, fra l’altro, di un posto di “procuratore legale”; e che l’attuale appellante sia stato formalmente incaricato di svolgere di tempo in tempo (e precisamente per i periodi da lui indicati) le mansioni inerenti alla suddetta qualifica professionale.
13. Se questo è vero, ne consegue che anche per i periodi anteriori alla delibera n. 1444/1997 valgono i princìpi sopra enunciati riguardo alla spettanza del miglior trattamento economico nei limiti desumibili dalla interpretazione consolidata dell’art. 29, d.lgs. n. 761/1969 (anche con riferimento ai periodi eccedenti i sessanta giorni in ciascun anno solare).
Si è, infatti, in presenza di incarichi formali su posto esistente e vacante, concernenti mansioni di tipo professionale chiaramente eccedenti la qualifica di funzionario amministrativo rivestita dall’interessato.
Su questo punto la sentenza appellata – secondo la quale l’ente non avrebbe fatto altro che esercitare il suo potere di organizzazione utilizzando il dipendente nell’àmbito dei compiti inerenti alla qualifica rivestita - appare quanto meno inesatta, in quanto i provvedimenti in questione sono motivati con esplicito riferimento all’opportunità di utilizzare l’interessato in mansioni pertinenti alla sua abilitazione professionale ed all’iscrizione al relativo albo dei professionisti legali, e dunque in nessun modo riconducibili alle sue mansioni di funzionario amministrativo.
14. Conviene precisare che in coerenza con i princìpi sopra esposti la spettanza dell’indennità non può comunque riguardare il periodo antecedente alla delibera n. 97 del 4 giugno 1987. Fino a quel momento, infatti, non risultava formalmente istituito e organizzato l’ufficio legale dell’ente e pertanto non si poteva dire che l’incarico fosse correlato ad un posto esistente in pianta organica e vacante.
15. Sulle somme dovute saranno calcolati altresì interessi e rivalutazione, nei limiti consentiti dal combinato disposto dell’art. 16, comma 6, della legge n. 412/1991 e dell’art. 22, comma 36, della legge n. 724/1994.
16. In conclusione, in riforma della sentenza appellata il ricorso di primo grado va accolto nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Gli adempimenti dovuti faranno carico all’Azienda Sanitaria n. 9 di Locri, anche quale ente subentrato ai sensi della legge regionale n. 8/2003, art. 22, alla Gestione liquidatoria della soppressa U.S.L. n. 28, pure di Locri.
17. Le spese dei due gradi seguiranno la soccombenza.

P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l’appello e in riforma della sentenza appellata accoglie il ricorso di primo grado nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Condanna l’Azienda Sanitaria n. 9 con sede in Locri al pagamento, in favore del ricorrente, delle spese legali dei due gradi che liquida complessivamente in Euro 4.000 oltre agli accessori di legge . Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

FURTO DELL'AUTO DALL' OFFICINA O DALL' AUTOLAVAGGIO


Corte di Cassazione Sez. Terza Civ. - Ord. del 11.11.2011, n. 23698
Premesso in fatto
Il 20 luglio 2011 è stata depositata in cancelleria la seguente relazione ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ.:
“1.- Con sentenza n. 107(2009, depositata il 4 marzo 2009, la Corte d’Appello di Perugia - in riforma della sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Terni - ha condannato la s.a.s. C. di M.C. & c., che gestiva una stazione di servizio IP, a pagare a C.B. la somma di € 20.000,00 oltre rivalutazione monetaria, in risarcimento dei danni subiti dalla stessa a causa del furto della sua autovettura Mercedes Benz, mentre si trovava presso la stazione di servizio per il lavaggio.
la sentenza, premesso che è incerto se il furto sia avvenuto dopo il lavaggio mentre l’auto era parcheggiata sul piazzare, in attesa che la proprietaria venisse a ritirarla (secondo l’originaria versione della convenuta), oppure durante le operazioni di asciugatura, allorché un estraneo si era inserito all’improvviso nell’automobile e l’aveva avviata, forzando ogni tentativo del personale di bloccarlo (secondo altra e successiva versione dei fatti), ha ravvisato la negligenza del personale nel fatto di avere lasciato le chiavi di avviamento dell’automobile inserite nel cruscotto, senza che fosse richiesto dalle esigenze del lavoro da eseguire.
La C. propone due motivi di ricorso per cassazione.
Resiste l’intimata con controricorso, proponendo a sua volta un motivo di ricorso incidentale.
2.- Con il primo motivo la ricorrente principale assume che la Corte d’appello ha erroneamente fondato il giudizio sulla responsabilità per custodia di cui all’art. 1780 cod. civ., norma che sarebbe applicabile solo ai contratti di deposito e assimilati, ove la custodia costituisce oggetto della prestazione principale, e non nei casi in cui la custodia costituisca obbligazione accessoria ad altra prestazione, nei quali il criterio di imputazione della responsabilità dovrebbe essere quello di cui all’art. 1176 cod. civ., cioè la violazione dei principi dell’ordinaria diligenza.
2.1.- Il motivo è inammissibile perché sia le argomentazioni difensive, sia il quesito formulato ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., non sono congruenti con le ragioni della decisione e non valgono - per la loro genericità e astrattezza - a giustificare l’annullamento della sentenza impugnata.
La Corte di appello ha emesso la condanna non per avere ritenuto applicabile l’art. 1789 anziché l’art. 1176 cod. civ., ma perché ha ritenuto che in ogni caso la ricorrente sia da ritenere responsabile per negligenza, per avere lasciato le chiavi inserite nel cruscotto, lasciando così aperta la vettura, sì che chiunque vi si potesse introdurre, mettendola in moto, com’è in effetti avvenuto.
Né la ricorrente spiega nell’illustrazione del motivo - men che mai sintetizza nel quesito - per quali ragioni l’applicazione dell’una anziché dell’altra norma avrebbe in concreto consentito di assolverla da responsabilità.3.- Il secondo motivo, con cui la ricorrente lamenta ancora violazione dell’art. 1780 cod. civ. e vizi di motivazione, è inammissibile ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., per l’inidoneità del quesito di diritto, che risulta generico e astratto, in quanto non menziona la fattispecie oggetto di esame e demanda alla Corte di cassazione non la soluzione di un problema giuridico o l’accertamento dei vizi della motivazione, bensì una valutazione di merito, inammissibile in sede di legittimità: cioè se l’evento occorso “tenuto contro della scaltrezza e della violenza usata dall’ignoto ladro non rientri nell’alveo del caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del preposto per essersi il fatto verificato per fatto a lui non imputabile” (cfr., sulle modalità di formulazione dei quesiti, Cass. Civ. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36 e 11 marzo 2008, n. 5420; Cass. Civ. sez. III, 30 settembre 2008 n. 24339 e 9 maggio 2008 n. 11535, fra le tante).
4.- L’unico motivo del ricorso incidentale, con cui la B. lamenta che la Corte di appello abbia omesso di attribuirle gli interessi legali sulla somma liquidata in risarcimento, è fondato e va accolto.
In tema di risarcimento del danno la domanda di corresponsione degli interessi legali, in aggiunta alla rivalutazione monetaria, è da ritenere compresa nella domanda di risarcimento integrale del danno, anche a prescindere da specifica domanda (cfr. da ultimo Cass. Civ. Sez. 3, 28 aprile 2010 n. 10193).
4.- Propongo che si proceda in Camera di consiglio, previa riunione dei due ricorsi, al rigetto del ricorso principale ed all’accoglimento del ricorso incidentale.
- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e ai difensori delle parti.
- La s.a.s. C. ha depositato memoria.
Ritenuto in diritto
1.- Il collegio dispone preliminarmente la riunione dei due ricorsi (art. 335 cod. proc. civ.).
Nel merito condivide la soluzione e gli argomenti esposti nella relazione, che le argomentazioni difensive contenute nella memoria della ricorrente non valgono a disattendere.
La Corte di appello ha affermato che il ricorrente ha tenuto un comportamento negligente, in quanto ha lasciato le chiavi inserite nel cruscotto dell’autovettura e l’automobile aperta e accessibile da chiunque: argomentazione che è di per sé sufficiente a giustificare la decisione e che è fra l’altro conforme alla giurisprudenza di questa Corte relativa a casi analoghi (cfr. Cass. Civ. Sez. 3, 10 dicembre 1996 n. 10986).
La questione teorica prospettata dal ricorrente, circa l’inapplicabilità dell’art. 1780 cod. civ. è ultronea ed irrilevante, in quanto non consentirebbe, di per sé sola, di giustificare l’annullamento della sentenza impugnata.
Quanto all’asserito, omesso esame della questione relativa alla sussistenza del caso fortuito, idoneo ad escludere il nesso causale, nel momento in cui la Corte di appello ha motivato il suo giudizio di negligenza a carico della ricorrente ha implicitamente ma inequivocabilmente escluso la configurabilità del fortuito; sicché le censure di omessa pronuncia sul punto risultano manifestamente infondate.
E’ appena il caso di ricordare, infine, che le valutazioni relative alla sussistenza della colpa o del caso fortuito attengono al merito della vertenza ed in quanto tali non sono suscettibili di riesame in sede di legittimità se non sotto il profilo dei vizi di motivazione: vizi che nella specie non sono stati né dedotti né dimostrati.
Anche il quesito formulato sul punto demanda alla Corte di cassazione non l’affermazione di un principio di diritto, ma l’accertamento di un fatto (”…se, date le condizioni oggettive in cui si è verificato il furto,… l’evento non rientri nell’alveo del caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità….”).
Il ricorso principale deve essere dichiarato inammissibile.
In accoglimento del ricorso incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata, limitatamente alla parte in cui ha omesso di attribuire ala danneggiata gli interessi legali sulla somma liquidata in risarcimento dei danni, con rinvio della causa alla Corte di appello di Perugia, in diversa composizione, affinché decida la controversia uniformandosi al principio di diritto di cui al punto 4 della relazione (parte in corsivo), accertando altresì da qual data gli interessi debbano farsi decorrere.
Il giudice di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.
P.Q.M
La Corte di cassazione riunisce i ricorsi.
Rigetta il ricorso principale e accoglie il ricorso incidentale.
Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Perugia, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
Depositata in Cancelleria il 11.11.2011

lunedì 5 dicembre 2011

EQUA RIPARAZIONE - PERDITA DI CHANCE - VA RISARCITO ANCHE IL DANNO PATRIMONIALE

Corte di Cassazione, sentenza  n. 23240, 8 novembre 2011


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SALME' Giuseppe - Presidente
Dott. DI PALMA Salvatore - rel. Consigliere
Dott. ZANICHELLI Vittorio - Consigliere
Dott. SCHIRO' Stefano - Consigliere
Dott. DIDONE Antonio - Consigliere
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 1034/2010 proposto da:
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA ((OMISSIS)) in persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende, ope legis;
- ricorrente -
contro
F.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAISIELLO 55, presso lo studio dell'avvocato FRANCO GAETANO SCOCA, rappresentato e difeso dagli avvocati COLAGRANDE ROBERTO e SOLIMINI CATERINA, giusta procura speciale a margine della seconda pagina del controricorso;
- controricorrente -
avverso il decreto n. 829/07 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA del 12.11.08, depositato il 28/11/2008;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 30/09/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE DI PALMA;
udito per il ricorrente (Avvocatura) l'Avvocato Gabriella D'Avanzo che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;
udito per il controricorrente l'Avvocato Massimo Biancolillo (per delega avv. Caterina Solimini) che si riporta agli scritti;
E' presente il Procuratore Generale in persona del Dott. FEDERICO SORRENTINO che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
Svolgimento del processo

1. - Il signor F.B., tenente della Guardia di finanza, in data 6 giugno 2003 propose ricorso alla Corte d'appello di Venezia a norma della L. n. 89 del 2001, art. 2, chiedendo la condanna del Ministro della Giustizia al pagamento di un'equa riparazione per i danni derivati dal mancato rispetto del termine di ragionevole durata del processo penale nel quale egli era stato imputato. Al ricorrente erano stati contestati i reati previsti dagli artt. 81, 319, 323, 326 e 490 c.p., e per effetto dell'eccessiva durata del processo egli aveva subito danni alla carriera, danni biologici (per i quali era stata riconosciuta la causa di servizio dalla Commissione Medico ospedaliera di Firenze il 10 luglio 1991), danni morali e danni esistenziali.
Con decreto in data 5 gennaio 204, la Corte d'appello di Venezia accertò che il processo penale era durato, in due gradi di giudizio, 15 anni e 11 mesi, pur dovendosi detrarre il periodo conseguente al rinvio disposto per l'astensione degli avvocati, e giudicò che esso si sarebbe dovuto concludere in cinque anni. In relazione ai danni risarcibili, la Corte considerò che al ricorrente sarebbe stata ricostruita la carriera a norma del D.Lgs. 19 marzo 2001, n. 69, ma che nel frattempo egli non aveva potuto ricoprire incarichi operativi: ciò faceva presumere che, non potendo vantare l'esperienza e la preparazione che avrebbe potuto acquisire se il processo si fosse concluso in tempo ragionevole, egli non potesse aspirare a quegli incarichi e gradi che presuppongono il precedente svolgimento di particolari funzioni, per il che gli riconobbe un danno patrimoniale di Euro 15.000,00. La Corte escluse che fosse stato provato un nesso di causalità tra il prolungamento del processo e le spese di trasferimento in altra sede, nonchè il danno biologico costituito dall'aggravamento di una "cefalea a grappolo" e dall'insorgenza di un carcinoma, giudicando insufficiente la dichiarazione del dottor Fedi, tanto più che, quanto alla cefalea, la patologia in questione era stata riconosciuta dalla Commissione Medica di Firenze per il particolare tipo di lavoro svolto, sicchè era al riguardo inutile l'assunzione della consulenza tecnica, che era stata richiesta dall'amministrazione resistente. La Corte riconobbe infine il danno non patrimoniale, comprensivo del danno esistenziale per il venir meno dell'interesse allo svolgimento d'attività non remunerative, fonte di compiacimento e di benessere, e lo liquidò in Euro 50.000,00. 2. - Avverso tale decreto il F. propose ricorso per cassazione, deducendo due motivi di censura. Il Ministro della giustizia resistette con controricorso e ricorso incidentale con due motivi di censura.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 14832 del 27 giugno 2006, riuniti i ricorsi, rigettò il ricorso principale, accolse il primo motivo del ricorso incidentale, rigettò il secondo motivo dello stesso ricorso incidentale, cassò il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e rinviò la causa, anche per il regolamento delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d'appello di Venezia, in diversa composizione.
Per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte nell'accogliere il primo motivo del ricorso incidentale dell'Amministrazione, osservò:
"Con il primo motivo del ricorso incidentale si denunciano violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, dell'art. 2697 c.c., e del D.Lgs. n. 69 del 2001, art. 32, e vizi di motivazione su un punto decisivo. Si deduce che, in contrasto con il principio che il danno patrimoniale deve essere provato, la Corte lo aveva presunto sulla base dell'impossibilità per il F. di aspirare a incarichi e gradi che presuppongono lo svolgimento di particolari funzioni, ponendosi in contrasto con il disposto del D.Lgs. n. 69 del 2001, art. 32, sulla ricostruzione della carriera, pur contraddittoriamente richiamato in sentenza. Il motivo è fondato quanto al denunciato vizio di motivazione. Le disposizioni contenute nel D.Lgs. 19 marzo 2001, n. 69, art. 32 e segg. (Riordino del reclutamento, dello stato giuridico e dell'avanzamento degli ufficiali del Corpo della Guardia di finanza), contenuti nel Capo 3 ("Cessazione delle cause impeditive della valutazione o della promozione"), delineano un sistema, tendenzialmente completo, diretto a neutralizzare gli effetti negativi verificati nella progressione in carriera dell'ufficiale, nei cui riguardi il procedimento penale o quello disciplinare, avviato per l'eventuale irrogazione di una sanzione di stato, si sia concluso con esito favorevole, o per il quale sia stata revocata la sospensione dall'impiego di carattere precauzionale. La Corte territoriale, decidendo sulla domanda di equa riparazione del danno patrimoniale, lamentato dal tenente F. in conseguenza dell'ingiustificato prolungamento del processo penale al quale era stato sottoposto, ha affermato che le disposizioni ricordate avrebbero trovato applicazione a favore del ricorrente. Nonostante ciò, la Corte ha aggiunto che il rimedio offerto dalla legge non sarebbe stato completo, sul presupposto che nel frattempo egli non avesse ricoperto incarichi operativi: quest'ultima circostanza faceva presumere che, non potendo vantare l'esperienza e la preparazione che avrebbe potuto acquisire se il processo si fosse concluso in tempo ragionevole, il ricorrente non potesse aspirare a quegli incarichi e gradi che presuppongono il precedente svolgimento di particolari funzioni. In tal modo la Corte ha basato la sua decisione su una presunzione semplice che si poneva in contrasto con la precedente affermazione, dell'applicabilità al caso di specie del rimedio previsto dalla legge. E' bensì vero che quella disciplina legale, dettata ad altri fini, non preclude l'accertamento di ulteriori danni patrimoniali subiti dal ricorrente nello svolgimento del suo rapporto con l'amministrazione; ma quest'ultima, osservando che tali danni non potevano essere presunti, come ha invece ritenuto la Corte, coglie nel segno, sia perchè il danno patrimoniale in genere non può essere presunto, ma deve essere dimostrato da chi ne chiede la riparazione, sia perchè la precedente affermazione giustificava, semmai, una presunzione (semplice) di segno contrario. In tal modo, la Corte è incorsa nel denunciato vizio di motivazione su un punto decisivo - esistenza di un danno patrimoniale passibile di equa riparazione - che comporta la cassazione della sentenza.... La cassazione del decreto in relazione al motivo accolto comporta il rinvio della causa, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte stessa territoriale, in altra composizione. Questa, nel procedere al nuovo giudizio sull'esistenza e l'ammontare del danno patrimoniale, motiverà la sua decisione, se favorevole al ricorrente, identificando i vantaggi patrimoniali, collegati alla carriera, ai quali la parte avrebbe potuto aspirare - dopo lo spirare del termine di ragionevole durata del processo già stabilito - e che, pregiudicati di fatto dal mancato svolgimento di particolari funzioni nel tempo d'ingiustificata protrazione del processo, non troverebbero copertura nelle disposizioni del citato D.Lgs. n. 69 del 2001". 3. - Riassunto il giudizio dal F. con ricorso notificato il 1 ottobre 2007, la Corte di Venezia dispose consulenza tecnica d'ufficio "volta ad accertare se e quali danni patrimoniali, a causa della durata del processo che lo aveva interessato, avesse subito il ricorrente nella carriera, ulteriori rispetto a quelli ai quali la ricostruzione della carriera, effettuata ai sensi del D.Lgs. n. 69 del 2001, art. 32 e segg., aveva già rimediato".
Con decreto depositato il 28 novembre 2008, la Corte adita ha condannato il Ministro della giustizia a corrispondere al F. la somma di Euro 274.878,86, oltre gli interessi legali dalla data della pronuncia al saldo.
In particolare, per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte di Venezia ha affermato che il consulente tecnico d'ufficio: a) "ha accertato che, tenendo conto sia della situazione dei meriti, sia della situazione dell'anzianità, deve ritenersi evidente oltre ogni ragionevole dubbio che F.B. (ora tenente colonnello F.) è stato danneggiato dal prolungamento del processo", prendendo in considerazione, al riguardo, "(come gli era stato richiesto e come indicato dalla Cassazione) il periodo successivo ai cinque anni e undici mesi ritenuti dalla Corte d'Appello come tempo di ragionevole durata del processo e considerato tale anche dal Supremo Collegio" e tenendo conto anche "della rapida progressione in carriera compiuta subito dopo la assoluzione anche in secondo grado, e il conseguimento di diversi elogi"; b) a tale conclusione "è pervenuto valutando che, nel periodo di ingiustificata protrazione del processo (dal 14 settembre 1994 al 20 dicembre 2002) non ha potuto essere nominato Maggiore - grado che avrebbe conseguito nel gennaio 2001 - e, quindi, non ha potuto assumere un comando che gli avrebbe permesso la automatica progressione in carriera (che per i militari può avvenire solo ove dimostrino di avere ricevuto un incarico di comando effettivo nel periodo in cui conservano il grado)-, con la conseguenza che, "rispetto ai colleghi del suo corso che hanno potuto usufruire di tale opportunità nel periodo normale in cui avevano il grado di Maggiore, F.B. è sicuramente danneggiato, posto che tutti otterranno la promozione al grado di Colonnello mentre il Tenente Colonnello F. non la otterrà mai".
Inoltre, la Corte di Venezia ha affermato che: c) da quanto prima esposto può desumersi il danno economico patito dal F., relativo non a quello derivante dal mancato avanzamento nella carriera - posto che dopo l'assoluzione in secondo grado è stata effettuata a suo favore la ricostruzione della carriera fino al grado di Tenente Colonnello -, ma alla impossibilità di raggiungere il grado di Colonnello: infatti, "poichè le vicende giudiziarie occorse gli impediranno sicuramente di raggiungere il grado di Colonnello al quale egli poteva legittimamente aspirare e che aveva la ragionevole tranquillità di conseguire, è evidente che il predetto non potrà mai beneficiare del miglior trattamento economico legato allo scatto di carriera, subendo così un danno patrimoniale che si protrarrà anche nel periodo di quiescenza".
Infine, in ordine alla determinazione dell'entità del danno patrimoniale patito dal F., la stessa Corte ha affermato: d) "Il consulente ha quantificato tale danno tenendo conto sia che non potranno essere calcolati gli interessi su di una somma che, liquidata da questa Corte, gli sarà corrisposta in unica soluzione, sia della rivalutazione annuale degli stipendi. Il consulente tecnico ha illustrato nel dettaglio i calcolo argomentando ogni passaggio con esposizione puntuale, logica coerente, che non si presta ad alcuna censura: del resto, nessuna delle due parti ha formulato critiche all'elaborato, neppure il Ministero che, nella sua comparsa di costituzione, successiva al deposito dell'elaborato, nulla ha contestato sul punto. La Corte, pertanto, fa proprie le conclusioni del Consulente". 4. - Avvero tale decreto il Ministro della giustizia ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi di censura.
Resiste, con controricorso illustrato da memoria, F. B..
Motivi della decisione

1. - Con il primo motivo (con cui deduce: "Violazione e falsa applicazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, dell'art. 394 c.p.c. - art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3"), il ricorrente - premesso che, in ragione del carattere dispositivo dell'impugnazione, i poteri del giudice di rinvio vanno determinati con esclusivo riferimento all'iniziativa delle parti, in assenza di impugnazione incidentale della parte parzialmente vittoriosa, la decisione del giudice non può essere più sfavorevole, nei confronti dell'impugnante, di quanto non sia stata la sentenza oggetto di gravame e non può quindi dare luogo ad una reformatio in peius in danno di quest'ultimo - critica il decreto impugnato, sostenendo che, nella specie, il F. aveva impugnato per cassazione il precedente decreto del 5 gennaio 1994 soltanto con riferimento al mancato riconoscimento del danno biologico.
Con il secondo (con cui deduce: "Violazione e falsa applicazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, del D.Lgs. 19 marzo 2001, n. 69, art. 32, dell'art. 394 c.p.c., nonchè degli artt. 1223, 2043 e 2697 c.c., con riferimento all'art. 360 c.p.c., n. 3") e con il terzo motivo (con cui deduce: "Insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio - art. 360 c.p.c., n. 5") - i quali possono essere esaminati congiuntamente, avuto riguardo alla loro stretta connessione - il ricorrente critica il decreto impugnato - anche sotto il profilo del vizio di motivazione -, sostenendo che i Giudici a quibus hanno sostituito alla presunzione di esistenza di danno patrimoniale ulteriore rispetto alla operata ricostruzione della carriera del F., altra presunzione fondata sulle indimostrate affermazioni del consulente tecnico d'ufficio che ha tenuto per certe circostanze che, invece, sono soltanto ipotetiche, cioè la normalità della promozione a Maggiore in base alla mera anzianità, dell'affidamento al Maggiore di incarichi di comando, e della promozione del Maggiore a Tenente Colonnello.
2. - Il ricorso merita accoglimento in riferimento al primo motivo.
2.1. - Il secondo ed il terzo motivo del ricorso sono privi di fondamento.
Secondo il costante orientamento di questa Corte condiviso dal Collegio -, in tema di risarcimento del danno, il creditore che voglia ottenere ì danni derivanti dalla perdita di chance - che, come concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene, non costituisce una mera aspettativa di fatto ma un'entità patrimoniale a sè stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione - ha l'onere di provare, pur se solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile deve essere conseguenza immediata e diretta (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 11353 del 2010, 4052 del 2009, 21544 del 2008, 1752 del 2005, 18945 del 2003).
Orbene, la Corte di Venezia, sulla base delle argomentate e motivatamente condivise valutazioni del consulente tecnico d'ufficio ha ritenuto sussistente il danno economico patito dal F. - concernente non quello derivante dal mancato avanzamento nella carriera, dal momento che dopo l'assoluzione in secondo grado era stata effettuata a suo favore la ricostruzione della carriera fino al grado di Tenente Colonnello, ma l'impossibilità di raggiungere il grado di Colonnello -, in quanto il procedimento penale di cui questi è stato vittima (protrattosi per ben quindici anni ed undici mesi e conclusosi con l'assoluzione piena del F.) gli ha sicuramente impedito, alla luce dei criteri normalmente seguiti all'interno del Corpo per la progressione nella carriera di ufficiale della Guardia di finanza, di raggiungere il grado di Colonnello "al quale egli poteva legittimamente aspirare e che aveva la ragionevole tranquillità di conseguire", con la conseguenza che "il predetto non potrà mai beneficiare del miglior trattamento economico legato allo scatto di carriera, subendo così un danno patrimoniale che si protrarrà anche nel periodo di quiescenza". Così argomentando, la Corte di Venezia non si è sostanzialmente discostata dai principi di diritto dianzi richiamati, in quanto ha ritenuto dimostrata, mediante ragionevoli e motivate presunzioni sulla base dell'id quod plerumque accidit (progressione nella carriera di ufficiale della Guardia di Finanza secondo ì criteri normalmente seguiti all'interno del Corpo) e secondo un ragionevole calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato - promozione dal grado di Tenente Colonnello a quello di Colonnello - ed impedito dall'irragionevole durata del predetto procedimento penale dal quale il danno risarcibile è immediatamente e direttamente derivato.
2.2. - Il primo motivo è, invece, fondato.
Come dianzi precisato (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 1.), la Corte d'Appello di Venezia, con il decreto del 5 gennaio 2004, ha riconosciuto al F. l'indennizzo di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, quantificandolo in Euro 15.000,00, a titolo di danno patrimoniale, ed in Euro 50.000,00, a titolo di danno non patrimoniale, comprensivo del danno esistenziale.
Avverso tale decreto - nella parte in cui ha riconosciuto e liquidato il danno patrimoniale - ha interposto ricorso incidentale per cassazione il solo Ministro della giustizia, mentre il F. ha proposto ricorso principale, con due motivi, soltanto per il mancato riconoscimento della voce di danno non patrimoniale afferente al danno biologico ("Con il ricorso principale si censura il rigetto, da parte della Corte del merito, della domanda di riparazione del danno biologico": cfr. i Motivi della decisione della sentenza della Corte di cassazione n. 14832 del 2006).
Orbene, secondo il costante orientamento di questa Corte concernente il divieto di reformatio in peius in sede di impugnazione, il giudice dell'impugnazione, confermando la sentenza impugnata, può senza violare il principio dispositivo, anche d'ufficio, correggerne, modificarne o integrarne la motivazione, purchè la modifica non concerna statuizioni adottate dal giudice di grado inferiore non impugnate dalla parte interessata, con la conseguenza che, in assenza d'impugnazione della parte parzialmente vittoriosa (appello o ricorso per cassazione), la decisione non può essere più sfavorevole all'impugnante e più favorevole alla controparte di quanto non sia stata la sentenza impugnata e non può, quindi, dare luogo ad una reformatio in peius in danno del primo (cfr., ex plurimis, la sentenza n. 14127 del 2011). Più in particolare, e con specifico riferimento al caso di specie, è stato enunciato il principio secondo cui, in caso di cassazione con rinvio di una sentenza, i poteri del giudice di rinvio, in ragione del carattere dispositivo dell'impugnazione, vanno determinati con esclusivo riferimento all'iniziativa delle parti, con la conseguenza che in assenza di impugnazione incidentale della parte parzialmente vittoriosa, la decisione del giudice del rinvio non può essere più sfavorevole, nei confronti della parte che abbia impugnato, di quanto non sia stata la sentenza oggetto di gravame, e non può quindi dare luogo alla sua reformatio in peius in danno di quest'ultima (cfr., ex plurimis, la sentenza n. 1823 del 2005).
E', dunque, evidente che la Corte di Venezia - in presenza di ricorso principale per cassazione del F., concernente il solo capo del decreto impugnato relativo al mancato riconoscimento dell'indennizzo relativo al danno non patrimoniale (danno biologico), e di ricorso incidentale del Ministro della giustizia, concernente il capo del medesimo decreto relativo al riconoscimento dell'indennizzo relativo al danno patrimoniale nella misura di Euro 15.000,00 - non poteva riconoscere al F., a titolo di danno patrimoniale, in assenza di impugnazione dello stesso sul punto, una somma maggiore di quella liquidatagli dalla stessa Corte con il decreto del 5 gennaio 2004.
Da ciò consegue che il decreto impugnato deve essere annullato, restando coperto da giudicato il decreto del 5 gennaio 2004, nella parte in cui ha riconosciuto al F. l'indennizzo di Euro 50.000,00, a titolo di danno non patrimoniale.
3. - Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 2.
Le medesime considerazioni, svolte dianzi (cfr., supra, n. 2.1.) per respingere il secondo ed il terzo motivo del presente ricorso, possono essere poste a fondamento dell'equitativo riconoscimento al F. dell'indennizzo di Euro 15.000,00, a titolo di danno patrimoniale (perdita di chance), posto che è indubitabile che lo stesso F., a causa dell'abnorme protrazione del giudizio penale presupposto conclusosi con la sua assoluzione, ha subito anche un danno patrimoniale connesso, quantomeno, alla mancata progressione in carriera dal grado di Tenente Colonnello a quello di Colonnello.
In conclusione, al F. spetta l'indennizzo di Euro 50.000,00, a titolo di danno non patrimoniale, in forza del giudicato formatosi sul decreto della Corte d'Appello di Venezia in data 5 gennaio 2004, oltre gli interessi dalla data della domanda di equa riparazione e fino al saldo, nonchè l'indennizzo di Euro 15.000,00, in forza della presente sentenza, oltre gli interessi dalla data della domanda di equa riparazione e fino al saldo.
3.1. - Conseguentemente, le spese processuali debbono essere nuovamente liquidate, sulla base delle tabelle A, paragrafo 4^, e B, paragrafo I, allegate al Decreto del Ministro della giustizia 8 aprile 2004, n. 127, relative ai procedimenti contenziosi, come segue: 1) quanto al primo giudizio di merito, conclusosi con il decreto del 5 gennaio 2004, in complessivi Euro 3.635,70, di cui Euro 335,70 per esborsi, Euro 1.300,00 per diritti ed Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge;
2) quanto al primo giudizio di legittimità, in complessivi Euro 3.500,00 di cui Euro 500,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge; 3) quanto al giudizio di rinvio, conclusosi con il decreto impugnato, in complessivi Euro 3.635,70, di cui Euro 335,70 per esborsi, Euro 1.300,00 per diritti ed Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.
3.2. - Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il secondo ed il terzo motivo del ricorso ed accoglie il primo; cassa il decreto impugnato e, decidendo la causa nel merito, condanna il Ministro della giustizia al pagamento al ricorrente della somma di Euro 15.000,00, oltre gli interessi dalla domanda, condannandolo altresì al rimborso, in favore del F., delle spese del giudizio, che determina: 1) quanto al primo giudizio di merito, conclusosi con il decreto del 5 gennaio 2004, in complessivi Euro 3.635,70, di cui Euro 335,70 per esborsi, Euro 1.300,00 per diritti ed Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge; 2) quanto al primo giudizio di legittimità, in complessivi Euro 3.500,00 di cui Euro 500,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge;
3) quanto al giudizio di rinvio, conclusosi con il decreto impugnato, in complessivi Euro 3.635,70, di cui Euro 335,70 per esborsi, Euro 1.300,00 per diritti ed Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge; 4) quanto al presente grado del giudizio, in complessivi Euro 2.500,00 di cui Euro 500,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.
Depositato in cancelleria l’8 novembre 2011